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Omnia

Un consuntivo ed un manifesto

...da stracciare, se vi pare

Eravamo quattro amici al bar, e l’idea non sopravveniva. Fu Daniele Terzoli, amico, collaboratore prezioso e creatore di slogan che, dal profondo della sua disperazione generazionale, suggerì divertito il gioco d’iniziali: una rivista che si occupa, disse profetico, di fumetto + cinema + musica + teatro (o televisione, o telematica… e quant’altro) dovrebbe chiamarsi FuCine MuTe.

Fiat Lux. I giovanotti investirono sull’idea: sarebbero state le “Fucine”, il luogo oscuro, rischiarato di fiamme e caldo dei metalli fusi e dei concetti piroclastici. La rete ci avrebbe accolto indifferente prima, poi ci avrebbe scoperto, e portati alla luce (così è stato, lo giuro).

Le Fucine sono Mute, accolgono voci lontane, o perdute, quelle di chi voce non ha; danno spazio agli arroganti peones della cultura, agli eroi del sapere, ai giovani che hanno voglia d’esordi che non siano quelli burocratizzati d’accademia, o che del giornalismo “non schierato” ne hanno piene le tasche. In piena, totale, problematica libertà. Gli articoli proverranno, ci dicevamo, da chi non trova spazio di pubblicazione (o da chi deve dire ancora delle cose), da chi è avversato ed osteggiato, e vuole togliersi i proverbiali sassolini dalle scarpe. Magari da chi scrive il politicamente scorretto.

Darà spazio alle competenze non considerate, agli studenti meritevoli, ai ricercatori, ai critici, agli esperti che al carnevalizio d’alto bordo, al pattume catodico che è della televisione d’oggi, hanno da tempo rinunciato. Ai dilettanti allo sbaraglio e ai giganti della Tessaglia, ai nani che da piccoli (come tutti, poi…) hanno dovuto iniziare, e ai professionisti del sapere: tutti, però, con eguale dignità di sommario. Alberto Farassino, maestro oltre che amico carissimo, fu facilmente dalla nostra.

Le cose usciranno dal cassetto, ci siamo detti. La rivista si autoalimenterà. Le Fucine non infiacchiranno mai. Al terzo anno d’attività, investendo annualmente per un complessivo che è pari al costo d’uno scooter (fatto salvo il lavoro d’ognuno di noi fucinieri, lavoratori d’altoforno che non si pagano mai e che pure sono affaticati e sudatissimi) il mensile va avanti e rilancia, grazie ai suoi 70.000 – 100.000 accessi mensili, ai collaboratori di qualità, alle cialtronate e alle ricchezze, al gossip e al dato scientifico che siamo capaci d’offrire. La rivista ha accolto gli scritti di nomi fondamentali (premi Nobel, docenti universitari, attori, registi, sceneggiatori, uomini e donne dello spettacolo e del mondo dell’arte tutto…), i loro volti e le loro parole (in audio e video streaming). Ha pubblicato tesi di laurea. Saggi. Interviste. Poesia. Cinema.

Se mi si chiede cos’è Fucine Mute, non so più rispondere. Potrei dire lo stesso della rete, del maledetto e amatissimo web, di cui potremmo dare certo una delle possibili definizioni, il che non risolverebbe esaustivamente la nostra ignoranza riguardo il suo attuale o futuribile contenuto. Allo stesso modo: non so per nulla dove vada il webmagazine che ho il piacere di dirigere con gli amici Farassino, Baravoglia e Bonetti. Ho perso la bussola. Meglio così.

Sin da subito, in verità, avrei voluto fosse proprio così: una navigazione folle e senza mappe verso le distese indistintamente bianche di ghiaccio. Martellamento, crepitio, scalpicciare misterioso nella miniera da esplorare, magari alla ricerca del filoncino non esausto del tutto. Ho sognato il caos ordinato, e questo è. Vorrei mille collaboratori che non conosco, persone che non hanno nome o faccia, che inviano i loro pezzi senza necessità di riconoscenza, e che pure vogliono esprimere la loro musica, il loro cinema, la loro letteratura, senza che noi nemmeno si debba chiedere. Mettiamo in pagina, correggiamo, e si scompare del tutto (come ad ogni numero fanno realmente editore, caporedattore, webmaster) lasciando spazio a chi ha necessità, impulso, libido. Che le voci giungano pure nette, e non filtrate, da ogni parte del mondo (e questo, intendiamoci, già accade grazie a innumerevoli personalità che hanno capito).

Fucine Mute è fruito, di fatto, in Messico come in Ucraina, in Brasile come in Nuova Zelanda. Vorrei fosse, in piccolo, metafora stessa delle potenzialità della rete. Su una sola cosa, ancora, sentiamo necessità d’esercitare il controllo (laddove possiamo, fin quando gli occhi reggono e la mano al mouse non è anchilosata): la forma.

La lingua, la sintassi, la grammatica. A differenziarci, almeno in questo, da incommensurabile parte dei prodotti editoriali anche più nobili e costosi, pensati e allestiti per la rete. Questo certamente fin quando si deciderà di esprimere testo, fin quando si potrà (e avrà senso farlo) comunicare in rete tramite scritti.

Se poi sarà comunicazione expanded, quando sarà immagine, suono, luce o segni, o psichedelia tout court, grazie a chissà quale pod o periferica che ci interlacci e metta in rete, allora mediteremo, e forse cambieremo. Non per il momento, ovviamente.

Se i puristi possono stare tranquilli, i politici disperino (almeno quelli che ci vorrebbero organici a…). Le Fucine non sono schierate, il che è già schierarsi massimamente (ma non qualunquisticamente). Non abbiamo carri di vincitori o vinti sui quali saltare. Si sa che i muti spesso osservano, criticano, segnalano disfunzioni, magari a gesti, mulinando magicamente mani e dita, senza poter parlare ma ben ragionando.

Nel rispetto d’ognuno, accusiamo. Laddove si voglia dire forte, e lo si faccia in maniera acconcia, accogliamo il forte, e diamo evidenza all’urlo.

Le Fucine hanno importanti premi da esibire, ma non esibiscono un bel niente. I premi stanno lì, e chi proprio voglia vedere quali sono, se li cerchi. Le Fucine cercano, com’è normale che sia, il denaro, ma in cambio restituiscono (contraccambiano, meglio) solamente pensiero, volontà, sollazzo, e talvolta cose grevi (o discutibili). Mai il potere.

Non andremo lontano, si obbietterà, ma almeno rimarremo giovani, coerentemente al medium possente di cui ci avvaliamo. La Rete è questo, cosa affrancata. Pensare di controllarla unidirezionalmente, di manipolarla, per ridurla all’ennesimo, periferico centro commerciale (avevo un amico che si diceva poeta, ora copia codici html per vendere spazi pubblicitari…), o al miliardesimo medium falsamente generalista, è ghiribizzo per fortuna destinato al fallimento. Le Fucine sono dalla parte degli hackers, dei crackers, degli youngsters, per forza di cose di Napster. Anche delle istituzioni sane, se vi piace.

Siamo amici di Hotline.

Metallica e Bon Jovi, invece, ci paiono falsi d’autore.

Nelle Fucine aborriamo la violenza, il sopruso, l’imposizione, il controllo delle menti attraverso l’obliterazione giornaliera.

Le Fucine Mute sono net, a loro volta. Partiti dalla radio, decolliamo presto verso la TV. Con buona pace di chi ne ha fatto scatola di vuoto pneumatico, officina di bestialità, patria di tromboni e mentecatti. Pubblici e privati. Noi sosteniamo il rispetto, la giustizia, la dignità, magari discutendo solo di cose basse e sporche, che poi sono quelle alte. Carne e sangue non differiscono sotto la pelle, e Peeping Tom è un capolavoro.

A chi dice che fumetto, cinema, musica, o televisione non sono nulla, rispondiamo che potrebbero essere qualcosa (e in alcuni rari casi, sono ben più di quel qualcosa). Fatti i distinguo, naturalmente, e tendendo all’eccellenza delle cose.

Abbiamo anche cose rarissime: Etica, Eros, e mille Dei, credo, e religioni, senza bisogni fondamentali d’affermarne alcuna. Le nostre sono tradizioni antichissime, e vive speranze di sognatori che guardano al futuro.

Se ne siete capaci, se vi rimane il tempo per farlo, buon lavoro e buona navigazione.

(Tune your mind).

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