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Arte

LIV Biennale

Luminarie a Venezia

La Signora Biennale Arte ha 54 edizioni e porta con eleganza i suoi anni, dei suoi antesignani splendori sono rimasti i lineamenti e lo sguardo vivido, ma non si possono non notare le rughe e le macchie del tempo.

Biennale Arte 2011

Nella città più misteriosa ed incantevole che esista al mondo, la Signora Biennale ha riservato a suo nome un intero Arsenale e un ampio giardino per le sue promenades en plein air, invita migliaia di ospiti al giorno, si fa curare dai migliori specialisti, conosce genti da tutte le parti della Terra e mette a loro disposizione spaziose dependance. È nota per gli eccessi e per le lunghe file di curiosi che aspettano illuminazioni sullo stato di grazia dell’arte. Illuminazioni, per l’appunto, che è anche il titolo scelto per la stagione 2011, sostantivo femminile che secondo la definizione del Devoto-Oli è “l’ottenimento di una visibilità o di una chiarezza più o meno intensa od efficace // concr. Il complesso dei mezzi con cui si ottiene la diffusione o la distribuzione della luce / Apparato di luci in occasione di feste, luminaria. 2. fig. Straordinaria rivelazione che si manifesta all’improvviso nella mente”. Ma per non rischiare di ispirarsi con troppo zelo al significato figurato del termine, con astuzia tutta femminile, illuminazioni diventa ILLUMInazioni, ossia quello che in termine tecnico si chiamano “giustapposti”: due elementi costitutivi che diventano una parola sola.

Vincere sul tempo

“La dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi,Venezia la vende ai turisti”, cantava Guccini molto tempo prima che la vecchiaia intorpidisse la signora Biennale, ma per evitare che cada l’occhio sulla perdita di tonicità di una referenza, la Biennale ha chiamato al suo cenacolo per lo più artisti che hanno meno di trentacinque anni e si è sistemata seguendo le direttive di una svizzera con un bel numero di credenziali, Bice Curiger, direttrice della Kunsthaus di Zurigo, scesa in laguna con un partner ufficiale (Swatch) che ha i suoi stessi natali e rappresenta bene gli stereotipi elvetici: viene sempre da pensare al complotto dell’appalto-sponsor ma non è il caso di essere sempre italiani cospiratori. Al di là dei ritorni economici, nel contesto, quegli orologi hanno un plasticato retrogusto di modernariato. Il tema-tempo ha contagiato anche la giuria per l’assegnazione del Leone d’oro al miglior artista, vince infatti l’americano Marclay con la sua video installazione The Clock, un collage di ventiquattro ore creato assemblando estratti di film nei quali si vede lo scorrere delle ore. Il tempo, unica comodità che non si può comprare, risulta inquietante anche in frammenti, la cognizione di essere attanagliati da un’inesorabile convenzione. In un’intervista che lo ritrae con la statuetta massiccia tra le mani, l’artista dice di sperare che lo spettatore si immedesimi e venga coinvolto dall’opera realizzando così di dare tempo all’arte, peccato che nessuno possa materialmente vederla per intero.

L’arte non è cosa nostra

150 anni di unificazione, 150 anni di mafia, L’arte non è cosa nostra è il titolo del progetto coordinato da Sgarbi. V per Vittorio ha delegato la scelta degli artisti agli intellettuali nostrani, il risultato è un mercato rionale a chilometri zero con poche primizie e un’organizzazione da bazar del tricolore: un po’ di tutto, un po’ a caso, un’immagine linearmente parlamentare: i mercanti e le loro orecchie, gli accattoni chini a rovistare tra i cassoni delle offerte.

l Museo della Mafia

Notevole invece è Il museo della mafia di Salemi, che espone il suo tunnel di prime pagine insanguinate dalla malavita partendo dai briganti fino alle stragi, una galleria claustrofobica che termina con una stanza buia in cui alcuni uomini in decomposizione sono bloccati in una smorfia di insopportabile dolore, talmente fedeli nella macabra riproduzione che pareva di avvertirne l’effluvio. Se come si dice l’Italia è la penisola intorno al Vaticano, non mancano le stoccate alla Chiesa: l’Italia di cera rossa (manca la Sardegna) di Gaetano Pesce fa da altare al tempio di fedeli alle sacre scritture della Costituzione. Dopo tutto il bordello provocato dal nostro irascibile Sgarbi, ho trovato “la straordinaria rivelazione” in una via secondaria della fiera, la sagace ilarità della Metro di Alessandro Galli, occupata da passeggeri umanoidi con teste di animali.

I senza-(d)io

Se l’arte ci spinge a cercare l’orgasmica e improbabile sindrome di Stendhal, il padiglione tedesco dà un piacevole deliquio:  A Church of Fear vs. the Alien Within di Christoph Schlingensief, meritato Leone d’oro per la miglior partecipazione nazionale, suggerisce un crudele misticismo spogliato di ogni superstizione. L’allestimento sacro dalle luci soffuse accentra sugli schermi scene di sacrifici, amore purissimo e scherno violento, una via crucis fotografica con anonimi ad ogni tappa e la centralità assurda di un coniglio come oggetto di contemplazione: invece della fede oppiacea ai misteri gloriosi, un crudo susseguirsi di immagini su ingiustizie e scherzi della natura trasmessi dall’abside centrale dell’ara pacis mai costruito.

Superando i cancelli ho intercettato la conversazione di un’avvenente giovane che diceva ad un attempato accompagnatore: “Ti sbagli, il male della nostra generazione non è la mendace ideologia, ma il vuoto”. L’avrei anticipata dicendo il caos, piuttosto, il disordine primordiale a cui siamo involuti. L’arte, forse, ha smarrito la sua legittimazione, ogni esposizione è un mercato promozionale, si sa, ma è decisamente difficile essere colpiti dall’illuminazione. Le tubature in cantiere esposte dal padiglione Israele, per esempio, sono un’opera che ho fatto fatica a decifrare: oltre ad essere il contrario del bello, per me non aveva alcun senso. Leggo nel catalogo che si tratta di “una grande installazione poetica di Sigalit Landau in cui acqua, sale e terreno sono le metafore per sollevare questioni esistenziali, sociali e politiche riguardanti l’interdipendenza tra esseri umani, la profanazione dell’equilibrio ecologico e la distribuzione di risorse e ricchezza tra nazioni”. Questa mi è sembrata la più falsa delle contraddizioni, la nazione diretta responsabile della depauperazione del suo vicino al di là del muro si interroga sull’ineguaglianza, mi piacerebbe vedere cosa avrebbe esposto la Palestina, se ci fosse qualche rappresentante. Il problema degli artisti contemporanei, forse, è la loro paura di contaminazione, mentre si sterilizzano ad hoc su spinose questioni trascurabili, dovrebbero sporcarsi le mani nella ricerca estetica puramente intesa come rielaborazione dei rivolgimenti in quanto accadimenti reali da tradurre in simulacro. Invece molti padiglioni sono distanti anni luce dall’engagement, imbevuti di individualismo senza spessore, spesso reiterazioni alienanti di ciò che non si vuole più sentire, come se avessimo potuto scegliere un futuro ramingo, invece di adattarci ad esso perché privati di ogni altra scelta. E l’arte dovrebbe essere protesta urlata di queste contraddizioni, mentre la Signora Biennale sembra aver raggruppato le sue collezione di souvenir dal mondo, e a rapire lo sguardo sono spesso le retrovie che baluginano di lumini, più che di luminarie.

Gli ospiti insostituibili

Stati Uniti, Jennifer Allora & Guillermo CalzadillaNaturalmente non è tutto da inscatolare, accantonerei personalmente molta video-art e promuoverei le performance, come il corridore su tapis-roulant installato su un carro armato del padiglione USA per mano di Allora e Calzadilla, il cigolio incessante di un popolo di guerrafondai che dà energia ad un attrezzo per integralisti della forma. Questa è l’antitesi che avrei voluto vedere più sovente, la diretta autocritica sulla base delle proprie peculiarità nazionali, come la galleria fotografica del Sudafrica di Goldblatt, che ritrae degli ex detenuti che tornano sul luogo del delitto, inutile aggiungere che l’Apartheid sembra ancora un dato di fatto.
Bellissima la sensazione sensoriale di Chance, del francese Boltanski, fotogrammi di neonati che percorrono a gran velocità l’impalcatura d’acciaio, e, nella stanza accanto, visi di bambini e adulti deceduti e ritagliati in tre parti che, mischiate da un computer fermato alla cieca dal visitatore, possono formare nuove fisionomie. Il divenire casuale oltre l’arresto definitivo della morte, tema centrale dell’artista.
La caducità dell’esistenza è il pane della sensibilità artistica, così sono persino i nostri rifiuti a diventare denuncia, nel padiglione svizzero l’artista Hirschhorn ha allestito il suo Crystal of Resistance incollando cocci, cottonfioc, lattine usate e vecchi cellulari, così da sottolineare come il consumismo produca per lo più materiale di scarto, che non aiuta il nostro smarrimento da saturazione dei desideri. Mentre ho trovato ridicola la decontestualizzazione dei cestini dell’immondizia provenienti dalle strade del mondo portati da Klara Lidén, sono molto poetiche le foto dei tombini world wide nel padiglione indiano e l’azzardo della Serbia con Light and darkness of Symbols, la sconvolgente trovata di usare simboli intoccabili, come la svastica, in modo del tutto diverso dal comune per alterarne l’interpretazione diffusa.

Imperdibili

C’è una ragione per cui la Signora Biennale ha l’articolo determinativo e non serve specificare che da giugno a novembre sia Venezia a mettere in mostra le migliori conoscenze. Oltreoceano: il padiglione Venezuela, Espacios, pensato appositamente per l’occasione: una stanza allestita su tre facciate, con icone adattate alla moda contemporanea: Ratzinger con in braccio Joker, la Medusa del Caravaggio stile hip hop, Obama nudo e narciso; nella camera di fronte una spirale bianca di carta che potrebbe continuare a volteggiare all’infinito.

Il padiglione del Venezuela alla Biennale

Verso Est: l’India di Dayanita Singh e i suoi archivi di burocrazia; il collettivo cinese Birdhead; il Song Dong’s Para-Pavillion con i suoi labirinti di guardaroba. Sicuramente i piccioni di Cattelan, impagliati quindici anni fa e ri-esposti oggi, proprio quando l’artista ha dichiarato che d’ora in avanti si limiterà a fare il curatore. Eloquente la riproduzione in cera del ratto delle Sabine che si scioglierà poco a poco, come è lo stile delle sculture pensate dallo svizzero Urs Fischer. Il padiglione ungherese: l’auto costosa incidentata immersa nella luce rossa da allevamento di pulcini e la collezione di foto che ritraggono nuche. La balena con la pancia piena di oggetti di emergenza, e soprattutto The black arch dell’Arabia Saudita, pensata e creata da due donne, un’opera talmente abbacinante che dà completamente il senso di pienezza e risulta essere, forse, l’unica opera che abbia ricevuto il dono della folgorazione.

Tra le definizioni del vocabolario sopraccitato, quella che più mi sembra indicata per questa esposizione 54 è quella che fa riferimento alla concretezza della macchina Biennale, il complesso di ingranaggi con i quali si ottiene la diffusione e la distribuzione del messaggio, ma manca il lumicino del logos, manca di intensità, coinvogimento, immedesimazione, manca la fotosintesi e arriva direttamente all’inquinamento luminoso, il filone narrativo è troppo debole per permettere la rifrangenza, o meglio la riflessione della luce necessaria per irraggiare il nostro deposito di memoria collettiva, vinta dal buio, comprata dai produttori di paraocchi.

Le foto sono di Valentina Avoledo.

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