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Musica

Opinioni di un fan 3. Essere springsteeniani a ridosso dell’uscita dell’album Wrecking Ball

Springsteen che mi aspetta a ParigiL’ultimo evento che aveva scosso gli animi dei fan di Springsteen era stata la conferenza di Parigi.
Non mi riferisco alla conferenza di pace del 1919, né a quella del 1947. Non c’è pace per i fan di Springsteen.

L’unica conferenza di Parigi rilevante per un amante di Bruce (a meno che, va da sé, non incomba su di lui un’interrogazione di Storia) è quella per la presentazione del disco che si è tenuta nella capitale francese lo scorso 16 febbraio alla presenza della stampa europea.
Inspiegabilmente, la sottoscritta non è stata invitata, presumo a causa di una svista dell’organizzazione, sulla quale non infierirò, immaginando che già Bruce, non vedendomi, abbia fatto fuoco e fiamme. I maligni potrebbero dire che Springsteen ha scelto Parigi con la speranza di piombare a una festa di Cocteau e ascoltare buona musica, ma in realtà è chiaro che lo ha fatto per invitarmi in una città romantica.

Avendo, purtroppo, la malasorte rovinato i suoi piani, non ha potuto far altro che far buon viso a cattivo gioco e presentare il disco alla bell’e meglio.

Pare che, dopo l’evento nella Ville Lumiere, sul web sia stata diffusa una copia pirata dell’album, peraltro di qualità audio eccezionalmente buona. Naturalmente io non sono il tipo da ledere gli interessi del mio beniamino procurandomene una copia, né conosco persone che li lederebbero diffondendola, quindi ho osservato un casto digiuno fino all’uscita del disco nei negozi, alimentandomi, al massimo, delle opinioni degli altri. M-mh, proprio così.

Da più fonti noi fan apprendevamo che si trattava di un disco arrabbiato, pregno di tematiche sociali e attraversato da una vena di disillusione e frustrazione, ma non per questo rassegnato. Giova ricordare, a questo punto, che io l’avevo detto.
I media hanno parlato del disco per lo più positivamente, non mancando di rilevare che, oltre che attraverso il disco, Springsteen ha preso un posizione critica nei confronti del proprio governo anche al di fuori della vita artistica, negando a Barack Obama l’appoggio pubblico che gli diede nella precedente campagna elettorale (e che diede, con esiti meno brillanti, anche a Kerry nel 2008, ma sappiamo tutti che la sconfitta del candidato democratico fu colpa dei R.E.M.), lasciando, quindi, presagire forti ispirazione e coinvolgimento per la nascita di questo lavoro.

Conoscendo la tragica situazione familiare in cui Bruce è relegato, ero, come sempre, sospettosa.
È ormai impossibile da nascondere che il nostro beniamino è succube di una moglie prepotente e pretenziosa, che lo costringe a gravi sacrifici per soddisfare i propri capricci. Se, un tempo, queste potevano essere le maldicenze di fan gelose, oggi, grazie al potere che il web ha nell’informazione, i sospetti vengono confermati da sempre maggiori indizi.
Non molto tempo fa, infatti, Springsteen è stato fotografato accasciato su una poltroncina all’interno di una gioielleria chiusa, dove è facile immaginare che la moglie stesse facendo acquisti, caduto addormentato; di pochi mesi precedente è la foto che immortala la coppia per strada, lei in discutibile total-look nero in pieno giorno con splendida Hermés color nuvole, lui con un giubbotto foderato di agnello su canottiera, da malvivente balcanico dei film tedeschi, e una scarpa rotta.

Le prove della drammatica condizione di Springsteen

La vita accanto a questa donna è, al contempo, la causa delle più grandi gioie e dei peggiori mali del fan.
È a causa sua, infatti, e della sua funesta presenza, che Bruce è tanto prolifico negli ultimi anni: non fa che comporre per incidere nuovi dischi e andarsene finalmente a stare un po’ in pace in tourneé, dove – è vero – lei spesso lo segue, ma dove per evidenti ragioni pratiche allenta la sua morsa. Una produzione frettolosa è, allo stesso tempo, anche di non eccelsa qualità, ed è sempre colpa di questa donna se non abbiamo gridato al “nuovo Darkness” quando sono usciti gli ultimi dischi.
Vi siete mai immaginati Casa Springsteen?
Io sì. C’è lui che legge tranquillo il giornale sul divano; i figli sono a scuola, la moglie è andata a farsi la tinta ai capelli. A un tratto una notizia lo colpisce e lui si lascia andare a riflessioni sul tema. Gli viene in mente una frase, magari un verso. Lo annota mentalmente, lo ripete, lo borbotta, riesce a mettercene vicino un altro. Folgorato dall’ispirazione, imbraccia una chitarra (evidentemente casa Springsteen è disseminata di chitarre, ovunque ti giri: chitarre – le usano anche per infornare la pizza). Non fa in tempo a provare due accordi che entra la moglie, che subito vuol sapere cos’è:

– Amò-oh? ‘ndo stai? Che, stai a sonà? Ah, eccote. Oh, hai visto? Te piacciono i miei capelli? Dice che m’ha fatto un colore nòvo, se chiama “Mango de Mururoa”. Bello, vero?
– Oh, ciao Patti. Sei bellissima. Sono proprio felice che tu sia tornata.
– Ma che te stavi a sonà?
-… niente…
– Che, è ‘na robba nova? Dài, famme sentì.
-M-mh, mah, no, non è niente di nuovo, strimpellavo, così… per passare il tempo.
– ‘un te credo. C’ha la faccia de quello che ‘un ma-‘a racconta ggiusta. So’ vent’anni che viviamo assieme, o-‘o saprò quando stai a scrive ‘na canzone nova, no? Dài, famme sentì. 
– Ok, allora, mi è venuto in mente questo verso… sarà più o meno I been knocking on the door that holds the throne e poi fa I been looking for the map that leads me home
– Ma che, te sei intrippato pure te co’ Zelda? Chi è stato? È stato Evan James che t’ha fatto gioca’?
– Ma no, amore mio, ascolta, è div…
– Aaahhh! ‘o so io chi è stato! È stato quer rintronato de Robbi Uìlliams.
– No, cara, è un equivoco, ascolt… Ma, scusa, poi, che c’entra Robbie Williams? Ti risulta che io conosca i Take That?
– No, ma che stai a di’? Robbi Uìlliams, dài, quello che ha fatto… dài… e ajutime! Dài, coso… er capitano…
– DJ Francesco?
– No…
– Cannavaro?
– Macché
– Findus? 
– Ma che, me stai a piglià ‘n giro?
– Mia cara, ti giuro, non capisco dove tu stia andando a parare.
– Robbi Uìlliams! L’attore! Quello che gioca tutto er giorno co’ la Wii. È stato lui che t’ha mmesso questa fissa de Zelda? Er videoggioco: er trono, ‘aa mappa? È lui? È quello?
– No, amore mio, non c’entrano i videogiochi: ascoltami…
– Sarà… com’è che continua?
– Non saprei, sono all’inizio. Sai, pensavo di scrivere qualcosa sulla direzione in cui sta andando la nostra società, qualcosa che sia allo stesso tempo una presa di coscienza e un inno di riscatto. Che ne dici di I been stumbling on good hearts turned to stone?
– ‘o vedi che stai sempre a penza’ ai videoggiochi? De novo ‘sta Zelda: i cuoricini, le piètre. Sènti, fa’ come te pare, basta che ‘un me distraete Jessica che c’ha da penza’ a le Olimpiadi. Approposito, hai parlato co ‘o Smilzo? T’ha fissato ‘e date a Llondra?
– Certo, mia preziosa, tutte le date in Europa sono fissate da mesi, è tutto a posto.
– E me ce porti a sonà a Vvenèzia?
– Quasi, mio scrigno di gioie, quasi: suoniamo a Trieste, è abbastanza vicino e sembra che sia un bel posto anche quello. Mi sono informato, sai? Ci sono molte cose da vedere: un castello medievale e uno asburgico, una cattedrale del 1300, resti romani… dev’essere una città graziosa, anche se molto piccola.
– Negozi?
– Negozi?
-Ne-go-zi! Amò, su! Che negozi ce stanno? Ce sta ‘na boutique de Armani, ‘n atelier de Valentino?
– Non lo so, non credo, ma può darsi. Posso informarmi.
– Ecco, bravo, dije a Baffetto se me organizza un tour pe’ negozi. Robba fina, me raccomando, robba de classe. Sènti, ma perché ‘un semo andati a sonà a Vvenezia?
– Non c’è lo stadio a Venezia, mia linfa vitale. Anzi, c’è, ma è nella parte sulla terraferma, non nella Venezia che conosci tu.
– I Pink Floyd hanno sonato in laguna. M’o-o ricordo.
– Ma i Pink Floyd hanno suonato su una piattaforma al di là del canale, erano separati dal pubblico come un castello con il fossato. A me piace il contatto diretto con i fan, guardarli in faccia, raccogliere le richieste, far cantare i bambini. Con un allestimento come quello dei Pink Floyd a Venezia non mi sarebbe possibile.
– Stamo sempre a fa’ quello che je piace ar Signor Brussprinsti.
– Vedrai che Trieste ti piacerà, aria dei miei polmoni.
– Esse nun me piace?
– E se non ti piacerà, piastrina del mio plasma, ti porterò a Venezia per farmi perdonare.
– Dar negozio de Gucci che sta sotto l’orologgio?
– Ovunque tu vorrai, aminoacido del mio DNA.

Casa Springsteen

Un’altra volta Bruce è in camera da letto, si sta preparando per un concerto in zona, una amichevole apparizione sul palco di qualche amico. È davanti all’armadio aperto: al bastone sono appese decine di camicie nere tutte uguali; accanto ad esse, altrettanti gilet neri indistinguibili l’uno dall’altro; sul ripiano, mezza dozzina di jeans neri, anch’essi tutti identici. Indugia con le braccia spalancate appoggiate alle ante e mentre cerca di decidere cosa indossare, ecco che un motivo orecchiabile gli attraversa la mente. C’è un coretto che fa “Oooh ooh ò, uooh ooh ò…” e uno strumento a fiato – è un sax? No! È una tromba! Ma tu guarda – che fa “parapappappaaa parararaaa parapappaa paa paa paa, parararaaà”. Poi arrivano anche delle parole “Hard times come, hard times go” e non appena Bruce prova a canticchiare per sentire se funziona se può nascerne qualcosa, ecco che dall’anta accanto esce Patti Scialfa e ricomincia la tiritera di Venezia e dei Pink Floyd.

Oppure Bruce è in bagno che si fa la barba. Nella stanza c’è ancora la lieve umidità della doccia e lo specchio appena appannato riflette un ambiente fermo, solitario e silenzioso. La chiave girata nella serratura indica che la porta è chiusa e la stanza sembra sicura come il grembo materno. Il dolce profumo della schiuma da barba e la luce ammorbidita dal vapore rendono i pensieri liberi di vagare. E sono ricordi: i viaggi, i concerti, i paesi, le città, le persone. Andare via. Ricominciare. Un’altra occasione. “Grab your tickets and your suitcase” – si sorprende a canticchiare davanti allo specchio – “thunder’s rolling down the tracks” – con il rasoio impugnato come un microfono – “you don’t know where you’re going but” – come uno qualunque dei suoi fan “you know you won’t be back” – gioca al cantante mentre si fa la barba – “A me ‘un me piace ‘sta canzone”.
Soprassalto. È uscita dalla tazza del cesso, non c’è altra spiegazione.

– Mia gioia, come…?
– Sènti, so’ diescianni che finimo sèmpre co’Llendovoppendrìmz. ‘un se ne po’ più!
– Ma, vita mia, il pubblico impazzisce. Stevie si diverte un mondo con la parte di mandolino e anche a me piace molto questo brano.
– Sènti, lascia ‘sta er Pirata, sempre a nasconderte dietro er Pirata, me pari un regazzino. Cheppalle! È ora de cambià! Famo quarcosa de più… de più.. deppiù! Famo una robba più vocale, tipo coi cori, ‘na robba lirica, ecco.
– Tipo Empty Sky, mio respiro?
– Tipo, ma pure quarcosa de più.
– Qualcosa come Brillant Disguise, mia oasi nel deserto?
– Eh, come… ma pure quarcosa de più… 
– Non saprei, mia luce nella tenebra, forse tu hai un suggerimento?
Rumble doll.

Immaginando una siffatta situazione familiare, il fan di Springsteen si accosta alle recensioni dell’album dilaniato tra la speranza e il timore, come un giocatore che sfoglia piano le proprie carte, desideroso di trovare quella che lo farà trionfare e al contempo atterrito al pensiero di avere in mano un cartoncino inutile.

Cito da “L’Espresso” del 23 febbraio:

Ho scavato a fondo con questo album. […] Ho cercato di presentare la mia visione di quella che oggi è la vita. Per farlo ho prodotto la musica più innovativa come non registravo da anni.

Bruce, amore mio, allora lo ammetti che gli album precedenti non erano proprio trionfi di ispirazione? Bruce, vita della mia vita, ti rendi conto anche tu che Living in the future era impresentabile? Bruce, accidenti a te, non potevi portare in tour Tracks anziché tormentarci con Surprise, surprise
Non fa niente, ti perdono, guardiamo al domani con fiducia.
Ascoltiamo Wrecking Ball.

Ah. 
Ehm.
E dunque, è questo.

Va beh, non fa niente. Andiamo in tour.

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