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Fumetto

Luis Vera

Bastardi in Paradiso

Lorenzo Acquaviva (LA): Siamo qui con Luis Vera, vincitore del premio come miglior regia alla XVI edizione del Festival latino americano. Il film si chiama Bastardos en el paraiso. Io vorrei cominciare domandandoti: perché questo titolo così forte.

Luis Vera (LV): Perché penso sia rappresentativo delle tematiche affrontate nel film, un gruppo di giovani marginali che abitano in un sobborgo di Stoccolma. Una parte significativa di questo gruppo di giovani è accomunata dal fatto che i loro genitori sono di origine latino americana, araba, africana e abitano in Svezia, una specie di paradiso immaginario, rappresentante del primo mondo, dell’Europa ricca. Il mio film appunto racconta la vita di questi figli di immigrati che vivono in un paese e allo stesso tempo ne sono esclusi. Io assimilo questa situazione ad una forma di ‘bastardismo’, che ha ispirato il titolo del mio film. Poi come hai visto nel film il titolo mi sembra piuttosto azzeccato, considerando lo svolgersi della storia.

LA: Infatti. Raccontiamo dunque brevemente la trama del tuo film: è la storia, come dicevi tu, di un gruppo di giovani figli di immigrati, che nel corso della loro vita prendono strade diverse, chi diverrà un cosiddetto delinquente, un micro criminale e chi invece passerà dalla parte del bene, diciamo così, si inserirà nella società, come nel caso della ragazza svedese del gruppo che entrerà a far parte della polizia. Una vicenda che si conclude in modo drammatico, con l’omicidio di uno dei ragazzi, perpetrato da un gruppo di suoi ex amici. Questa storia deriva da una tua conoscenza personale della società svedese. Tu sei cileno, quando Pinochet è salito al potere te ne sei andato, prima in Romania, poi in Perù ed infine in Svezia, i tuoi tre esili, come li chiami tu.

LV: Sì, la storia deriva da una esperienza diretta , ma non è così autobiografica. Tra parentesi volevo dirvi che il mio italiano lo devo alla mia nonna napoletana, che me lo ha insegnato quando ero bambino, ma che poi non ho avuto più l’opportunità di praticare, e per questo è un po’ approssimativo. Comunque tornando alla storia del mio film, un giornalista mi ha domandato quanto tempo ci è voluto per farlo… Io ho risposto venti anni. Lui si è sorpreso, poi ho specificato che questa pellicola era il risultato della mia esperienza di vita ventennale di esiliato, rifugiato, straniero, emigrante. Un mio processo mentale ed emozionale il cui risultato è un film che non cerca vittime o responsabili tra i giovani, i familiari di questi giovani o nella società svedese stessa. Questa sarebbe stata la via più facile, più comoda. Io invece ho impostato la sceneggiatura sulla responsabilità individuale, dell’individuo nei confronti di un sistema sociale.

LA: Mi ricollego a quello che mi stai dicendo e a quanto ho sentito nell’incontro pubblico dopo la proiezione del tuo film. Bastardos en el paraiso ha suscitato alcune polemiche in Svezia e sei stato accusato, in alcuni casi di essere un ingrato, dando da ospite una immagine di questo paese non molto positiva…

LV: In realtà non hanno neanche argomentato sulla questione della mia visione sociale della Svezia, mi hanno semplicemente liquidato, rimproverandomi di non avere l’esatta cognizione di ciò che raccontavo nel mio film ,di non conoscere la realtà, più che criticare se la mia visione della Svezia fosse positiva o negativa.

LA: Nel tuo film mi sembra molto interessante il confronto tra Manuel, il ragazzo cileno protagonista della tua pellicola, e suo padre. Egli è, come te, un rifugiato politico cileno, un idealista; suo figlio, invece, in qualche modo, cerca un successo sociale, anche facile, non esitando a percorrere delle scorciatoie illegali. Un confronto, che ovviamente provoca uno scontro generazionale molto forte. Che cosa ne pensi delle nuove generazioni?

LV: Io penso che la più grande responsabilità delle nuove generazioni sia quella di formulare delle domande sui grandi temi sociali e di pretendere dagli adulti un confronto sulle problematiche e i quesiti che gli adulti stessi hanno eluso e continuano a farlo. Quindi non solo un problema di incomunicabilità, un conflitto generazionale. Non solo. è la responsabilità dei giovani di esigere questo confronto. Tutti stiamo vivendo tempi difficili, adulti compresi, perché questi hanno rinunciato agli ideali, a cambiare un mondo che si mostra, giorno dopo giorno, sempre più schifoso. Quello che succede ora in Medio Oriente, in Afganistan, mette in luce che la responsabilità non è solo di un gruppo di persone e ci mostra il fallimento di un ideale: la Seconda Guerra Mondiale, si pensava, sarebbe stato l’ultimo grande dramma dell’umanità e da questa esperienza si sarebbe fatto tesoro. Invece viviamo in mezzo a guerre continue, la massa di poveri è aumentata considerevolmente, la differenza tra paesi ricchi e paesi poveri è enorme, la condizione di vita per milioni e milioni di persone e peggiorata. Come è possibile, come? Quando la scienza e la tecnologia sono progredite e si sono sviluppate enormemente e le nostre ricchezze materiali sono considerevolmente maggiori.. Davanti a tutto ciò i giovani, che non sono stupidi, al di là del facile edonismo, al di là di questa generazione MTV, si domandano che tipo di mondo hanno ereditato.

LA: Quindi c’è una grossa responsabilità da parte degli adulti nel non essere stati capaci di trasmettere una certa esperienza, rinunciando, a priori, a cambiare la situazione.

LV: Proprio così. Nel microcosmo rappresentato dal mio film, c’è proprio un confronto tra adulto e adolescente. Il figlio, in qualche modo, rimprovera al padre il fatto di sentirsi prevaricato sulla formulazione della propria visione esistenziale, a priori, senza avere l’opportunità di vivere in prima persona, di conoscere il proprio mondo, i propri amici, la propria ragazza, la realtà che gli sta attorno; soprattutto dopo aver subito la scelta di nascere in un paese diverso dal Cile, “en un paraiso” appunto. Quindi, c’è anche la responsabilità da parte degli adulti di lasciare ai propri figli, dopo un processo di conoscenza sociale e culturale, la scelta: essere un ribelle o entrare a far parte di quel mondo. Mi fa molto soffrire il fatto che molti emigranti che arrivano in Europa con il sogno di una vita migliore, alla fin fine ci rinunciano, rinunciando all’Europa stessa, che contiene le proprie contraddizioni ma in cui c’è una cultura enorme, impedendo a loro stessi di imparare tante cose, da una parte del mondo che è stata nostra. Perché il mondo è nostro, tutto il mondo è casa mia. Allora se io vengo in Italia devo considerarla una parte della mia casa e devo conoscere la gente, la cultura, la vita insomma. Ma purtroppo la maggioranza degli emigranti ha perso questa possibilità e non solo per loro ma anche,e più drammaticamente, per i loro figli. Così anche loro cresceranno con un pregiudizio nei confronti del loro paese di adozione sia esso l’Italia, la Svezia, la Germania e a prescindere che provengano dall’Africa, dalla Thailandia, dal Cile o dal Nicaragua. Questo è uno sbaglio enorme. Io come genitore non ho il diritto di impedire che i miei figli si integrino nella società, nel mondo! Io ho due figli, la maggiore, che si chiama America, è nata in Romania, a Bucarest, è cresciuta in Svezia da madre peruviana e papà cileno: una vera ‘meticcia’. Be’, America, mia figlia, è una grande lottatrice, vuole cambiare il mondo; è probabilmente una delle più grandi leader per i giovani europei. Ha formato un importante gruppo antiglobalizzazione, che ha partecipato alla grande manifestazione antiglobal a Goteborg; America è venuta a Ginevra con un gruppo di manifestanti per chiedere giustizia, uguaglianza nel mondo; insomma a eletto questa via di integrazione e partecipazione al mondo. Non l’accettazione delle cose come sono, ma far capire che si deve e si può cercare di cambiarle.

LA: Tornando al tuo film e al premio che hai appena vinto, quello per la miglior regia, riconoscimento che ti è stato dato forse proprio perché il tuo non è un film girato in maniera convenzionale. C’è una estetica, un linguaggio cinematografico che potremmo avvicinare agli stilemi della Dogma di Lars Von Trier, quindi molti piani sequenza, girato in video per poi essere gonfiato in 35 mm. Questa particolare estetica cinematografica è il risultato di una esigenza narrativa che la sceneggiatura richiedeva?

LV: Certo. Il linguaggio cinematografico del mio film è il risultato della mia riflessione su come avrei dovuto raccontare questa storia. Quando mi sono reso conto che la macchina da presa doveva cogliere ogni particolare della mia storia, che doveva essere ’sempre presente’, allora il risultato è stato un film girato in un modo molto vicino a quello della Dogma, senza voler essere un film ‘Dogmatico’. Pur nutrendo una grande ammirazione per von Trier e il suo gruppo di registi, amo molto anche i registi del neoralismo italiano, che sono stati i nostri maestri e che hanno ispirato la Dogma stessa. Il neorealismo in Italia, dopo la guerra, con registi come Rossellini, De Sica, che facevano film con pochissimi mezzi, senza luci, con attori presi dalla strada, non si ponevano il problema dell’industria, ma avevano un’esigenza , una necessità espressiva, culturale, molto forti. Ma soprattutto c’era una necessità etica molto forte. Il mio film in questo senso, si ricollega più al neorealismo che al Dogma.

LA: Io, Luis, prima di salutarti e di ringraziarti per la tua disponibilità ad essere stato nostro ospite, ti volevo chiedere quali sono i tuoi progetti per il futuro.

LV: Sto lavorando a due progetti contemporaneamente. Uno riguarda uno dei più grandi miti della cultura cilena, Violeta Parra, conosciuta in tutto il mondo per la composizione Gracias a la vida. è un progetto che mi sta molto a cuore perché parla di una donna di grande forza, capace di un amore immenso spesso non trovato, di grande passione in tutto quello che fa, e muore suicida a cinquant’anni, proprio quando comincia un’altra fase della vita. La cosa che voglio investigare è proprio il motivo che spinge una donna, che ha vissuto così intensamente, di porre fine alla propria vita, questo per me è un mistero che voglio indagare. L’altro progetto, che reputo molto importante per il Cile contemporaneo, è un affresco del mio paese, che però sarà anche una allegoria, una metafora. Il pretesto sarà il giorno in cui si celebra la festa nazionale cilena, che mi offrirà la opportunità di raccontare la vita nel mio paese, una specie di docufiction, molto vicino, nel modo di raccontare, a Bastardos en el paraiso.

LA: Io ti ringrazio, ti faccio i complimenti per il film e spero di rivederti ancora a Trieste in occasione di un’altra edizione del festival.

LV: Grazie a te. Sono sicuro che ci rivedremo. Trieste cinque anni fa mi ha attribuito un altro premio importante, quello del premio del pubblico con il film Miss Ameriguà, quindi io ritorno sempre molto volentieri a Trieste, non solo per prendere premi, ma per incontrare un pubblico che apprezza il mio lavoro.

Fra le opere prodotte, Hechos Consumados (1984/1985), Consuelo (1988), El Pais De Nunca Jamás (1 992), Miss Ameriguá (1994, Premio del Pubblico al Festival del Cinema Latino Americano di Trieste).


(Fonte:www.
alacremona.org)

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