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Palcoscenico

Giulio Bosetti: l’arte dell’attore

Quando arriva sul palcoscenico (circa venti minuti dopo l’inizio dello spettacolo), il pubblico non applaude ma “è” con lui: Giulio Bosetti ha creato con Trieste un rapporto d’elezione che non si dimentica facilmente.

Funzionale come un guanto nei panni dell’umile scrivano Ciampa — pronto ad un inatteso riscatto — Bosetti ha portato nel capoluogo giuliano la sua ennesima prova pirandelliana, quel “Berretto a sonagli” che già vide protagonisti Turi Ferro e Paolo Stoppa, tra gli altri.

Lucida, ineccepibilmente elegante, sobria, la regia dello spettacolo (a cura dello stesso Bosetti) è stata un’inaspettata sorpresa per chi paventava equilibrismi da gigione, che per inciso, Bosetti non ha mai dimostrato di apprezzare.

La dimensione sinistra, onirica, umbratile, inquietante del testo pirandelliano è minuziosamente rispettata, e il risultato finale è un lavoro senza sbavature che coglie nell’interpretazione della giovane e bravissima Elena Ghiarov un ulteriore motivo di plauso.

Parlare biograficamente di Giulio Bosetti significa parlare di uno dei più rappresentativi protagonisti dello spettacolo italiano della seconda metà del Novecento.

Nato a Bergamo nel 1930, Bosetti ha subito sopra di sé un’araldica non comune: vede la luce infatti in una casa situata sopra il Teatro Duse, fatto costruire dal nonno, apprezzato impresario teatrale.

La frequentazione dell’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma ne forgia subito il promettente talento.

Calca le scene la prima volta interpretando il personaggio di Tonin, uomo d’arme bergamasco, nella “Moscheta” del Ruzante messa in scena al Teatro dell’Università di Padova nel 1950. Regista del lavoro è Gianfranco De Bosio, che collaborerà con l’amico Bosetti fino ai giorni nostri.

La possibilità concreta di un ingaggio importante arriva l’anno dopo, quando Giorgio Strehler lo scrittura per il Piccolo Teatro di Milano, mentre più o meno contemporaneamente continua la collaborazione padovana (al Teatro Ruzante interpreta fra l’altro “Un uomo è un uomo” di Bertolt Brecht e “L’albergo dei poveri”di Maxim Gorkij).

La sua figura allampanata e imponente, la voce calda e ricca di sfumature, una certa dimestichezza nell’attraversare lo spazio scenico, sono già elementi consistenti del giovane Bosetti.

Dopo poco è al Teatro Stabile di Genova con “Colombe” di Jean Anouilh, e in questi mesi entra in contatto con Vittorio Gassman, che lo vuole accanto a sé durante la fortunata tournèe internazionale di “Oreste” di Vittorio Alfieri, in cui ricopre il ruolo di Pilade.

Grande appassionato del teatro (e della poetica) di Anton Cechov, Giulio Bosetti ottiene un fierissimo successo personale nel 1960 come Costantino nel “Gabbiano”, un testo malinconico, struggente e bellissimo (Teatro della Cometa di Roma).

Sempre negli Anni Sessanta inizia la proficua collaborazione con lo Stabile di Trieste, su cui avremo modo di tornare in seguito, poi con quello di Torino: sapienti prove attoriali sono quelle del “Bugiardo”di Goldoni (nel ruolo di Lelio), di “Sicario senza paga” e “Il re muore” di Eugène Ionesco, che Bosetti conoscerà personalmente a Trieste.

Quando affronta un testo spigoloso e affascinante come “Le mani sporche” di Jean- Paul Sartre, l’attore bergamasco è già un protagonista affermato, grazie anche alla corposa, duplice attività cinematografico- televisiva.

Sono infatti da ricordare, in questa chiave, i ruoli sostenuti in molte coproduzioni internazionali dalla seconda metà degli Anni Cinquanta in poi: “Morgan il pirata” e “L’oro per i Cesari” di André de Toth; “Il Santo” con Maximilian Schell, regia di Edward Dmytryk; “La città prigioniera” con David Niven e Ben Gazzara, regia di Joe Anthony; “Venere imperiale” con Gina Lollobrigida, regia di Jean Delanoy; “Le sette spade del vendicatore”, regia di Riccardo Freda; “Il terrorista”con Gian Maria Volontè, regia di Gianfranco De Bosio; “Un tentativo sentimentale”, regia di Pasquale Festa Campanile; “Requiem per un agente segreto” con Stewart Granger, regia di Sergio Sollima; “Rose rosse per Angelica” con Jacques Charrier, regia di Steno; “Made in Italy” con Alberto Sordi e Virna Lisi, regia di Nanny Loy.

Nel 1968 la sua intensa e partecipe interpretazione nel film “Un amico” di Ernesto Guida, gli vale il Leone d’Argento al Festival di Venezia di quell’anno.

La collaborazione con Guida si rinnova vent’anni dopo, per “Il segreto dell’uomo solitario” (1988) tratto dal romanzo omonimo di Grazia Deledda, film in cui Bosetti recita accanto a Mimsy Farmer.

Il rapporto con il grande schermo poi via via si dirada, fino alla pellicola di produzione francese “Nag la bombe”(1999) per la regia di Jean-Louis Milesi.

La televisione, poi, che nel ventennio Cinquanta- Sessanta scopre il redditizio e prolificissimo filone del “teleromanzo sceneggiato”, trova sovente in Bosetti un interprete di sicura presa popolare; eccolo quindi protagonista di diversi lavori di rilievo (“La Pisana”; “Viaggiatore senza bagaglio”; “Luisa Sanfelice”; “Il grande viaggio” di Sheriff; “Le tre sorelle” di Cechov; “I giusti” di Camus; “Andromaca” di Racine; “Non te li puoi portare appresso” di Kaufman e Hurt, “Mulini a vento”di Edoardo Anton; nel 1970, poi, Renato Castellani lo vuole come personaggio — guida, in abiti moderni, della sua “Vita di Leonardo da Vinci”).

Proseguendo nel suo lavoro di attento e sensibile interprete, Giulio Bosetti conquista una personale autonomia nel 1964, quando finalmente forma la sua prima Compagnia, con grandi difficoltà tecnico- economiche e due soli interpreti: Giulia Lazzarini e Bosetti medesimo.

Primo, vincente spettacolo portato in scena è “Le notti bianche” di Dostoevskij, che convince appieno la critica tutta.

A proposito di questa nuova avventura che congloba attorialità a managerialità dietro le quinte, Bosetti ha osservato:

“Quando nel ’64 fondo la mia prima Compagnia, sono un’eccezione tra i colleghi della mia generazione, che preferiscono attendere le scritture. Si tratta di una Compagnia ristretta, composta da due soli attori, Giulia Lazzarini ed io, ma con datore luci e macchinista e direttore di scena…”

Ancora più motivato nelle sue scelte artistiche e, perché no, anche ideologiche, Bosetti produce “Questo strano animale” di Arout da Cechov, “Il seduttore” di Fabbri e, in collaborazione con San Miniato, “Sotto il sole di Satana” di Bernanos: primi tentativi di autogestione, poco supportati da ministeri ed enti pubblici.

Arriva quindi, nel 1967, la felicissima ed emozionante avventura triestina.

Giulio Bosetti, che frequentava il capoluogo giuliano addirittura dal 1956 (con Memo Benassi, in più di uno spettacolo), e che era stato scritturato giovanissimo da Sergio D’Osmo, dieci anni esatti dopo venne richiamato nella città di Svevo dallo stesso D’Osmo, che gli propone la direzione del Politeama Rossetti.

Scelta coraggiosa, diremmo, quella di autoisolarsi in una bella quanto lontana città di confine: ma Bosetti accetta senza riserve, adoperandosi con ogni modo per migliorare la situazione artistica in città, allora piuttosto appannata…

Lui stesso ricorda: “Rimango cinque anni, e sono anni buoni: gli abbonati, da poche migliaia, diventano, anche grazie al trasferimento in un teatro più grande — il Politeama Rossetti — quattordicimila, ed è un record. Ho chiamato a dirigere gli spettacoli Orazio Costa, Gianfranco De Bosio, Giovanni Poli; ho fatto tornare al lavoro Aldo Trionfo, regista amareggiato e ormai quasi in ritiro permanente nella sua casa alle Cinque Terre. Gli propongo “Il piccolo Eyolf” di Ibsen che vincerà l’allora esistente Premio San Genesio, per la migliore regia. Ricordo l’esperienza con Eugène Ionesco, le gite sul Carso con lui, le mangiate e le discussioni… o la messa in scena di “Nekrassov” di Sartre, un testo divertentissimo, sulla paura del comunismo…”

Per sé, in quei memorabili anni triestini, Bosetti si ritaglia delle “prove” d’attore che restano capisaldi della sua copiosa produzione teatrale: pensiamo, soprattutto, al “Don Giovanni” di Molière, al sottovalutato “Amico Sciacallo” di Furio Bordon in cui gareggia per bravura con Mario Scaccia…

Trieste, una volta archiviata negli annali del bel teatro l’esperienza come direttore, richiamerà spesso e volentieri il suo generoso amico, per vederlo e sentirlo sul palcoscenico: accadrà con “La coscienza di Zeno”, con “Zeno e la cura del fumo”, con “Enrico IV”, col “Malato immaginario”, con la regia (per l’amico Marcello Mastroianni, già gravemente malato) del testo, angosciante e struggente, di Furio Bordon “Le Ultime Lune”.

Da una città di confine all’altra: dopo Trieste è Torino ad avvantaggiarsi dell’apporto bosettiano; nel 1974 nasce la Cooperativa Teatro Mobile, che nuovamente si imbatte in difficoltà finanziare, in laconiche sovvenzioni ministeriali, a cui unico indispensabile antidoto è la pervicacia, l’amore per il proprio mestiere: e nascono spettacoli di successo quali “Assassinio nella cattedrale”di Eliot, o “Il Processo” di Kafka, oltre alle già elencate prove pirandelliane.

Collaborano con la Cooperativa nomi di livello come Gabriele Lavia (che Bosetti tenne “a battesimo” a Trieste nel fatidico 1967, durante un provino con Orazio Costa Giovangigli), Mario Missiroli, Egisto Marcucci, Marco Sciaccaluga.

Anni pienissimi di teatro, di emozioni, di battaglie quasi sempre vinte, comunque portate avanti con fiera determinazione.

E arriviamo all’oggi, a questi splendidi settant’anni a dicembre, al “Berretto a Sonagli” e al pubblico giovane,  che magari ha conosciuto Giulio Bosetti solo durante le ultime stagioni teatrali, magari quelle all’insegna di Dino Buzzati (“Un amore”) o di uno stupefacente Beckett (“Aspettando Godot”, a fianco di altri due “dioscuri” delle scene, quali Massimo De Francovich ed Antonio Salines).

A loro non resta che dare appuntamento ad una prossima stagione triestina dove, scegliendo Giulio Bosetti tra le varie proposte in cartellone, sapranno di fare una scelta felice: al pari, infatti, di altri grandi  nomi della sua generazione (Corrado Pani, Umberto Orsini, Glauco Mauri), l’attore bergamasco è una garanzia di qualità indubitabile.

E le “nuove leve” non hanno che da imparare…

Giulio Bosetti (Bergamo, 1930) è tra i più importanti attori e registi teatrali italiani. 


La sua formazione artistica poggia le sue solide basi sul diploma all’Accademia “Silvio D’Amico” di Roma e su un’inesausta attività d’attore e regista. Il suo carnet annovera Ibsen (“Spettri”, “Il piccolo Eyolf”), Svevo “La coscienza di Zeno”, “Zeno e la cura del fumo”), Ionesco (“La lezione”), Buzzati (“Un amore”) e Molière (“L’avaro”, “Il malato immaginario”). Ha diretto il Teatro Stabile di Trieste dal 1967 al 1972, interpretato circa 40 pellicole e diretto i più prestigiosi teatri italiani (l’ultima e attuale carica è per il “Carcano” di Milano).


Ha partecipato a moltissime produzioni di commedie (tra le altre “Il grande viaggio” di Sheriff, “Non te li puoi portare appresso” di Kaufman e Hurt, “Mulini a vento” di Anton, “Le tre sorelle” di Cechov, “I giusti”di Camus, “Tristi amori” di Giacosa e “Andromaca” di Racine).
Tra gli anni ’60 e ’70 è stato protagonista di numerosi sceneggiati (“La pisana” da “Le confessioni di un ottuagenario” di Ippolito Nievo, “Luisa Sanfelice”, “Malombra”).


Per il cinema, ha preso parte, tra l’altro a “Morgan il pirata” e “L’oro per i Cesari” diretti da André de Toth, “Il Santo” con Maximilian Schell, per la regia di Edward Dmytryk, “La città prigioniera” con David Niven e Ben Gazzara, “Venere imperiale” con Gina Lollobrigida, “Le sette spade del vendicatore” per la regia di Riccardo Freda, “Il terrorista” con Gian Maria Volontè, “Un tentativo sentimentale” per la regia di Pasquale Festa Campanile, “Requiem per un agente segreto” di Sergio Sollima, “Rose rosse per Angelica” di Steno, “Made in Italy” con Virna Lisi, regia di Nanni Loy. E’ inoltre protagonista di “Un amico” di Ernesto Guida, Leone d’Argento al festival di Venezia del 1968.
La sua più recente apparizione è del 1999, nel film di produzione francese “Nag la bombe”, per la regia di Jean-Louis Milesi.

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