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Cinema

Pasquale Scimeca

Sogni infranti

Nasce da un viaggio in Brasile Rosso Malpelo, il film di Pasquale Scimeca ispirato all’omonima novella di Giovanni Verga e presentato a Trieste in occasione di FilMakers, ciclo di incontri a cura di A.G.I.S. e La Cappella Underground.

Bambini di strada

E dall’incontro con i meninhos de rua, cioè i bambini di strada, avvenuto alle porte di Rio de Janeiro, e con la realtà fatta di miseria e di dolore delle sue periferie. Scritta da Scimeca insieme a Nennella Bonaiuto, come già i suoi film precedenti Gli indesiderabili e La Passione di Giosuè l’Ebreo, la pellicola narra la vita di Malpelo, un ragazzo rosso di capelli e pieno di lentiggini, appartenente a una famiglia tanto povera che il padre è costretto a portarlo con sé a lavorare in miniera, per procurarsi il necessario per sopravvivere. Raccontato attraverso uno sguardo sulla realtà essenziale e poetico al tempo stesso, Rosso Malpelo rispecchia la visione originale del suo autore, che considera il Neorealismo l’unico movimento rivoluzionario che il cinema italiano abbia prodotto e, dalle note di regia, lancia il suo appello per un’idea di cinema allo stato primitivo, dove la macchina da presa cessa di essere un nascondiglio per il regista e gira da sola (è successo che per mancanza di spazio e di aria la macchina da presa fosse stata buttata per terra, accesa e lasciata sola con l’attore).

Il film, interamente parlato in dialetto siciliano con sottotitoli, è stato girato in Sicilia, in quei luoghi dove una volta c’era il più grande bacino minerario per l’estrazione dello zolfo in Europa, e vede impiegato un cast di attori per lo più non professionisti, tra cui spicca l’esordiente Antonio Ciurca nei panni del protagonista. A sottolineare l’universalità della storia di Malpelo, che non conosce confini di tempo, genere o età, s’inserisce il commento musicale di Miriam Meghnagi, cantante e poetessa nata a Tripoli ma di radice ebraica, che nei suoi canti utilizza gli strumenti delle tradizioni musicali africane e mediterranee mescolati ai suoni degli elementi naturali come pietre, suoni d’acqua e di aria.

Immagine di Rosso Malpelo, del regista Scimeca

Sarah Gherbitz (SG): Qual è il rapporto tra il film e il Brasile?

Pasquale Scimeca (PS): È un rapporto di origine, è un ragionamento che ha che fare col tema dei ragazzi di strada, dei bambini abbandonati e della solitudine in cui vivono oggi nel mondo milioni di bambini di cui nessuno si occupa, né la società, né la famiglia. Ed è un rapporto con una favela in particolare, si chiama Rocinho, una delle più grandi di Rio de Janeiro, dove siamo stati e abbiamo avuto la possibilità di vedere come sopravvivono, più che vivono, i meninhos de rua. Guardando la realtà di questi bambini mi è venuto in mente Rosso Malpelo, che per me era una conoscenza esclusivamente di tipo letterario, una novella che avevo già letto tanti anni fa, che all’epoca mi aveva appassionato e che continua ad appassionarmi oggi. E ho potuto vedere che tra i temi che Verga affronta nella novella e la realtà di questi ragazzi di strada nella favela di Rocinho c’erano molti punti in comune, molte cose che accomunavano questi due mondi: il mondo dei ‘carusi’ siciliani della fine dell’Ottocento con i bambini di strada del Brasile di oggi.

Quali sono le cose che accomunano Rosso Malpelo con questa realtà? Fondamentalmente sono il problema dell’abbandono e della solitudine. Rosso Malpelo è un ragazzino solo, il padre muore, la madre va via, la sua casa viene chiusa, e il problema è l’impossibilità per questi ragazzi di avere un futuro, una speranza. Nel caso di Rosso Malpelo perché lavorava in una condizione disperata, ridotto quasi in schiavitù, in una miniera della Sicilia, e per i ragazzi di strada di oggi perché vivono nella condizione di assenza di speranza: non hanno niente che possa in qualche modo dare una speranza alla loro vita, al loro futuro. La loro vita non supera mai i venti, ventitré anni, e tantissimi di questi bambini muoiono prima di raggiungere l’adolescenza, proprio perché non c’è nessuno che gli dia in qualche modo una mano, non c’è la scuola, non c’è la società, non c’è la famiglia, non c’è niente che li aiuti a superare il periodo tragico e difficile di una fanciullezza che molto spesso non riesce a diventare adolescenza. E che, quando diventa adolescenza, risente della negazione alla vita che questi bambini subiscono.

SG: Che cosa l’ha attirata del racconto di Verga?

ScimecaPS: La letteratura è sempre stata una fonte d’ispirazione importante per il cinema, sia quando la fonte è diretta, cioè quando i film vengono tratti direttamente da un romanzo, sia quando è indiretta, cioè quando la letteratura serve come fonte d’ispirazione generica.
Nel mio caso ho sempre avuto una grande passione per Verga perché è stato un autore importante per un altro movimento che nel cinema è fondamentale, cioè il Neorealismo. Mi interessa perché oltre ad essere uno scrittore che racconta il suo tempo, quindi la realtà, è anche e soprattutto un grande tragico. È capace sia di guardare nella realtà del suo tempo, sia di estrapolare da questa realtà quegli elementi simbolici che sono tipici del mondo della tragedia.

Quando, alla fine della seconda guerra mondiale, nacque quel movimento che venne chiamato Neorealismo, lo scrittore ha avuto un ruolo importante perché uno dei grandi autori neorealisti, Luchino Visconti, andò in Sicilia con l’idea di raccontare i popoli della Sicilia ed in tasca aveva i libri di Verga. E fece poi uno dei più grandi capolavori della storia del Neorealismo che è il film La terra trema, tratto da I Malavoglia.

Perché aveva in tasca proprio quei libri? Perché nel momento in cui il Neorealismo si poneva il compito di rompere con la tradizione del cinema fascista, anche hollywoodiano, inteso nel senso di cinema di pura evasione, e si poneva il compito di raccontare la realtà, ecco che Verga diventa un autore fondamentale. Siccome oggi c’è bisogno di un cinema che sia capace, come è successo con il Neorealismo, di rompere un’altra volta con la tradizione di un nostro cinema banale, che tende all’evasione e ad escludere i problemi, di un cinema se vogliamo abbastanza omologato nei contenuti ma anche nella forma, ecco che un’altra volta ritorna Verga.

E ritorna con questa novella che, pur essendo una storia ambientata più di centoventi anni fa, ha dentro di sé tutti gli elementi che contribuiscono a renderla attuale. Basta andare in qualsiasi paese dell’America Latina, piuttosto che dell’Africa o dell’Asia, dove esiste ancora oggi il lavoro in miniera, per capire come Rosso Malpelo potrebbe essere stato scritto ai giorni nostri.

SG: Come si è svolta la ricerca delle locations?

PS: Anche se la maggior parte delle miniere sono chiuse, volevamo che il film fosse ambientato in quegli ambienti dove nella realtà esistevano, ed esistono ancora oggi, le miniere. Quindi siamo andati in questo pezzo di Sicilia, tra Enna e Caltanissetta, dove fino a cinquant’anni fa c’erano centinaia di miniere di zolfo. La scelta della miniera era in qualche modo obbligata, abbiamo semplicemente scelto tra l’una e l’altra, non in base a delle particolari esigenze, ma in base alla praticabilità, perché quelle che sono chiuse non sempre sono praticabili e possono essere pericolose.

Abbiamo dovuto scegliere delle miniere che fossero almeno sicure perché, oltre a noi, c’erano anche i ragazzi e non potevamo rischiare. Detto questo, le miniere sono uguali dappertutto, quando sei dentro una miniera questa può essere in qualsiasi parte del mondo, che tanto non fa differenza. Il problema era rispetto agli esterni, quindi la scelta dei luoghi dove girare il film ha avuto come base sia che ci fossero le miniere, sia la ricerca del villaggio. L’intento era fare un film che non fosse la Sicilia dell’Ottocento ma fosse un film rivolto ai giorni nostri. Quindi abbiamo voluto ‘rifare’ l’Africa, e abbiamo scelto quei paesaggi della Sicilia che ci riportano all’Africa, e rifare un po’ di più l’America Latina nella parte che riguarda il villaggio dei minatori. Per questo motivo abbiamo scelto un villaggio che in qualche modo ci riportasse alla realtà delle favelas ma anche di tutti quei luoghi dell’America Latina dove in qualche modo la civiltà non è ancora arrivata, o è arrivata solo in modo marginale.

SG: Come ha trovato gli attori?

Protagonista del film Rosso Malpelo di Scimeca

PS: Per Rosso Malpelo era una scelta obbligata perché avevamo bisogno di un ragazzino dai capelli rossi, è chiaro che non potevano essere di un altro colore! Però, come sempre faccio nei miei film, e come era anche ai tempi del Neorealismo, c’è stata la scelta precisa di mettere insieme attori professionisti con attori non professionisti. In questo caso la scelta degli attori è dovuta al fatto che loro vivono in quella realtà, e conoscono il mondo delle miniere perché i loro nonni e padri ci hanno lavorato. Il risultato è una sorta di aderenza antropologica.

SG: Il film è interamente parlato in dialetto. Come mai questa scelta?

PS: Il primo motivo è di tipo filologico. Verga ha rivoluzionato la lingua aulica del Manzoni per renderla aderente ai suoi personaggi, lui partiva dalla sintassi del dialetto e dalle espressioni dialettali, per poi costruire questa lingua molto bella, la lingua verghiana.
Da un punto di vista filologico abbiamo voluto tornare indietro per recuperare l’originalità della lingua verghiana, che era sostanzialmente quella del dialetto.

E poi c’è il dialetto anche perché i ragazzini, parlo dei bambini delle periferie del mondo, non parlano il messicano oppure il brasiliano, ma si sono inventati loro stessi un loro slang, una loro lingua. Quindi l’utilizzo del dialetto nel film rappresenta simbolicamente l’incomunicabilità, la distanza che c’è tra noi e questi mondi popolati da migliaia e migliaia di ragazzini che molto spesso non hanno nome, non hanno lingua, non sono visibili, non hanno la possibilità di comunicare, di far sentire la loro voce.

SG: Il film è giocato sul contrasto tra luce e buio, come avete lavorato sulla fotografia?

PS: Quando s’inizia un film, in genere organizziamo un incontro col direttore della fotografia e partiamo ispirandoci ad un pittore. In questo caso, il punto di partenza pittorico del film è stato Caravaggio. Cercavamo un film che fosse fatto di ombre e di luci, ma più di ombre che di luci, e dove la luce fosse un punto molto spesso lontano, indefinito.
Questo discorso teorico si è scontrato con gli inconvenienti reali, soprattutto in quella parte del lavoro fatta dentro le miniere, dove non hai molta possibilità di costruire un’inquadratura e lavorare sulle luci.

Scena del film Rosso Malpelo di Scimeca

Poi, alla fine, la fotografia è venuta come l’avevamo pensata perché le condizioni della miniera sono quelle, cioè il buio con delle luci che vanno e che vengono. Dentro quegli ambienti non puoi scendere con le luci perché è pericoloso, quindi abbiamo lavorato soprattutto con pochissime luci a batteria, ma soprattutto con delle lanterne a petrolio, quelle che hanno in mano i ragazzini, e sono quelle che danno quel tipo di ‘pasta’ fotografica vicina a quella del Caravaggio.

SG: Prossimi progetti?

PS: Il primo progetto è di portare aiuto prima possibile ai bambini della Bolivia (si tratta del “Progetto Rosso Malpelo” in soccorso alla popolazione infantile del Potosì, una delle regioni più depresse della Bolivia da sempre conosciuta per le sue miniere di stagno e argento, nda). Anche perché in questi giorni in Bolivia c’è stata una grande alluvione, un’emergenza nazionale, che speriamo in qualche modo possa risolversi presto. Perché noi abbiamo veramente fretta di andare lì e di portare questo contributo. Per noi è importante, anche se per loro chiaramente è molto relativo… Una volta finita quest’esperienza, sicuramente farò un altro film perché è quello che mi piace e che amo fare.

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