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Scrittura

Il diario di Sintra: niente è come sembra!

Diario di SintraIl Diario di Sintra, pubblicato in anteprima mondiale da Barbès nell’edizione italiana, mette il lettore fin da subito davanti ad un oggetto dall’identità sfuggente, in cui davvero “niente è come sembra”.
La copertina stessa è un capolavoro di cifratura: bianca, riporta un bell’autoscatto in bianco e nero di W.H. Auden, Christopher Isherwood e Stephen Spender assieme, abbracciati e sorridenti. In alto campeggiano i tre cognomi degli autori, in rigoroso ordine alfabetico.
Bene, già questo ci proietta impietosamente in una dimensione di mezze verità. Come si evincerà dalle pagine del Diario, i tre non furono mai a Sintra tutti insieme. Inoltre, gli stessi tre non sono gli unici redattori del Diario collettivo (anzi, Auden non ne scrive neanche una riga). Infine, non è certo nella figura di Stephen che si esaurisce la paternità dell’opera ascrivibile al cognome Spender, come invece suggerirebbe la foto: buona parte del testo – quella atta a conferire una prospettiva da insider, più adatta a rendere esplicite e comprensibili le dinamiche interne al gruppo – è affidata ad ampi stralci di diario e carteggi privati del fratello di Stephen, Humphrey, mentre al figlio Matthew dobbiamo l’intera iniziativa editoriale.
Il vero deus ex machina del Diario di Sintra, come si ha modo di apprezzare fin dalla lunga e dettagliata introduzione, è dunque uno Spender, ma Matthew. Questi decide il taglio “da reality” dell’opera, opta per integrare il diario comune con pagine tratte dai diari privati e dagli scambi epistolari dei protagonisti con amici e parenti, e scolpisce un profilo del testo complesso e affascinante (non a caso, è uno scultore).

La scelta di Matthew Spender di curare e pubblicare oggi il Diario è tanto lodevole quanto curiosa, così come interessante si rivela l’idea di affidare all’edizione italiana il compito di apripista della distribuzione editoriale. Senz’altro risulta d’una certa importanza il fatto che Matthew viva e lavori da decenni in Toscana, nel Chianti; tuttavia, come riportano sue interviste recenti, altrettanto influente in merito si connota la sua scarsissima stima nei confronti della libertà dell’editoria britannica, al cui cospetto persino quella italiana versa “in una situazione meno tragica”.
Ciò che Matthew dà alle stampe è il prezioso giornale di bordo dell’esperienza di vita comune intrapresa nel 1935 da due dei più talentuosi scrittori dell’epoca – Stephen Spender e Christopher Isherwood – la cui sensibilità intellettuale riporta con maestria, giorno dopo giorno, i piccoli e grandi drammi quotidiani di due coppie gay migrate in Portogallo, nell’elegante Sintra, sullo sfondo di due eventi storici epocali: la Guerra Civile in Spagna e l’ascesa di Hitler in Germania.
Raccontate col disincanto sarcastico e provocatore di Isherwood o con il registro più piano e classicheggiante di Spender, le vicende di Sintra mescolano inevitabilmente aneddoti, riflessioni, politica e sentimenti.
Ancora una volta, “niente è come sembra”. Oppure, tutto è esattamente come sembra, e non come si racconta che sia.

Auden, Spender, Isherwood.

I giovani e bellissimi Heinz e Tony (splendidi nelle foto inserite a corredo del Diario), rispettivamente compagni di Isherwood e Spender, sono drasticamente liquidati come “le loro marchette” dal comune amico Brian Howard. Tutto il diario comune è permeato dal continuo sforzo dei due autori di promuovere e dimostrare al mondo le qualità umane (ed intellettuali, nel caso di Tony) dei loro accompagnatori. Sforzo vano, dal momento che nella camera caritatis dei carteggi privati sono i primi ad ammetterne l’inconsistenza. In una delle ultime pagine del diario privato, Isherwood osserva come sua madre Kathleen, giunta in visita a Sintra per alcuni giorni, tratti Heinz con fare “carino, grazioso, chiacchierino, assai gentile: come un domestico”. Contrariamente a quanto Christopher professa, quella condizione di subalternità del compagno l’ha impostata proprio lui, ma fa di tutto per non ammetterla. Allo stesso modo Spender chiude spesso ben più d’un occhio per soprassedere alla viscida attitudine d’arrampicatore sociale di Tony, benché sia nitida sotto gli occhi di tutti, in particolare per quell’eccentrica comunità inglese di sensitivi, veggenti e pettegole che i quattro incontrano a Sintra.
Ovviamente, pure la combriccola di expats britannici a Sintra non è quello che sembra. Scoperchiata del denso strato di tè, intellettualismi e buone maniere, si rivela un’accolita piuttosto deludente per Spender a causa del diffuso e malcelato filofascismo, che saluta Franco e Hitler come soluzioni più appetibili dell’incombente pericolo rosso. Sia Spender che Isherwood avevano vissuto a Berlino gli ultimi giorni della Repubblica di Weimar, e faticano a giustificare l’ostinata incoscienza inglese davanti al crescente potere di Hitler. L’intero Diario, fin dalla sua apertura (la traversata in piroscafo dei quattro da Amsterdam a Lisbona) è disseminato di gustose scenette di dibattito politico, puntualmente occorse in qualunque contesto e compagnia i quattro si trovino, in virtù dell’evidente anomalia incarnata da Heinz Neddermeyer, tedesco ed in età militare, la cui presenza a Sintra suscita ben più di qualche battibecco.

Portogallo - Sintra - Palazzo de Pena

Christopher Isherwood, a sua volta, ha difficoltà a riconoscersi. Esattamente come l’Alvaro de Campos di Pessoa pochissimi anni addietro, nel percorrere la strada per Sintra si ritrova “sempre più lontano da se stesso”. Sia lui che Spender attraversano una fase di pesantezza creativa, contingente al periodo storico e agli assetti biografici in divenire, che li costringe via via ad accantonare i progetti con cui si sono presentati in Portogallo – divenuti improvvisamente stantii – con altri, nuovi e più ispirati, la cui genesi è gustosamente documentata nel Diario. Nel peculiare caso di Isherwood, però, la crisi creativa si accompagna ad una totale scomposizione dell’anima, evidente nella distanza schizofrenica tra il Christopher cinico e dissacrante coautore del diario comune ed il brillante ma premuroso, ansioso e fragile innamorato di Heinz del diario privato e delle corrispondenze con la madre.
Decisamente interessante, infatti, in questo continuo gioco tra personalità e personaggio, autenticità ed atteggiamento, è la forma adottata da Matthew Spender per far “gettare la maschera” ai protagonisti del Diario. Conforme al già menzionato format da reality, Spender figlio imposta una serie di “confessionali” – consistenti in carteggi a cuore aperto dei protagonisti con figure femminili (la nonna materna di Stephen, la madre di Christopher) – in cui ogni vicenda, ogni sensazione, ogni intenzione viene raccontata in maniera sistematicamente contraddittoria rispetto a quanto appena riportato nel diario comune, quasi a voler esautorarne le posizioni pubbliche in quanto spurie, come fossero voci di personaggi fictionali – o almeno “costruiti”.

Altrettanto degna di riflessione è la scelta di affidare numerose successioni narrative alla voce di Humphrey Spender, iniziativa dietro alla quale è facile rintracciare l’assoluta identità prospettica tra zio e nipote sulle vicende di Sintra, dalle tenui sfumature omofobiche – sia Humphrey che Matthew dedicano diversi passaggi all’ambiguità dei rapporti di forza tra coppie dello stesso sesso, entrambi da un punto di vista “orgogliosamente” (absit iniuria verbis) eterosessuale.
Nonostante la prosa scorrevole – peccato per i molti refusi che funestano il testo, soprattutto nell’introduzione –, il Diario di Sintra si rivela un’opera allo stesso tempo perturbante ed attraente, dal tono mai disperato ma tutt’altro che consolatorio, malinconico documento di un’esperienza insieme immaginaria e reale d’amore, arte ed amicizia – azzardata in tempi davvero troppo complicati per sperare in un lieto fine.

Il Diario di Sintra (Sintra Diary)

  • di W.H. Auden, Brian Howard, Tony Hyndman, Christopher Isherwood, Humphrey Spender, Stephen Spender, James Stern
  • a cura di Matthew Spender
  • traduzione italiana di Luca Scarlini
  • 267 p., ill., b/n ; cartaceo, 16 €
  • Barbés, Firenze 2012

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