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Cinema

David Robinson

Una vera passione per le “Donne Ridicole”…

THE PATSY / FASCINO BIONDO (US 1928) — Photograph credits: Le Giornate del Cinema Muto 2002

David Robinson, direttore delle Giornate del Cinema Muto.

Martina Palaskov Begov (MPB): Da quanto tempo dirigi la manifestazione?

David Robinson (DR): La mia memoria mi tradisce, a volte. Dunque, i quattro anni di Sacile sicuramente. Poi credo di aver diretto l’ultimo Festival fatto a Pordenone.

MPB: Come mai hai questa passione sfrenata per il cinema muto?

DR: Perché, da un certo punto di vista, si tratta di materiale dimenticato. Certe persone credono che il cinema muto sia stata una forma imperfetta di cinematografia. Si suole credere che il cinema con il sonoro sia diventato migliore e si sia sviluppato ulteriormente. Non credo si tratti di affermazioni completamente vere. Il cinema muto si è sviluppato tantissimo e lo considero una vera e propria forma d’arte, molto specifica e molto affascinante. Credo che sia necessario conoscere la filmografia e gli autori di questo periodo fondamentale della cinematografia mondiale. Io mi diverto molto, e desidero che altre persone imparino ad apprezzare questa forma d’arte. Infatti, non si tratta solo di “roba” del passato. Abbiamo ancora molto da scoprire e conoscere dal cinema muto. Bisogna comprendere che anche il cinematografo ha una propria storia, la quale va imparata e divulgata.

Retrospettiva Funny Ladies: Marie Dressler — Photograph credits: The Kobal Collection, Le Giornate del Cinema Muto 2002MPB: La gente si meraviglia che il festival si svolge oramai da vent’anni. Evidentemente c’è un sacco di materiale da scoprire e da vedere…

DR: Ogni anno sento delle persone dire: “Come fate a trovare sempre materiale nuovo da mostrare?” Tuttavia, abbiamo una lista talmente lunga di film e documentari da far vedere che credo che il materiale non si esaurirà, almeno finché io sono in vita. È anche vero che una piccolissima porzione di film muti girati e prodotti nel mondo si è conservata. In Europa, per esempio, solo il 25-30% della produzione cinematografica del muto si è conservata e ci è giunta “intatta”. Per quanto riguarda il Giappone, il quale ha vissuto un brillante periodo cinematografico durante i primi anni del secolo, meno dell’ un per cento del materiale si è conservato. Abbiamo dei film ungheresi quest’anno. Non esattamente ungheresi, ma transilvani. Anche la produzione ungherese si è data da fare: hanno prodotto e distribuito internazionalmente più di settecento film, ma anche in questo caso, molto poco ci è giunto intatto. Esattamente il 95% del materiale ungherese è andato perduto. Guardando e scrivendo la Storia del Cinema, noto che essa viene distorta dalla mancanza di materiale su cui fare una completa analisi storica dettagliata e veritiera. Come facciamo ad analizzare il cinema giapponese, per esempio, che sappiamo essere stato molto produttivo, ma di cui, ripeto, non abbiamo niente? Come possiamo giudicare un cineasta considerato un genio dall’opinione pubblica, quando non abbiamo neanche un suo film da vedere e commentare?

MPB: Il premio “Jean Mitry” (premio concesso alla persona che meglio ha saputo conservare, recuperare o studiare, materiale del muto in via di estinzione, ndr) di quest’anno, è infatti stato assegnato ad uno studioso e ricercatore giapponese, il quale ha riscoperto proprio quest’anno interessantissimi materiali andati persi.

Mabel Normand — Photograph credits: The Kobal Collection, Le Giornate del Cinema Muto 2002DR: Stiamo parlando di Hiroshi Komatsu, un grande storico del cinema. Prima di diventare un brillante professore, ha frequentato assiduamente e ogni anno le Giornate del Cinema Muto. Da che io frequento questo festival, me lo ricordo tra gli ospiti fissi della manifestazione. Più o meno dal 1985. Lui era ancora uno studente, all’epoca. Molti film sono rinati grazie al suo contributo di ricercatore. Spero vivamente che il prossimo anno sia possibile proiettare molti più film giapponesi. Le sue ricerche sono state una grande rivelazione per tutti. Se ci sono film giapponesi, Hiroshi sa sicuramente dove scovarli.

MPB: Parliamo un po’ del programma di quest’anno. E in particolare volevo focalizzare l’analisi sulla sezione delle Funny Ladies. Come è nata l’idea, chi è stato a proporre questa sezione?

DR: Io ho proposto l’idea, ma tendo a sottolineare che si tratta di un festival molto democratico, quindi la decisione finale, come sempre, aspetta a tutto il direttivo delle Giornate. Ho viaggiato molto per selezionare i film che avrebbero dovuto far parte della sezione. Io amo molto la commedia in generale. Non solamente perché si tratta di narrazioni spesso divertenti e spassose, ma proprio perché noto che dalla commedia si possono capire e carpire molte più informazioni che riguardano la società dell’epoca rispetto a quelle offerte da film che hanno esibito un potenziale espressivo e culturale più alto. Lo scopo era quello di far ridere la gente. Credo che il film che meglio ci racconti le vicende della Prima Guerra Mondiale sia la commedia, Charlie Chaplin, in particolare nel film Charlot soldato (Shoulder Arms, 1918). Vedendo molti film di attrici comiche, in questo periodo, mi sono accorto delle potenzialità infinite che avevano queste “donne ridicole”. Questi film ci raccontano tantissimo delle donne dell’epoca, ci fanno capire come pensavano, come si comportavano, che cosa una donna pensava e faceva nella prima metà del secolo scorso. Il periodo storico è stato un periodo molto significativo per le donne di tutto il mondo. Il ruolo della donna stava cambiando moltissimo. Tutto ciò si riflette nei film comici dell’epoca.

THE PATSY / FASCINO BIONDO (US 1928) — Photograph credits: The Kobal Collection, Le Giornate del Cinema Muto 2002

MPB: Come differisce la comicità delle donne da quella maschile, soprattutto in quell’ epoca?

DR: Parlando della prima epoca cinematografica, proprio perché il cinema era, data la mancanza del sonoro, il mezzo espressivo-visivo per eccellenza, la commedia tendeva ad essere molto “fisica”. Quando gli attori maschili facevano della commedia, delle gag, si trattava di movimenti e di azioni molto rudi. Ci si picchiava, ci si prendeva a schiaffi, l’attore, spesso goffo, rotolava su se stesso. Tutte cose che non erano adatte all’interpretazione femminile. Non era affatto appropriato che una donna si comportasse in quel modo davanti alla macchina da presa, soprattutto nei primi anni del Ventesimo secolo, quando portavano tutte delle gonne molto lunghe. Le donne non potevano cadere sul proprio sedere, non potevano essere prese a schiaffi o a pedate. Quindi sono state obbligate a trovare un altro modo di intrattenere comicamente gli spettatori. Si sono dedicate a movenze e recitazioni molto più sottili e sofisticate. Una comicità più sottile, più ricercata rispetto a quella maschile. Per quanto riguarda la mia personale opinione, mi sono sorpreso moltissimo nel vedere Asta Nielsen, che ritengo essere una delle donne più divertenti dello schermo in quegli anni. Lei è stata la prima grande e vera star internazionale. La Nielsen, inoltre, è conosciuta per i suoi ruoli altamente drammatici. Tra gli altri, ha recitato anche nel ruolo di Amleto. Non era assolutamente normale che una donne recitasse in un ruolo maschile così importante. Questo sta a sottolineare la sua bravura e la sua duttilità. La gente spesso si dimentica che lei è stata anche una grandissima comica. Per far ridere, a mio avviso, bisogna essere degli ottimi attori, lavorare sodo per sfornare una gag appropriata. Credo che lei sia stata una delle prime attrici a capire veramente come comportarsi e come agire davanti alla macchina da presa. Molti attori del primo periodo del muto, sono giunti sullo schermo senza capire bene la differenza tra la recitazione teatrale e quella cinematografica. Asta Nielsen, invece, sapeva esattamente come usare lo schermo e come apparire sullo schermo per comunicare con il pubblico. La trovo veramente molto divertente. Moltissimo, del comico, è fatto, nasce dall’espressione del volto.

Asta Nielsen in ENGELEIN / DEN LILLE ENGEL / ANGIOLETTO / LITTLE ANGEL (D 1914) — Photograph credits: Le Giornate del Cinema Muto 2002

MPB: Parliamo delle altre sezioni di quest’anno.

DR: Abbiamo incominciato circa tre anni fa a curare una sezione sulle varie avanguardie nazionali. Tutti i paesi hanno avuto una loro piccola espressione avanguardista. Questa produzione è una tipologia cinematografica che spesso non rientrava tra le nomali e commerciali programmazioni dell’epoca; la ricerca, le sperimentazioni fatte sulla nuova macchina del cinematografo per capirne a fondo le potenzialità. Generali punti di vista che associano il cinema ad altre forme artistiche come il teatro e la letteratura. Quest’anno tocca all’Italia. Carlo Montanaro ha organizzato la sezione. Si è trattato di una sorta di sfida, poiché l’Italia non rientra tra le riconosciute e affermate avanguardie storiche, come quella francese, quella russa e quella tedesca. I Futuristi italiani si sono molto interessati del cinematografo: hanno analizzato la nuova forma d’arte e le hanno dato importanza. Hanno stilato un manifesto del cinematografo futurista e hanno condotto molteplici studi in merito. Hanno anche girato dei film, purtroppo scomparsi. Carlo ha esplorato il modo attraverso il quale i registi commerciali, popolari, hanno affrontato le sperimentazioni sul cinema. In particolare ha soffermato la sua analisi sulla commedia e sui commedianti italiani.
Cerchiamo, inoltre, di affrontare cinematografie poco conosciute. Ricordo quando abbiamo presentato una rassegna completa del periodo antecedente la famosa Rivoluzione Russa del 1917. L’anno scorso abbiamo proposto la più estesa, credo, rassegna sul cinema muto giapponese. Quest’anno ci avviciniamo più verso casa, per affrontare la cinematografia svizzera. La gente spesso si dimentica che la Svizzera ha avuto una produzione non indifferente. Le tematiche sono molto caratteristiche. Penso alla mitologia esclusivamente svizzera della montagna e della sua rappresentazione.
Stiamo esplorando, oramai da anni, l’opera completa del maestro americano D. W. Griffith, il quale è stato probabilmente la figura più significativa e importante per quanto riguarda lo sviluppo della linguistica cinematografica nel periodo del muto. Tuttavia, anche di questo regista si conosce molto poco. Credo che ciò sia dovuto, in parte a ragioni politiche. Il suo film Birth of a Nation (Nascita di una nazione, 1915), è stato detestato a causa del punto di vista intollerante con cui egli tratta la figura del negro afro-americano. Credo che questo sai uno dei motivi per cui i docenti tendono a non prendere troppo in considerazioni la figura del regista americano. Noi stiamo proponendo da anni oramai, una rassegna completa, forse la più completa, dei milioni di film che egli ha girato. Stiamo cercando di seguire le opere in maniera cronologica. Incredibilmente, una grossissima quantità di film e cortometraggi sono sopravvissuti, molto poco del materiale di Griffith è andato perduto. Quest’anno abbiamo proposto la bellezza di sessanta film che egli ha girato solo nel 1912; questa è l’estensione della sua produzione. Non si tratta di piccoli film, ognuno dura all’incirca cinquanta minuti, quindi una grossissima produzione, molto più di un film girato per settimana.

THE NEW YORK HAT (US 1912) di D.W. Griffith — Photograph credits: Le Giornate del Cinema Muto 2002

MPB: Adesso vorrei parlare di un’altra novità che si svolge all’interno della manifestazione, il Collegium. Hai voluto creare questo gruppo di lavoro per poter allargare l’interesse verso la cinematografia muta ad un pubblico meno specializzato e più “giovane”?

DR: L’idea è nata quando ci siamo accorti che sempre le medesime persone, di anno in anno, frequentavano il festival. Se si considera sempre lo stesso pubblico è chiaro che ogni anno tutti gli ospiti avranno un anno in più, quindi inevitabilmente si diventa più anziani. Credo che, in generale, il cinema muto abbia molto da offrire. Volevo condividere questo interessamento generale degli ospiti e del festival con le nuove generazioni di studenti. Ho inizialmente testato e indagato se i giovani studenti, ma non solo, fossero interessati a questo tipo di arte. Ho scoperto che gli interessati sono moltissimi, molti di più di quelli che ogni anno riusciamo ad inserire nel programma del Collegium. Svolgiamo una specie di molteplice funzione. Stiamo sicuramente cercando di abbassare la media di età tra i frequentatori (ride), ma stiamo anche cercando di introdurre nuove persone, nuove idee, nuove menti all’interno del nostro gruppo. Sono molto soddisfatto del progetto. Ripenso a questi ultimi quattro anni e credo di aver raggiunto il fine che mi ero proposto per questi ragazzi (Il Collegium è una sorta di seminario, che si tiene ogni anno durante le Giornate, al quale possono partecipare dieci persone. Le conferenze tenute dai massimi esperti internazionali di cinema si svolgono durante il giorno, e le tematiche cambiano quotidianamente. A conclusione del ciclo di lezioni, gli studenti devono stillare un documento, aiutati dalla collaborazione di uno studioso in particolare, che li aiuterà a compilare la “tesina finale”. Gli scritti vengono raccolti ogni anno nei “Collegium papers”, ndr). Inoltre ho creduto che fosse necessario sfruttare l’enorme materiale, sia esclusivamente cinematografico, come i rarissimi film del periodo del muto, sia quello con un potenziale “fisico”, rappresentato da più di settecento fra i critici, storici, archivisti, restauratori e ricercatori più conosciuti e rinomati al mondo, che ogni anno di recano a Sacile. Materiale vivente su cui lavorare, dunque. Mi sembrava stupido non riuscire in qualche modo a sfruttare questo corpo compatto di scibile cinematografico. Ho coniato io il nome”Collegium” per evitare di dare l’impressione di una scuola estiva. Proprio l’altro giorno mi è capitato di parlare con qualcuno del Collegium Sacilese. La gente sembrava conoscere questo nome. Infatti, durante il Medioevo, qui a Sacile, si soleva tenere un congresso ecclesiastico, che si chiamava, appunto Collegium Sacilese… che coincidenza.

FUNNY LADIES: Baby Peggy — Photograph credits: La Cineteca del Friuli, Le Giornate del Cinema Muto 2002Ogni giorno questi ragazzi devono raccogliersi intorno ad un tavolo, durante l’ora di pranzo. Ben inteso, il pranzo viene loro offerto, dopo la conferenza. Ho cercato un altro nome bizzarro per denominare questi incontri e ho optato per i Dialoghi. Lo scopo di queste chiacchierate è quello di far conoscere gli esperti ai giovani ragazzi. Una specie di piacevole incontro così da rompere il ghiaccio. Ho voluto che si incontrassero in questo modo, così i ragazzi avrebbero avuto la possibilità di avvicinarli, potendoli riconoscere, per discutere e parlare della tesina. Poter, senza imbarazzo, chieder loro “aiutatemi”. Gli argomenti scelti per la pubblicazione, vengono scelti all’interno dei Dialogues. Le idee per il saggio possono nascer da un film, un libro o un semplice interesse. Tengo a sottolineare che i giovani ragazzi non devono essere necessariamente degli scrittori o esperti di cinema. Il fatto di dover poi scrivere il saggio in lingua inglese (lingua madre per la minoranza dei frequentatori della sessione), rende il lavoro ancora più impegnativo. Vado particolarmente fiero degli atti raccolti nell’edizione di quest’anno (pubblicata dalla Cineteca del Friuli). Inoltre, credo che chiunque possa facilmente e spassosamente leggere questi saggi, poiché sono scritti in modo chiaro e semplice. Tutti i saggi sono molto interessanti, ma, paradossalmente, quello a mio avviso scritto meglio è di un ragazzo rumeno. Lui era veramente molto imbarazzato quando gli ho detto che secondo me lui era il Joseph Corda rumeno. Credo che se qualcuno è in grado di scrivere con maestria in una lingua che non gli appartiene, allora egli possiede una dote esprimibile in qualsiasi lingua. Vado molto fiero del progetto. Proprio questa mattina stavo dicendo a me stesso: “Sta funzionando, non so davvero come, ma sta funzionando”. Penso, tuttavia, che la cosa marci, poiché quello che offriamo è l’opportunità: l’opportunità di conoscere. Non pretendiamo di inculcare conoscenza a nessuno, ci limitiamo ad offrire, e la gente inevitabilmente raccoglie.

FUNNY LADIES: Louise Fazenda — Photograph credits: The Kobal Collection, Le Giornate del Cinema Muto 2002MPB: Ultima domanda. Possiamo, qualora fosse possibile, avere delle anticipazioni del programma del prossimo anno delle Giornate del Cinema Muto?

DR: Posso dire che, con ogni probabilità, avremo una nuova sezione di film muti giapponesi, grazie al contributo e ai ritrovamenti di Hiroshi. A proposito di questo, volevo solo ricordare che grazie alla partecipazione al Collegium da parte di un giovane ragazzo, egli ha intrapreso una carriera di ricercatore e si ritrova ad essere un probabile futuro espero di cinematografia muta giapponese. Egli si è recato in Giappone e intende imparare la lingua. Tuttora egli lavora al fianco di Komatsu. Attraverso il Collegium, abbiamo dunque trovato un altro collaboratore per le Giornate.
L’idea centrale, invece, per la manifestazione del prossimo anno, sarà un po’ diversa. I nostri assidui frequentatori e ospiti ci hanno suggerito più volte di proiettare i film esattamente come venivano proiettati al cinema molti anni or sono. Infatti, i film che proponiamo ogni anno, non venivano affatto visionati come facciamo noi oggi. Le proiezioni di film venivano sempre intervallate da un corto comico, un cinegiornale, uno “stacchetto” musicale. Quindi quello che abbiamo deciso di fare è di riprodurre una serie di programmi dell’epoca. Probabilmente useremo i programmi di cui siamo a conoscenza, che ne so, un vecchio programma di un vecchio cinema russo del 1913. Vogliamo selezionare dei momenti storici in particolare, e delle diverse nazionalità per scoprire e riscoprire una vecchia programmazione cinematografica. Ci serviremo di copie stampate e sopravvissute di programmi per le sale. Ovviamente sarà molto difficile trovare tutti i film elencati nel programma, poiché molto probabilmente il film proposto all’epoca non esiste più. Tuttavia, la matrice è quello che ci occorre per farci un’idea di come raggruppare il materiale. Per esempio, se il programma illustrasse, come primo film della serata, una commedia di Max Lander del 1913, e nel caso in cui noi non dovessimo avere quel titolo, allora avremmo comunque valide informazioni per poter sostituire il film con uno dello stesso genere, della stessa durata… Sarà divertente, spero.

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