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Percorsi

A croato con Pravato

Reportage dal corso di serbo-croato di Federica Moro per Bottega Errante e Trieste Film Festival (treča lekcjia)

Archeologo - arheologSuperato il secondo, traumatico, appuntamento, il rapporto può dirsi – se non proprio stabile – promettente, se non altro perché la determinazione di farlo crescere è forte.

Federica Moro ci guida, durate la terza lezione, attraverso le espressioni per presentarsi più approfonditamente, spiegando, ad esempio, quale sia il proprio mestiere.
Non so se lo abbiate mai notato, ma sui libri di didattica delle lingue non ci sono molti mestieri “normali”. C’è sempre un dottore (liječnik) perché può sempre servire, e c’è sempre uno studente (student) già più utile per dire qualcosa di sé, poi ci sono l’attore (glumac), lo sportivo (sportaša), il pittore (slikar, che può significare anche “fotografo”), l’archeologo (arheolog), la ballerina (plesačica), l’esploratore (istraživač), l’astronauta (astronaut), la spia (uhoda) internazionale, il falsario (krivotvoritelj), il trafficante (krijumčar)… insomma, tutti i mestieri — a momenti anche quello più antico -, tranne quelli che potrebbe servire saper dire, come l’impiegato (službenik), il commesso (prodavač), l’insegnante (nastavnik) o il ragioniere (knjigovođa). Ci pensa Federica Moro (per chi ha perso le puntate precedenti: non quella Federica Moro, bensì questa Federica Moro) a calare la realtà nella didattica e a insegnarci a dire che cosa siamo.

Impariamo anche a intrigarci degli affari degli altri, chiedendo che cosa facciano (o siano) loro.
In serbo-croato ci sono due modi di formulare una frase interrogativa, oltre, ovviamente, a tutti quelli sbagliati che possono venire in mente. Il primo è con le particelle da li, che sono una spia intraducibile della costruzione interrogativa, di cui occupano la prima posizione: da li si liječnik? (“sei un medico?”). Il secondo è con la sola particella li, che, però, richiede l’inversione di posizione, occupando la seconda e facendo passare il verbo nella prima: radiš li u bolnici? (“lavori in ospedale?”).
I più accorti di voi avranno notato che non ho usato lo stesso esempio per illustrare le due forme; in parte – è vero – è per puro sadismo, in parte è perché il verbo essere non può occupare la prima posizione di un periodo, pertanto non si possono formare interrogative con l’inversione se il verbo dell’interrogativa è “essere”, ma si dovrà sempre scegliere la costruzione con da li.

Medico - lijecnikSe il nostro interlocutore è sagace, o molto fortunato (o noi siamo particolarmente orgogliosi del nostro mestiere e giriamo con lo stetoscopio al collo anche in spiaggia), e ha indovinato la nostra professione, ce la caviamo con il monosillabo da. Se – accidentaccio – il nostro interlocutore non ha fatto centro al primo colpo, la pragmatica ci offre diverse opzioni. Possiamo, naturalmente, fare affidamento alla cara, vecchia comunicazione non verbale e inscenare una pantomima esplicativa, oppure possiamo mentire spudoratamente e spacciarci per dottori, sperando che ce lo stessero chiedendo per puro desiderio di fare conversazione e non per necessità immediata. Volendo proprio fare affidamento sulle nostre competenze linguistiche, possiamo ancora rispondere con un laconico ne, sperando che l’interlocutore sia così paziente da continuare a tirare a indovinare (o la smetta subito, a seconda di quanto riservati siamo), oppure possiamo lanciarci nella costruzione di una frase negativa.

La frase negativa, in generale, si costruisce anteponendo la particella negativa ne al verbo da negare, come si fa in italiano con “non”. A questo punto, Federica ci conforta facendoci notare che “no” e “non” si dicono entrambi ne: una cosa in meno da memorizzare! Per dire che non lavoriamo in ospedale, dunque, diremo: Ne, ja ne radim u bolnici.
Se vogliamo dare una risposta completa, però, come se fossimo i personaggi di un testo di didattica di lingua straniera, dobbiamo anche negare di essere dei medici. L’indicativo presente del verbo essere fa una sorta di crasi con la negazione, e dà luogo a una vera e propria coniugazione della forma negativa del verbo (è più facile a mostrarsi che a descriversi): ja nisam, ti nisi, on nije, mi nismo, vi niste, oni nisu. In pratica, basta attaccare ni- alle forme che già conosciamo, e il gioco è fatto.
Dopo aver deluso il nostro poco intuitivo interlocutore, allora, possiamo appagare la sua sete di fatti nostri raccontandogli di noi: Ne, ja nisam liječnik, ja sam krijumčar, i ne radim u bolnici, radim na granici (No, non sono un dottore, sono un trafficante, e non lavoro, in ospedale, lavoro sul confine).

Visto il comportamento del verbo essere, che ovviamente è irregolare, pieni di entusiasmo e fiducia affrontiamo la coniugazione dell’indicativo presente dei verbi regolari in -ati e in -iti. Le desinenze non ci sono del tutto nuove, infatti Federica non manca di sottolineare che, anche in questo caso, dobbiamo memorizzare una sola cosa nuova (la desinenza della terza persona plurale). Tutto questa enfasi sugli aspetti facili dell’imparare questa lingua mi suona decisamente sospetta.
Fatta la conoscenza di alcuni verbi transitivi di uso comune – fra cui “avere” (imati), che non è un ausiliare ed è deliziosamente regolare – possiamo sostenere conversazioni più articolate e fare profonde riflessioni, come: Imam pušku (sam krijumčar, znaš?), ovvero: “ho una pistola (sono un trafficante, sai?)”.

Pistola - puska

Pistola, infatti, si dice puška, ma poiché in questa frase ha funzione di complemento oggetto, il lemma va declinato all’accusativo. L’accusativo singolare dei nomi femminili in -a appartenenti alla prima declinazione ha desinenza -u.
Pistola, però, si può dire anche pištolj (o revolver), e in questo caso la frase sarà: imam pištolj (sam gurac, znaš?).
“Bene” – diranno subito i miei piccoli lettori – “i termini maschili restano invariati”. Illusi!
Solo i termini della prima declinazione del neutro (desinenze al nominativo -e ed -o) restano sempre invariati all’accusativo singolare. I termini maschili in consonante della prima declinazione restano invariati all’accusativo solo quando indicano oggetti inanimati. Quando si parla di persone, animali o altre entità animate, la desinenza diventa -a. Non basta. All’accusativo, così come in tutti gli altri casi ad eccezione – va da sé – del nominativo, la maggior parte dei termini maschili aventi una -a- interconsonantica nell’ultima (o unica) sillaba perde tale -a-. L’ipotesi di Federica è che la presenza della desinenza desse luogo ad una eccezionale densità di vocali, per dei vocaboli slavi, così si è ritenuto opportuno fare a meno di quella non indispensabile a fini morfologici. E se ti viene un crampo alla lingua, affari tuoi!

Ricapitolando: se voglio essere socievole e rendere noto che ho del vino, mi basta dire imam vino; se voglio diventare subito popolare e dire anche che ho una sigaretta, dovrò dire imam cigaretu; se, disgraziatamente, ho un cane e non posso proprio tenerlo segreto, dirò imam psa (dal nominativo pas, con desinenza -a perché il cane, per quanto possa essere pigro, è un soggetto animato, con caduta della -a- interconsonantica, che non a caso si chiama “a mobile”, perché va quasi sempre via).
Personalmente suggerisco di non raccontare troppo della propria famiglia: è di gran lunga più semplice inventarsi la storia di una triste infanzia in orfanotrofio – che, per giunta, potrebbe anche far colpo su qualcuno -, che declinare i vari parenti senza incasinarsi. Sì, perché finché si tratta di dire che abbiamo una mamma e una sorella, non ci sono problemi, e può filare tutto liscio anche in caso abbiamo un fratello, ma nominare il padre può portare solo sciagure. Padre si dice otac, è animato e ha un’-a- mobile, ma anche se ci ricordiamo tutto questo, siamo destinati al fallimento. L’accusativo singolare di otac, infatti, non è *otca, bensì, oca, con imprevedibile – almeno per me – e beffarda caduta della dentale.

Sveti Stefan in Montenegro

Superato più o meno indenni il momento di follia collettiva che è l’accusativo singolare maschile dei nomi in consonante con aggravante di -a- mobile, non ci scomponiamo ad apprendere che anche il verbo avere, sebbene – come detto – sia un verbo regolare, ha una coniugazione “speciale” per la forma negativa. In questo caso la particella da anteporre a tema verbale è ne-, a contatto con la quale lo stesso tema verbale perde la i- iniziale, dando luogo al verbo nemati (nemam, nemaš, nema, nemamo, nemate, nemaju). “Gran Putifarre!” – diranno subito i nostri piccoli lettori – “Dove non c’era /i/, il ne- si trasforma e la vocale si anteriorizza, mentre qui la /i/, già presente, ha la peggio, e in pratica il suono arretra… è totalmente controintuitivo!” 
Dobrošdoli u moji mali ulici (“benvenuti nel mio caruggio”, tipica esclamazione montenegrina).

Ma non è adorabile, questa lingua, quando fa così la difficile?

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