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Omnia

L’ultimo esilio di Quetzalcoatl ad oriente (II)

Yucatàn centrale come il Santiago Barnabeu

Basta guidare un maggiolone bianco per riuscire ad infilarsi nello Yucatàn centrale. Lo Yucatàn inesplorato,dove non esistono rovine imponenti e il viaggio va avanti senza incrociare i giganteschi pullman del servizio turistico che sfrecciano sull’asse Cancun — Merida.

Una cosa tira l’altra; niente rovine, niente pullman, niente turisti… matematica elementare!

Eppure non è terra di nessuno quella che si percorre, ogni tanto qualche vacca invade la strada stralunando gli occhi mansueti, mentre il motore del maggiolone resta al minimo con la frizione pigiata… nell’attesa che la vacca si sposti. Di tempo a disposizione ne hanno entrambi.

Sulla strada stretta, o passa la vacca o il maggiolone… uno per volta.

Uomini a torso nudo puliscono i cigli dall’erba armati di machete. La foresta che assedia la pista è stata rinvigorita dalla stagione delle piogge appena terminata e il caldo è soffocante. Le pelli sudate dei tagliatori brillano come ebano. La vita si sviluppa lungo i cigli della pista:

I villaggi? Capanne tirate su con mattoni di fango ricoperte da tetti di paglia. I villaggi affiorano dal verde rigoglioso, costruiti con gli stessi metodi usati dai maya secoli fa.Sbuffi di fumo e l’odore del legno bruciato significano che gli yucatechi sanno usare ancora il fuoco… e lo fanno in casa!

Le canne raccolte nel periodo di luna crescente durano dodici anni, al contrario due solamente: qualità dei tetti baciata dalla luna!

Soltanto le scuole e le chiese sono intonacate e tinteggiate. Gli adulti che abitano i villaggi sono timidi, poco abituati allo straniero. Le donne ad esempio ti osservano da dietro le finestre o protette dagli orti. Usando il teleobiettivo i loro ritratti risulteranno superbi.

I bambini che non sono a scuola, invece, giocano assieme ai tacchini, ai maiali neri, alle galline che scorrazzano sulla striscia di cemento dissestato. Loro di timidezza non ne hanno… ridono contenti, imitano il conducente alla guida, lo sberleffano.

In mezzo allo Yucatàn centrale — non so neanche dove — puoi trovare un immenso campo da calcio:

I ragazzi sono divisi in due squadre da una cinquantina d’elementi ciascuna. Giocano senza né porte né portieri. Ma come fanno? mi chiedo.

A guardarli, finiscono per assomigliare a stormi di rondini scalze che si gettino all’inseguimento di un pallone bianco che schizzi sull’erba verde.

Non posso limitarmi a guardare, io che da piccolo sognavo di giocare da grande nel Real Madrid!

Fermo il maggiolone, tolgo le scarpe, restando a petto nudo come i tagliatori d’erba incontrati sulla strada … sono un italiano per Dio!

I ragazzi sono incredibili, scalzi toccano la palla come sul velluto. Gioco a calcio con loro in mezzo allo Yucatàn, dove non esistono spettatori, e il pubblico pagante non riempirà gli spalti.

Corro, scatto, rido, abbraccio i bimbi eccitati nel condividere il gioco con un compagno inaspettato: Lo Yucatàn centrale come il Santiago Barnabeu…dove un italiano si laureò campione del mondo.

Lavori in corso

La strada Puuc è un serpente nervoso che s’insinui sulle pieghe ondulate del territorio. Curve, controcurve, sobbalzi, tornanti. Zona isolata, battuta poco dai girovaghi solitari.

Se l’aggiustassero un po’ sarebbe meglio, mi viene da pensare prima di scorgere il posto di blocco che, da lontano, si potrebbe scambiare per un lavoro in corso del manto stradale davvero auspicabile.

I militari spostano le loro posizioni da “prima linea” sui nodi che svincolano le principali vie di comunicazione: buche protette con sacchi di sabbia dove riposa sorniona una mitragliatrice. Camionette ai lati della strada, vedette rialzate sopra la foresta. Questo è l’impatto con la prima cortina che tende ad isolare il Chiapas dal resto del Messico, infondendo in chi passa la spiacevole sensazione della guerra civile spiattellata come una sorta di lavoro in corso.

Abbasso il finestrino: il marines latino che mi si avvicina è poco più di un ragazzo, una faccia dai lineamenti gentili, occhi neri e profondi. Pelle olivastra e pistola carica, pronta a qualsiasi evenienza.

È un militare in mimetica, ma ha tutta l’aria d’un giovane che indossi un costume di carnevale.

I modi, la faccia, non sono di un soldato, bensì quelli di un universitario qualsiasi, discendente dei maya; magari i fratellini più piccoli — in questo momento — stanno giocando a calcio, oppure corrono dietro a tacchini e maiali in qualche posto che nessuno straniero non conoscerà mai.

Chi sei? Dove vai? Perché? … quesiti universali nel repertorio classico dei militari e della polizia.

Per uno come me, abituato a porsi le identiche domande tutti i santi giorni, senza riuscire a trovare risposte definitive, l’espressione di sorpresa che mi si dipinge sul volto è quasi scontata. Mi sa che il militare lo ha captato, infatti, sorride porgendomi il saluto marziale della mano che scatta sulla fronte. La sbarra si alza e il maggiolone bianco se ne va oltre.

Un primo “oltre” prende il nome de El Palacio, a Sayl;

ti da l’idea di una residenza micenea a tre piani che sia stata scaraventata da Creta in mezzo alla foresta mesoamericana. Una magia: centodieci metri di larghezza per trenta d’altezza d’eleganza. Pietra che assume il calore della terracotta immersa nella luce arancione del primo tramonto.

Ci sali sopra e il respiro immenso della selva diviene infinito. Nel sito non c’è nessuno a quest’ora. Avverto le onde d’umidità sopraggiungere dall’ombrosità del sottobosco. Il palazzo, nonostante la notevole grazia, è stato abbandonato alla corrosione del tempo… in sgretolamento! Privo di cure!

Il secondo “oltre” è il palazzo delle maschere a Kabah;

Qui la facciata di un palazzo situato su una terrazza, è fittamente ricoperta da maschere di Chac — il dio della pioggia – ogni maschera è composta da una miriade di pietre scolpite. Un mosaico del genere toglie il fiato…purtroppo toglie il fiato anche l’insopportabile tanfo d’escrementi che impedisce di entrare nelle stanze interne. Uno si domanda come può accadere che opere di tale portata siano trascurate così palesemente, mentre si dedica molta più attenzione ai posti di blocco: Solo una questione di lavori in corso?

Il dì di festa

Le calli 54-56-58-60-62-64 tagliano a fette parallele la cittàda est verso ovest.Le calli 57-59-61-63-65-67 fanno lo stesso, però da nord verso sud.Da impazzirci su! Se sbagli un incrocio sei costretto a fare il giro del mondo per ritornare al punto di partenza, come succede con il gioco dell’oca… piatto tipico tra l’altro, l’oca.

Merida è un dedalo inestricabile di vie nominate con dei numeri, pieno di smog. Ti credo! Con tutti gli incroci che la gente sbaglia! Decido di abbandonare il maggiolone bianco al primo garage della Hertz. Fine corsa amigo!

Merida come Babele, ci trovi di tutto… tutti gli incroci di razze e lingue. Tutti i prodotti: dalle amache alla tequila, dal pao negro all’argento, dal mango all’hot dog passando per il panama.

Merida mercato totale dei filibustieri.

Domenica a Merida, il dì di festa… All’Hotel Santa Lucia compilo il solito questionario che nessuno controllerà mai: provenienza Uxmal – destinazione Palenque (Chiapas), poi esco.

La Plaza Mayor è il sunto di questo importante centro yucateco, vivace acculturato caotico. Da sempre e per sempre. Per questo decido di passare la domenica a bighellonare tra le panchine del suo giardino centrale dove stanno montando un palco che accoglierà il concerto serale.

Gli scavatori stanno rompendo l’asfalto che circonda la piazza in modo da risistemare i tubi del gas e dell’acqua… un rumore assordante. Davanti al portone principale della cattedrale ad un certo punto qualche manovale scopre che tra la terra ribaltata navigano dei resti umani…

“un ossario maya” – si grida.

La gente che sta per uscire — a messa finita — viene respinta dentro. In due e due quattro le belle arti son lì a transennare il buco d’ossa maya. I cristiani vengono fatti uscire dalle porticine laterali, invece

È giorno di mercato in questa domenica che festeggia uno dei tanti patroni che i messicani si sono inventati pur di festeggiare qualcosa. In Messico si fa sempre festa; eredità tradizionale visto che gli Aztechi ne avevano trecento all’anno? Chissà? Al giorno d’oggi, comunque, sono diverse e distinte le feste: feste cattoliche, feste pagane, feste nazionali, feste popolari, basta che ci sia festa…

Perché?

Perché il Messico è uno dei popoli più poveri e più tristi della terra… ecco perché!

Durante la festa la gente grida perché durante il resto dei giorni deve starsene fin troppo zitta. Nella festa la gente esprime i colori, tira fuori l’anima eccitata, quei sentimenti profondi che magari non sanno nemmeno di avere. Esiste addirittura una festa del grido in Messico: il 15 settembre.

Allora capisci che per loro non ha più importanza se la festa sia pagana, cattolica o patriottica… l’importante è far festa, il delirio al rovescio di una certa apatia, di certi silenzi e stanchezza ben evidenti e noti nel DNA messicano. L’evento insolito orbita gli spiriti dei poveri in una certa sacralità. Approfittano del caos, la dimensione dove tutto è in movimento e potenzialmente ancora possibile, semidivino. Nella festa non esiste più l’ordine precostituito e la regola viene abbattuta. Vi sono feste in cui l’allegria va a finire pure male. Gli ubriachi sparano con le pistole, in aria… finché qualcuno ci rimane secco. Il senso del sacrificio ereditato dai vari Moctezuma e compani?

Scriveva Octavio Paz, il grande poeta messicano… la festa è un’operazione cosmica: l’esperienza del Disordine (notare la d maiuscola, per piacere), la riunione degli elementi e dei principi contrari atti a provocare la rinascita della vita.

Merida nel dì di festa è un po’ tutto questo:

A notte inoltrata sono ancora lì a contemplare l’arte del caos seduto al centro di Plaza Mayor:

Gli scavatori lavorano ancora, la gente balla ascoltando la musica dei Mariachi in concerto. Sembra uscire dalle trombe tutto quel polverone. Intorno una miriade di chioschi che friggono e cucinano. C’è chi lucida scarpe. Altri curiosi guardano dentro l’ossario maya scoperto poco prima di fronte al portone della cattedrale. Guardano dentro mangiando un Hot Dog.

Ad un certo punto partono i fuochi d’artificio e riempiono il cielo di rosso, verde, blu, bianco e chi è ubriaco grida a squarciagola. Manca soltanto che qualcuno si metta a sparare!

Gente povera e meravigliosa dello Yucatan-Messico, dispersa in un città tagliata a sangue da vie senza nome. Giù, in fondo alla cola de plata, sotto il tallone dell’Achille U.S.A..

(fine seconda parte)

Il brano riportato è tratto dal suo primo romanzo, “L’ultimo esilio di Quetzalcoatl ad Oriente”, diario di un lungo viaggio nello Yucatàn. 
Paolo è anche l’autore di tutte le fotografie che illustrano il racconto.

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