// stai leggendo...

Palcoscenico

Pino Roveredo

L’instabile suono della scrittura

Immagine articolo Fucine MuteGiorgia Gelsi (GG): Siamo in compagnia di Pino Roveredo, scrittore triestino e anche regista teatrale e forse oggi parleremo più del tuo ruolo di regista teatrale. Prima volevo fare un passo indietro con te e spiegare,a chi non lo sa, qual è stato il tuo percorso per arrivare alla scrittura. C’è chi scrive per passione, sicuramente questo è anche il tuo caso, c’è chi scrive per necessità e forse anche questo è stato il tuo caso, ma voglio che lo spieghi tu…

Pino Roveredo (PR): Sì, assolutamente, molto in breve, credo di avere avuto la fortuna di essere il figlio di due genitori sordomuti: l’aver imparato prima della voce o della parola, il linguaggio dei gesti, mi è rimasto poi nelle mani, perché il costruire il gesto vuol dire anche costruire la parola, vuol dire costruire la scrittura. Poi sono scivolato in un disagio, in vent’anni di vita sbagliata e la scrittura è stata un modo per salvarmi. Ricordo sempre che mi sono salvato i polmoni, nel senso che in carcere si ricordano ancora oggi del mio ruolo di letterato e letterario, in altre parole scrivevo le lettere per i detenuti e mi facevo pagare… Erano due pacchetti di sigarette per la fidanzata, quattro per il giudice, c’era una tariffa… Ricordo di aver fumato molto in quel periodo. E poi la scrittura anche perché proprio con lei mi sono salvato da un disagio che era arrivato quasi al limite, quasi al baratro, quasi alla fine e risollevarmi con la scrittura, e oggi vivere con la scrittura, è stata una grande arma.

GG: Dalla scrittura il passaggio al teatro è venuto un po’ da sé perché dai seminari di scrittura creativa che hai tenuto e che tieni al Sert (Servizio tossicodipendenze, ndr) sono nati dei testi teatrali ed è nata una compagnia, la Compagnia Instabile.

PR: Questi seminari che a volte sono tremendamente inutili, perché si vanno a fare in certi luoghi di disagio in cui non c’è, non solo voglia di scrivere, ma neanche voglia di dire o di parlare. Nel mio caso ero stato invitato al Sert di Trieste a tenere questo corso di scrittura e mi ero accorto che la forma didattica sarebbe stata un grandissimo insuccesso nel senso che… (si sente suonare il telefono, ndr) Bello questo squillo! Nel senso che dire ai ragazzi “Mettiamo la data e facciamo un tema su…” sarebbe stato un grosso fallimento e così ci siamo inventati, mi sono inventato, ma proprio per salvarmi, questa scrittura parlata. Una scrittura parlata vuol dire mettersi tutti intorno ad un tavolo e parlare, parlare, parlare e la sera, quando tornavo a casa, quello che mi restava nella memoria lo riportavo su carta. Questa è la scrittura parlata.

Immagine articolo Fucine Mute

GG: C’è uno spettacolo che sta girando un po’ in tutta Italia, ha fatto tappa anche ultimamente all’interno della rassegna teatrale “Altra espressività” ed è un testo che si chiama “Le fa male qui?” e che appunto parla di tanti tipi di disagi. La compagnia che si chiama Compagnia Instabile, innanzitutto perché? Questa è una cosa che mi ha sempre colpito.

PR: Instabile perché c’è il senso drammatico della morte. La morte è sempre presente in questa Compagnia Instabile, in questo luogo di disagio. Spesso abbiamo dedicato le nostre rappresentazioni a chi se ne andava. Oggi non lo facciamo più per un senso di rifiuto, perché siamo stanchi di andare ai funerali o di celebrare le morti dei nostri ragazzi. Instabile perché una volta ci è capitato che i Carabinieri sono venuti ad arrestarci due ragazzi mezz’ora prima di andare sul palco… ed è un atto di instabilità. È instabile perché qualcuno non viene…per timore, per terrore, per paura e perché quando facciamo le prove non siamo mai tutto il gruppo insieme… be’, c’è quest’instabilità!

GG: E a proposito dell’ultimo testo, appunto “Le fa male qui?”, di cosa si tratta?

PR: “Le fa male qui?” non è l’ultimo testo. Noi scriviamo un testo all’anno, ne abbiamo fatti cinque o sei… “Le fa male qui” parla di una giornata in un’astanteria, in un pronto soccorso dove si intrecciano quelle che noi chiamiamo le varie “sfighe” del quotidiano. È più una storia e un inno ai barboni, alla forza di chi vive in strada. Barboni che s’incrociano, s’incontrano con il “Lei non sa chi sono io!” o s’incrociano con una signora che potrebbe essere una prostituta, ma potrebbe essere anche una sorella, con il detenuto e soprattutto s’incontrano e si scontrano con una persona che non parla, che non dice, sta sempre girata, ed è il ragazzo con l’AIDS… Questo avviene ancora tutt’oggi negli ospedali, sia triestini che italiani, le persone o i giovani non si vedono, o si toccano senza toccare, si guardano senza vedere…

Immagine articolo Fucine Mute

GG: I ragazzi che lavorano con te amano questo tipo di lavoro, questo tipo d’approccio, anche con la finzione teatrale ma che poi tanta finzione non è? Ci puoi raccontare una storia, un episodio, che mostra il successo che tu, in certo senso, hai portato nella vita di qualcuno?

PR: Innanzitutto noi trattiamo il teatro — e questa è una regola, la prima, una regola precisa — come pretesto e non come obiettivo. Nessuno deve arrivare ad un traguardo. Noi lo usiamo, e grazie a Dio che c’è il teatro, per creare, per conoscerci, per spiegare. Un’altra cosa che ho imposto e sono un po’ delle cose che…(squilla ancora il telefono, ndr)

GG: Continuano gli squilli…

PR: Be’… vuol dire che siamo vivi! Per esempio, noi facciamo anche un giornale. All’inizio dicevano “Ah, andiamo a fare il giornalino!”, e io m’incazzavo come un treno, nel senso che non si fanno i giornalini! I giornalini li fanno le parrocchie o i circoli o i circoletti. Noi facciamo un giornale, ma proprio per un discorso di dignità! Oppure “Andiamo a far la recita”. No! “Andiamo a fare teatro”, un’alta cosa! È proprio un discorso di dignità. Credo che nella Compagnia Instabile in quattro o cinque anni siano passati quasi duecento ragazzi. Credo che abbiamo offerto del grossissimo benessere perché in quel momento si sta bene ed è già una vittoria. Oggi abbiamo ragazzi che lavorano, donne o ragazze, che sono diventate madri e che si sono sposate. Certo non solo grazie al teatro, che però ha contribuito a spingere verso un altro stile di vita. Ma soprattutto perché il teatro ti da l’opportunità di essere accettato o di poter spiegare alla gente cose che difficilmente si riesce a spiegare.

Immagine articolo Fucine Mute

GG: Tornando invece alla tua attività di scrittore, Claudio Magris ti definisce uno dei più grandi autori triestini del Novecento. Com’è il rapporto con la città letteraria Trieste, con gli altri scrittori, con gli altri autori?

PR: Ogni tanto mi piace raccontare com’è avvenuto l’incontro con Magris, proprio perché riguardava questo. Improvvisamente mi sono trovato con quest’etichetta dello scrittore che per tanto tempo ho rifiutato. Ultimamente no, perché non mi sembra rispettoso per chi mi legge e per chi mi compra… Nel mondo degli scrittori ero logicamente e giustamente snobbato da parecchi o da quasi tutti. Al che ho scritto al più grande (Magris, ndr): “Ma scusate, voi scrittori avete dieci braccia, quattro teste, tre bocche, che siete così inavvicinabili?” E lui, dopo due giorni mi ha chiamato e ci siamo incontrati al San Marco e da lì è nata una grande amicizia con Magris. Io, con la scrittura continuo a fare una grande lotta, una grande battaglia, una grande sofferenza, ma anche una grande gioia… Sto stracciando fogli, sto facendo delle brutte copie, è già da due anni che scrivo e butto via, m’innamoro e poi mi deludo e ci lasciamo… ma la scrittura è questo. Credo la scrittura sia un grande rapporto di umore, di pelle, di quello che vuoi… Magris ha detto su di me la frase che prima hai citato, e io scherzando gli ho risposto:“Ma non ti sarai mica messo a fumare, no?”. E poi vedi, per esempio, Le capriole in salita, un libro che sta continuando a vendere e ancora la gente che mi chiama o che mi ferma, anche per le scritture sul Piccolo (il quotidiano di Trieste, ndr), e mi danno delle grosse gioie e stimoli; allora vado avanti. Io continuo a dire che non so cambiare una piastrella, non so riparare un rubinetto, so scrivere… va be’, ognuno sa fare qualcosa…

GG: Certo. Un tuo testo del duemila, Ballando con Cecilia, è diventato messinscena teatrale. So che è un testo a cui sei molto legato, anche proprio per il rapporto che avevi con Cecilia. Che effetto ti ha fatto vederlo messo in scena?

La vera CeciliaPR: Una grandissima emozione, intanto perché ho conosciuto una persona straordinaria che è Ariella Reggio, gran donna e attrice, e poi perché ho conosciuto un grande maestro, il regista Francesco Macedonio, ahimè disprezzato in regione e molto più apprezzato fuori. So che nella sua stessa Gorizia, non ha avuto gli onori che si merita. Lui è un maestro, sa creare magia. Io gli rimprovero di non aver nessun apprendista, e così non lascerà il suo insegnamento a nessuno. Con questo spettacolo ho avuto modo di entrare in un teatro di professionisti. Quando mi calo nel ruolo di regista, faccio scrivere su tutte le locandine: “regia confusa di Pino Roveredo”, perché non è una regia, è più un urlo per mettere a posto le cose. Ho vissuto la grande magia di vedere Cecilia in teatro, di vedere una scrittura in teatro con tutte le buone educazioni, con tutte le regole, con tutte le…

GG: I crismi…

PR: I temi, i toni e tutti i punti giusti. Ti dirò, io ho fatto le prove, e ci sono dei pezzi in cui io continuavo a piangere, durante le prove, perché non ho incontrato la noia. Questa poi è stata una delle cose che ha emozionato anche il gruppo che ha rappresentato Ballando con Cecilia. A differenza di altri testi con Cecilia non ci si annoia mai…e be’, questo è un grande successo.

GG: Benissimo. Pino, in conclusione, i tuoi progetti a medio termine. Che cosa c’è nel prossimo futuro e anche un pochino più in là?

PR: Mah, io non so cosa farò da grande, veramente… Spero di non timbrare nessun cartellino perché il giorno in cui timbrerò il cartellino sarà la fine e m’inventerò qualcos’altro. L’altro giorno ho fatto una discussione: ci sono dei ragazzi che stanno molto male, che stanno morendo sia a Trieste, sia a Pordenone, sia a Udine nel completo disinteresse della società. Allora dico:”urliamo, urliamo più forte che possiamo e scriviamo, divertiamoci, facciamo qualsiasi cosa per salvare questi ragazzi che hanno l’età dei nostri figli”. Senza voler fare il missionario, ma tenendomi a posto la coscienza. Credo che farò questo, da qui in avanti.

Commenti

Non ci sono ancora commenti

Lascia un commento

Fucine Mute newsletter

Resta aggiornato! Inserisci la tua e-mail:


Leggi la rubrica: Viator in fabula

Articoli recenti

A modo mio mi prendo cura di te

A modo mio mi prendo cura di...

Mio padre era un uomo sulla terra...

Festival internazionale del cinema e delle arti...

Le versioni cinematografiche del tema di Faust...

Le versioni cinematografiche del tema di Faust...

Montalbano Je suis

La morte nei film di animazione

Il romanzo di Sant Jordi: Màrius Serra...

Scoprendo Joe Orton (II)

Joe Orton: Scoprendo Joe Orton (I)

Dan Panosian: Una passione di famiglia

Piero Alligo: La magia delle tavole originali

La parola alla difesa e Poirot non...

È troppo facile e Dieci piccoli indiani

Marco Galli: Materia Degenere

Victoria Jamieson: Il fumetto come il roller derby

Copia originale (Can You Ever Forgive Me?)

Un viaggio senza fine

Barriera invisibile (Gentleman’s Agreement)

José Muñoz: Miraggi di memoria

C.B. Cebulski: Il globetrotter della Marvel

Trieste Film Festival 2019

Umberto Pignatelli: La rinascita del librogame?

Dave McKean: L’illusione del significato

Tito Faraci: Feltrinelli Comics: una scommessa vinta

Casomai un’immagine

pas-05 sir-13 th-23 th-55 th-80 kubrick-43 thole-13 thole-19 petkovsek_01 dobrilovic_07 c p bav-10 cas-03 wax 3 holy_wood_29 sac_06 sac_14 pm-10 pm-13 galleria13 galleria19 tsu-gal-big-12 02 32 35 Cut-up Eros 3, 1944 Carol Rama cornell-88