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Cinema

Focaccia Blues

Set del film Disastro a Holliwood per la regia di Barry Levinson«Abbiamo già tutto quello che ci serve per vivere meglio». Queste parole, pronunciate da Michele Placido nei panni di un proiezionista cinematografico, ben riassumono il mood di Focaccia blues, docufiction firmata dal regista barese Nico Cirasola e nelle sale, in dieci copie, dallo scorso 17 aprile. E sono, allo stesso tempo, un chiaro messaggio alle catene di fast food. La focaccia barese non le manda a dire a nessuno, tanto meno alla produttrice di hamburger & Co. più grande del mondo, McDonald’s, costretta a chiudere battenti dalla concorrenza “leale” di un panificio tradizionale. ‘La focaccia che mangia il McDonald’s’, recita appunto il cartellone pubblicitario.

E la storia, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è d’invenzione: l’episodio è accaduto davvero nel 2002 ad Altamura, in provincia di Bari. Dopo aver fatto il giro del mondo sui giornali, è diventata ora una docufiction grazie alla caparbietà di un regista originale e di un produttore sognatore, Alessandro Contessa. Una chicca per intenditori, distribuita da Bunker lab in appena dieci copie.

Siamo in piazza Zanardelli dove — preannunciato dall’installazione di insegne luminose e da un totem di 18 metri — apre un McDonald’s di 550 metri quadri. Nello stesso periodo, nella stessa piazza, apre in sordina la piccola panetteria Di Gesù. Accade l’inimmaginabile: «Al McDonald’s c’è l’aria condizionata — dicono gli anziani per nulla imbarazzati da una telecamera che indaga sulle loro abitudini quotidiane — e va bene per sedersi e leggere il giornale. Ma per mangiare, usciamo dal McDonald’s e andiamo a prendere un buon pezzo di focaccia». Infatti, dopo pochi mesi, il fast-food è costretto a chiudere, battuto da una manciata di farina mescolata con acqua, lievito e pomodori, che costa poco e rende tutti uguali.

In altre parole, la storia di Davide e Golia in chiave culinaria, scritta dal regista insieme con la sceneggiatrice Alessia Lepore, su soggetto del produttore Alessandro Contessa e con la collaborazione del giornalista Onofrio Pepe. Il regista, Nico Cirasola, ha da parte sua chiamato a raccolta attori professionisti, come Dante Marmone e Tiziana Schiavarelli (La CapaGira), accanto a perfetti sconosciuti e semplici cittadini.

Focaccia Blues

Tra gli ospiti d’onore, che con entusiasmo hanno prestato il loro volto e la loro popolarità all’operazione, ci sono il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, che interpreta il gestore di una semideserta sala di cinema d’essai, e altri pugliesi illustri come Renzo Arbore e Lino Banfi — conduttori di un improbabile programma di cucina — oltre, appunto, a Michele Placido.

Impossibile non associare questo film, tra l’altro sostenuto da Slow food, a “Super size me”, il documentario del 2004 diretto e interpretato da Morgan Spurlock che, per trenta giorni, mangiò solo da McDonald e si ritrovò con undici chili in più e un fegato da buttare. Anche in quel caso il fast food ne esce con le ossa rotte, ma nemmeno i pareri allarmati dei medici interpellati in quel caso avevano provocato la chiusura anche solo di un McDonald’s. In questo caso, il finale è diverso.

La storia — ed è questa la vera forza del film — si svolge su più livelli: alla “guerra” tra panificio e McDonald fa da contrappunto la storia d’amore di Rosa, contesa tra Dante, fruttivendolo amante della qualità, e Manuel (Luca Cirasola), antieroe western moderno. Amata in silenzio dal primo, Rosa in un primo momento sembra scegliere il fascino debordante ed esotico del secondo. Rivelatrice è però la scena oltremodo erotica in cui lei prepara la focaccia fatta in casa per lui. Quando, arrivato il momento di addentarla, Manuel comincia a tirar via i pomodori con ribrezzo, per Rosa è l’illuminazione.

Focaccia Blues

Nella lotta tra la motoape scassata di Dante e la ruggente Corvet gialla del forestiero, non c’è storia. E Rosa scappa tra i campi a bordo della prima, con il genuino fruttivendolo Dante. A mettere il colore nella docufiction, se ancora ce ne fosse bisogno, c’è anche la disputa tra Renzo Arbore, foggiano, e Lino Banfi, barese, nei panni dei conduttori di uno show di telecucina impegnati a stabilire, tra esilaranti litigi, se sia più buono il fungo cardoncello o il lampascione.

E poi c’è il metacinema, il cinema che riflette su se stesso, con Placido che interpreta un proiezionista e Nichi Vendola nei panni dell’esercente di un cinema solitario che programma solo film di qualità. «Ho avuto la fortuna — ha detto il presidente della regione Puglia commentando il suo debutto davanti alla macchina da presa — di vivere in una famiglia in cui, quando si era a tavola, si spegneva la tv per parlare. Il fast-food ora sta cambiando la funzione del cibo, mortificandone la dimensione di socialità. Io non sono contro la globalizzazione di per sé, ma sono contro la cattiva globalizzazione che uccide i mercati particolari e fa scomparire le diversità locali».

Al centro della narrazione, da qualunque angolazione la si guardi, c’è la qualità o, se vogliamo, l’eterna contesa tra forma e sostanza. Una sfida per il produttore Alessandro Contessa, che del film ha parlato all’anteprima durante il Festival del cinema europeo di Lecce. «Fare un film sul concetto di qualità — ha detto — ci ha costretto a curare tutti i particolari nel miglior modo possibile per essere inattaccabili. Speriamo che il risultato piaccia».

Se l’operazione è riuscita, sarà il pubblico a deciderlo. Del resto, come ha sottolineato il regista, Nico Cirasola — che in Focaccia blues fa un’hitchcockiana comparsa nei panni del cliente del barbiere — il cartellone pubblicitario parla chiaro: ci sono due strade percorribili. Ognuno scelga la propria, secondo i gusti personali e secondo coscienza.

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