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Omnia

Ir-reality Serial Show

Al di là dell’esito nelle tragiche vicende di Padova, incentrate sugli assassini a firma dell’ex-consulente finanziario Michele Profeta, “serial-killer” che firmava i propri misfatti con le carte del Kappa (qualcuno segnala come in un romanzo di Patricia Cornwell, Quel che rimane), preoccupa ulteriormente l’ipocrita spettacolarizzazione televisiva degli eventi criminali, che negli ultimi giorni sembra affermarsi senza possibilità alcuna d’opposizione.

L’ansia di definizione della serie di omicidi padovani come “seriali” che si è avvertita negli organi di stampa e ci porta a considerazioni tutt’altro che ciniche (così come potrebbero sembrare in un primo momento), e che invece individuano nello spossessamento della realtà la conseguenza dell’inarrestabile spettacolarizzazione di cui sopra, nel sociale virata fortemente al criminale, di cui prima causa sarebbe proprio nella televisione.

A proposito di questa “American Psycosis” da mostro (così intitola un suo capitolo) Valerio Evangelisti scrive nel suo Alla periferia di Alphaville: “Per lo più i risvolti psicologici sono scomparsi o si sono fatti marginali: al centro delle storie stanno le inenarrabili atrocità compiute dal mostro, che è tanto più mostro quanto più le sue azioni appaiono insensate. Una sorta di grottesco insetto omicida acquattato nelle pieghe della società, e destinato a essere, più che neutralizzato, schiacciato (quando il romanzo o il film hanno un “lieto fine”).” Si parla, è ovvio, dell’evidente deviazione presa dal romanzo splatterpunk degli ultimi anni, rivolta ad una fisiologica, obbligata catarsi garantita dal personaggio del mostro. Prosegue Evangelisti, infatti, ravvisando nelle nuove evoluzioni del romanzo odierno il rischio di “una oggettiva sintonia con alcune delle tendenze più odiose scaturite dalla pensée unique oggi dominante: la rinuncia a cercare le cause dei comportamenti, la rivalutazione della biologia con parallele svalutazioni della psicologia […]”. Giovani cannibali, che siano Brizzi, Covacich, Ammanniti o Lucarelli, o anche il guru della generazione “less than zero“, Ellis, fanno letteratura che dice esplicitamente ciò che pensa, che da un lato gioca astutamente sulla reificazione violenta, scabrosa, a tratti orrorifica d’ogni aspetto del vivere quotidiano e moderno, denunciandone dall’altro la grottesca, complessiva, erotizzata e strisciante mercificazione del mondo capitalista. Mercificazione che è di corpi, vita, ideologia, etica. Certo che nell’annebbiamento generale delle psicologie, nella rinuncia ad una qualsiasi ricerca artistica in campo cinematografico (si veda il clamoroso passo indietro segnato dal recentissimo Hannibal di Scott rispetto all’originario Il silenzio degli innocenti di Demme: nel sequel l’attenzione dell’industria cinematografica si sposta definitivamente verso il “genio” cannibale Lecter, pur imbolsito nonostante le sue efferatezze “gore”), non conforta affatto il presenzialismo “psicologico” come da copione garantito da personaggi à la Crepet, eminenza grigia spesso assolutamente a suo agio nel recitare un ruolo che nella sua banalità e scontatezza più televisivo non si potrebbe: quello dell’esperto-saggio che possiede la chiave interpretativa d’ogni fenomeno umano, capace di ridurre, così, nella strettezza dei tempi garantiti dal palinsesto televisivo, l’incomparabile, abissale profondità della persona alla frottola di buon senso per allocchi catodici. Ad onor del vero, lo psichiatra Vittorino Andreoli si discosta un po’ dalla labile figurina televisiva di cui sopra: Andreoli buca lo schermo, ma lo fa coi folli capelli bianchi sparati che si ritrova, e i toni gentili dell’eloquio, delicato e appassionato come quello del buon medico di famiglia che ha ancora – di questi tempi è già un miracolo – qualcosa di sostanziale da dire. In un suo articolo per “Io Donna” (il supplemento settimanale de “Il Corriere della Sera”), scrivendo del caso Vacca Agusta (altro teatro eccellente di fantasmi catodici, sembra di aggirarsi nella villa di un “Cluedo” italiano: così ci tocca, tra i miliardi dell’eredità, la testimonianza di Raggio, di Marina Ripa di M., del solito Bevilacqua, poi il maggiordomo messicano, e l’amica bella gnocca) Andreoli sottolinea due cose piuttosto importanti – scoprendo, sotto sotto, due delle regole fondamentali del giornalismo, e cioè: a) che le storie che suscitano più interesse sono quelle che contengono “due ingredienti in particolare: erotismo e orrore”; b) che “quanto più si è potuto osservare da vicino, tanto più una notizia ha valore”. Andreoli aggiunge poi considerazioni altrettanto rilevanti come: “Esserci significa diventare protagonisti. Una necessità sentita soprattutto da chi protagonista non si sente mai”, fornendomi il tema per una breve, ennesima maledizione di certa televisione d’oggi.

Fatto è che oggi, anche in presenza d’un solo omicidio fuori dai canoni tipici, la TV coglie la palla al balzo, crea il serial killer (si veda il caso del professore padovano ucciso dal figlio), discute di profilers, di escalation della violenza, degli omicidi orripilanti, il che fa ovviamente audience (il tutto in un fiorire di termini di indubbia provenienza americana). Se il pazzo di Padova è per ironia della sorte, nonostante ciò che di tragico ha fatto (che forse non conosciamo ancora appieno), uno dei più sprovveduti killer seriali del mondo, va detto che oggettivamente il “serial killer” è altra cosa, che le sue liturgie criminose hanno altro fine che il recupero del denaro da sperperare al casinò di Venezia, che obiettivamente i “mostri” hanno necessità psicofisica dell’uccidere, complessità psicologiche schizo-paranoidi, passati infantili spesso di enorme sofferenza, ecc. ecc…

Certo, non è facilissimo prenderli. Faccio delle cifre tristi: il colombiano Pedro Alonso Lopez, “il mostro delle Ande” (1980-90), prima d’esser catturato ha ucciso più di trecento persone; Henry Lee Lucas e Ottis Toole (intorno alla metà degli anni ’70), un numero ancora oggi sconosciuto, che potrebbe variare dalle sei alle duecento; l’altro colombiano Luis Alfredo Gavarito (negli anni ’80-’90), centoquaranta; il “medico” cinese Hu Wanlin, esperto del qigong, più di cento (è stato arrestato nel gennaio del 1999); il pakistano Javed Iqbal, un centinaio di bambini prima di esser bloccato nel marzo del 2000; Delfina e Maria de Jesus Gonzales, messicane tenutarie di bordello, almeno una trentina (forse novanta); Michael Swango, detto “Angel of Death”, una sessantina di vittime durante i suoi spostamenti negli anni ‘80; Andrei Chikatilo, mostro di Rostov, cinquantadue persone certamente, ma probabilmente parecchie di più; Anatoly Onoprienko, “Terminator”, una cinquantina (negli stessi anni ‘90 di Chikatilo); lo stregone indonesiano Ahmad Suradji, arrestato nel 1997, quarantadue almeno. La lista potrebbe continuare a lungo, arrivando solo in ultimo ai tristemente celebri Gerald Stano, “Iceman” Richard Kuklinski, John Wayne Gacy il clown, Ted Bundy il fascinoso. Ma qui non s’intende affatto sottovalutare in termini cinicamente “quantitativi” o “qualitativi” la innegabile letalità del presunto killer Michele Profeta, né la capacità dimostrata dagli apparati investigativi di Polizia, che parrebbe esser stata alta, così come il profilo professionale e umano degli uomini che all’indagine hanno lavorato: Alessandro Giuliano in primis, coordinatore delle indagini in quanto capo della Mobile padovana, e figlio di quel Boris Giuliano assassinato dalla mafia ventuno anni fa. Ma tutti quei telefonini e messaggi fanno pensare all’estorsore che gioca al pazzo, non al pazzo.

Certo è che nulla attira, eccita, e fors’anche dispone all’identificazione e all’imitazione quanto il killer seriale (l’uomo nero, il mostro, l’orco, insomma il nostro ancestrale alter ego malefico, il demone che gioca con le sue vittime liberato d’ogni imperativo assoluto e categorico), così come cinema e televisione vanno dimostrando negli ultimi anni con incassi e dati di ascolto, nonostante le boiate propinateci. Nell’esplosione dei reality show (dove la morte è spesso rappresentata in tutta la sua gelida crudezza attraverso immagini di telecamere a circuito chiuso piazzate nei luoghi degli omicidi) è da leggere lo stesso tipo di logica sotterranea.

Allo stesso modo è per il luogo televisivo delle discussioni, il salotto degli insulti, il bazaar di paccottiglie morali e di problemi “scottanti”, delle “inaccettabili” diversità, dei tradimenti e dello scandalizzarsi perbenista: le trasmissioni di Alda D’Eusanio (donnina davvero maligna), I fatti vostri, la “piazza”, o le interviste “shock” di Giletti (sempre comprensivo e rammaricato), Maria De Filippi e Costanzo, quest’ultimo col suo baraccone ormai millenario, in particolare quando monta la gazzarra e la sfilata di freaks. Tutto finto fintissimo, è ovvio. Tutta una sfilata di comparse e figuranti da quattro soldi. Dalla bella Panicucci si recita a soggetto (e sono sempre storie d’amore e tradimenti, tra belline sensuali e maragli lampadati). Al Grande Fratello si sono lanciati nell’orbita televisiva i dilettanti più insignificanti del mondo e si è fatto d’Italia – come dice un mio amico – una nuova Tariconia; sull’isola catodica ora si affrontano nel “Survivor” le persone qualsiasi costrette alla scuola robinsoniana di sopravvivenza; nella RealTV, infine, vediamo gente linciata a morte, rapinatori freddare commercianti, poliziotti freddare rapinatori, acrobati spiaccicarsi al suolo, paracadutisti disintegrarsi in volo, bambini salvati per un pelo, incendi, autoscontri, pestaggi, ecc. ecc.

Il dato visuale cruento, perverso, proprio perché irrispettoso delle distanze e delle situazioni, delle persone stesse e della loro carne, della loro sofferenza, alimenta trasmissioni che la televisione, la RAI, quella pubblica, alla quale si paga un sostanzioso canone, continua a mandare in onda con faccia tosta a dir poco incredibile. Delle TV commerciali nemmeno sto a dire: qualche tempo fa Fede diceva: “La guerra è meglio di una scopata”. Ma se si guarda D’Eusanio ci si chiede “Perché mai dovrei dare i miei già pochi soldini a questi miserabili?”.

Concludo senza sapere che dico, cercando almeno di comunicare un disagio, confermando certamente che non pago più, e non certo per simpatie leghiste (figuriamoci: faccio Spanu di cognome).

Ricordo ancora una cosa di Andreoli che commentando sulla dimensione reale e concreta, della fisicità, degli odori, delle voci, delle luci del reale, dice: “Per un ragazzo cresciuto tra videogiochi, televisione e Internet questo senso non esiste più. LA REALTA’ E LA SUA IMMAGINE SONO DIVENTATE LA STESSA COSA.” Condivido: conosco persone che sembrano vivere un film, altri che vorrebbero farlo (solo artisticamente, e sono troppi). Conosco un tale che fierissimo diceva: “Lavoro nel cinema”, e faceva il runner, su e giù come un pazzo a portar pizze di pellicole, a far trovarobato, a svolgere altre mansioni del genere.

Sparare contro la televisione più ipnagogica di sempre vuol dire anche “suicidarsi”. O farsi “uccidere”, perché ci si ribella ad un sistema che impone una spettacolarizzazione delle cose, che le consuma, le trasforma in oggetti e corpi da riprendere, fotografare, riconnotare, immortalare, svuotandole definitivamente di vita. Così che le si può inventare: se la finzione è diventata la realtà, la realtà è divenuta finzione.

A questo proposito: nelle edicole è uscito Blue Movie, di Alberto Cavallone. Procuratevelo, andatevelo a vedere. Dice cose interessanti. Anche sulla violenza dell’immagine, e perché no, proprio sui serial killer…

W il Carnevale! Appunto: quello della carne, dimenticata e sofferente, solo talvolta gioiosa e vera.

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