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Scrittura

Jacques Prévert ribelle romantico (II)

fra poesia, cinema e canzoni

Molti anni fa, nel “Métro” di Parigi, osservavo parecchi passeggeri che, dato il lungo percorso, leggevano libri. Erano dei volumi caratteristici, di formato tascabile, con i bordi tinteggiati in rosso e le copertine illustrate da stampe o disegni.

Sbirciare quei titoli era come fare una sintesi di mezza letteratura mondiale, in particolare di quella francese: Zola, Flaubert, Maupassant… I volumi erano piccoli ma fitti di pagine un po’ gialle, e appartenevano tutti alla collana “Le livre de Poche” dell’editore Gallimard.

Ho avuto la fortuna di poterne conservare tre, fra gli altri, che mi sono particolarmente cari. Il loro titolo è rispettivamente “Paroles”, Spectacle”, “La Pluie et le beau Temps”.

Il loro autore è Jacques Prévert.

Prévert, ovvero “Barbara”, “Cet amour”, “Les enfants qui s’aiment”… Versi famosi, di un’epoca neanche troppo lontana, ma già sfumata via con i suoi echi di dolcezza e di ribellione, di anarchie e di amori giovanili, di bestemmie e benedizioni.

L’epoca era quella di Saint Germain-des-Prés, dei ritrovi rumorosi, delle coppie che si univano e si lasciavano, del surrealismo,degli immigrati americani o anche russi, del “Flore” e del “Dôme”, i locali famosi che ci sono ancora, ma ormai per accogliere dei turisti qualunque, o qualche nostalgico in cerca di improbabili memorie.

Proverò a rievocare la storia di Prévert e del suo mondo che forse non è ancora del tutto dimenticato. Specialmente da chi crede sempre nell’amore e nella poesia.

Da questo tributo, inoltre, non potrà assolutamente restare fuori il cinema.

Perciò: Jean Gabin, grintoso e sentimentale, Michèle Morgan col tuo basco e i magici occhi azzurri, Arletty simbolo indimenticabile di una Parigi tenera e provocante…

Per favore, datemi una mano.

Una giovinezza movimentata

Era nato col secolo, il 4 febbraio del 1900, a Neuilly-sur-Seine, oggi inclusa nella “Municipalité” della Grande Parigi.

Il nonno Auguste Prévert, detto Auguste le Severe, cattolico di rigida intransigenza, era venuto dalla Bretagna e dirigeva a Parigi l’ufficio comunale “delle opere di carità”. Del tutto diverso era suo figlio André, un intellettuale mancato, ma con velleità letterarie e teatrali, che aveva sposato una Suzanne, tanto bella quanto povera, originaria dell’Alvernia.

Nel complesso, un matrimonio come tanti altri, malgrado le ostilità, del burbero suocero Auguste, le non poche difficoltà economiche, e una certa simpatia del marito André per le bevande alcoliche.

I figli furono tre. Il primo, Jean, doveva morire a diciassette anni per una grave infezione tifoide, una delle tante tristi conseguenze della terribile guerra in corso. Dopo Jacques, il terzo fu Pierre, nato nel 1906, al quale il fratello maggiore rimase sempre legato da un grande affetto e da molte collaborazioni nel campo del cinema.

Ma il cinema era entrato molto presto nella famiglia Prévert, complice la madre, “Maman Suzanne”, e i due ragazzi, che erano assidui spettatori dei “Serials” americani con le avventure di Pearl White, una delle prime “Stars” che estasiavano le folle europee con l’esibizione di mirabolanti avventure.

Jacques, in quegli anni di guerra, aveva già concepito una ripugnanza invincibile contro gli eventi bellici e anche un vero odio per coloro, politici o militari o religiosi, che ”trascinavano e benedicevano le migliaia di uomini, inviati al macello in nome dell’onore e della patria” (pensiamo ai famosi versi di “Barbara”, di trent’anni e di un’altra guerra più tardi…).

Nasceva in quegli anni il suo feroce antimilitarismo, assieme all’anticlericalismo ereditato dal padre André, e va sottolineato che la ribellione del padre era nata come naturale reazione al rigido bigottismo del nonno Auguste.

Intanto il nostro giovane Prévert aveva trovato lavoro come impiegato ausiliario nei grandi magazzini “Au Bon Marché” che, con i loro prezzi “a buon mercato” nella città in piena guerra, avevano ottenuto un grande successo.

Jacques aveva il suo bravo titolo scolastico, era molto sveglio e prestante, ben visto dalla direzione e, naturalmente, occhieggiato dalle numerose commesse fu proprio una storia con una di loro, dotata di un padre molto severo, a provocare il suo licenziamento dal grande negozio, tradizionalmente “per bene”.

Il triennio 1916-17-18, fino al termine della guerra, lo vive spostandosi da un impiego all’altro, fra il Quartiere Latino e Montmartre. Data l’esperienza precedente, il suo comportamento è generalmente corretto.

Nel febbraio 1920 inizia il suo servizio militare con sette giorni di prigione a causa d’una sua risposta troppo spiritosa all’ufficiale addetto al reclutamento. Poi viene arruolato nelle truppe destinate a presidiare con gli inglesi la Turchia sconfitta.

Diventa caporale dell’esercito francese mentre si trova a Istanbul, e anche là si comporta bene, aiutato in questo buon proposito da un commilitone che gli resterà amico per sempre, Marcel Duhamel. Colto, studioso, padrone della lingua inglese, Duhamel occupa un posto di riguardo presso gli ufficiali francesi d’occupazione come interprete. E si tiene Prévert come aiutante.

Ne consegue un soggiorno ben poco militare e pertanto molto gradito ai due: Jacques si sente come un turista a Istanbul, fantasticando sugli esotismi alla Pierre Loti e sui fascini d’Oriente.

Il congedo arriva nel 1922, e anche Duhamel rientrerà a Parigi poco dopo. Per Jacques Prévert è nata la più grande amicizia della sua vita.

Le “Tenere canaglie” in Rue du Château 54

A Parigi lo attendeva Maman Suzanne, dolce come sempre, anche quando il marito rientrava un po’ barcollante per le bevute. E poi c’era il “fratellino” Pierre, che aveva lasciato ragazzo, e che ritrovava giovane sedicenne, tutto preso da una grande passione per il cinema. Lo attendeva anche Simone, una bella ragazza che faceva parte d’una numerosa famiglia di vicini di casa dei Prévert: lei era la più giovane e l’ultima di ben nove figli.

A Jacques e a Duhamel si era intanto aggiunto Yves Tanguy, ritornato anche lui dal suo servizio militare, fatto però in Africa. Si erano già conosciuti anni prima, con le loro aspirazioni artistiche, Jacques per la poesia e lui per la pittura.

Nessuno dei tre amici, fino a quel momento, aveva cominciato a far qualcosa: il solo Duhamel aveva delle risorse economiche, grazie ad uno zio molto ricco, proprietario addirittura d’una catena di grandi alberghi. E gli altri due campavano alla giornata, con dei lavori occasionali e mal pagati.

Il terzetto, che Jacques aveva battezzato “Les tendres canailles”, le tenere canaglie, aveva trovato in Marcel, con i suoi vari alberghi (e relativo ristorante) di che sfamarsi. Sarebbe stato il loro vivandiere per parecchi anni.

Fu proprio Duhamel che segnalò a Jacques alcune librerie del Quartiere Latino, in particolare due in Rue de l’Odéon. Erano gestite, rispettivamente, da una signora francese, Adrienne Monnier (La Maison des Amis du livre), e da un’americana, Sylvia Beach (Shakespeare and Company). Da entrambe era facile avere in prestito ogni genere di libri importanti spendendo pochissimo o anche niente. E della Beach era assiduo Ernest Hemingway, uno dei tanti “Americani a Parigi” di quegli anni.

I volumi che gli prestava Adrienne furono per Prévert delle rivelazioni, e quella “Maison” divenne quasi la sua casa, frequentala da poeti e letterati, come ad esempio, uno fra i tanti, quel Valéry Larbaud che avrebbe rivelato ai francesi Italo Svevo. Vi conobbe anche Louis Aragon e André Breton, che sarebbero divenuti gli uomini-faro del movimento surrealista.

Intanto il trio delle “canaglie” era diventato un quartetto, poiché vi era entrato a pieno titolo anche Pierre, il “piccolo” Prévert, sempre più cinefilo e informato di ogni novità dello schermo. Il “sonoro” era già alle porte.

Riuscirono anche a trovarsi un alloggio, in una vecchia casa vuota che avevano messo a posto alla meglio. E “Rue du Château” fu in breve tempo un recapito storico, aperto a chiunque: discussioni e cultura, ma anche bevute, risate, musica. Era la “Banda di Prévert”, fatta di giovani intellettuali e anche di molte ragazze, in una atmosfera di emancipazione che, in quegli anni ’20, voleva dire rompere le regole: e del resto, non erano forse gli anni in cui le loro coetanee americane, le “Flappers” di Fitzgerald, davano un primo scrollone al puritanesimo “yankee”?

Anche i rapporti fra il ribelle Prévert e André Breton detto “il Papa dei surrealisti” non furono sempre amichevoli. Il Papa aveva seguaci e avversari in abbondanza, e lo stesso Jacques non gli aveva risparmiato delle critiche. E poi c’era anche Louis Aragon, scrittore di sinistra, ma “dandy” raffinato: il gruppo collaborava attivamente alla rivista “Révolution Surréaliste” e ai suoi vari “Manifesti”.

La sede era, naturalmente, Rue du Châtéau, un passaggio obbligato per tutti.

Intanto, i tre amici avevano trovato le loro compagne: Simone, la vicina di casa della prima giovinezza, era con Prévert. Jeannette era con Yves Tanguy, sempre più impegnato nella sua pittura “dadaiste”, e i due si sarebbero sposati presto, testimoni Jacques e Marcel.

Duhamel aveva Graziella, una giovane austriaca colta e poliglotta, che tutti chiamavano “Gazelle”: era in vista un prossimo matrimonio. E anche Jacques e Simone si sarebbero sposati quanto prima, nel 1925, col municipio pieno di amici.

Queste coppie non sarebbero durate, e ne potremo riparlare: era forse l’atmosfera inquieta di Rue du Château che pilotava i loro sentimenti…?


Verso gli anni ’30: i primi scritti, un po’ di cinema, e il “Gruppo Ottobre”

Prévert non aveva una cultura acquisita presso le scuole superiori o l’università. Le sue fonti erano principalmente la preziosa libreria dell’amica Adrienne Monnier, in Rue de l’Odéon, e la frequentazione assidua di personaggi d’ogni genere nel suo “clan” parigino, le molte serate con riunioni e dibattiti.

La sua penna non tardò a mettersi in movimento, ma proprio nel 1928 l’amico Duhamel dopo uno scontro tanto prevedibile quanto violento con i ricchi parenti dovette cedere la sua residenza di Rue du Château, e tutti gli occupanti dovettero andar via.

“Notre chez nous n’existe plus”, non c’è più la nostra casa, fu il loro malinconico commento.

Jacques e la sua Simone si sistemarono alla meglio in un piccolo albergo, dove si erano già trasferiti i due Duhamel. E per Jacques si fece pressante la necessità di guadagnare qualcosa: trovò un po’ di lavoro scrivendo delle poesie per bambini che si chiamavano “Gli animali hanno delle noie”, che non dispiacquero.

Ma la buona occasione venne ancora dal meraviglioso amico Marcel, che riuscì a farsi finanziare la produzione d’un cortometraggio dedicato a Parigi: “Souvenirs de Paris” o anche “Paris la Belle”.

Pierre Prévert, felice di questa sua prima esperienza “sul campo”, fu incaricato della regia, mentre Jacques preparò la sceneggiatura, con la consulenza d’un amico già pratico, Alberto Cavalcanti.

Questa “Bella Parigi” del 1928 ebbe un certo successo, ma solo parecchi anni dopo un pubblico più esperto la giudicò molto valida.

Jacques Prévert aveva scritto la sua prima sceneggiatura, e per un film diretto da suo fratello. Una predestinazione.

Ma torniamo al cinema. “Les visiteurs du soir” ha ottenuto un buon successo, e il progetto successivo, molto più ambizioso, non ha difficoltà per realizzarsi, naturalmente non a Parigi. Il sud, “Le Midi”, molto più tranquillo, ha disponibili gli stabilimenti della “Victorine” a Nizza (quelli che Truffaut avrebbe reso celebri nel suo “Effetto notte” di tanti anni dopo).

Progetto ambizioso, dicevamo, per “Les enfants du Paradis” dovrà essere un grande film, ambientato a Parigi nel primo Ottocento, con un grande tributo al teatro come passione e come esperienza di vita.

Un giovane mimo, Baptiste, è follemente innamorato della prima donna, a sua volta amata da altri uomini: un famoso attore, un intellettuale, un ricco protettore. Ma su questi intrecci amorosi domina la folla degli spettatori, che sono i veri protagonisti, i figli del “Paradiso” come si chiama il loggione, pieno di un pubblico entusiasta e vociante. A costoro fa eco la folla all’esterno di questo teatro che ha nome “Les Funambules”, la gente che invade giorno e notte “Le Boulevard du crime”, il viale del delitto, la strada piena di teatri dove si rappresentano drammi truculenti.

Gli amori e le delusioni della vicenda sentimentale si inseriscono stupendamente in una doppia rappresentazione, sul palcoscenico e fuori, nel teatro e in strada. Drammi e sospiri, entusiasmi, lacrime e gioia. E su tutto questo, il Teatro, la grande stregoneria secolare.

Indimenticabili gli interpreti, ancora e sempre Arletty che è Garance, la donna contesa, e poi Barrault, mimo infelice e lunare, con Brasseur verboso mattatore, e ancora Maria Casarés, giovane innamorata infelice. E l’elenco non avrebbe fine.

La vicenda non ha conclusione: in una sequenza grandiosa di folla che esulta nel carnevale, la protagonista scompare fra la gente, vanamente inseguita dal folle Baptiste, fra maschere, giocolieri, acrobati e mercanti.

“Les enfants du paradis”, e il diversissimo dramma claustrofobico che è “Le jour se lève” si condividono il primato della perfezione. Ma non è proprio il caso di fare delle classifiche, ogni spettatore avrà modo di giudicare anche se “Les enfants” non compariranno quasi mai in edizione completa sugli schermi. Trauner e Kosma, con qualche altro collaboratore, realizzarono le scene e la musica in modo esemplare, e Roger Hubert le riprese. In Italia il film arrivò in una edizione malamente accorciata e con il titolo orrendo di “Amanti perduti”.

La collaborazione di Prévert e Carné raggiunse il massimo dell’efficienza in “Les enfants”: da un lato l’amara “cattiveria” dello sceneggiatore e il suo scetticismo si addolciscono nella coralità di una storia d’amore, mentre dall’altro la straordinaria capacità di Carné nel “fotografare” i sentimenti dei singoli e nel muovere la folla risulta di una classe mai raggiunta prima.

Un grande capolavoro realizzato in piena guerra, in un paese occupato, fra mille difficoltà e pericoli. Un “Bravi” di cuore…

Avvenimenti pubblici e privati, l’ultimo film con Carné. E “Les portes de la nuit” si chiudono sul cinema.

Alternando, come ormai d’abitudine, il racconto del suo lavoro con le vicende sentimentali, apriamo l’ultima parentesi sul tema “Gli amori di Prévert”. Anche la passione per la bellissima Claudy (che avrebbe potuto, per l’età, essere sua figlia) si va estinguendo “petit à petit”, un po’ alla volta. Inoltre, c’è Janine Tricotet, una bionda attrice trentenne, minuta e molto simpatica, appena uscita da un infelice matrimonio-lampo, che era stata una sua appassionata ammiratrice fin da quando aveva interpretato, parecchi anni prima una sua commedia in teatro. Questa Janine dividerà la sua vita con Jacques per oltre vent’anni.

Intanto gli Alleati risalgono l’Italia verso Nord, e la Francia di Pétain è in piena crisi. Durante la lavorazione di “Les enfants du Paradis” Prévert deve fare dei frequenti viaggi disagiati fra Nizza e Parigi, e in quel periodo riesce anche a collaborare con la Resistenza, aiutando a suo rischio parecchi amici, come il poeta André Verdet, uno dei più impegnati nella lotta clandestina.

Poi, due avvenimenti a breve distanza fra loro, nel l945: il l° di marzo c’è finalmente la prima mondiale del film al Palais de Chaillot di Parigi, e l’8 maggio la firma del trattato di pace per la Francia completamente liberata. Nei due anni successivi gli avvenimenti importanti saranno riservati a Prévert: il matrimonio con Janine e la nascita della sua unica figlia, Michèle, che porta il nome della Morgan e che per tutti sarà semplicemente “Minette”.

Le cronache sentimentali si sono definitivamente concluse.

“Les enfants du Paradis” ha il suo grande posto nella storia del cinema e potrebbe essere il degno epilogo di una felice e lunga collaborazione. Alla quale, invece, si aggiunge ancora un film, “Les portes de la nuit” (“Mentre Parigi dorme”) che esce all’inizio del ’47.

Ispirato a un balletto scritto nel ’45 da Prévert e Kosma, racconta di un giovane marinaio che, a guerra finita, incontra per caso una splendida sconosciuta in pelliccia. Ne consegue una storia d’amore che sarà ostacolata dal ricco amante della donna e dalla involontaria sua complicità con il fratello e il padre di lei, un bieco collaborazionista in ritiro. La donna viene uccisa, e il fratello si toglierà la vita. Diego, il protagonista, resterà solo, come era all’inizio della tragedia.

Il film è discontinuo, talvolta enfatico. Il protagonista, Yves Montand, è al suo primo film, e lo si vede. Malou, la donna ricca, è interpretata da un’attrice di scarso impegno, Nathalie Nattier, mentre risultano molto migliori gli attori collaterali: Brasseur, Carette, Vilar e Serge Reggiani, anche lui agli inizi.

L’ambientazione in una Parigi dimessa, fra una stazione del Métro e un magazzino di vecchi rottami, è forse la cosa migliore Non si può dire altrettanto dei dialoghi fra i due innamorati, che, caso unico in Prevért, suonano banali e ai limiti del ridicolo, con sogni di terre esotiche e melensaggini varie. Anche la presenza del Destino sotto le spoglie di uno straccione vagabondo non è molto convincente, malgrado l’impegno dell’attore Jean Vilar. Carné ha dei momenti felici evocando l’atmosfera della grande città che tenta di guarire le ferite della guerra attraverso l’umanità dei “buoni” ancora sopravvissuti, ma questa identificazione non è sempre comprensibile allo spettatore.

In conclusione, scarsa risposta del pubblico, critiche negative al massimo, con l’inevitabile velenoso giuoco di parole sul titolo: “Les portes de l’ennui”, le porte della noia…

Ma proprio questo film infelice si porta dietro due motivi musicali di Kosma che saranno, con le parole di Prévert, una sigla indelebile della sua poesia: il primo è “Les feuilles mortes”, l’altro “Les enfants qui s’aiment”, i ragazzi che si amano, dove un verso dice che “si baciano in piedi contro le porte della notte”: il titolo di un film mediocre inserito in una canzone stupenda.

Jacques, dopo “Les portes de la nuit” vuole rivolgere altrove i suoi interessi . E il distacco da Carné appare inevitabile, pur rimanendo sempre ottimi i loro rapporti futuri. Si dedica a qualche sceneggiatura con altri registi, e fa “Voyage surprise” per il fratello Pierre, un film comico-surreale, poi, nel ‘56 sollecitato dal regista Jean Delannoy, fa il suo ultimo lungometraggio, una “Notre-Darme-de-Paris” con Quinn e la Lollobrigida. Pochi altri “corti”, e sarà il congedo dal cinema.

Saint-Paul-de-Vence, splendida località sulle alture della Riviera e rifugio temporaneo del tempo di guerra, diventa la residenza fissa dei Prévert in attesa della nascita di Minette. Naturalmente mantenendo continui contatti con Parigi, dove nel ’46, e nel giro di pochi mesi, si sta verificando qualcosa di non previsto. Jacques Prévert, noto soprattutto in una cerchia di fedelissimi fra i locali e le librerie del Quartiere Latino (oltre che nel cinema), diventa il poeta più conosciuto e più ammirato di Saint-Germain-des-Prés. “Una vera star”, diranno i suoi amici con affettuosa ironia.

“Publier? Moi, jamais”, cioè “Pubblicare? Io, mai!”. E, in risposta, il trionfo di “Paroles”.

È necessaria una spiegazione di questa improvvisa fama di Prévert nel campo letterario, proprio mentre si vanno lentamente attenuando gli echi dello scacco subito con l’ultimo film sceneggiato per Marcel Carné. Anzitutto bisogna tener conto della sua prolungata renitenza a fare una raccolta organica della sua vastissima produzione letteraria, onde il “Jamais” di qui sopra. Il primo passo lo compie un editore parigino, René Bertelé, esperto del suo mestiere e ottimo conoscitore di Prévert: egli sa bene che l’intensa attività nel cinema non ha mai impedito a Jacques di continuare e anche perfezionare il suo lavoro di scrittore.

Bertelé svolge un’inchiesta fra tutti gli amici del “Gruppo Ottobre”, poi si rivolge a Adrienne Monnier che, con la sua libreria del quartiere Latino ha già potuto archiviare una quantità di riviste con tanti articoli del brillante giovanotto che oltre vent’anni prima era venuto a farsi prestare libri su libri. Ha messo insieme ottanta testi più che sufficienti a comporre una prima raccolta che rappresenti l’ampiezza e la varietà del suo talento.

Il lavoro letterario di Prévert era sempre stato offerto ad un pubblico ristretto, una specie di élite contro corrente che adorava le sue opere teneramente poetiche o crudamente anarchiche. Ma soprattutto questo lavoro era disperso fra giornali, riviste, fogli di ogni genere senza che lo stesso autore avesse lontanamente pensato a farne una vera raccolta.

Ma il bravo Bertelé ha già pronto un buon contratto con la famosa casa editrice Gallimard, e nel febbraio ’46 esce il primo e tanto atteso volume. Ha una copertina particolare, opera di un estroso fotografo di origine ungherese dal nome impronunciabile, che tutti chiamano semplicemente Brassai, ispirata ai graffiti scarabocchiati sui muri dai vagabondi. Il titolo è scritto a mano e firmato, con un pennello, dallo stesso Prévert. È “Paroles”.

In quel volume c’è la chiave del grande e improvviso successo di Jacques: sono poesie di varia lunghezza, oppure dei veri “poemi”, e i titoli , alcuni già noti, altri nuovi: Cet amour, Barbara, Je suis comme je suis, Inventaire… L’elenco non ha fine.

Le ristampe del volume si succedono rapidamente, se ne pubblica una riedizione riveduta e aumentata, ne esce un’edizione “per amatori” mentre Serge Reggiani, attore uscito indenne dal “flop” di “Les portes de la nuit” incide una serie di dischi con queste poesie, altro successo senza pari.

Nello stesso tempo, il quartiere di Saint-Germain-des-Prés comincia a occupare le prime pagine dei giornali, e “Paroles” è ormai diventato il libro alla moda. Jacques Prévert, alla pari di Sartre e di Simone de Beauvoir, benché su un registro molto diverso, è tra le figure-simbolo di questo quartiere della libertà e sede fissa di una gioventù che, di questa libertà era stata lungamente privata.

Prima c’era Montparnasse e “la generazione perduta”, adesso c’è Saint-Germain, con le sue “boîtes” fumose dove cantano Montand, la Gréco e quant’altri mai. Montand è maturato come cantante e presto lo sarà come attore famoso, e ha una grande stima di Prévert, autore delle sue più belle canzoni-poesie, insieme al compositore di sempre, Kosma.

Intanto il settimanale di cultura “Samedi Soir” diventa il portavoce d’una parola-feticcio presa a prestito da una vecchia corrente filosofica, rimessa a nuovo per questo nuovo mondo: “Esistenzialismo”. Escono “21 Chansons” e poi “D’autres chansons” con testi di Prévert, poi gli vengono date collaborazioni alla radio e richiesto il soggetto per delle pantomime ispirate agli “Enfants du Paradis” e altre cose, moltissime.

“Paroles” diventa progressivamente l’oggetto di sapienti analisi presso riviste americane, e altre in Europa si uniscono al coro, riconoscendo il fascino di questa poesia. Scrive Albert Gaudin, su France Review, che Prévert sta trionfando verso il mezzo secolo in arrivo per il suo linguaggio “che sembra tanto spontaneo, talvolta buttato sulla carta, e che invece possiede gli accordi più delicati e sottili, con alternanze di metrica finemente calcolate”.

Saint-Paul-de-Vence è sempre il rifugio tranquillo dove Jacques va a riprendersi, appena può, dall’assedio di popolarità che lo circonda. Janine ha una gravidanza difficile, ma la nascita di Minette avviene senza problemi, e il Grande Ribelle si trasforma in un padre tenero e felice. Anche Janine, a Saint-Paul, ha il suo uomo tutto per lei, se pure a intervalli, ed è serena.

Il successo e una grande gioia. Ma la sfortuna è in agguato.

Il 12 ottobre del ’48, a Parigi, Jacques è a pranzo con Pierre, Trauner e Kosma, e poi va alla sede della Radiodiffusion Française sugli Champs-Elysées per degli impegni da discutere. Lui si affaccia da un ufficio al primo piano per vedere una sfilata sportiva sulla grande “Avenue” e non vede che la portafinestra è solo accostata e non chiusa. È una brutta caduta da cinque metri: varie fratture, un trauma cerebrale con emorragia occipitale, prognosi riservata. Viene operato e rimane in coma per vari giorni, tutti temono per lui. Ma “ce la fa”, come dicono oggi i nostri giornali: avrà una convalescenza molto lunga.

Racconterà Pierre che suo fratello, appena ripresa conoscenza, gli aveva sussurrato una incredibile battuta, degna del suo spirito inattaccabile: “Dimmi, ti prego, se sono caduto da un primo piano dell’ottavo Arrondissement (nome dei dipartimenti di Parigi), e non viceversa…”. è un buon segno, tuttavia lo dichiarano inabile a qualsiasi lavoro per cinque mesi e con un 35% di riduzione della capacità fisica per un anno ulteriore. Un grave pregiudizio per lui.

L’amico editore Bertelé deve respingere continuamente delle offerte di lavoro per Jacques, e c’è anche una richiesta di Carné che vorrebbe riavere la sua collaborazione per “La Marie du Port” del ’49, da un romanzo di Simenon, un film con tre nomi che gli sono cari: Kosma, Trauner e Gabin.

La prolungata convalescenza si svolge tutta a Saint-Paul-de-Vence, con un intenso programma di riabilitazione motoria, e la relativa vertenza legale si trascinerà per dodici anni. Per buona sorte, e sempre per merito di Bertelé, tutte le opere letterarie di Jacques vengono incluse in una sezione speciale della casa Gallimard sotto l’insegna “Le point du jour”, sul far del giorno. Ne consegue un notevole vantaggio economico per l’autore, in un momento di evidente necessità.

Tutti i vecchi amici, da soli o in gruppo, vengono a trovare il loro caro invalido. Fra loro c’è anche Yves Montand: cadrà vittima di un classico “coup de foudre”, proprio lì a St. Paul, per la bella Simone Signoret che abita una villetta nei dintorni, e ne deriverà una delle coppie storiche del cinema francese. Si è sposato felicemente anche Pierre Prévert, ancora impegnato nel cinema e poi nella televisione, sempre legato al fratello da un grande affetto.

Passato il periodo della convalescenza, Jacques è pronto a tornare al lavoro. Nessuno lo ha dimenticato: S. Germain-des-Prés è sempre la strada degli spettacoli più o meno esistenzialisti, ed è stato aperto un locale di grande successo, “La Rose Rouge”, dove a Prévert si chiedono continue collaborazioni. La “vedette” del momento è Juliette Gréco assieme a Les Frères Jacques, un quartetto di comici brillanti che riscuote un vero trionfo di pubblico.

Anche Montand, all’inizio degli anni 50, ha nel repertorio il meglio di Prévert, e le sue inaffondabili “Feuilles mortes” volano per il mondo con la voce di Sinatra e di Nat King Cole. La casa discografica Odeon ne festeggia il milionesimo esemplare.

La seconda raccolta di testi esce nel giugno 1951: il titolo è “Spectacle”. Jacques l’ha ultimata a St. Paul, lontano dai fragori parigini, e contiene poesie, assieme a testi teatrali e altre cose.

Fra le poesie, tutte molto belle, ne citiamo una: “Los olvidados” (I dimenticati). Sono i personaggi del film che Luis Buñuel ha girato nel 1950 a Città del Messico, dedicato ai ragazzi emarginati della grande metropoli: “Los olvidados, petites plantes errantes…”. Un tributo di ammirazione al suo grande coetaneo spagnolo.

“Spectacle” ha molto successo, le ristampe si susseguono. Prévert ha ripreso in pieno il suo lavoro, non ha problemi economici, è adulato dal pubblico, richiesto ovunque, sollecitato dai più grandi interpreti della canzone francese, e abita in una località fra le più belle della Francia. Dovrebbe essere completamente felice. E invece, no.

Una delusione. E anche problemi in famiglia. Ma poi c’è “La Fontaine des Quatre Saisons“.

Prévert aveva un vero culto dell’amicizia. Dalla sua prima giovinezza fino agli anni della maturità e del successo era circondato da amici sicuri, spesso collaboratori nel suo lavoro. Purtroppo una delusione gli venne proprio da un fedelissimo, il suo musicista Joseph Kosma, per un banale conflitto di contratti. Jacques era stato invitato a scrivere i testi per la messa in scena d’un lungometraggio a disegni animati al quale teneva molto, fino al punto di venir meno, per questa volta, alla sua decisione di non fare più cinema dopo “Les portes de la nuit”. Ma da un giorno all’altro si seppe del passaggio di Kosma a una casa concorrente, senza il minimo avviso: e le musiche erano tutte sue, un autentico tradimento.

Non si videro più, il progetto passò in altre mani, e Jacques ne fu addolorato. Il binomio Kosma-Prévert era forse ancora più famoso di quello Carné-Prévert.

La defezione dell’amico lo aveva colpito. Ma ben altri guai gli stavano arrivando addosso: venivano da sua moglie Janine e dai loro continui scontri sull’educazione di Minette, che cresceva.

Janine, donna sensibile e fragile di nervi, si sentiva esclusa dal mondo così attivo di suo marito e detestava tutti coloro che lo circondavano, che pure erano stati in buona parte anche amici suoi in passato. Altro suo bersaglio, il cognato Pierre, tanto devoto a Jacques e tanto felice con la sua famigliuola: gli era nata una bambina.

L’atmosfera di casa creava in Minette delle crisi di anoressia con rifiuto del cibo, e il problema era proprio sua madre: quando la ragazza passava qualche periodo presso amici di famiglia che la ospitavano, mangiava ed era serena e tranquilla. Jacques, sempre più impegnato, ci metteva tutta la sua pazienza, con tanta fatica. Fumatore accanito, aveva cominciato ad abbondare con le bevande alcoliche, pero la sua salute resisteva. Fino a quando?

Ma ecco farsi avanti un grande motivo di sollievo in questo periodo tormentato e difficile: i fratelli Prévert accettano una interessante offerta di amici parigini, l’apertura a St.-Germain-des-Prés di un locale concorrente della già famosa “La Rose Rouge”, con un programma quasi completamente dedicato alle opere di Jacques, e con Pierre responsabile di tutto il lavoro organizzativo e di gestione.

Nasce così “La fontana delle quattro stagioni”, e saranno ancora successi: il locale dei due Prévert si inserisce ben presto nella grande quantità di iniziative che da ogni lato di Saint-Germain attirano il pubblico. E qui c’è un cognome che è una sicura garanzia di divertimento e anche, perché no, di cultura.

Pierre si rivela un abile imprenditore. Mette subito in scena il famoso “Dîner de têtes à Paris-France” di tanti anni prima, la cui anarchia pungente arriva graditissima a un pubblico giovane che non l’aveva mai visto e che si entusiasma alla feroce litania dei “ceux qui”, coloro che…

“La Fontaine des Quatre Saisons” proseguirà con sette anni di assoluto successo sostenuto da artisti di talento. Intanto Pierre, esortato dallo stesso Jacques, si andrà svincolando felicemente dalla dedizione ammirativa per lui, che ne aveva sovente limitato le azioni.

Fra l’enorme quantità di spettatori sempre entusiasti, c’è anche Chaplin che, di passaggio da Parigi, non ha voluto rinunciare ad uno spettacolo. Ne uscirà divertito, complimentando i responsabili.

Un altro nome da ricordare è quello di André Verdet, che proprio in quei giorni, frequentando spesso Prévert per il debito di riconoscenza che aveva con lui (lo aveva salvato dai tedeschi, come abbiamo visto prima), lo presentò a Picasso. Il poeta più giovane, quello maturo e il grande pittore coltivarono sempre una loro cordiale amicizia. Famosa la frase di Jacques: “Ho di meglio d’un capolavoro di Picasso: ho Picasso!”.

Purtroppo c’erano ancora i problemi di famiglia. Minette, ormai cresciuta, si stava avviando sul pericoloso cammino della droga, ma non si oppose ad un prolungato ricovero disintossicante, che in qualche anno diede ottimi risultati. Nel 1968, divenuta ormai “Mademoiselle Michèle Prévert”, conobbe un giovane fotografo, Hugues Bachelot, e un fortunato matrimonio concluse per sempre la grave questione.

Qualche anno dopo, la nascita di una bambina avrebbe prodotto un “Grand-père Jacques”, un nonno felice.

I Prévert furono però costretti a lasciare Saint-Paul, poiché i proprietari della loro villa in affitto la rivolevano. E si trasferirono sul mare, ad Antibes. A Jacques dispiacque, ma la sistemazione era più comoda e con tanti amici più vicini, fra i quali Duhamel, che vi abitava già da tempo. Ad Antibes c’era anche una casa-museo di Picasso, dove il pittore aveva abitato e vi tornava ogni tanto: era sempre un gradito incontro. Ci piace anche immaginare che talvolta Jacques si fermasse davanti a quell’Hotel du Cap che trent’anni prima ospitava Scott e Zelda Fitzgerald, un’altra coppia che si portava dietro i propri guai, e con meno fortuna…

La casa al mare e il bel golfo di Antibes lo sedussero ancora per qualche anno, ma gli impegni di Parigi si facevano sempre più pressanti, e la vita di pendolare fra la capitale e la Riviera diventava molto faticosa. Per di più, le località della Costa Azzurra si stavano trasformando in sedi turistiche troppo affollate e caotiche.

Era ora di andarsene, e la moglie Janine ne fu contentissima.

A Parigi, i Prévert si erano già sistemati da qualche tempo a “Cité Véron”, ai piedi del colle di Montmartre, un rione molto caratteristico e non lontano dal famoso “Moulin Rouge”. La casa era tranquilla e suggestiva e aveva una grande terrazza un po’ defilata. Sotto di loro abitava (quando c’era) Boris Vian, una figura ben conosciuta nel mondo di Saint-Germain.

Questo periodo di “Cité Veron” sarà uno dei più attivi. Il suo interesse si rivolgeva a nuove forme di espressione in campo grafico (è l’epoca dei suoi noti “collages”), mentre all’estero le sue opere si facevano strada a livello universitario, in Europa e altrove. All’Università di Berkeley in California si studiavano i suoi lavori poetici nella traduzione di Lawrence Ferlinghetti, esponente della scuola “beat”.

Una panoramica necessaria sul lavoro di Prévert.

Si rende ora indispensabile riprendere, in una breve rassegna, una visione delle sue opere, che abbiamo lasciato a “Spectacle” del 1951.

Va subito premesso che le vicende della sua vita, buone o meno che fossero, non ebbero mai una particolare influenza sulla grande vitalità e originalità dei suoi lavori. In quegli anni, abbiamo detto, molte sue pubblicazioni si integrano con fotografie, disegni, illustrazioni di collaboratori famosi: un valido materiale di appoggio.

Ricorderemo solo le cose più conosciute, ma teniamo presente che in realtà non vi furono mai interruzioni, e che ogni anno si arricchiva di altre novità scaturite dalla sua inesauribile fantasia.

La gente voleva ancora e sempre “Du Prévert”, delle cose sue…

Nel giugno ’51 era uscito “Spectacle”. Subito dopo è in libreria “Lettres des Iles Baladar”, lettere dalle isole Baladar: è un delizioso racconto illustrato da André François, su uno strano arcipelago al quale nessuno dà importanza (Isole del Niente), mentre invece gli abitanti del “Grande Continente” vogliono per forza occuparle. C’è al solito, la sua feroce ironia, qui rivolta in particolare contro il colonialismo e i suoi misfatti.

“La pluie et le beau temps”, la pioggia e il bel tempo, esce nel 1955, sempre con Gallimard editore. Si completa così un trittico famoso, dopo “Paroles” e “Spectacle”. Molto vario il contenuto: ancora belle poesie, come “Cagnes-sur-mer” dedicato alla sua Costa Azzurra, e poi il testo completo di una commedia che verrà presentata con grande esito alla “Fontaine des Quatre Saisons”, con un titolo surreale, “La famiglia Tubo-di-stufa”, un lavoro dissacrante, come sempre.

È del ’59 “Ritratti di Picasso”, un volume con fotografie tutto dedicato all’amico pittore e pubblicato, cosa eccezionale, da un editore milanese, Muggiani.

“Storie e altre storie” è del 1963 , riedizione molto ampliata di un “Histories” del 1946. E nel ’66 esce “Fatras”, cioè “Guazzabuglio”, uno dei suoi più originali lavori. Contiene ben cinquantasette “collages” inseriti nel testo, una specie di versione grafica dei suoi scritti che, a loro volta, si presentano come un compendio di tutti i suoi odiati bersagli: esercito, borghesia, guerra, politica… Né può mancare il solito anticlericalismo: sono sentimenti notissimi, ma qui offerti al lettore in forma ironica e con giochi di parole che sembrano attenuare, ma che in realtà esaltano, la loro pungente efficacia. Tuttavia, in un’opera come questa, non manca una nota di tenerezza rivolta a sua moglie Janine, e il titolo è semplicemente “A…” una dedica anonima che sembra commentare il sospirato ritorno alla serenità in casa loro.

Le pubblicazioni si susseguono. Nel 1970, un volume di lusso con editore svizzero, “Imaginaires”, piuttosto sobrio nei testi e ricchissimo di “collages”. Contiene un famoso messaggio a Garcìa Lorca, del tutto immaginario, come vuole il titolo del libro: “Né tu né io né alcun poeta sappiamo cosa mai sia la poesia…”.

E infine, nel 1972, la raccolta “cose e altre cose”, ancora con Gallimard editore. Contiene una dichiarazione che non si può fare a meno di riportare in originale:

Je n’ai jamais compris grand-chose

Il n’y a jamais grand-chose ni petit-chose

Il y a autre chose

Autre chose, c’est ce que j’aime

qui me plait

et que je fais…

Pochi versi, e c’è dentro tutto Prévert.

Ancora qualche nota. I titoli che abbiamo citato, e altri ancora che non è possibile elencare, erano sovente delle raccolte di cose nuove, ma alternate, nello stesso volume, ad altre produzioni importanti ma più lontane nel tempo, che erano state ricuperate, come già detto, da amici di Jacques in periodici, riviste, appunti o testi di teatro, che lui metteva da parte senza troppi riguardi.

Un altro mare e un’altra casa: l’ultima.

Sistemato nella sua “Cité Veron” a Parigi, Prévert seguiva il suo lavoro e i suoi impegni molto più comodamente. Tuttavia…

L’amico e grande collaboratore nel suo cinema, lo scenografo Alexandre Trauner ormai impegnato a Hollywood, si era comprato, fra una andata e un ritorno dall’America, una bella residenza a Omonville, sul capo estremo della Normandia, non lontano da Cherbourg. Jacques ricordava con nostalgia quella costa atlantica dei suoi avi dove si era recato in gioventù, e per di più certe difficoltà respiratorie che cominciavano a disturbarlo si sarebbero giovate di qualche nuovo soggiorno al mare, a solo un paio d’ore da Parigi: “Sarebbe come un polmone supplementare, di cui ho piuttosto bisogno”…

La decisione fu molto rapida. Trauner gli trovò la casa adatta, molto spaziosa, e si occupò lui stesso di rimodernarla, compreso un alloggio per gli sposi e la nipotina Eugenia in visita al nonno. Per lui, un ampio studio per i suoi “ritagli”, ai quali si dedicava sempre più intensamente. Per di più Janine, sempre riservata con le amicizie, aveva fatto lega con “Madame Trauner” e altri amici della zona.

Il periodo fra Parigi e Omonville fu uno dei più felici della sua vita. La confusione turistica della Costa Azzurra era ormai lontana, e poteva anche allontanarsi senza difficoltà da Parigi, ogni volta che lo permettessero i suoi impegni. Le sue produzioni erano sempre più richieste, la sua popolarità si manteneva al massimo, premi e riconoscimenti gli erano pervenuti, sebbene con un certo ritardo, anche dal teatro e dal cinema. Era sempre stato contrario alle interviste, ma cedette alle insistenze di una emittente radiofonica. In quella occasione, però, si fecero avanti delle difficoltà respiratorie: sessant’anni di sigarette Gauloises a non meno di tre pacchetti al giorno, chiedevano giustizia.

Il peggioramento fu piuttosto rapido, e la diagnosi medica non si prestava a dubbi: un carcinoma polmonare senza alcuna possibilità di trattamento chirurgico. “J’ai une saloperie, je sais que je suis foutu” (Ho una porcheria, so che sono spacciato), confidò a suo fratello e al suo genero, e questo fu il suo semplice commento.

Ma pochi giorni dopo aggiungeva: “Ho avuto una bella vita. E una vita come questa io la auguro a tutti”.

Si spense l’11 aprile 1977, nel suo studio al primo piano con vista sul mare, a Omonville, Normandia.

Questo il commento del suo biografo Yves Courrière: “Aveva settantasette anni, una grande quantità di libri e di film che l’avevano fatto conoscere in tutto il mondo, oltre a centinaia di pubblicazioni e di “collages” e più di cinquecento edizioni delle sue canzoni. E dicevano che era un pigro…”.

Nel 1992 è uscita l’edizione completa, in due volumi, di tutte le sue opere, pubblicata da Gaston Gallimard nella collana “Bibliothèque de la Pléiade”. Un tributo da parte dell’editore che aveva fatto conoscere il meglio del suo lavoro.

La gente vuole ancora bene a Prévert?


Molti, davanti a quel cognome un po’ colorato, che in fondo vuol dire “Prato Verde” accennano, anche senza sapere le parole, al motivo di “Les Feuilles Mortes” e citano Juliette Gréco o Yves Montand: fantasmi in musica.


I più fedeli, invece, citano “Barbara”, col dovuto accento sulla “a” finale, la ragazza di Brest che quel giorno camminava sorridente sotto la pioggia: è la sua poesia più celebre.


Era una pioggia che stava per trasformarsi in “ferro, acciaio e sangue” sotto le bombe: e l’imprecazione di Prévert è violenta e dolorosa: “Oh Barbara, quelle connerie la guerre!” vale a dire: che cosa insulsa è la guerra!…


Su qualche canzone un po’ invecchiata e su una delle sue più belle poesie si può ancora pensare che bisogna voler bene a Prévert? Io credo proprio di sì.


Dai suoi anni fino ai nostri il mondo si è riempito di “conneries” d’ogni genere, e le imprecazioni di Prévert sono ancora le nostre. Jacques è ancora uno di quegli amici che si prendono a braccetto per fare un po’ di strada insieme, sfogandoci a parlar male di “Ceux qui…” cioè di coloro che…, come si legge all’inizio di tante sue belle poesie. E perché non fare questo percorso in compagnia d’una ragazza della Bretagna, la terra di Prévert, di nome “Barbarà”?


BIBLIOGRAFIA E ICONOGRAFIA


VOLUMI:


Yves Courrière, Jacques Prévert en verité, Ed. Gallimard, Parigi, 2000


Jacques Prévert, Paroles, Ed. Gallimard, Parigi, 1949


Jacques Prévert, Spectacles, Ed. Gallimard, Parigi, 1949


Jacques Prévert, La pluie et le beau temps, Ed. Gallimard, Parigi, 1955


Jacques Prévert, Poesie (a cura di G.D. Giagni), Ed. Guanda, Parma, 1964


Jacques Prévert, Il Prévert di Prévert, Feltrinelli, Milano, 1967


Jacques Prévert, Poesie (a cura di B. Cagli), Newton Compton, Milano, 1978


Jacques Prévert, Storie e altre storie, Feltrinelli, Milano, 1965


Jacques Prévert, Fatras (prefazione di L. Bianciardi), Ed. Guanda, 1977


Marcel Carné, Gusto di vita-Autobiografia, Longanesi, Milano, 1982


Roberto Nepoti, Carné, La Nuova Italia, Firenze, 1979


Jean Renoir, La vita è cinema-Tutti gli scritti, 1926-71, Longanesi, 1974


Jean Renoir, La mia vita, i miei film, Ed. Marsilio, Venezia, 1992


Gianni Rondolino, Cinema e musica, Ed. Utet, Torino, 1991


André Brunelin, Jean Gabin, Arsenale Editrice, Venezia, 1988


Alberto Farassino, Tutto il cinema di Buñuel, Baldini & Castoldi, 2000, pag. 65


Carlo Bo, Nuova poesia francese, Ed. Guanda, Parma, 1952


QUOTIDIANI E RIVISTE:


Barthélemy Amengual, Prévert rosso e nero, Cinema n° 104, Febbraio 1953


Eugenio Montale, Poesia parlata, Corriere della Sera (5 settembre 1951)


Giuliana Scimé, Gli anni trenta a Parigi non erano un sogno, Corriere della Sera (7 agosto 2000)


Maurizio Porro, Addio Carné: ha portato il cinema in paradiso, Corriere della Sera (1 novembre 1996)


Carlo Bo, Prévert ha portato la poesia fra la gente e per le strade, Corriere della Sera (12 aprile 1977


Lorenzo Bocchi, Gli si devono anche “Les feuilles mortes”, Corriere della Sera (12 aprile 1977)


Alfredo Giuliani, Era la Francia in poesia, Repubblica (12 aprile 1977)

Commenti

Un commento a “Jacques Prévert ribelle romantico (II)”

  1. Fantastico, come poeta e come uomo!

    Di Simone | 23 luglio 2014, 14:44

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