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Cinema

Marco Tullio Giordana

Vite nascoste

Immagine articolo Fucine MuteSerena Smeragliuolo (SS): Fucine Mute intervista Marco Tullio Giordana autore del film Quando sei nato non puoi più nasconderti. Vorrei ci parlasse di come è nata l’idea del film, è partito dal libro di Maria Pace Ottieri o lo ha scoperto solo in un secondo momento…

Marco Tullio Giordana (MTG): Ho letto il libro un paio di anni fa, mi aveva molto colpito così come mi aveva incuriosito il titolo che poi è il nome di uno dei tanti immigrati intervistati da Maria Pace Ottieri. La sua è una sorta di inchiesta sulla vita dei clandestini una volta sbarcati in Italia, su dove finiscono e su come vivono; è una ricognizione su un mondo di cui spesso non sappiamo niente: li vediamo sbarcare sulle nostre coste, ma poi qual è il loro destino? Così mi è venuto in mente di fare un film su questa comunità così ampia e diffusa che si divide in una parte sommersa e clandestina e in una parte emersa che invece fa parte a tutti gli effetti del nostro Paese poiché queste persone sono ormai diventate dei nostri concittadini e molti lavorano nelle nostre fabbriche…
Rispetto al libro della Ottieri insieme ai miei sceneggiatori abbiamo pensato di introdurre un elemento romanzesco proprio per trovare un punto di vista che permettesse di raccontare il destino di queste persone evitando i pregiudizi. Non abbiamo voluto raccontare né di un’accoglienza a tutti i costi né di reazioni razziste nel cacciar via le persone senza verificare perché e con quali intenzioni queste siano arrivate nel nostro Paese. Questo punto di vista è quello di un bambino, di un adolescente, che cade in mare e viene salvato da un barcone di clandestini e con loro ritorna in Italia, nella sua terra che vede per la prima volta con gli occhi di uno straniero che gli ha salvato la vita…

SS: È interessante che il suo ritorno alla contemporaneità — gli ultimi tre film erano tutti ambientati negli anni ’70 — sia raccontato proprio attraverso gli occhi di un bambino…

MTG: Certo, è un film sull’attualità, sul presente (e qui si possono scegliere tantissimi argomenti) però con l’idea di far raccontare la storia ad un adolescente che è in una fase della vita molto critica, piena di dubbi e di paure, ma allo stesso tempo molto ricettiva, intelligente, nella quale la curiosità è più forte della paura. Un adolescente che quindi si dispone verso la realtà — e anche verso gli stranieri — in un modo che è al di fuori degli schemi degli adulti, che invece sono più spaventati che curiosi. Gli adulti tendono a vedere una minaccia negli stranieri, mentre per i ragazzi non è così e lo vediamo proprio nelle prime scene quando Sandro incontra un immigrato che dà in escandescenze e non ne è spaventato, capisce che sta male e quindi vorrebbe fare qualcosa. Il suo atteggiamento è diverso… I nostri figli conoscono gli extracomunitari perché sono compagni di scuola e quindi non sono stupiti come potevamo essere noi adulti all’inizio di questo fenomeno.

Immagine articolo Fucine Mute

SS: Questa commistione di sentimenti è a mio parere ben rappresentata da Bruno (Alessio Boni, ndr) che da un lato è perfettamente integrato con la realtà multietnica che lo circonda nella sua quotidianità professionale, pur sentendosene dall’altro lato molto distante… Ci sono un paio di sequenze nelle quali questa dicotomia emerge chiaramente, sia nella mensa — quando Bruno racconta ai suoi operai senza pensarci troppo dell’acquisto di una macchina costosa — sia nella scena con Radu, il ragazzo rumeno che ha salvato la vita di suo figlio, nella quale egli prima gli dà dei soldi e il telefonino e solo dopo lo abbraccia baciandogli la mano. Tutto questo può rappresentare la via nella quale la società ci conduce?

MTG: Il problema degli stranieri non è l’avere la pelle di un colore diverso, il loro problema è che sono poveri e questo li rende insopportabili proprio perché portano dei problemi.
In Italia, soprattutto nelle città d’arte, gli stranieri — i turisti ricchi — li abbiamo sempre visti e non sono stati rifiutati perché sono portatori di ricchezza… Gli immigrati invece portano la miseria: vengono dal loro Paese scappando da povertà, guerre e malattie e quindi noi li viviamo in modo completamente diverso. E poi, parliamoci chiaro, la nostra società è in grande crisi, c’è un alto tasso di disoccupazione… anche se poi è vero che gli extracomunitari svolgono quei lavori che gli italiani non vogliono più fare (ecco perché nella fabbrica di Bruno ci sono tanti operai di colore) e infatti a Brescia molte piccole aziende sono state salvate proprio dalla manodopera straniera… Non crea problemi chi è perfettamente integrato, chi lavora e non dà fastidio tanto che nel film anche Bruno dimostra di essere a suo agio con questi suoi dipendenti, anche se in maniera forse un po’ paternalistica. Qualcuno potrebbe dire che egli sia sottilmente razzista, perché pur mangiando con loro, tuttavia non li considera, non si fa nemmeno lo scrupolo di parlare in loro presenza di macchine costosissime quando essi non riusciranno mai a comprarsele in tutta la vita… Ma io credo sia solo un po’ rozzo, non cattivo. L’esperienza che è toccata al figlio gli fa pensare che deve essere riconoscente ed in tal senso cerca di attuare uno sforzo… Questo è un mondo molto ambivalente: spesso si dipinge il Nord come se fosse solamente razzista, e in realtà c’è un elemento di razzismo, che è quello dettato dalla paura. C’è però anche la generosità e l’intraprendenza che secondo me fanno da contrappeso… non è giusto parlare dell’uno senza considerare anche l’altro.
Il bambino invece è di una qualità completamente diversa, è un uomo, e dico uomo perché dimostra una maturità che gli adulti non hanno e perché è molto più sensibile e si pone domande che invece i grandi non si pongono più.

SS: Vede una speranza in questa nuova generazione che, conoscendo oggi il diverso, un domani potrà fare in modo che tanti conflitti attuali cadano?

MTG: È quello che succede in tutte le società avanzate, prendiamo ad esempio gli Stati Uniti che sono nati dall’emigrazione — i nativi forse non ci sono nemmeno più — e che continuamente hanno accolto ondate di emigranti con problemi di razzismo, di rigetto, rifiuto, criminalità… In quel caso la soluzione è consistita nella graduale assimilazione, nell’aver dato a tutti i cittadini uguali diritti: questo ha reso gli Stati Uniti una grande potenza, anche perché è la parte migliore che decide di emigrare e non la peggiore… lo fa chi è più intraprendente ed ha il coraggio di immaginarsi un futuro migliore. Ci sono anche dei delinquenti, per carità, così come ci sono stati dei delinquenti nei ben sessanta milioni di italiani che sono immigrati nel corso del Novecento. Quindi noi italiani dovremmo sapere molto bene qual sia il destino di chi abbandona il proprio Paese, proprio perché siamo stati i primi ad avere subìto il razzismo.

SS: Dovremmo saperlo molto bene, ma la legge Bossi-Fini non è stata proprio un esempio di questa nostra consapevolezza…

Immagine articolo Fucine MuteMTG: Le leggi in generale sono sempre più indietro rispetto al comportamento naturale della popolazione. La legge Bossi-Fini credo non faccia eccezione anche perché penso sia davvero difficile governare questo fenomeno e quindi l’inefficienza della legge non mi stupisce… Naturalmente dipende dall’ottica con cui si fa la legge: se essa è quella del via tutti allora non avrà nessuna efficacia. Questo processo è irreversibile, loro non vanno via dal loro Paese per il fatto che amano viaggiare o perché a loro piace l’Italia. Di fatto nessuno vuole restare in Italia, vogliono tutti andaresene in altri Paesi, ed emigrano perché nelle loro terre non possono più vivere: è un problema di macroeconomia, se lì non ci fosse più la povertà e la fame, i flussi si arresterebbero…
In realtà, una buona legge dovrebbe selezionare senza pregiudizi chi arriva, cercando di disciplinare e di favorire un’integrazione. Certo è un processo difficile, è una patata bollente…

SS: Mi collego al suo film e al tema del viaggio che non è solo psicologico, di crescita, ma è anche fisico. Sandro va in macchina, in aereo, poi in barca a vela, poi la barca con gli immigrati, poi il pullman, il treno… e ad un certo punto gli regalano una moto…

MTG: Sì, il film parte dal Nord dell’Italia, scende, va in Grecia poi al Sud Italia. È un road-sea-movie, perché gran parte dell’azione si svolge per mare. C’è il tema del viaggio che è anche un viaggio interiore che fa Sandro come se nascesse due volte, una prima volta biologicamente da sua madre, e una seconda quando viene ripescato dall’acqua e ritrova una nuova vita nella quale possiede una consapevolezza su cui non chiuderà più gli occhi; è proprio come il titolo Quando sei nato non puoi più nasconderti

SS: Fermiamoci al titolo. Io l’ho interpretato nel senso di una impossibilità di protezione, ma ho letto che lei invece lo ha sentito come un’impossibilità di nascondersi dall’altro, dal diverso, e che poi di conseguenza ne sarebbe seguita l’integrazione…

MTG: Sono possibili le due letture, questo titolo è il nome di uno dei personaggi del libro di Maria Pace Ottieri, ed è anche uno dei personaggi del film… Vuol dire tante cose, spesso i nomi africani sono dei proverbi o delle frasi di saggezza filosofica e in questo caso il nome significa. appunto, che quando sei nato perdi la protezione, perdi l’innocenza, affronti il mondo minaccioso e non puoi nasconderti da esso e dai suoi veleni ma allo stesso tempo anche dalla felicità. Non puoi essere più protetto come eri nel ventre materno: ti devi aprire al mondo e lo devi anche cavalcare in qualche modo, cosa che il bambino dimostra di saper fare.

SS: Vorrei parlare del finale del film, che è stato cambiato in corso d’opera. Innanzitutto vorrei sapere qual era l’altro finale, quello che non abbiamo visto, e poi parlare di questo che mostra due bambini da soli sullo spartitraffico mentre attorno a loro tutto scorre, passano gli autobus, le macchine e sembra una metafora dell’indifferenza della società…

Immagine articolo Fucine Mute

MTG: Il finale era previsto in maniera più drammatica… ma non mi ha mai completamente soddisfatto perché non volevo che il film si chiudesse. Infatti, l’ultima scena è un’inquadratura completamente aperta, tanto che il film potrebbe continuare, ed in fondo continua nello spettatore che si chiede cosa possa succedere in seguito. I due ragazzi  hanno fatto il massimo che potevano fare: Sandro è riuscito a liberare la bambina da una situazione di schiavitù, però è chiaro che senza l’intervento degli adulti non possano andare al di là di quell’aiuola spartitraffico… Il film rilancia sugli spettatori la responsabilità che i due ragazzi hanno assunto ma che tocca a noi sostenere. Secondo me, molto più presumibilmente Sandro riaccende il suo cellulare, chiama la madre che abbiamo visto essere disponibile a riaccogliere Alina, convince il padre che ha avuto una reazione da uomo ferito (ma non da uomo cattivo) per il fatto d’esser stato ingannato… Io immagino che i genitori si precipitino a raccogliere Sandro e Alina e che quindi la storia finisca bene.
Ma se avessi girato un lieto fine in qualche modo avrei consolato la gente dicendo che tutto si aggiusta. Io credo che nella realtà dei fatti ciò possa accadere solo se siamo noi stessi ad avere la voglia di aggiustare le cose. Quindi il film non chiude ma si apre con un’inquadratura sospesa che secondo me è il preludio di qualcosa di buono, allo spettatore la scelta di metterci ciò che meglio crede… In effetti qualcuno è rimasto disorientato, e io credo che questa reazione possa sorgere dal dubbio interiore di comportarsi bene e di non rimanere nell’indifferenza di quegli autobus che scorrono, senza che nessuno si chieda cosa facciano due bambini seduti lì, senza che nessuno chiami aiuto o la polizia…

SS: Spesso nel film ci sono degli accenni all’incomunicabilità… un inglese appena masticato o il riferimento alle tante lingue africane. E poi questi telefonini che squillano, vibrano, ma a cui nessuno risponde mai…

MTG: No, veramente non ci ho pensato… i telefonini, che sono un elemento della nostra vita, dovrebbero facilitare le nostre comunicazioni, e in effetti siamo sempre in contatto. Mi chiedo come si facesse a vivere prima dei telefonini eppure vivevamo benissimo e forse anche meglio, non eravamo continuamente raggiungibili… Alle volte non è detto che gli strumenti di comunicazione più sofisticati ci aiutino a comunicare, perché poi la comunicazione è qualcosa che nasce nel nostro cuore e nella relazione con la persona… Le lingue: l’inglese è la koinè contemporanea, un inglese che parliamo tutti in maniera più o meno confusa. Ma in realtà poi nel film c’è una babele di lingue che Sandro non capisce nelle parole ma poi, come tutti i bambini con i sensi allertati e sensibili, coglie nelle intenzioni risultando sempre ben presente in tutto quello che gli succede intorno, anche in relazione a ciò che per lui è completamente nuovo.

Immagine articolo Fucine Mute

SS: I suoi film creano un rapporto con lo spettatore, fanno sì che si possa entrare nelle storie e viverle quasi come non si fosse al cinema… Questo credo dipenda da alcune sue scelte che ricercano la realtà: lasciare ad esempio gli attori liberi d’improvvisare, non decidere rigidamente le inquadrature… Penso anche al fatto che il film sia stato girato in cronologico e a quanto ciò possa incidere sulla recitazione…

MTG: Una volta Mike Leight mi disse una frase che mi ha molto colpito ovvero che in un film bisogna raggiungere la realtà di un documentario. Un film di finzione deve creare l’illusione di star assistendo alla vita vera. Non c’è niente più bello dei documentari dove si vedono cose reali e ci sembra di partecipare… anche a quelli sugli animali, sei lì, il leone, la caccia, la nidificazione delle cicogne… Perché sono interessanti? Perché raccontano dei pezzi di vita e così fa anche il Cinema, ma ogni volta che diventa artificiale io mi scollo dal film. Vedo un regista che dà delle istruzioni, sento lo sceneggiatore che ha scritto delle battute e allora mi sembra di essere intrappolato nel disegno di qualcuno che mi vuole imporre un punto di vista… Al contrario mi abbandono a quei film nei quali non vedo il tessuto, ma vedo la storia, gli attori e credo a quello che fanno, sono lì, palpito, soffro e sono felice insieme a loro.

Si ringraziano Mario de Luyk e Andrea de Candido del Cinecity di Trieste per la gentile collaborazione e per la generosa ospitalità.

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