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Cinema

Alina Marazzi

Un passato che risuona al presente

Locandina del film di Alina Mazzari: Vogliamo anche le roseAlina Marazzi è regista di documentari e film: di questi, sono usciti finora Un’ora sola ti vorrei nel 2002 — “In tutto questo tempo nessuno ti ha mai parlato di me. Di chi ero, di come ho vissuto, di come me ne sono andata.” Con queste parole Alina immagina che la madre Liseli, scomparsa tragicamente quando lei aveva solo sette anni, cominci a raccontarle la sua vita —; Per sempre del 2005, sulla vita di alcune comunità di suore di clausura nella nostra contemporaneità, e Vogliamo anche le rose, del 2007.

Quest’ultimo film, con un uso sapiente, veloce ed efficacissimo di materiali di repertorio, fondi di archivio, immagini pubblicitarie, documentari e film underground, raccoglie le storie di tre donne attraverso i loro diari (dagli archivi di Pieve Santo Stefano), per raccontare la rivoluzione femminista, vissuta e realizzata dalle donne negli anni Sessanta e Settanta. Il montaggio è stato curato dalla stessa regista con Ilaria Fraioli.

Spiega Alina Marazzi nelle sue note di regia:
Ho voluto ripercorrere la storia delle donne tra la metà degli anni ’60 e la fine degli anni ’70 per metterla in relazione, a partire dal ‘caso italiano’, con il nostro presente globale, conflittuale e contraddittorio. Con l’intenzione di offrire uno spunto di riflessione su temi ancora oggi parzialmente irrisolti o addirittura platealmente rimessi in discussioneDi quanto esigeva il celebre slogan “ Vogliamo il pane, ma anche le rose”, con cui nel 1912 le operaie tessili marcarono con originalità la loro partecipazione a uno sciopero di settimane nel Massachusetts, forse il necessario, il pane, è oggi dato per acquisito. Ma le donne si sono battute per un mondo che desse spazio anche alla poesia delle rose. Ed è una battaglia più che mai attuale…

La regista ha presentato, lo scorso 22 maggio a Livorno, al cinema Kino-Dessè Gragnani, Vogliamo anche le rose, in un’iniziativa curata dall’Associazione Centrodonna Evelina De Magistris. Alla fine della proiezione, si è fermata a parlare con il pubblico. Ha ribadito la questione della contestazione dei modelli, che emerge come dato centrale dal suo lavoro, e ha sviluppato un ragionamento sulla mancata trasmissione di memoria da parte di “quelle” donne, quelle che fecero il femminismo. La questione è complessa, perché il femminismo è stato, soprattutto, una pratica politica, ed è difficile trasmettere o insegnare le pratiche… Parlando delle immagini che ha utilizzato per il film, l’autrice le ha definite immagini di grande verità e varietà: “Non so se qualcuno, un domani, potrà trovarne di altrettanto varie e vere tra quelle che si girano oggi”.

La regista Alina Mazzari assieme alla figlia TeresaQuesto è il lavoro di Alina Marazzi: sapienza tecnica, amore per la memoria, desiderio politico di seguire “il filo della storia e la pluralità delle voci”. La regista ha accettato di rispondere ad alcune domande per Fucine Mute. Lo fa tenendo in braccio la figlia Teresa, che compie cinque anni in questi giorni ed ha lo stesso sguardo assorto e profondo della madre.

Paola Meneganti (PM): Nei tuoi film è presente un forte rapporto con la memoria, che non è soltanto nostalgia, ma vuole farsi discorso. La memoria pubblica e la memoria privata. È una dimensione preziosa, da trattare con cura, tanto da poter mettere in gioco il rapporto pubblico-privato. Vuoi parlarne?

Alina Marazzi (AM): I due film, Un’ora sola ti vorrei e Vogliamo anche le rose partono da due istanze diverse. Il primo muove dall’esigenza personale di ricostruire una storia a partire da materiali ritrovati volutamente, perché non c’erano altre possibilità per raccontarla — e ci ho ragionato tantissimo, sull’uso di materiali, foto, immagini eccetera -. Quest’ultimo film, invece, decide di andare a trovare dei materiali per raccontare queste storie, e c’è un ragionamento teorico, che parte dalla necessità di mescolare materiali e fonti diverse, video, narrativa eccetera, con un percorso consapevole di scelta che si è espresso nella fase di montaggio.

Entrambi mettono in relazione il passato con un presente, che è quello che permette di mettere in relazione il presente con un possibile futuro. Ho utilizzato il materiale di repertorio facendolo “vivere” in prima persona, non utilizzandolo a copertura di commenti o interviste. La scelta è stata quella di riportare quelle voci, come in Un’ora sola ti vorrei, nel tempo presente che poi è il tempo del cinema: quando si vede il film, si vive “quel” momento. Il discorso sulla memoria, per me diventa allora quello di riportarla al presente, di mettere in relazione noi stessi con il passato, con le origini.

PM: Hai parlato del rapporto con il tempo. In effetti, nel titolo dei tuoi primi film il sentimento del tempo predomina: Un’ora sola ti vorrei e Per sempre

AM: È vero, c’è questo elemento in comune, anche se magari non ne ero consapevole mentre lavoravo: a volte si percepisce qualcosa a cose fatte. Nel primo c’è un tempo della memoria personale, nel secondo il rapporto è con il tempo interiore.

PM: Parlando di Vogliamo anche le rose, il film si ferma alla fine degli anni ’70: c’è un motivo?

AM: Be’, avremmo potuto lavorarci per altri tre anni… Inizialmente avevamo pensato di inserire una parte di presente; non certo di fare la trafila anni ‘80, ’90, ma di compiere un salto in avanti. Che poi c’è, in realtà, sono le immagini finali della Casa delle Donne di Roma, ora disabitata. Però era già troppo, il materiale. Man mano che cercavo i materiali, facevo associazioni e costruivo il racconto.

Una delle immagini utilizzate dalla regista Alina Mazzari per il suo film Vogliamo anche le rose

Sentivo che portare cose del presente avrebbe significato una messa in scena che non mi sembrava adeguata, e soprattutto sentivo che tutto quello che veniva detto “risuonava” così al presente, che non era necessario dire: “guardate che queste cose ci riguardano anche oggi, etc…”. Se si ascoltano i diari, ma anche tutte le voci, al di là del linguaggio, che magari è datato, quello che le persone dicono è oggi, continua ad essere oggi, riguarda le dinamiche di relazione, la sessualità, questioni che non si risolvono una volta per tutte. Mi sembrava ridondante fare un appunto sul presente.

PM: Come mai la scelta di avvalerti di diari contenuti nell’archivio di Pieve Santo Stefano?

AM: Lo conoscevo già dal tempo di Un’ora sola ti vorrei: avevo avuto modo di sapere che c’erano un sacco di cose interessanti. Li ho contattati da subito, ho letto una ventina di diari, dietro loro indicazione, perché conoscono molto bene i loro testi e hanno un catalogo fatto benissimo. Ho cercato anche altrove, ma questi erano i più interessanti.

PM: Ad un certo punto del film, una ragazza dice: “vediamo che non ci sono modelli”. In una intervista hai detto che la questione dei modelli è un po’ il filo conduttore dei tuoi tre film. Allora, il fatto che non ci fossero modelli alimentò la ricerca, la ribellione, la rivoluzione, mentre oggi sembra portare alla chiusura dell’identità. Che ne pensi?

AM: C’era la contestazione dei modelli che arrivavano dalla famiglia, codificati dalla società. Emerge molto bene dal primo diario — in cui la protagonista reagisce negativamente anche ai modelli che irrompono con il ’68, perché non riesce ad aderire neppure al modello alternativo, militante — e dall’ultimo, in cui Valentina si trova a disagio perché vorrebbe avere trovare dei modelli, anche un po’ idealizzati, di donne emancipate, appagate, ma non li trova.
Il discorso dei modelli è un po’ ambivalente: una cosa è certa, la rottura con i modelli dati è stato un momento molto stimolante. Oggi i modelli sono quelli imposti dai media, dalla televisione, anche visivamente.

La regista Alina Mazzari

PM: Nel film, ad un certo punto, si cita Carla Lonzi ed il suo diario, “Taci anzi parla”…

AM: Per questo lavoro ho fatto delle letture ma in maniera abbastanza sparsa, non ho una formazione teorica precisa. E questo forse mi ha permesso di affrontare quegli anni con più libertà. Ho incrociato i testi di Carla Lonzi, che colpiscono moltissimo. Lei rimane un personaggio inimitabile: il linguaggio forse è un po’ datato, ma il suo pensiero è unico. Citarla mi sembrava giusto.

PM: Tu hai presentato il film in questi mesi, difficili, duri dal punto di vista politico e sociale. Che tipo di reazioni ti è sembrato di vedere?

AM: Hanno partecipato donne di tutte le età, con reazioni diverse: a volte di nostalgia, a volte di amarezza. Tra i giovani c’è molta curiosità: sono interessati alle immagini, alle voci, al linguaggio. Il film ha trovato una eco, anche in mezzo a tutte le ricorrenze, gli anniversari: il trentennale del 1977, i quarant’anni dal 1968… Mi sembra che possa essere un modo di raccontare quegli anni avvicinando ai contenuti. Spesso i ragazzi dicono: ci fate una testa così, su quegli anni, ma non ne sappiamo niente…

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