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Scrittura

Melancholia

Copertina di Melancholia
Titolo: Melancholia
Autore: Jon Fosse
Anno di pubblicazione: 2009
Traduzione: C. Falcinella
Traduzione: Marco Pensatore
Editore: Fandango Libri
Collana: Mine vaganti
Pagine: 395
Prezzo: 20,00 Euro
ISBN:8860441323

Le vesti. No, non vedo nulla. E le vesti mi arrivano fino al volto, contro la bocca, le vesti mi muovono le labbra. Adesso devo andare, dici. E queste vesti cercano di infilarsi dentro la mia bocca, mi avvicino la mano alla bocca per tirare fuori la veste, perché ovvio che la devo tirare fuori! Non posso lasciare che mi soffochi! La devo tirare fuori dalla bocca, devo assolutamente! Allora avvicino la mano alla bocca, la infilo dentro, ma le vesti sono sparite, cerco di afferrarle ma scompaiono. Le vesti mi prendono.
Jon Fosse

L’inquietudine di vivere, due pezzi di vita — il primo ambientato a Düsseldorf e il secondo nel manicomio di Gaustad — vissuta sull’orlo della follia e della depressione: questo il racconto che Jon Fosse ci propone con il suo surreale e incantevole Melancholia; il protagonista, il pittore paesaggista Lars Hertervig, è la voce narrante. I pensieri che si susseguono ossessivamente, la totale assenza del discorso diretto e, in alcuni casi, l’uso della terza persona per descrivere le proprie azioni marcano incisivamente lo squilibrio mentale che l’artista vive, reso molto fedelmente da Fosse attraverso un viaggio dall’interno di un delirante turbamento.

Jon Fosse

Il libro, già dalle prime pagine, dimostra di non voler essere una biografia dell’artista e tenta, invece, di raccontare in soggettiva il disturbo psichico vissuto da Hertervig partendo dall’analisi dei suoi quadri, in particolare quello del 1867 intitolato Fra Borgoya (Dall’isola di Borg). L’autore assembla con abilità mito (la cacciata dalla famiglia presso la quale abitava a Düsseldorf, dopo essersi innamorato della loro giovanissima figlia), pochissimi fatti storici (come la sua fuga da Gaustad) e invenzione letteraria (lo scrittore Vidme, fortemente autobiografico, e la sorella Oline).

Fosse cerca di esprimere il lato oscuro annidato tra le pieghe dei dipinti, dando libero sfogo a pensieri e immagini, mediante un processo di inazione, quasi di immutabilità del racconto, realizzato essenzialmente grazie a una moltitudine di parole che ripetono con insistenza gli stessi concetti, ma che non portano da nessuna parte. I fatti narrati potrebbero essere riassunti in una manciata di pagine! Non c’è movimento: le parole fluiscono abbondanti, eppure creano uno stato di perfetto immobilismo, comunicano una sorta di trip mentale: il protagonista lascia semplicemente che le cose gli scorrano addosso, senza volontà alcuna di alterare gli eventi, come se tutto fosse già scritto.

Gli avvenimenti salienti, si diceva, sono ridotti ai minimi termini. I tempi stessi dell’azione si svolgono in ristrettissimi periodi temporali: poche ore di quattro diversi giorni, quasi quattro racconti a sé stanti.
Il primo ha per oggetto l’ultima giornata vissuta dal giovanissimo pittore Lars Hertervig nella casa dei Winckelmann, presso i quali alloggiava a Düsseldorf, prima che lo cacciassero per aver intrattenuto una relazione amorosa con la loro figlia, e racconta le ossessioni del protagonista circa il confronto con gli altri pittori che con lui frequentano l’Accademia d’Arte e che sono soliti trascorrere le serate in città al Malkasten, il ritrovo degli artisti. In questa lunga prima parte del libro si delinea una personalità fragile, sull’orlo della pazzia: se da una parte risulta sicuro di sé, certo di saper dipingere meglio di chiunque altro suo compagno di corso, dall’altra Hertervig teme il giudizio altrui, in particolar modo quello del suo maestro Hans Gude.

Il secondo racconto, ambientato il giorno della vigilia di Natale del 1856 nel manicomio di Gaustad, nei pressi di Christiania (l’attuale Oslo), prende invece in esame le ultime ore di permanenza nella struttura prima della fuga e narra della sua malattia. Leggendo appare evidente come il suo stato psichico fosse peggiorato nel tempo e i suoi pensieri fossero divenuti sempre più ossessivi, facendo crescere i suoi impulsi omicidi.

Nel terzo breve racconto, il protagonista è lo scrittore Vidme, alter ego di Fosse. In una Oslo triste e piovosa, questi vaga alla ricerca dell’ispirazione che lo porterà a scrivere un romanzo sulla figura di Lars, del quale — da profondo ammiratore, conoscitore e lontano parente — sente di poter cogliere a fondo l’inquietudine dell’essere.

Personaggio principale dell’ultimo racconto, invece, è l’immaginaria sorella del pittore, Oline che, ormai vecchia e sola, vive essenzialmente dei ricordi della sua famiglia.
Il ritmo della narrazione continua però a riprodurre fedelmente l’ossessione che vive Hertervig: le ripetizioni continue di concetti e parole, le pause e le ellissi: tutto è teso a rendere la paranoia la vera protagonista di questo racconto.
La scrittura, a dispetto di presunti differenti punti di vista, rimane stilisticamente uniforme. Capace di rapire il lettore per la sua semplicità di costruzione, lo lascia quasi senza fiato per la tenace insistenza con cui s’impone la visione di un mondo malato, che solo a tratti fa riemergere l’oggettivo reale.

È vero, proprio per questo suo stile, all’inizio il romanzo può sembrare noioso e privo di charme, ma addentrandosi nei labirinti mentali delle sue pagine, ci si appassiona. Si scopre un universo di paure e dubbi, dove anche i gesti quotidiani più insignificanti sono trasformati dal giovane Lars in ostacoli quasi insormontabili. Parlare con un conoscente, ascoltare il giudizio degli altri sul suo lavoro, bere una birra in compagnia — cose apparentemente banali — si trasformano in un inferno personale, una tela inestricabile da cui non è possibile uscire, e affondano l’essere umano in una voragine che lo sospinge sempre più verso l’abisso.

L’attaccamento morboso di Lars per quello che definisce il suo grande amore, Helene, giovane quindicenne, è intervallato da considerazioni sulla pittura e sugli altri artisti che con lui studiano all’accademia di Düsseldorf. In entrambi i casi si alternano pensieri positivi, di gioia e speranza (nel descrivere l’incontro con la donna amata dice: “[…] E poi fu come se la luce dagli occhi di lei lo avvolgesse come calore, no, non come calore! Ma come una luce intorno a lui! E in quella luce è divenuto altro da sé, non era più Lars da Hattarvagen, è divenuto un altro, tutta la sua inquietudine, tutte le sue paure, tutto ciò che gli mancava e che era sempre in lui come un’inquietudine, tutto ciò a cui anelava, è stato come colmato dalla luce degli occhi di lei […] ”) ad attimi di delirio e follia omicida (“tutte le donne sono puttane ” e “bisogna ucciderli tutti ”, quest’ultima frase riferita ai pittori che non sanno dipingere), concentrati soprattutto nella seconda parte del racconto.

Jon Fosse

In particolare, nelle considerazioni circa la propria situazione amorosa, il protagonista si dibatte tra realtà e immaginazione. Lei lo ama oppure no? È vero che preferisce il suo grasso zio a lui? È stato suo zio oppure lei stesso ad averlo voluto cacciare di casa? E ancora, è vero o no che suo zio la tocca? E a lei questo piace? Sono questi alcuni dei dubbi ricorrenti che attanagliano la sua testa e fanno vacillare sempre più la sua già precaria stabilità mentale.

Le sue ossessioni vengono ancor più amplificate durante la permanenza al manicomio di Gaustad: qui, privato anche della possibilità di dipingere e lungi dall’essere sulla via della guarigione, le visioni si fanno sempre più frequenti. In un ultimo spiraglio di lucidità capisce che la sua unica possibilità di sopravvivenza è la fuga.
Anche se inizialmente, come già detto, il romanzo (che all’estero, in particolare in Francia, è un cult già da parecchi anni) può apparire appesantito nel linguaggio utilizzato per descrivere lo stato psichico del protagonista, i lettori si ritroveranno ben presto “dentro” al mondo costruito con maestria da Fosse, un mondo surreale e malato, popolato da un susseguirsi di paranoiche visioni ed elucubrazioni che lasciano attoniti. Il consiglio è proprio quello di tuffarsi senza sosta nella lettura per apprezzare appieno la fantastica architettura narrativa costruita dell’autore norvegese.

Jon Fosse


Massimo autore contemporaneo norvegese, Jon Fosse, nato nel 1959 a Tysvaer (nei pressi di Bergen) è conosciuto internazionalmente per la sua opera teatrale, ma ha scritto anche una quindicina tra racconti, romanzi, saggi e libri per bambini (in Italia pressoché sconosciuti). Tra le sue opere più conosciute Et jamais nous ne séparerons (1994), Le Nom (1995), Quelqu’un va venir (1996), L’enfant (1997), Un jour en été (1998). Nel 1996 riceve il Premio Ibsen.


Lars Hertervig


Lars Hertervig (Hattarvagen, 16 febbraio 1830 – 6 gennaio 1902) è stato uno dei massimi pittori norvegesi; la sua opera, al limite tra realtà ed immaginazione, è costituita principalmente da rappresentazioni del tradizionale paesaggio costiero nordico. Di origini quacchere, ha studiato pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Dusseldorf dal 1852, come allievo di Hans Gude, e fino al 1856, anno in cui, in seguito alle sue peggiorate condizioni mentali, è stato ricoverato presso il manicomio di Gaustad. Ha passato gli ultimi trent’anni della sua vita tra immense difficoltà finanziarie, tanto che non era nemmeno più in grado di poter dipingere con colori ad olio (le opere di questo periodo sono costituite perlopiù da acquerelli su carta). Il successo sarà sancito soltanto dodici anni dopo la sua morte, in occasione della Mostra del Giubileo inaugurata a Christiania nel 1914.

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