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Arte

Design meticcio (II)

Uno sguardo a sud

Segue da Design meticcio (I)

In questo tempo di crisi planetaria che investe non solo la dimensione economica delle nostre esistenze ma affonda le sue radici nella sfera politica, sociale ed estetica, ritornano come mai pregnanti alcune riflessioni elaborate dal filosofo francese Jean Luc Nancy.

Immagine articolo Fucine Mute

Disarmati di fronte alla complessità del reale, si procede per tentativi, scossi dal fallimento del capitalismo, considerato dai più come un sistema infallibile. Nel suo saggio Un pensiero finito, Nancy afferma in tutta la sua drammaticità la perdita del senso, lo smarrimento del significato del mondo, delle cose, proponendo come possibile strategia d’azione il riavvicinamento a pietre e strade, passioni e desideri, con la massima apertura, la massima energia, mettendo in movimento dispositivi relazionali alternativi capaci di segnare nuovi modi di produrre senso.

Proiettando lo sguardo a sud del nostro paese è possibile cogliere pratiche che si sviluppano e agiscono in una sorta di stato di crisi permanente. Si tratta di monadi creative e progettuali sfibrate dall’inesistenza di un sistema organizzato per la valorizzazione e lo sviluppo di processi produttivi ad alto contenuto creativo e culturale. Sostanzialmente, si sta parlando di un sud abbandonato a se stesso. E, come canta Leonard Cohen: “Lo sanno tutti / così vanno le cose / il povero resta povero / il ricco si arricchisce / everybody knows”.

Lo sa bene anche Riccardo Dalisi, il Totocchio dell’architettura italiana, come si muovono le cose a sud. Una combinazione di Totò e Pinocchio è una delle sue creazioni più note. Sin dagli anni Sessanta ha avviato un’intensa ricerca artistica e progettuale che si insinua negli interstizi di un sistema economico “debole”, mirando alla costruzione di un universo eticamente proiettato in quella magmatica e complessa realtà che è Napoli, a sfruttarne incongruenze e distorsioni. Proprio nel capoluogo campano, che Anna Maria Ortese definiva l’unica metropoli italiana per complessità e stratificazione storica e culturale, Dalisi ha il suo studio, rifugio e postazione con vista sul golfo dove si dedica alla costruzione di opere e progetti che combinano in maniera articolata e feconda architettura, design, scultura, pittura, arte visiva e artigianato. Una modalità meticcia che intreccia linguaggi e discipline mantenendo come centrale uno sviluppo umano basato su una dimensione dialettica della creatività.

Caffettiera napoletana di Riccardo DalisiNel 1981 ha vinto il Compasso d’oro per la ricerca sulla caffettiera napoletana. Un riconoscimento del grande valore dell’intera opera di Dalisi, frutto della consapevolezza della forte dimensione oggettuale della civiltà napoletana, che riconosce agli oggetti della cultura materiale un potenziale di energie e valori. Proprio la caffettiera napoletana è eletta ad icona mobile del proprio percorso progettuale, con il desiderio “radicale” di rompere il meccanismo industriale su cui spesso si appiattiscono le ricerche del design italiano. A dispetto, dunque, dell’onda lunga del progresso economico che riempie tutti gli spazi dell’abitare, Dalisi cerca nella sua città gli elementi per un design che non abbia solo una funzione industriale ma che sia capace di creare oggetti che corrispondono a una più ampia attitudine umana. Di questa tensione meticcia si arricchisce la recente storia del design proponendo la ricerca dell’architetto napoletano come seminale per la crescita e lo sviluppo di pratiche progettuali e produttive alternative.

Sulla stessa lunghezza d’onda si sintonizzano le ricerche di Antonio Annichiarico, architetto e designer pugliese. Da tempo ha abbandonato il versante legato alla progettazione industriale, che lo ha visto collaborare con importanti realtà produttive del panorama nazionale, per dedicarsi ad una ricerca eticamente orientata ai problemi del suo territorio. Residente a Grottaglie, in provincia di Taranto, territorio mortificato e violentato dalla presenza di discariche di rifiuti tossici e da impianti industriali altamente inquinanti, per finanziare il presidio e la battaglia politica avviata nel 2005 contro l’apertura dell’ennesima discarica, Antonio Annichiarico ha creato il marchio Rifiuto Speciale avviando l’autoproduzione di collezioni di abbigliamento e oggetti per la casa. La sua ultima collezione di lampade Uccelli di luce è stata presentata presso lo spazio Krizia accanto alle creazioni del maestro della luce Ingo Maurer, durante lo scorso Salone del Mobile di Milano. Materiali poveri a basso contenuto tecnologico, sapientemente assemblati, creano affascinanti figure di volatili che si liberano nello spazio in maniera scenografica.

L’esperienza come scenografo per il Teatro Valdoca e per il film di Roberto Benigni Il piccolo diavolo, hanno contribuito alla creazione di questi oggetti di grande valore non solo estetico. Vita nella valle è il titolo dell’installazione realizzata da Annichiarico per presentare l’ultima collezione di moda disegnata per Rifiuto Speciale. Riprendendo nel titolo e nell’impianto teorico lo scritto di un lavoratore precario, la collezione vuole accendere i riflettori nel mondo del fashion sul tema della precarietà rimesso in movimento attraverso il rapporto con la figura dell’angelo, figura archetipa di bellezza che nasconde, però, delle insidie. Gli angeli per Annichiarico sono gli operai/lavoratori, morti che non invocano un aiuto quanto piuttosto testimoniano la lacerazione costante tra l’afflato al cielo e la comprensione della tremenda e incolmabile distanza che ci separa da loro. Un’operazione che utilizza gli strumenti della moda per segnalare gravi problematiche legate al proprio territorio e al tremendo spirito del nostro tempo.

Borse-Made in carcere

Sempre nell’ambito del fashion design dal volto umano, si segnala l’esperienza di Madeincarcere. Un progetto nato all’interno della Casa Circondariale di Lecce grazie all’impegno di Officina creativa, una cooperativa sociale tutta al femminile che sta sviluppando una serie di iniziative di promozione etica del lavoro in carcere. Scommettendo sul design ed il recupero dei materiali, le detenute hanno avviato un processo di affermazione sociale che le vede protagoniste nella realizzazione di manufatti confezionati interamente all’interno del carcere. Utilizzando gli scarti di lavorazione dei vari laboratori sartoriali del territorio pugliese, le detenute disegnano accessori moda presentati con packaging innovativi. Una prima occasione di visibilità è stata la Biennale dei giovani artisti del Mediterraneo, tenutasi a Bari nel giugno scorso. Nel dicembre scorso la cooperativa ha fatto aprire le porte del carcere per presentare la nuova collezione. Le undici “Marie”, così si sono definite ironicamente le socie della cooperativa che stanno lavorando per investire di un nuovo senso la loro vita tra le sbarre. Il concetto di progettualità che emerge da quest’esperienza rimanda a un’idea aperta di rieducazione, improntata a disegnare prospettive innovative di soddisfazione dei bisogni delle detenute, ancorati a una coscienza etica ed estetica del lavoro. Principi costitutivi di una fertilità creativa di alto livello, capace di incontrare il gusto di mercati di nicchia attenti a valorizzare la produzione di differenze a fronte di standardizzazioni produttive svuotate di ogni valore etico. Così borsette, braccialetti, porta anelli, porta telefonino e altri accessori utili alla vita quotidiana divengono amplificatori mobili di valori che abbattono i confini tra interno ed esterno del carcere, impiegando creatività ed etica come forze reagenti per un design dal volto etico.

Fashion designer con felici incursioni nell’ambito del product design è Antonio Piccirilli. Dopo un’intensa collaborazione con lo stilista sardo Antonio Marras, da cui ha sicuramente assorbito la sensibilità alla valorizzazione delle stratificazioni culturali del territorio, Piccirilli si sta dedicando a ricerche nell’ambito della progettazione illuminotecnica con aziende come Viabizzuno. Si ispira alle idee sulla decrescita di Serge Latouche la sua collezione di lampade le 8 R di Latouche. Recuperando a nuova vita un migliaio di comuni lampadine fulminate, il designer barese le ha svuotate del loro senso di inutilità riempiendole di nuovi valori attraverso l’accensione di uno stoppino immerso in olio per lampade. Una provocazione che invita a considerare come sia possibile far rivivere gli scarti di non senso delle nostre azioni, strappandoli alla dissoluzione ambientale cui sono destinati. Si presentano come concrezioni scultoree di lampadine le 8 lampade create da Piccirilli per questa collezione che sta incontrando un ottimo riscontro di critica e pubblico. Un’operazione funzionalmente provocatoria che rende la luce del fuoco una grande metafora della vita e del design, un racconto del nostro tempo che balugina di senso tra precarietà formale e tensioni ideologiche mai sopite.

Recupero dei materiali Madeincarcere della Casa Cicondariale di Lecce grazie ad Officina creativa

Sempre sulla luce si concentrano anche le ricerche di Maurizio Buttazzo per Kdesign, struttura produttiva e progettuale nata in seno allo spazio multiculturale Manifatture knos di Lecce. Una collezione di coloratissime lampade al neon composte da raffinati assemblaggi di tappi di varie dimensioni e formati, come totem luminosi dal sapore pop. Queste lampade realizzate da Kdesign invitano a non disperdere nell’ambiente componenti apparentemente inutili che possono trasformarsi in oggetti per arredare e illuminare le nostre abitazioni. Nascono da un progetto di Maurizio Buttazzo, designer non convenzionale che opera alla ricerca di nuovi sistemi di produzione per l’introduzione del riciclo come pratica progettuale e produttiva nell’ambito delle imprese del territorio salentino. A dispetto della tecnologia che sembrerebbe riempire tutti gli spazi della nostra vita, Buttazzo e K-design prediligono pratiche creative che trovano un riferimento forte nella manualità e nel riportare a nuova vita rifiuti e scarti della nostra distratta quotidianità. Un insieme, quindi, di pratiche meticcie che aiutano a cogliere sentieri dal volto umano su cui costruire un design più etico.

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