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Cinema

Jerzy Stuhr

Il grande animale

Martina Palaskov (MP): Il film è stato tratto da una sceneggiatura di Kieślowki, scritta tempo fa. Mi racconti po’ la storia del film Duźe zwierzę (Il grande Animale).

Jerzy Stuhr (JS): Noi, gli amici di Kieślowski, sapevamo di tanti lavori che lui aveva fatto prima di diventare il grande regista che tutti conoscono. Nessuno si era accorto, però, di questo lavoro in particolare, che lui aveva scritto nel 1973. La sceneggiatura si chiamava Il Grande Animale. è stata ritrovata in Germania, e molto probabilmente lui cercò di trovare un produttore all’estero. A quei tempi, infatti, regnava un totalitarismo duro nel nostro paese. Sarebbe stato difficile promuovere la validità di un tema che dimostrasse che non siamo uguali, come dimostrava invece l’ideologia comunista. Forse questa sceneggiatura sarebbe stata pericolosa per i dirigenti, quindi molto probabilmente Kieślowski non avrebbe trovato un produttore. Non bisogna dimenticare che in quei tempi Kieślowski non era ancora un grande regista di film narrativi. Era un noto documentarista, conosciuto in Europa, ma non ancora un grande regista. La sceneggiatura è probabilmente stato per lui il primo tentativo verso il film “che vuole raccontare una storia”. Fortunatamente è stata trovata in Germania da un produttore polacco che poi ha dato a me. Mi ha proposto di girare il film e mi ha anche proposto di interpretare la parte del protagonista (Stuhr nasce come attore. Oltre ad aver recitato in teatro, egli è stato uno degli attori prediletti dal maestro Kieślowski N.d.R).

Ho trovato la proposta molto affascinante, però la decisione non è stata facile per me. Da tanti punti di vista.

La prima cosa che mi ha colpito all’inizio è stato che la sceneggiatura, dal punto di vista tecnico non rientrava nei canoni di una sceneggiatura filmica. La chiamerei piuttosto una novella; la fase immediatamente precedente la stesura della sceneggiatura. Ho capito subito che avrei dovuto aggiungere e cambiare tante cose. Non ero sicuro di farcela. Ho atteso un anno senza dare risposte. Ero titubante. Solamente quando ho ricostruito le scene e il pensiero di Kieślowski, allora ho deciso di farlo. Ciò che mi ha convinto è stato che avrei potuto interpretare con convinzione il ruolo del protagonista. Affrontando personalmente ed analizzando attentamente tutte le sfumature del personaggio, avrei potuto difendere le mie idee e far comprendere appieno l’idea generale del film.

È stata un’esperienza affascinante per me. Io non ho mai girato un film poetico. I miei film sono sempre molto realistici. Raccontano la storia di uomini qualsiasi, in Europa, oggi. Penso sia per questo che i miei film hanno avuto un discreto successo in Europa. Mai però mi era passato per la testa di girare un film poetico.

Il cammello è una metafora, tutto il film è una grande metafora. Ho cercato di trovare la forza di poter diventare un poeta per questo film. Lo sceneggiatore mi ha dato una mano, tutti mi hanno dato una mano, l’operatore ecc. La stessa decisione di farlo in bianco e nero è stata una decisione che abbiamo preso insieme. Tutte queste questioni sono state affrontate per rendere il film il più poetico possibile.

Una decisione che, ricordo, mi spaventava un po’.

Il tema affrontato da Kieślowski era esattamente ciò che stavo aspettando. In quel preciso momento, io volevo girare un film sull’intolleranza. Tuttavia non è facile affermare: “voglio girare un film sull’intolleranza”. Tanti hanno fatto un film su questo tema. Vedi Spielberg e tanti altri. Questo è un tema oramai quasi esaurito. Io però volevo farlo, perché questo problema mi tocca personalmente. Vedo che il problema è presente in Europa, nascosto. Facciamo finta che non esista, ma è lì presente. E non sappiamo come nasca, non ci preoccupiamo di scoprire da dove nasca il sentimento dell’intolleranza. Non parlo per forza dell’estrema destra, mi riferisco alla gente normale.

Io, per esempio, sono tollerante? Mi sono sempre chiesto se sarei stato tollerante nel vedere dei nomadi davanti a casa mia sistemare il loro campo.

Mi sono spesso fatto di queste domande.

Mi affascinava l’idea di fare un film che trattasse questo tema, ma non avevo trovato l’adatto involucro artistico per affrontare questo dilemma, che invece ho trovato nella sceneggiatura di Kieślowski. Ho pensato, perché non utilizzare una favola?

Non pensavo che questo tema così pesante ed imbarazzante potesse essere narrato come una favola.

Un cammello che arriva, non si sa da dove. Arriva e si presenta a queste due persone semplici, normali cittadini di un paese in provincia.

MP: Il film mi ricorda tanto Elephant man di Lynch. Si è forse ispirato, prendendo qualche spunto narrativo come esempio, alla sua pellicola?

JS: Sì e No.

Ho parlato molto con i miei collaboratori, riflettendo sul fatto che questo tipo di film non era un film del tutto originale. Voglio dire, ci sono stati tanti esempi di trattazione narrativa nei confronti di questo tema.

Le affinità più strette le abbiamo riscontrate in letteratura, quella degli anni ’60. Il tema di personificare i nostri incubi in animali. Guarda Ionesco, la drammaturgia di Ionesco. Quando penso a Kieślowski, penso che anche lui come me abbia letto ed analizzato questo tipo di letteratura. Mrozek, in Polonia, per esempio, ha scritto un bellissimo racconto intitolato L’Elefante. Nel racconto, egli personifica tutti i nostri problemi con l’Elefante.

In seguito questo tipo di procedimento narrativo è stato un po’ abbandonato.

Però credo di potermi paragonare ad un determinato filone cinematografico nel quale probabilmente rientra anche il film di Lynch.

Ho tentato tuttavia di essere veramente originale.

Credo di aver ottenuto una vittoria. Credo di essermi liberato di tutte le mode. Vedete, il cinema sembra sempre ruotare intorno ai soldi. Tutti parlano di soldi quando si fa cinema. Il regista è sempre un po’ sottomesso al denaro. E ciò ti da fastidio. Non sei libero, e quando lavori ti fai sempre la stessa domanda, ti chiedi se il film piacerà, se piacerà ai giovani che vanno al cinema. Il tuo pensiero è sempre diviso.

Ho detto no. O faccio questo film liberamente, senza domande o non lo faccio più. Devo avere coraggio. Devo andare contro le mode. Pensavo che avrei veramente vinto solo allontanando da me e dalla mia opera tutti questi suggerimenti commerciali.

Grazie anche ai produttori. Non è mai facile convincere i produttori. Sembra facile, ma è sempre una lotta dura convincere i produttori. Il film è piccolino, in bianco e nero…

MP: Crede ci siano degli elementi del film che sente più suoi e altri che forse ritiene appartengano più all’immaginario di Kieślowski?

JS: Quando ho accettato di fare questo film, sapevo benissimo che da quel momento il film sarebbe stato mio. Ovviamente mi ha aiutato il fatto che sarei stato io a recitare. Ci avrei messo dentro la mia personalità, la mia individualità. Sapevo fin dall’inizio che se avessi fatto una ricostruzione di ciò che esattamente Kieślowski aveva in mente, il film sarebbe stato un fallimento. Ho detto, lasciamo stare. è una bellissima metafora che lui ha inventato, ha fatto qualche dialogo… però il film deve essere mio.

Devo dire che la critica di tutto il mondo ha notato che il film è mio. Avevo paura che mi identificassero come un epigono di Kieślowski che osava girare un film tratto da una sua sceneggiatura. Avevo sinceramente paura di critiche di questo tipo. Non è, però, andata così. Hanno detto, al contrario, che si tratta di un mio film.

Sapevo dall’inizio che la ricostruzione non porta alla vittoria. è stato molto difficile abbandonare tutta l’intenzionalità di Kieślowski. Mi sono fatto aiutare dallo sceneggiatore, ma i mezzi espressivi sono stati i miei.

Poi c’è stata anche una sorpresa.

Avevo pensato che il messaggio principale del film sarebbe stato l’intolleranza. Durante il montaggio, però, mi sono accorto che un tema ancora più importante stava venendo fuori. Il tema che sorge è quello del diritto di ognuno di essere diverso.

Dovete avere il coraggio di essere diversi, di mostrare la vostra diversità. Bisogna mostrare i propri valori, la propria individualità, la propria personalità.

Il mio distributore in Polonia ha fatto delle domande ai bambini delle scuole medie che hanno visto il film. Si trattava di ragazzi di quindici, diciassette anni. Dovevano stillare un tema, una critica sul film. Il titolo del tema era Non Avere Paura di avere un cammello, in altre parole cosa significa per loro il film.

Loro hanno scritto dei temi bellissimi. Non recepivano il tema dell’intolleranza. Per loro non c’era intolleranza nel film, bensì il mantenimento della propria individualità.

Una ragazza ha scritto: “io suono il pianoforte, ho 13 anni, e questo pianoforte è il mio cammello. Quante volte mi impedisce di andare a spasso con i miei colleghi! Quanto è duro, grande e ingombrante con quattro gambe!”. Un paragone bellissimo.

Secondo me lei ha espresso esattamente ciò che intendevo. Lei ha il coraggio di essere diversa dagli altri. Di dimostrare la sua diversità.

Non mi sarei mai aspettato che un film così piccolo, modesto, avesse un tale successo, poiché siamo abituati ai grandi colossal.

Il film mi ha fatto girare molto. Lo ho promosso a San Paulo in Brasile passando per Los Angeles e sono arrivato fino in Israele. L’ultima tappa è Trieste. Sono contento di finire qui dove trovo un festival che per me è molto importante. Proprio questo festival ha dedicato ampio spazio a tutti i miei lavori. Film che non sono mai stati visti in Italia.

MP: Il film, a mio avviso, può anche essere interpretato. Il cammello può metaforizzare l’intolleranza, ma può anche simboleggiare un altro problema molto attuale, quello dell’immigrazione da parte di popolazioni africane o albanesi. Persone che emigrando dal loro paese pensano di trovare la libertà invece trovano l’intolleranza. Il cammello stesso sembra simboleggiare l’Esotico.

JS: Sono completamente d’accordo.

Il cammello, infatti, non è stata una scelta casuale. Il cammello è un animale scelto da lui, da Kieślowski. Si tratta di un animale simpatico, che ha la sua personalità. Lui cammina come vuole. Non puoi importi. Il nostro cammello in particolare, era un animale da circo, quindi era abituato al chiasso, alla musica, ai fari, alla gente. Questo è stato un grande vantaggio per noi. Non si poteva in ogni caso imporsi sulla bestia.

Sono convinto che sia stata molto importante questa scelta.

MP: Lei si identifica nel personaggio che ha interpretato?

JS: Sì, dal punto di vista morale sicuramente sì.

Nella vita, secondo me, è molto difficile trovare la forza di essere se stessi. Non solo essere, ma anche, come attore, dimostrare agli altri di essere se stessi. A volte si tratta di decisioni molto faticose. Nel caso in cui presento la parte giusta di me, facendo l’attore, non ho problemi. In questo caso, però, si tratta di mostrare il lato debole della mia personalità. Dimostrare al pubblico ciò che si vuole nascondere non è facile. Volendo veramente diventare un artista si deve procedere in questa direzione. Bisogna decidere di mostrare il lato più intimo della propria natura. Questo probabilmente distingue noi artisti dalla gente comune.

Non posso però affermare di essere sempre un artista. Sono un artista quando decido di fare ciò. Mi è capitato forse poche altre volte nella vita. Di solito lavoro. I momenti in cui mi sento un vero artista sono pochi… molto rari.

Speri sempre che il pubblico accetti la tua visione dei fatti quando ti confessi così apertamente. Capita a volte che alla gente tu non interessi quando butti fuori tutta la tua anima. L’incubo delle persone che si alzano e se ne vanno ti fa sudare la notte. Preparando un film spesso mi capita di pensare se al pubblico interesserà ciò che ho fatto.

Poi fortunatamente arrivano anche i lunghi applausi e sei contento. Dura un attimo però. Fino a quando non trovi un altro tema che ti spaventa.

MP: Da che parte della Mdp preferisce stare. Preferisce dirigere o essere un interprete?

JS: è difficile da dire. Sono due mestieri diversi. Fare il regista per me è un’avventura intellettuale. Inventi il mondo, fai vivere i personaggi, puoi anche cancellarli. Devi essere logico.

Presentare, invece, tutto ciò come attore, be’… si tratta di un’avventura di cuore. Bisogna buttare via i propri sentimenti, il temperamento, anche il fisico. Si tratta di una decisione molto scomoda.

In me tutto ciò si riunisce.

Nel momento in cui decido di esprimere un sentimento, voglio farlo io stesso. Non posso far recitare un altro attore e nascondermi dietro la sua faccia, non funzionerebbe. Devo assumermi la responsabilità, con il mio fisico, con il mio temperamento, con la mia personalità. Io la penso così. Non sono, quindi un regista che può produrre film ogni anno. Si tratta di un processo troppo individuale.

MP: Lei ritiene che per diventare un regista “completo” sia necessario attingere dall’esperienza della recitazione?

JS: Non posso affermare di essere un regista completo. La regia, in questo caso, è un problema secondario. Si tratta di un mestiere tecnico.

Qualcuno deve per forza spiegare alla troupe tutte le intenzioni del film: preparare l’ordine del giorno, essere attivo. Devi essere capace di rispondere alle mille domande che ti pongono i collaboratori, gli attori. Questo è la regia.

Il mistero però risiede altrove. Scrivendo, per esempio. Ecco il mistero, quando nascono i problemi. Mi chiedo spesso: faccio vedere tutto ciò al pubblico? Come? Devo essere credibile?

Più mi ritrovo ad essere credibile, più mi spavento. Perché penso di aprirmi troppo, di far vedere troppo.

Vedete io non sono un esibizionista. Agli esibizionisti piace spogliarsi. A me non piace. è un tormento.

La regia è una cosa secondaria… (sussurrando) Non dire questo al signor Zanussi [regista polacco autore del film in concorso Žycie jako śmiertelna choroba przenoszona droga płciową (La vita come malattia mortale sessualmente trasmissibile), N.d.R.] quando arriverà. (ride)

Basta, basta… sto parlando troppo!

MP: Un’ultima domanda, per cortesia… Quale sarà il suo prossimo progetto?

JS: Il teatro fa miracoli ed è sempre una sorpresa.

Non avrei mai creduto di tornare a teatro. Credo che questa stagione la dedicherò al teatro. Anche in Italia. Sto lavorando al teatro Stabile di Genova. Mi hanno proposto di fare la regia di un nuovo testo polacco, di Slawomir Mrozek, il nostro famoso drammaturgo contemporaneo.

La prima mondiale si terrà al Teatro Stabile di Genova il 27 febbraio, la pièce si chiama I Reverendi.

Il teatro mi sta dando la possibilità di recitare accanto agli attori italiani. Quindi credo che sarà per me una grande sorpresa e un grande onore.

Sto anche scrivendo una nuova sceneggiatura, scritta da me, totalmente mia. Forse realizzerò il film all’inizio del prossimo anno.

Inoltre ho avuto un paio di proposte come attore. Anche in Italia, ma credo sia troppo presto per accettare. Devo vedere se ho il tempo per fare tutto quanto.

La redazione di Fucine Mute Webmagazine desidera ringraziare tutto lo staff di Alpe Adria Cinema, con particolare riferimento alla Sig.ra Marzia Milanesi, per la cortese disponibilità dimostrata lungo tutta la durata della manifestazione.

Commenti

Un commento a “Il grande animale”

  1. Interessante

    Di Claudia. [email protected] | 30 luglio 2015, 17:43

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