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Scrittura

Il re del mondo di David Remnick

Copertina de Il re del mondo di David Remnick
Titolo: Il re del mondo
Autore: David Remnick
Traduzione: Valeria Galassi
Titolo originale: King of the world
Anno di pubblicazione: 1998
Prima ed. italiana: Aprile 2008
Editore: Giangicomo Feltrinelli, Milano
Collana: Universale Economica — Vite Narrate
Pagine: 314
Prezzo: 10,00 Euro
ISBN: 9788807720338

Cassius Clay salì sul ring di Miami Beach indossando un corto accappatoio bianco , con la scritta “The Lip” cucita sulla schiena. Era di nuovo bellissimo. Veloce, in ottima forma, ventidue anni. Ma, per la prima e ultima volta in vita sua, aveva paura. Intorno al ring stavano accalcate vecchie glorie del passato e giovani promesse, tirapiedi e pugili da strapazzo. Clay li ignorò. Si mise a saltellare in punta di piedi, dapprima senza allegria, come un ballerino maratoneta dieci minuti prima della mezzanotte,poi con più velocità, più gusto. Dopo qualche minuto Sonny Liston, il campione mondiale dei pesi massimi, scavalcò le corde e fece il suo ingresso sul ring muovendosi cauto, come per infilarsi in una canoa. Indossava un accappatoio con cappuccio. I suoi occhi non tradivano preoccupazioni, erano vuoti, gli occhi di un uomo che in vita sua non aveva mai ricevuto né fatto favori a nessuno. E che non aveva certo intenzione di farne uno a Clay.

Se in Fuori i secondi l’incontro di boxe è visto metafisicamente come un momento di concentrazione temporale, ne Il re del mondo di David Remnick i combattimenti di Cassius Clay, alias Muhammad Ali, riassumono e scandiscono una particolare stagione della storia moderna americana, e non solo. Sono eventi epocali che trascendono il semplice fatto sportivo. Quando, all’inizio degli anni ’60, Cassius Clay sale prepotentemente alla ribalta — vincendo prima la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma e poi, a sorpresa, il mondiale dei pesi massimi contro Sonny Liston — la questione razziale negli Stati Uniti è all’ordine del giorno.

Muhammad AliSono pugili neri a contendersi la corona dei massimi in quegli anni e la loro parabola sportiva si interseca inevitabilmente con i mutamenti dell’ordine sociale, auspicati o in corso. Sono tre i protagonisti del libro e Remnick è abile nell’approfondirne le diversità sportive, umane e ideologiche. Prima di venir cancellati dal turbine di parole e di eleganza di Ali, i duellanti erano Sonny Liston e Floyd Patterson. Agli occhi dell’opinione pubblica, bianca soprattutto, rappresentavano le due facce del mondo di colore: Liston era un avanzo di galera, saturo di rabbia e odio, quasi un selvaggio, mentre Patterson era il Negro Buono, pacifico e timorato sostenitore della lotta anti-segregazionista. Cassius Clay incarnerà un terzo “tipo di nero”, certamente il più scomodo e indecifrabile: diventato Muhammad Ali, sarà lo spavaldo e non ufficiale portavoce dei Musulmani Neri, nazionalisti e intransigenti.

Remnick esplora le biografie dei tre e collega il rancore di Liston alla misera infanzia vissuta nei campi di cotone del Mississipi, alla giovinezza selvatica e banditesca a Saint Louis; spiega l’ecumenica bontà di Patterson ricordando che la sua carriera di piccolo criminale fu bloccata da una filantropica istituzione bianca. Cassius Clay, invece, crebbe in una tranquilla famiglia della middle-class. Privo della viscerale rabbia di Liston e senza aver alcun obbligo di riconoscenza nei confronti dei bianchi come Patterson, divenne l’espressione vivente di una nuova consapevolezza della sua gente, il campione dell’orgoglio nero.

In questo gioco di rimandi tra sport e società sta l’originalità sorprendente de Il re del mondo, ma il libro non ha un solo livello di lettura. Remnick affascina il lettore con accurate analisi tecniche dello stile dei pugili e ricostruisce, con talento da giornalista di razza, i leggendari incontri di quegli anni. Scopriamo, noi lettori, la via crucis dei pugili; round dopo round assistiamo al progressivo deterioramento dei corpi — gli occhi gonfi, i passi lenti, i crampi, le ferite — in una narrazione che trasmette matericamente la sensazione della sofferenza fisica.

David Remnick

Con sottile sensibilità psicologica, indaga la complessa personalità dei pugili: dietro la statuaria durezza dei corpi scuri intravede le oscillazioni nascoste della paura e del coraggio, della crudele irrisione e della pietà. Si sofferma, infine, sulla variopinta umanità che si affolla a bordo ring — allenatori, medici, allibratori, mafiosi e giornalisti — svelando il sapido spettacolo che si svolge dietro le quinte di un incontro. In questo vivido e multicolore affresco di pugni e parole dipinto con pennellate vigorose Remnick omaggia la terribile e spietata bellezza della boxe riconoscendone la dimensione epica. O tragica.

Apre e chiude il libro Muhammad Ali, vecchio e infermo anzitempo, che fatica a parlare — lui che fu anche campione mondiale di chiacchiere — e combatte il suo ultimo malinconico round. Con serenità, più fortunato di Floyd, che non ricorda più il proprio nome, più fortunato di Sonny, che si uccise di alcool e droga a Las Vegas.

David Remnick è l’attuale direttore della prestigiosa testata “The New Yorker”, giornale in cui aveva lavorato per vari anni come editor. Ha iniziato la sua carriera come corrispondente sportivo per “The Washington Post”.

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