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Scrittura

Jacques Prévert ribelle romantico (I)

fra poesia, cinema e canzoni

Molti anni fa, nel “Métro” di Parigi, osservavo parecchi passeggeri che, dato il lungo percorso, leggevano libri. Erano dei volumi caratteristici, di formato tascabile, con i bordi tinteggiati in rosso e le copertine illustrate da stampe o disegni.

Sbirciare quei titoli era come fare una sintesi di mezza letteratura mondiale, in particolare di quella francese: Zola, Flaubert, Maupassant… I volumi erano piccoli ma fitti di pagine un po’ gialle, e appartenevano tutti alla collana “Le livre de Poche” dell’editore Gallimard.

Ho avuto la fortuna di poterne conservare tre, fra gli altri, che mi sono particolarmente cari. Il loro titolo è rispettivamente “Paroles”, Spectacle”, “La Pluie et le beau Temps”.

Il loro autore è Jacques Prévert.

Prévert, ovvero “Barbara”, “Cet amour”, “Les enfants qui s’aiment”… Versi famosi, di un’epoca neanche troppo lontana, ma già sfumata via con i suoi echi di dolcezza e di ribellione, di anarchie e di amori giovanili, di bestemmie e benedizioni.

L’epoca era quella di Saint Germain-des-Prés, dei ritrovi rumorosi, delle coppie che si univano e si lasciavano, del surrealismo,degli immigrati americani o anche russi, del “Flore” e del “Dôme”, i locali famosi che ci sono ancora, ma ormai per accogliere dei turisti qualunque, o qualche nostalgico in cerca di improbabili memorie.

Proverò a rievocare la storia di Prévert e del suo mondo che forse non è ancora del tutto dimenticato. Specialmente da chi crede sempre nell’amore e nella poesia.

Da questo tributo, inoltre, non potrà assolutamente restare fuori il cinema.

Perciò: Jean Gabin, grintoso e sentimentale, Michèle Morgan col tuo basco e i magici occhi azzurri, Arletty simbolo indimenticabile di una Parigi tenera e provocante…

Per favore, datemi una mano.

Una giovinezza movimentata

Era nato col secolo, il 4 febbraio del 1900, a Neuilly-sur-Seine, oggi inclusa nella “Municipalité” della Grande Parigi.

Il nonno Auguste Prévert, detto Auguste le Severe, cattolico di rigida intransigenza, era venuto dalla Bretagna e dirigeva a Parigi l’ufficio comunale “delle opere di carità”. Del tutto diverso era suo figlio André, un intellettuale mancato, ma con velleità letterarie e teatrali, che aveva sposato una Suzanne, tanto bella quanto povera, originaria dell’Alvernia.

Nel complesso, un matrimonio come tanti altri, malgrado le ostilità, del burbero suocero Auguste, le non poche difficoltà economiche, e una certa simpatia del marito André per le bevande alcoliche.

I figli furono tre. Il primo, Jean, doveva morire a diciassette anni per una grave infezione tifoide, una delle tante tristi conseguenze della terribile guerra in corso. Dopo Jacques, il terzo fu Pierre, nato nel 1906, al quale il fratello maggiore rimase sempre legato da un grande affetto e da molte collaborazioni nel campo del cinema.

Ma il cinema era entrato molto presto nella famiglia Prévert, complice la madre, “Maman Suzanne”, e i due ragazzi, che erano assidui spettatori dei “Serials” americani con le avventure di Pearl White, una delle prime “Stars” che estasiavano le folle europee con l’esibizione di mirabolanti avventure.

Jacques, in quegli anni di guerra, aveva già concepito una ripugnanza invincibile contro gli eventi bellici e anche un vero odio per coloro, politici o militari o religiosi, che ”trascinavano e benedicevano le migliaia di uomini, inviati al macello in nome dell’onore e della patria” (pensiamo ai famosi versi di “Barbara”, di trent’anni e di un’altra guerra più tardi…).

Nasceva in quegli anni il suo feroce antimilitarismo, assieme all’anticlericalismo ereditato dal padre André, e va sottolineato che la ribellione del padre era nata come naturale reazione al rigido bigottismo del nonno Auguste.

Intanto il nostro giovane Prévert aveva trovato lavoro come impiegato ausiliario nei grandi magazzini “Au Bon Marché” che, con i loro prezzi “a buon mercato” nella città in piena guerra, avevano ottenuto un grande successo.

Jacques aveva il suo bravo titolo scolastico, era molto sveglio e prestante, ben visto dalla direzione e, naturalmente, occhieggiato dalle numerose commesse fu proprio una storia con una di loro, dotata di un padre molto severo, a provocare il suo licenziamento dal grande negozio, tradizionalmente “per bene”.

Il triennio 1916-17-18, fino al termine della guerra, lo vive spostandosi da un impiego all’altro, fra il Quartiere Latino e Montmartre. Data l’esperienza precedente, il suo comportamento è generalmente corretto.

Nel febbraio 1920 inizia il suo servizio militare con sette giorni di prigione a causa d’una sua risposta troppo spiritosa all’ufficiale addetto al reclutamento. Poi viene arruolato nelle truppe destinate a presidiare con gli inglesi la Turchia sconfitta.

Diventa caporale dell’esercito francese mentre si trova a Istanbul, e anche là si comporta bene, aiutato in questo buon proposito da un commilitone che gli resterà amico per sempre, Marcel Duhamel. Colto, studioso, padrone della lingua inglese, Duhamel occupa un posto di riguardo presso gli ufficiali francesi d’occupazione come interprete. E si tiene Prévert come aiutante.

Ne consegue un soggiorno ben poco militare e pertanto molto gradito ai due: Jacques si sente come un turista a Istanbul, fantasticando sugli esotismi alla Pierre Loti e sui fascini d’Oriente.

Il congedo arriva nel 1922, e anche Duhamel rientrerà a Parigi poco dopo. Per Jacques Prévert è nata la più grande amicizia della sua vita.

Le “Tenere canaglie” in Rue du Château 54

A Parigi lo attendeva Maman Suzanne, dolce come sempre, anche quando il marito rientrava un po’ barcollante per le bevute. E poi c’era il “fratellino” Pierre, che aveva lasciato ragazzo, e che ritrovava giovane sedicenne, tutto preso da una grande passione per il cinema. Lo attendeva anche Simone, una bella ragazza che faceva parte d’una numerosa famiglia di vicini di casa dei Prévert: lei era la più giovane e l’ultima di ben nove figli.

A Jacques e a Duhamel si era intanto aggiunto Yves Tanguy, ritornato anche lui dal suo servizio militare, fatto però in Africa. Si erano già conosciuti anni prima, con le loro aspirazioni artistiche, Jacques per la poesia e lui per la pittura.

Nessuno dei tre amici, fino a quel momento, aveva cominciato a far qualcosa: il solo Duhamel aveva delle risorse economiche, grazie ad uno zio molto ricco, proprietario addirittura d’una catena di grandi alberghi. E gli altri due campavano alla giornata, con dei lavori occasionali e mal pagati.

Il terzetto, che Jacques aveva battezzato “Les tendres canailles”, le tenere canaglie, aveva trovato in Marcel, con i suoi vari alberghi (e relativo ristorante) di che sfamarsi. Sarebbe stato il loro vivandiere per parecchi anni.

Fu proprio Duhamel che segnalò a Jacques alcune librerie del Quartiere Latino, in particolare due in Rue de l’Odéon. Erano gestite, rispettivamente, da una signora francese, Adrienne Monnier (La Maison des Amis du livre), e da un’americana, Sylvia Beach (Shakespeare and Company). Da entrambe era facile avere in prestito ogni genere di libri importanti spendendo pochissimo o anche niente. E della Beach era assiduo Ernest Hemingway, uno dei tanti “Americani a Parigi” di quegli anni.

I volumi che gli prestava Adrienne furono per Prévert delle rivelazioni, e quella “Maison” divenne quasi la sua casa, frequentala da poeti e letterati, come ad esempio, uno fra i tanti, quel Valéry Larbaud che avrebbe rivelato ai francesi Italo Svevo. Vi conobbe anche Louis Aragon e André Breton, che sarebbero divenuti gli uomini-faro del movimento surrealista.

Intanto il trio delle “canaglie” era diventato un quartetto, poiché vi era entrato a pieno titolo anche Pierre, il “piccolo” Prévert, sempre più cinefilo e informato di ogni novità dello schermo. Il “sonoro” era già alle porte.

Riuscirono anche a trovarsi un alloggio, in una vecchia casa vuota che avevano messo a posto alla meglio. E “Rue du Château” fu in breve tempo un recapito storico, aperto a chiunque: discussioni e cultura, ma anche bevute, risate, musica. Era la “Banda di Prévert”, fatta di giovani intellettuali e anche di molte ragazze, in una atmosfera di emancipazione che, in quegli anni ’20, voleva dire rompere le regole: e del resto, non erano forse gli anni in cui le loro coetanee americane, le “Flappers” di Fitzgerald, davano un primo scrollone al puritanesimo “yankee”?

Anche i rapporti fra il ribelle Prévert e André Breton detto “il Papa dei surrealisti” non furono sempre amichevoli. Il Papa aveva seguaci e avversari in abbondanza, e lo stesso Jacques non gli aveva risparmiato delle critiche. E poi c’era anche Louis Aragon, scrittore di sinistra, ma “dandy” raffinato: il gruppo collaborava attivamente alla rivista “Révolution Surréaliste” e ai suoi vari “Manifesti”.

La sede era, naturalmente, Rue du Châtéau, un passaggio obbligato per tutti.

Intanto, i tre amici avevano trovato le loro compagne: Simone, la vicina di casa della prima giovinezza, era con Prévert. Jeannette era con Yves Tanguy, sempre più impegnato nella sua pittura “dadaiste”, e i due si sarebbero sposati presto, testimoni Jacques e Marcel.

Duhamel aveva Graziella, una giovane austriaca colta e poliglotta, che tutti chiamavano “Gazelle”: era in vista un prossimo matrimonio. E anche Jacques e Simone si sarebbero sposati quanto prima, nel 1925, col municipio pieno di amici.

Queste coppie non sarebbero durate, e ne potremo riparlare: era forse l’atmosfera inquieta di Rue du Château che pilotava i loro sentimenti…?


Verso gli anni ’30: i primi scritti, un po’ di cinema, e il “Gruppo Ottobre”

Prévert non aveva una cultura acquisita presso le scuole superiori o l’università. Le sue fonti erano principalmente la preziosa libreria dell’amica Adrienne Monnier, in Rue de l’Odéon, e la frequentazione assidua di personaggi d’ogni genere nel suo “clan” parigino, le molte serate con riunioni e dibattiti.

La sua penna non tardò a mettersi in movimento, ma proprio nel 1928 l’amico Duhamel dopo uno scontro tanto prevedibile quanto violento con i ricchi parenti dovette cedere la sua residenza di Rue du Château, e tutti gli occupanti dovettero andar via.

“Notre chez nous n’existe plus”, non c’è più la nostra casa, fu il loro malinconico commento.

Jacques e la sua Simone si sistemarono alla meglio in un piccolo albergo, dove si erano già trasferiti i due Duhamel. E per Jacques si fece pressante la necessità di guadagnare qualcosa: trovò un po’ di lavoro scrivendo delle poesie per bambini che si chiamavano “Gli animali hanno delle noie”, che non dispiacquero.

Ma la buona occasione venne ancora dal meraviglioso amico Marcel, che riuscì a farsi finanziare la produzione d’un cortometraggio dedicato a Parigi: “Souvenirs de Paris” o anche “Paris la Belle”.

Pierre Prévert, felice di questa sua prima esperienza “sul campo”, fu incaricato della regia, mentre Jacques preparò la sceneggiatura, con la consulenza d’un amico già pratico, Alberto Cavalcanti.

Questa “Bella Parigi” del 1928 ebbe un certo successo, ma solo parecchi anni dopo un pubblico più esperto la giudicò molto valida.

Jacques Prévert aveva scritto la sua prima sceneggiatura, e per un film diretto da suo fratello. Una predestinazione.

I film con Marcel Carné erano ancora lontani di quasi dieci anni, ma si era aperta la strada.

Arrivò il 1930: Jacques aveva ripreso a scrivere, e il suo primo lavoro venne pubblicato su “Bifur”, una rivista d’avanguardia. Il curioso titolo era “Ricordi di famiglia, ovvero l’Angelo Carceriere”, un racconto assolutamente grottesco e surreale, tutto in prima persona come un diario, protagonisti un padre vedovo che fabbrica gambe ortopediche, una ciurma scomposta di figli, un prete che ha preso dimora nella casa e una vecchia serva svampita. Il tutto con un contorno di personaggi incredibili presi dalla Storia patria, dal Vangelo, dalle tradizioni borghesi, con galline, tori e animali vari, fino allo scoppio d’una guerra che probabilmente non c’è.

Il successo fu immediato. L’umorismo caustico e lo spirito del tutto antiletterario del racconto fecero dire a un critico un po’ severo che Prévert aveva “scritto in cattivo francese per i francesi cattivi”. Ma era un dissenso isolato, perché questo “Angelo” grottesco volava già alto, nel fermento politico e sociale di quegli anni.

Gli giunse una seconda offerta di collaborazione, questa volta per una delle più prestigiose riviste letterarie parigine, il “Commerce”, che aveva fra i redattori nomi come Larbaud e Valéry. E cosi nel 1931 usciva questo lavoro in forma di poema (ma lui non accettò mai questa parola) dal titolo “Tentativo di descrizione d’un banchetto di teste à Paris, France”. Per la prima volta, ripetuto come una filastrocca, faceva la sua apparizione il suo famoso: “Ceux qui…” cioè: quelli che…

Metteva ferocemente in parodia un banchetto di gala all’Eliseo, buttando all’aria le convenzioni borghesi, i politici, tutto e tutti.

Questo “Dîner de Têtes” piuttosto indigesto ai benpensanti, procurò alla rivista “Commerce” un incredibile aumento di vendite: la sola libreria dell’amica Adrienne ne diffuse alcune centinaia dicopie.

I primi anni ’30 sono densi d’iniziative per Jacques e suo fratello: è infatti Pierre che dirige il suo primo lungometraggio (anzi, “medio”, solo un’ora, ma piuttosto affollata). Il film è “L’affaire est dans le Sac” ossia “L’affare è fatto”,e la sceneggiatura è tutta preparata da Jacques: un succedersi di comici colpi di scena, nello stile che è ormai il suo forte, attorno ad un miliardario infelice e annoiato che viene rapito per sbaglio al posto del figlioletto da due sprovveduti ai quali, felice, offre il doppio del riscatto purché lo trattengano: non si annoia più… Una “pochade” piena di trovate, con attori che diverranno poi famosi, da Julien Carette a Jacques Brunius. Maurice Jaubert fornì la musica, e il suo nome avrebbe accompagnato alcuni fra i migliori film francesi, fino alla morte in guerra nel ’40. Il film fu girato in otto giorni da una “troupe”, tutta di amici, in piena allegria. Modesto l’esito, perché il tono moderno e surreale della commedia non era molto accessibile agli spettatori, abituati alle “comiche” americane di quel tempo. “Ci vorranno almeno venti anni”, profetizzava Marcel Duhamel. E si sbagliava di poco.

Arriviamo ormai al momento in cui il talento di Prévert si fa largo fra la gente, mentre non c’è iniziativa culturale che non lo trovi disponibile.

Sempre elegante e amichevole con tutti, l’eterna sigaretta all’angolo destro della bocca, ispira facilmente amicizia e ammirazione. Il suo gruppo si è ricostituito attorno alla Rue Dauphine, in pieno Saint-Germain-des-Prés, e lui, appena trentaduenne, è già considerato come una specie di patriarca.

Parigi sta cambiando, molti dei personaggi stranieri che l’avevano abitata negli anni Venti sono tornati in patria, specialmente gli americani, e si sta delineando quel periodo “entre deux guerres” pieno di istanze politiche e sociali, alle quali Prévert è particolarmente sensibile: l’eco dei suoi due famosi articoli “contro” è ancora nell’aria.

Sollecitato da un gruppo di giovani, nello stesso 1932, Jacques scrive una “pièce” politica per il teatro: e la chiama “Vive la Presse” cioè “Viva la stampa”. Il titolo è polemico, soprattutto verso i più quotati periodici francesi: viene messa in scena con pochi mezzi e molta buona volontà, e anche Jacques vi partecipa con un ruolo comico riuscitissimo.

Proprio “Vive la Presse” crea la base per la nascita di un gruppo politico-teatrale che sarà presto famoso: “Le Groupe Octobre”, e Prévert, instancabile, ha già pronto un nuovo testo, dal titolo “La battaglia di Fontenoy”. Tutto questo mentre è occupato in un’altra sceneggiatura per un film “leggero” diretto dal suo amico Claude Autant-Lara, il futuro regista del famoso “Il diavolo in corpo” nel 1947.

La sua attività in questo periodo è quasi frenetica, e si giunge alla prima rappresentazione. Questa “Battaglia di Fontenoy” ha un clamoroso successo politico: è un violento attacco a ogni guerra, che descrive uno scontro fra truppe francesi e inglesi presentato come un pubblico spettacolo, con un gruppo eterogeneo e ridicolo di personaggi storici, fra i quali spicca il presidente Poincaré che pronuncia la celebre frase “Soldati caduti a Fontenoy, sappiate che non siete caduti nell’orecchio di un sordo!”

Le critiche dei conservatore furono violente, si parlò di vituperio delle più sacre istituzioni. Ma intanto la compagnia del Gruppo Ottobre si stava già imbarcando a Londra con destinazione Leningrado e poi Mosca, dove era attesa per una “Olimpiade internazionale del teatro operaio”.

Il viaggio per mare e per ferrovia non fu breve. Molto cordiale il benvenuto, anche se era evidente lo stato di indigenza della capitale. Serata di gala al “Gran Teatro” di Mosca, presente Joseph Stalin in persona con relativo contorno di ufficiali pluridecorati e di intellettuali, fra cui parecchi esuli dalla Germania nazista, come Max Reinhardt, Piscator e Stanislawski.

Si rappresentò naturalmente “La battaglia di Fontenoy” preceduta da brevi testi di Jacques, uno dedicato severamente al magnate delle automobili Citroën, e alcuni altri. L’assoluta originalità di “Fontenoy” fu celebrata dalla “Pravda” con elogi senza limiti.

A Leningrado, alla partenza per la Francia, il gruppo ebbe un congedo molto festoso: vi fu anche un personaggio fra le autorità che li pregò (“una semplice formalità”) di sottoscrivere un saluto, nel quale la loro fidata interprete francese riconobbe un vistoso omaggio a Stalin “Genio della politica” e che altro ancora. Non firmarono.

Non vi furono altri contatti con la Russia, anche se si seppe che “Fontenoy” aveva vinto il primo premio, che non fu mai consegnato.


Un solo film per Jean Renoir e due incontri importanti

Dopo il viaggio a Mosca, Prévert e gli amici riprendono con il solito entusiasmo la loro attività: la loro sede preferita è sempre Saint-Germain-des-Prés, né il gelido inverno fra il ’33 e il ’34 rallenta le loro iniziative. Nel gruppo c’è sempre Duhamel, mentre Yves Tanguy si divide tra la Francia e l’Ameríca, dove la sua carriera di pittore surrealista è in notevole ascesa. Le tre “Canailles” d’un tempo si incontreranno ancora in ogni occasione, malgrado la residenza di Yves, diventata poi stabile negli Stati Uniti. Morirà giovane, a poco più di cinquant’anni, per una emorragia cerebrale. I tre erano nati nello stesso anno, il 1900: e questo era un altro elemento della loro grande amicizia.

Non è possibile fare una rassegna completa delle attività di Prévert in questo periodo. Vanno segnalate altre sue poesie, ancora e sempre fortemente “contro”, e, una per tutte, “La chanson des sardinières”, cioè delle ragazze che inscatolano le sardine (proprio come nel romanzo di Steinbeck, ma queste sono francesi e ancora più povere). Da queste poesie usciranno presto delle canzoni, grazie ad una delle più importanti collaborazioni della sua vita, quella con Joseph Kosma, e ne parleremo tra poco.

Nel 1935 Jean Renoir, “il figlio del pittore” per quelli del solito gruppo, ha già portato a termine alcuni film notevoli, come “La chienne”, la cagna, e “Boudu salvato dalle acque”, grande rivelazione dell’attore Michel Simon. Ne sta preparando un altro, ma non trova uno sceneggiatore adatto, mentre l’argomento, ispirato al “Front Populaire” sembrerebbe fatto su misura per Jacques Prévert, umanista e rivoluzionario quanto basta.

E l’accordo è fatto, il film va avanti bene, fra gli interpreti si fa notare il sulfureo Jules Berry che sarà ancora con Prévert e Marcel Carné in alcuni grandi film che verranno.

La collaborazione con Renoir, che poteva certamente dare ancora dei buoni risultati, si limita a quest’unico film, “Il crimine di Monsieur Lange”. Vi partecipano pure, come volonterosi figuranti, parecchi amici del gruppo “ottobre”: sempre immancabile, Duhamel.

Questo “Crime de Monsieur Lange” ottenne un vivo successo popolare: una storia semplice, nella quale i buoni, vittime dei cattivi, usciranno vincenti da una lotta con poche speranze. L’umile operaio trionfa, e l’infame padrone paga con la vita le gravi ingiustizie che aveva commesso. I cinefili più esperti vi trovarono subito l’umorismo aggressivo di Prévert, ma anche gli spettatori più semplici furono soddisfatti. Il film si salvava benissimo dai rischi di un banale populismo, e il merito era in buona parte di Jacques.

Non vi fu mai un vero scontro fra lui e Renoir, ma i due avevano delle personalità troppo marcate per procedere in parallelo. Commentava una comune amica: “Renoir è un egocentrico, e Prévert è Prévert…”.

Se il cinema era arrivato ormai allo spirito e alle aspirazioni di Prévert, il suo immediato futuro procedeva rapido oltre le esperienze fatte con Renoir. Ma intanto maturavano due avvenimenti significativi per la sua vita, uno sentimentale e uno professionale. Il rapporto fra Jacques e la moglie Simone si era fatto prima tiepidamente amichevole e poi inesistente, e del resto lui non celava la sua predilezione per le “jeunes filles en fleur” che popolavano i suoi luoghi di lavoro. Sul set del “Monsieur Lange” conobbe Jacqueline Laurent, compagna di uno degli interpreti del film: colpo di fulmine. Simone accettò l’evento rassegnata, mentre la Laurent si separava dal marito senza troppi problemi: nel loro ambiente il giuoco delle coppie era sempre piuttosto fluido. Fu così che una Jacqueline divenne la seconda moglie di Jacques: anche la coincidenza dei loro nomi era di buon augurio.

Lei era entrata nel set di “Monsieur Lange” appena sedicenne, e lui aveva vent’anni di più. Era veramente bella: la sua immagine, ancora quattro anni dopo, avrebbe illuminato la cupa vicenda di “Alba tragica” con particolare dolcezza. Ma in realtà era una ragazza di carattere.

Il secondo avvenimento fu l’incontro fra Jacques e un musicista nato a Budapest trent’anni prima, già vicedirettore d’orchestra in patria: si chiamava Joseph Kosma.

Si era rifugiato in Germania con l’inizio del regime antisemita di Horthy, ma la sua ultima meta era Parigi, e la poté raggiungere appena in tempo. Cercava lavoro, soprattutto nel cinema, che in quegli anni richiedeva molta musica, e incontrò Prévert.

I due simpatizzarono, anche per la loro identità di vedute sociali e politiche, e Kosma mise in musica alcune composizioni del nuovo amico, che a sua volta le passò a Renoir, sul punto di completare la colonna sonora del “Monsieur Lange”.

Un motivo, “À la belle étoile”, cioè all’aperto, al gelo, fu accettato dal regista e incontrò anche molto favore tra gli spettatori. E così ebbe inizio il binomio Kosma-Prévert, che per molti anni sarebbe stato la garanzia di un “Parole e musica” fondamentale nelle canzoni e nel cinema.

Decisamente quel film di Renoir era stato un ottimo mediatore di eventi per il suo sceneggiatore.

Immagine articolo Fucine MuteLe risorse economiche di Prévert erano in ascesa: lui e Jacqueline presero in affitto un appartamento libero all’ultimo piano dell’Hotel Montana che era contiguo al “Café de Flore”. Con pochi passi erano subito in mezzo a tutti i loro “copains”, i fedeli amici di sempre, insieme ad altri nuovi: uno di questi era un giovane attore, Jean Louis Barrault.

Terminato l’impegno con Renoir, Jacques riprende la sua attività, sempre molto intensa, e la collaborazione con Kosma produce parecchie cose interessanti: sono composizioni poetiche che diventano canzoni suggestive e ben poco romantiche, come “La pesca alla balena”, un canto grottesco e amaro, e “Caccia al ragazzo”, un tema crudo e realistico su una rivolta in un carcere giovanile. Altri titoli e altre musiche fluiscono ancora dall’affiatatissima coppia divenuta ormai famosa.

Insieme al suo “Gruppo Ottobre” Prévert allestisce un lavoro teatrale, “Il quadro delle meraviglie”. Oltre a Barrault c’è fra gli attori un ragazzo magrolino, Marcel Moloudji, che viene dal Nord-Africa e che passerà alla radio come cantante di valore.

Ma la bella compagnia di “Ottobre” sta per sciogliersi. Jacques, fedele al suo spirito anarchico, si allontana sempre più dagli atteggiamenti settari degli intellettuali di sinistra, e con lui molti altri.

E intanto le canzoni si diffondono alla grande, anche per merito di due ottime interpreti, Agnés Capri e Marianne Oswald, entrambe di famiglia centro-europea. La loro sede elettiva è un locale signorile che si chiama “Le boeuf sur le toit”, il bue sul tetto, dove una clientela snob è felice di accompagnarsi agli intellettuali più in voga. La Oswald interpreta a modo suo la tragica versione di “Caccia al ragazzo”, che verrà ricordata a lungo.

Nell’aprile del 1936 i coniugi Prévert si concedono una vacanza in Spagna: è la loro “primavera felice”. Lui scrive sul suo taccuino una breve, intensa poesia di sei versi, dedicata a Jacqueline: è “Alicante”.

Per la prima volta traspare una completa felicità da una delle sue opere in poesia. E per merito di un porto di mare sul Mediterraneo.

Grandi novità al ritorno in Francia: il Fronte Popolare di Léon Blum, che si è imposto l’anno prima con una grande vittoria elettorale, non andrà più avanti per molto. E si porterà via molte illusioni, comprese quelle di Prévert e del “Groupe Octobre” che è pure in gravi difficoltà finanziarie. Tempo dopo, Jacques avrebbe rievocato questa amara esperienza politica con “Il concerto non è riuscito”, una poesia accorata e definitiva: “Compagnons des mauvais jours… dormez, revez… Moi je m’en vais… (compagni dei brutti tempi, dormite e sognate, io me ne vado…).

Ma Prévert non dormirà di certo. Se mai, sognerà ancora.


L’ora del grande cinema

A Parigi un giovane regista, di nome Marcel Carné, segue da tempo il lavoro del “ribelle” Prévert nel campo del teatro, della poesia e, naturalmente, del cinema. “Le crime de Monsieur Lange” è uscito sugli schermi da poco, e la sceneggiatura di Jacques per quel film gli sembra molto interessante.

Chi era Carné? Un uomo vivace, piccolo di statura ma di grande energia, instancabile nel suo lavoro, che doveva sempre essere valido e preciso. Di famiglia modesta, si era fatto largo nella vita sotto la spinta della sua passione per il cinema: si era diplomato assistente operatore con l’appoggio di due amici importanti, i coniugi Jacques Feyder e Françoise Rosay, già avviati sulla via del cinema d’autore, lui regista e lei attrice.

Nel 1929 riesce a girare un cortometraggio, “Nogent Eldorado du dimanche”, e si fa notare per un suo affettuoso realismo nel raccontare una domenica d’estate di gente qualunque sulle rive della Marna, nei dintorni della capitale.

“Realismo” è la parola-rivelazione di questo Eldorado popolare dei parigini, e si sente già nell’aria la prospettiva di ambienti e atmosfere che porteranno ben presto al sodalizio con Prévert: una intesa di lavoro che darà grandi risultati e che renderà celebre questo binomio regista-sceneggiatore. Anzi, uno dei più celebri, almeno alla pari con i nostri De Sica-Zavattini e Visconti-Cecchi d’Amico, o con gli americani Ford-Nichols e Wilder-Diamond.

Carné, che nel frattempo era diventato aiuto-regista di Feyder, realizza nel 1936 il suo primo lungometraggio, con l’avallo del suo maestro belga e con la Rosay protagonista: “Jenny” è un triste melodramma sul tema “figlia perbene-madre non troppo” dove la brava Rosay, gerente d’una casa di appuntamenti, non riuscirà a tirarsi fuori dal suo ambiente e dal suo passato, perdendo insieme sua figlia e anche il proprio amante.

Prévert, per questa prima esperienza, non volle interferire nel lavoro del regista: era anzi rimasto lontano per qualche settimana con il suo viaggio in Spagna. Ma la sua sceneggiatura, pur firmata in parte da un altro collaboratore, portava già qualche segno nei personaggi marcati dal destino e immersi nelle loro atmosfere crepuscolari.

Nel cast, oltre alla Rosay, attori come Barrault, Le Vigan e Charles Vanel. C’era anche, in un ruolo secondario, Joseph Kosma, che aveva scritto la colonna sonora.

L’anno seguente è la volta del primo film di Carne in cui la sceneggiatura è tutta di Prévert. Il titolo originale è “Drôle de Drame”, uno strano dramma. Da noi sarà conosciuto come “Lo strano dramma del dottor Molineux”: ma “drôle” è propriamente anche il film, una commedia paradossale e ironica su un tema che nel lavoro di Carné resterà piuttosto isolato.

Ambientato in una Londra caricaturale, narra la storia di uno scienziato che, sotto altro nome, è anche un noto autore di romanzi polizieschi, e per la sua reputazione deve indagare su un delitto di cui sarebbe responsabile lo scienziato stesso, cioè sempre lui… Naturalmente c’è anche un vero assassino, che però afferma di uccidere solo i macellai per vendicare i poveri bovini, e questo complica le cose. Le trovate comico-surreali si svolgono a ritmo serrato: e il film ha un gruppo di interpreti che in quel momento sono una parte della “élite” del cinema francese e anche più: Michel Simon, Louis Jouvet, Françoise Rosay, Jean Louis Barrault. Ma anche, grazie a Prévert, il fratello Pierre e l’amico Duhamel, in parti di sfondo.

Questo “Dottor Molineux” o, se vogliamo, questo “Drôle de Drame” si porta dietro, con gli attori, alcuni nomi importanti nel settore tecnico e artistico. Per la musica, Maurice Jaubert, che aveva già lavorato agli inizi degli anni 30 per Clair e Jean Vigo in film eccezionali e che avrebbe accompagnato Carné nei suoi più importanti impegni. Purtroppo Jaubert morirà nel 1940 al fronte: e anni dopo, nei ’70, sarà Truffaut a riprendere molti motivi di questo grande musicista nei suoi film,in una devota celebrazione di questa bella meteora musicale.

Le scenografie erano di Alexandre Trauner, già allievo del grande innovatore Lazare Meerson legato ai film di Clair: seguirà Carné e Prévert nelle loro ambientazioni più suggestive e memorabili, proseguendo poi con registi come Welles nel suo tormentato “Othello” e ancora Wilder, Losey e altri.

La lavorazione del film si svolse in allegria, e più volte si dovette interrompere una ripresa causa gli scoppi di ilarità degli attori, cosa rara su un “set” del cinema.

Il successo non fu immediato. Si ripeteva, a contatto con il pubblico quello che, nel ’32, era stato lo spiazzamento degli spettatori per la surreale ironia di “L’affaire est dans le sac” di Pierre Prévert, con in più, questa volta, la presenza di questi grandi attori coinvolti in un’incredibile girandola di comiche assurdità.

Ancora una volta, era un film arrivato “troppo presto”. Ormai Jacques Prévert vi si stava abituando, ma la sua fase cinema/avanguardia stava per concludersi. Era in arrivo il grande cinema.


“Tu as des beaux yeux, tu sais …”. Jean a Nelly in “Quai des brumes”
Firmato Prévert

Inverno 1937: Jean Gabin è già un attore di primissima fama in Francia e all’estero. Pochi anni prima ha fatto delle interpretazioni esemplari con Duvivier e, subito dopo, “Les bas-fonds” (Verso la vita) con Renoir. Sempre con Renoir, ha appena terminato il ruolo del tenente Maréchal nella “Grande Illusion”, un fìlm-pilastro nella storia del cinema. Un giorno, a Parigi, entra quasi per caso nel cinema “Colysée”, dove danno “Drôle de Drame” davanti a un pubblico scarso, annoiato e intemperante.

È la sera dell’ultima replica, e lo hanno attirato i nomi di Jouvet e Simon,attori che lui ammira. Non conosce ancora bene Carné e Prévert, ma questo film gli piace moltissimo e vuole incontrarsi con loro. In breve tempo, nascono un progetto e una salda amicizia: Gabin non aveva mai parlato con Jacques, ma i due simpatizzano subito. Il progetto prevede la versione cinematografica di un popolare romanzo di Pierre Mac Orlan, “Le quaí des brumes”, e Prévert si mette subito al lavoro: ci sono molte modifiche da fare al romanzo, in primo luogo l’ambientazione che non sarà a Parigi, ma a Le Havre sull’ Atlantico, un “porto delle nebbie”, ideale.

Prévert vorrebbe la sua Jacqueline come protagonista accanto a Gabin, e invece, d’accordo con Carné, viene scelta un’altra giovanissima, che appare subito la più idonea al ruolo di Nelly.

Quasi spontanea, durante un provino, nasce la frase su quei “beaux yeux” di Nelly, che avrebbero lasciato un segno permanente nella storia del cinema francese. L’attrice era Michèle Morgan.

Abbiamo visto tutti “Il porto delle nebbie”, con il titolo italiano quasi fedele a quello originale, una vera eccezione nello scempio dei titoli di film, tanto caro a tutte le produzioni di ogni epoca. Non è il caso di ricordare la trama o elogiare tutti gli attori, e neppure di evocare l’atmosfera creata dalle scenografie di Trauner, le musiche di Jaubert e la splendida fotografia di Eugène Schüfftan. E il giuoco delle parti è sempre quello: due innamorati senza domani, un disertore e una giovane orfana, mentre sull’altro versante abbiamo due alfieri del Male: il tutore-seduttore della ragazza e un livido omicida da strada. Qui la penna di Prévert è la messaggera di una poesia al negativo, con tutto il suo pessimismo e la sua polemica feroce, affidata alla capacità di un Gabin nel suo consueto ruolo di magnifico perdente. Nel film non vi sono dei vincitori: forse l’amore, ma appena intravisto negli occhi di una povera ragazza bionda…

“Le quai des brumes” fu accusato di disfattismo e quindi il disertore divenne un militare in licenza, sopprimendo parecchie scene e via mistificando. Del resto già “La grande Illusion” di Renoir, uscita un anno prima, aveva suscitato reazioni violente, con il suo messaggio di solidarietà umana contro ogni guerra e ogni confine.

Tuttavia i due film ottennero dei riconoscimenti a Venezia: Cannes non c’era ancora, e la Laguna era il “top” dei successi mondiali. Il film di Carné-Prévert fu distribuito anche in Italia, con molti passaggi della trama resi incomprensibili dai censori. Ma gli occhi di Nelly eravamo riusciti a vederli anche noi: ed era già qualcosa.

(fine prima parte)

La gente vuole ancora bene a Prévert?


Molti, davanti a quel cognome un po’ colorato, che in fondo vuol dire “Prato Verde” accennano, anche senza sapere le parole, al motivo di “Les Feuilles Mortes” e citano Juliette Gréco o Yves Montand: fantasmi in musica.


I più fedeli, invece, citano “Barbara”, col dovuto accento sulla “a” finale, la ragazza di Brest che quel giorno camminava sorridente sotto la pioggia: è la sua poesia più celebre.


Era una pioggia che stava per trasformarsi in “ferro, acciaio e sangue” sotto le bombe: e l’imprecazione di Prévert è violenta e dolorosa: “Oh Barbara, quelle connerie la guerre!” vale a dire: che cosa insulsa è la guerra!…


Su qualche canzone un po’ invecchiata e su una delle sue più belle poesie si può ancora pensare che bisogna voler bene a Prévert? Io credo proprio di sì.


Dai suoi anni fino ai nostri il mondo si è riempito di “conneries” d’ogni genere, e le imprecazioni di Prévert sono ancora le nostre. Jacques è ancora uno di quegli amici che si prendono a braccetto per fare un po’ di strada insieme, sfogandoci a parlar male di “Ceux qui…” cioè di coloro che…, come si legge all’inizio di tante sue belle poesie. E perché non fare questo percorso in compagnia d’una ragazza della Bretagna, la terra di Prévert, di nome “Barbarà”?


BIBLIOGRAFIA E ICONOGRAFIA


VOLUMI:


Yves Courrière, Jacques Prévert en verité, Ed. Gallimard, Parigi, 2000


Jacques Prévert, Paroles, Ed. Gallimard, Parigi, 1949


Jacques Prévert, Spectacles, Ed. Gallimard, Parigi, 1949


Jacques Prévert, La pluie et le beau temps, Ed. Gallimard, Parigi, 1955


Jacques Prévert, Poesie (a cura di G.D. Giagni), Ed. Guanda, Parma, 1964


Jacques Prévert, Il Prévert di Prévert, Feltrinelli, Milano, 1967


Jacques Prévert, Poesie (a cura di B. Cagli), Newton Compton, Milano, 1978


Jacques Prévert, Storie e altre storie, Feltrinelli, Milano, 1965


Jacques Prévert, Fatras (prefazione di L. Bianciardi), Ed. Guanda, 1977


Marcel Carné, Gusto di vita-Autobiografia, Longanesi, Milano, 1982


Roberto Nepoti, Carné, La Nuova Italia, Firenze, 1979


Jean Renoir, La vita è cinema-Tutti gli scritti, 1926-71, Longanesi, 1974


Jean Renoir, La mia vita, i miei film, Ed. Marsilio, Venezia, 1992


Gianni Rondolino, Cinema e musica, Ed. Utet, Torino, 1991


André Brunelin, Jean Gabin, Arsenale Editrice, Venezia, 1988


Alberto Farassino, Tutto il cinema di Buñuel, Baldini & Castoldi, 2000, pag. 65


Carlo Bo, Nuova poesia francese, Ed. Guanda, Parma, 1952


QUOTIDIANI E RIVISTE:


Barthélemy Amengual, Prévert rosso e nero, Cinema n° 104, Febbraio 1953


Eugenio Montale, Poesia parlata, Corriere della Sera (5 settembre 1951)


Giuliana Scimé, Gli anni trenta a Parigi non erano un sogno, Corriere della Sera (7 agosto 2000)


Maurizio Porro, Addio Carné: ha portato il cinema in paradiso, Corriere della Sera (1 novembre 1996)


Carlo Bo, Prévert ha portato la poesia fra la gente e per le strade, Corriere della Sera (12 aprile 1977


Lorenzo Bocchi, Gli si devono anche “Les feuilles mortes”, Corriere della Sera (12 aprile 1977)


Alfredo Giuliani, Era la Francia in poesia, Repubblica (12 aprile 1977)


NOTA:


Molti volumi di Prévert contengono interessanti commenti o prefazioni e ne ricordiamo gli autori: Bruno Cagli, Ivos Margoni, Luigi Tundo e Franca Madonia. Una segnalazione particolare per “Avanti il cane”, introduzione alla raccolta “Fatras” di Prévert: è di Luciano Bianciardi, amico mai dimenticato di chi vi scrive.

Commenti

2 commenti a “Jacques Prévert ribelle romantico (I)”

  1. Questo articolo mi trova senza dubbio d’accordo.
    Nella mia opinione il sito web http://www.fucinemute.it è scrittorealmente come si deve, lo seguo con passione.
    Complimenti, buona giornata.

    leggi questo blog

    Di Corina | 22 Dicembre 2015, 15:11
  2. esaustivo, accattivante,avvincente,intrigante.

    Di luisa ferri | 23 Gennaio 2016, 16:54

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