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Cinema

Eleonora Giorgi

Agenzia matrimoniale… per over fifty

Jimmy Milanese (JM): Eleonora Giorni a Maremetraggio presenta un film da lei prodotto (Agente Matrimoniale, di Christian Bisceglia, ndr). Ci parli di questo film?

Eleonora Giorgi (EG): È una commedia di un esordiente che si chiama Christian Biseglia, ambientata in Sicilia, visto che lui è siciliano pur vivendo a Roma.

Eleonora Giorgi e Christian Bisceglia

Ho incontrato Christian come finalista per il miglior corto dell’anno ai nastri d’argento. Era finalista con un corto sorprendente, perché era una commedia. Ora pare che sia quasi inevitabile, per avere attenzione, esordire con argomenti impegnati, con un taglio minimalista, sofferente, magari sulla globalizzazione, mentre lui ha esordito con una commedia. Io in 33 anni ho fatto 45 film, e il pubblico mi ha voluto bene per le commedie. Ho lavorato con fantastici registi anche in film drammatici, ma il pubblico mi ha preferita per le commedie. Non so perché, ma ne sono contenta. Quindi, come produttore, ho avuto voglia di produrre una commedia. Lui mi ha raccontato il soggetto, toccava temi che mi interessavano molto, come la solitudine delle trenta-quarantenni. Per una che ha pochi anni più di loro o alle mie coetanee, la solitudine risulta sbalorditiva. Inoltre, c’è il tema del meridionale laureato, che al nord non ha successo e deve precipitare, come dice il regista, al sud, per finire poi nell’arte dell’arrangiarsi e seguire un metodo truffaldino per avere più clienti in questa agenzia matrimoniale. Tutto questo ovviamente immerso in una brillante comicità e divertimento. Quindi il tema è quello delle donne sole che inaspettatamente si rivolgono alle agenzie matrimoniali, cosa impossibile solo venti anni fa, quando ognuna di noi aveva dieci uomini che la volevano. Quello che è successo è sbalorditivo. Questa donna emblematica tra queste donne nuove, probabilmente laureata e realizzata nel lavoro, sola con poco tempo, si rivolge all’agenzia matrimoniale. Come lei dice: “nella mia giornata passo dieci ore a dormire, otto a lavorare, due a mangiare e prepararmi e solo una per me. Considerando che tre quarti d’ora li utilizzo per posteggiare la macchina, mi rimane un quarto d’ora al giorno per trovare l’uomo della mia vita, forse troppo poco”. Quindi, questa ragazza intelligente e con le carte in regola, forse come un’allocca, perché la donna ha bisogno dell’amore e ci deve credere (questo appunto era un altro argomento che mi piaceva), casca in un raggiro involontario da parte del protagonista, il quale viene scambiato per il partner presunto e si trova costretto a recitare per lungo tempo questo ruolo. Questo è un tema eterno: da una parte il “sono come tu mi vuoi”, dall’altra il fatto che la donna per avere l’amore è pronta anche a credere ad enormi bugie, pur avendo una presenza di cervello, anzi, nonostante quello.

scena del film Agente Matrimoniale

JM: Come tu sai, una buona sceneggiatura prevede un personaggio che alla fine del film viene completamente cambiato dalle vicende narrate. Analogamente, anche un attore segue un percorso simile, quindi, nel corso della sua carriera interpreta e caratterizza vari personaggi, spesso passando da genere a genere. E un produttore, ovvero il tuo lavoro attuale, cosa deve fare per produrre un buon film e avere successo. Quale è il segreto per produrre un buon film, quindi?

EG: Io sono rimasta molto colpita dal fatto che tu abbia detto che per avere un buon copione il personaggio deve iniziare in un modo e alla fine del film deve essere un altro…

JM: La citazione è da Vincenzo Cerami (sceneggiatore di Benigni, ndr)

EG: Si appunto, oggi si tende a vivisezionare il film. Non so se nella storia del cinema questo sia un diktat assoluto; questa evidente evoluzione del personaggio protagonista. Poi pensavo che mi chiedessi se questa evoluzione fosse mia da regista a produttore, ma la terza domanda non l’ho capita. Scusami.

JM: Cosa ci vuole, quale è il segreto per produrre un buon film.

EG: Un buon film dici? Bisogna vedere intanto se io ne ho prodotti di buoni. Non ci sono segreti, ci vuole la volontà, passione e competenza. Non esiste una scuola per la produzione e non c’è una laurea in produzione, quindi c’è una competenza che assimili sul set. Io non ho iniziato come segretario di produzione, ma ho iniziato a diciassette anni e mezzo come attrice. Non dormendo sul set è stato inevitabile ad un certo punto attivare altre competenze. Quello che ci vuole sommamente è sapere come si fa il cinema, poi nessuno ha la bacchetta magica. Io trovo ad esempio che l’unico film che negli ultimi dieci anni abbia avuto un senso decisivo per chi fa produzione sia stato “L’ultimo bacio” della “Fandango” di Domenico Procacci, il quale erano anni che investiva soldi suoi con grande passione. Aveva già fatto Radiofreccia di Luciano Ligabue, aveva prodotto altri film di Gabriele Muccino. Io trovo “L’ultimo bacio” un ottimo film. Non sono una di quelle invidiose che trova i libri di Susanna Tamaro brutti o i film di successo brutti. “L’ultimo bacio” ha inventato una nuova generazione di attori, tutti premiati ai David. Mi hai chiesto un esempio? Un produttore di successo è quello che insiste a perseverare negli autori in cui crede, visto che Procacci ha accompagnato Muccino in film ottimi che precedono “L’ultimo bacio”, Credo che quello sia un modello al quale riferirsi. Poi sai, io sono entrata nel cinema in un periodo quando operavano Monti o Franco Cristaldi e la scuola di cinema di questi produttori era molto diversa. Ognuno aveva il suo gruppo e c’erano forti sinergie. Comunque, vedo che oggi le cose si stanno replicando. Ad esempio, Riccardo Tozzi con Cattleya ha preso un taglio diverso da Fandango. Tozzi ha un’esperienza pluridecennale in molti settori della produzione, anche pubblica. Nel momento in cui ha messo in piedi una società, si è mosso con un’enorme competenza artistica e del lavoro. Parlando di esempi, sono questi che si possono citare.

Eleonora Giorgi sul set di Mani di vellutoJM: Parlando di film, tu hai recitato in più di quaranta film, tra l’altro brillantissime commedie, tra le quali io ricordo per motivi vari Borotalco. E per quella tu sei conosciuta. Ma tu hai anche interpretato parti più drammatiche. Ecco, cosa metti in cima alla tua carriere?

EG: Io sono stata scelta per le commedie. Io ho un altro film culto Sapore di mare, un evergreen, Compagni di scuola, Mia moglie è una strega, Mani di velluto, Grand Hotel Excelsior, questi sono stati tutti blockbusters, ovvero biglietti d’oro. Io ho lavorato con Liliana Cavani, Marcello Mastroianni, Franco Brusatti e Erland Josephson (Dimenticare Venezia, 1979, ndr), con Alberto Lattuada e Max von Sydorf (Cuore di Cane, 1976, ndr). Ricordavamo prima un film di Luciano Salce con Paolo Villaggio (Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno, 1974, ndr), il mio quarto film, delizioso e scritto da Luis Berlanga, che era l’autore di Luis Buñuel e Marco Ferreri, un film surreale e cattivissimo sulla madre mediterranea. Ho avuto delle occasione importanti, ad esempio con Franco Rossi per la televisione, ovvero il regista de “L’odissea nuda” (1961, ndr), oppure “Lo scialo” (1987, serie Tv in quattro puntate, ndr) di Vasco Pratolini. Insomma, quasi non me li ricordo più. Poi dicevo la Cavani con Mastrioanni, perché lui è stato l’incontro con la storia del cinema, insomma, un incontro meraviglioso. Dicevi le commedie, metto in cima a tutte Borotalco per una ragione, soprattutto, ho avuto l’occasione, unica nella mia carriera, di interpretare un personaggio femminile a tutto tondo. Un personaggio emblematico di quel ponte generazionale, come dicevamo prima, che la mia generazione ha creato. Una battuta che sintetizza tutto è quando lei dice: “ah Neno, anche io c’ho diritto alla mai dimensione!”. Allora le donne non avevano diritto alla loro dimensione, lei si. E lo affermava attraverso una certa creatività e voglia di fare, insomma, un personaggio femminile delizioso per il quale non finirò mai di essere grata a Carlo Verdone. Ma io amo tutti i miei film, e in particolare a Mia moglie è una strega sono particolarmente affezionata, perché ha creato per vent’anni una sponda con i bambini, visto che a me i bambini divertono.

Eleonora Giorgi in Mia moglie è una strega

JM: Tu hai lavorato anche in televisione. Ultimamente il cinema sembra essere un’agenzia di collocamento per la televisione, dove magari i guadagni sono più facili. Cosa manca quindi alla commedia di oggi per essere all’altezza di quella che ti ha vista protagonista?

EG: Intanto, considera che la commedia che mi ha vista protagonista veniva considerata un cascame rispetto alla commedia classica all’italiana. Un esempio per tutti: Mario Monicelli e Pietro Germi, Dino Risi e Vittorio De Sica. È l’evoluzione del nostro paese sempre più imborghesito. Forse, in qualche maniera, ci si dispone ad alcuni temi, mentre forse prima c’era troppa fame per potere anche contemplare la fame. Oggi siamo molto più ricchi (con sguardo ironico, ndr) e ci permettiamo il lusso di avere delle crisi esistenziali. Stavo scherzando, ma a me sembra che la commedia italiana sia vivacissima. Carlo Verdone ha fatto il miglior film dell’anno che era Il mio miglior nemico, ed era una commedia. Io ho trovato Carlo ad un livello attoriale straordinario, molta personalità in Muccino, storia carina, che parla di cose serie ridendoci sopra con un filo di cattiveria. Poi, ad esempio, io sono diventata produttore facendo la regia di un film che ho prodotto e diretto. Ho avuto un piccolo finanziamento e per non disperdere neanche un centesimo ci siamo messi a fare i produttori. Come autore ho il mio secondo film pronto. Si chiama L’ultima estate. Il mio primo film era la storia di una famiglia degli anni sessanta con cinque ragazzi. Era il mio sguardo attraverso quel mondo, la claustrofobia dei sentimenti. La famiglia era l’unica possibilità per l’affettività, perché il fuori era molto più strutturato; era la scuola e non c’era il branco e il gruppo. Parlo di questa ragazza bambina che osserva questo mondo al femminile, anche inquietante. Oggi, quaranta anni dopo, al mio secondo film mi ritrovo a parlare di ragazzi. Mi sento donna, inevitabile che la mia tematica sia quella e non senta la necessità di parlare della teoria della relatività, piuttosto che dei sentimenti. Una storia di ragazzi di oggi, diciottenni di Roma, traghettati precisamente da allora, senza l’aspettativa dall’affettività in famiglia, che fornisce dei servizi. L’affettività è fuori, nel gruppo, nel branco.

JM: Tantissimi anni fa, come raccontavi prima, passeggiavi mi sembra sulla spiaggia quando vieni fermata da?

EG: Fellini! Era inverno e il mio ragazzo stava facendomi delle foto. Pochi anni prima era uscito Blow up (1966, Michelagelo Antonioni, ndr) e tutti i ragazzi erano fotografi. Fellini si fermò a guardarci. Noi l’avevamo già riconosciuto. Poi con quella voce così ci disse “ciao ragazzi”. Ci fece avvicinare dalla sua segretaria e ci disse di andarlo a trovare a Cinecittà a Roma, dove stava preparando un film. Andai a Cinecittà con il mio ragazzo. Mi spaventai tantissimo, sembrava un circo e non mi piaceva. Ero molto riservata e timida, anche se molto vitale. Così non se ne fece nulla. Ti dirò di più. Quando ero piccolissima, abitavo ai Parioli, un quartiere vicinissimo alle produzioni di Cinecittà, e mia madre mi disse che un giorno ci avevano fermate per fare le piccole figlie di Alain Cuny ne La dolce vita (1960, Federico Fellini, ndr). Con Fellini già c’era stato qualcosa quindi. Quelli erano anni diversi, i giovani uscivano di casa molto presto e io mi mantenevo pur studiando. Avevo fatto delle foto, per la Safilo credo. Comunque un agente mi chiamò e mi propose di fare un film, chiedendomi quindi se volevo diventare attrice. Alla fine lo feci, era il mio primo film e da li non ho più smesso.

Eleonora Giorgi e Carlo Verdone in Borotalco

JM: Hai fatto alcuni film e poi, per una tua interpretazione in Borotalco (1982, Carlo Verdone, ndr), ma non solo, qualcuno ti ha accostato a Monica Vitti.

EG: Monica mi accostò a se. Avevamo assieme un costumista, un truccatore e un parrucchiere. Disse che se io avevo scelto questo staff, allora avrei avuto un futuro. So che disse anche un’altra cosa, che se lei poteva avere un’erede, ecco sarei stata io, anche se poi disse che ero un poco vivace e molto moderna, quindi avrei potuto disperdermi. Molto carina e grande persona. Monica non sta bene, non sta bene per niente e il cinema italiano dovrebbe intitolarle il Leone d’oro alla carriera. Io continuo a dirlo a tutte le istituzioni e rimango male perché il mio appello cade nel nulla. Mi dicono che è malata. Non importa, glielo porterà suo marito a casa. È giusto, quanto meno per il pubblico. Sono felice che tu mi abbia detto questa cosa di Monica Vitti. Con molta modestia, perché lei è inarrivabile.

JM: Eleonora, tu hai iniziato la tua carriera all’inizio degli anni settanta, quando il cinema era in fase discendente. Ti sei mai chiesta se Eleonora Giorgi fosse nata un decennio prima, quali film ti avrebbero dato da interpretare?

EG: Secondo me neanche uno. Perché era l’epoca delle brune. Cosa avrei mai potuto interpretare io nell’epoca del neorealismo? Una signora che veniva da Parigi? Cosa facevo? Non perché io sia raffinata, ma perché il cinema parla per immagini, e io ho una tipologia che non incarna la donna mediterranea. Forse fra le gloriose, la Mangano dopo Riso amaro (1949, Giuseppe de Santis, ndr) divenne qualcuno, ma le altre erano tutte brune esplosive. Quindi temo che se avessi iniziato prima non avrei avuto proprio strada. Dieci anni prima c’era la Sandrelli, quindi una donna mediterranea. Anzi, io ho esordito in questo cinema di genere, che in assenza della televisione commerciale era il cinema e ho trovato la mia collocazione per questo. In fondo ero ancora esotica come le bionde lo erano allora, mentre la Vitti era una bionda atipica.

JM: Come abbiamo visto prima in conferenza stampa, manchi a molti. Chi manca a te del cinema, amici che non ci sono più?

EG: Mamma mia. Prima ho incontrato la figlia di Paolo Villaggio. Paolo è una persona di una brillantezza intellettuale difficile da eguagliare. Sono stata ad una commemorazione per Ugo Tognazzi e devo dire che lui ha iniziato in una maniera dissacrante a dire delle cose troppo divertenti, troppo acute. Ci mancano tutti. Io poi sono entrata in questo mondo che ero piccolissima, dove erano tutti maschilisti e mi giudicavano male, severi. A me manca da venti anni una persona che era Valerio Zurlino, che con me è stato veramente carino. Non abbiamo mai lavorato assieme perché lui è morto prima. Uno su tutti è lui. Poi nel cinema italiano, tutti quelli che se ne sono andati, perché insostituibili. Ma il mondo cambia sai.

Eleonora GiorgiJM: Ultima domanda, quali sono i tuoi progetti futuri, come produttrice, ma anche attrice.

EG: Guarda, prima di tutto rimanere a Trieste, per il piacere di una città dagli spazi non sovraffollati. Io giro una serie con Christian de Sica, ovvero Lo zio d’america. È la seconda serie con Christian. Mi trovo bene con lui, la persona con la quale ho più lavorato, perché ho fatto Conviene far bene l’amore negli anni settanta, di Pasquale Festa Campanile con Gigi Proietti, poi Borotalco, Compagni di scuola e Lo zio d’america I, otto puntate al quale segue la seconda serie. Christian è una persona meravigliosa. Ho fatto qualcosa in TV con Michele Placido, lui è il numero uno della nostra generazione. Mi ha chiamata per fare sua moglie in un film che produce. Poche scene piuttosto tese ma belle. Ho finito di scrivere il mio secondo film, che si chiama L’ultima estate; l’ho appena presentato al ministero per le solite trafile attraverso RaiCinema e Medusa. Ho fatto preparare un progetto di una fiction con Elena Gamba e Pipolo come sceneggiatori, che parla dell’uomo che non c’è più. Quello buono e autorevole. La vita è molto lunga, in assenza di malattie 90 o 95 anni per la mia generazione. Oggi, mandare un uomo di 65 anni in pensione è una miopia, con la competenza accumulata in anni di lavoro. Andare in pensione non è un privilegio, quando hai ancora trenta anni di vita davanti a te. Poi, diciamolo che l’uomo oggi è over sixty, over fifty, senza volerti offendere. Intendo parlare dell’uomo che ha quell’autorevolezza per la quale non si lascia mettere sotto da tematiche banali. Parlo dell’uomo che va in pensione e si vuole liberare di tutti, della moglie e dei figli che gli chiedono soldi. Lui vuole fare altro e godere la terza parte della vita, ma non potrà perché il mondo lo vuole e non lo fa andare via.

JM: Sempre con Massimo Ciavarro?

EG: Si, con Massimo, con il quale siamo separati da anni, anche se godiamo di ottimi rapporti. Posso dire che siamo reciprocamente la famiglia l’uno per l’altro. Ho grande stima di lui, lavoriamo bene insieme, infatti Massimo è dotato di un senso pratico e di un’ottima competenza finanziaria e produttiva sul campo. Noi siamo andati via dal lavoro quando io ero una super diva e ce ne siamo andati in campagna. Per sette anni siamo stati li, lavorando a tutt’altro, ovvero rilevando casali antichi, ristrutturandoli e dirigendo i cantieri, per rivenderli alla fine. Li ho avuto modo di appurare appunto quelle famose qualità maschili, così come noi abbiamo le nostre qualità femminili. Vi prego di rivendicare la diversità, e fateci essere diversi, non tutti uguali, vi prego.

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