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Cinema

Silvio Orlando

Il personaggio come prototipo unico

Sullo schermo ha fatto il portaborse, il disoccupato, l’operaio, più volte il professore. Ha interpretato sempre uomini credibili, tanto veri che potremmo aspettarci di trovarli seduti a fianco a noi su un treno mattutino di pendolari.

Silvio Orlando, premitato con la Coppa Volpi al Festival del cinema di Venezia

Silvio Orlando è il volto ricorrente del cinema d’autore italiano perché, come nessun altro attore in Italia, sa incarnare debolezze, desideri, sconfitte, rivincite scivolando silenziosamente dentro i suoi personaggi. L’ha fatto anche dando respiro a Michele, il professore alle prese con una figlia mentalmente instabile in Il papà di Giovanna, ultimo film di Pupi Avati, vincendo meritatamente la Coppa Volpi all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Un premio, questo, che arriva a coronamento di una carriera perfetta, passata davanti alla macchina da presa di Nanni Moretti (Il caimano, Aprile, Palombella rossa), di Gabriele Salvatores (Kamikazen — Ultima notte a Milano, Sud), di Daniele Luchetti (Il portaborse, La scuola, Arriva la bufera), di Giuseppe Piccioni (Fuori dal mondo, Luce dei miei occhi) o di Carlo Mazzacurati (Vesna va veloce).

Elisa Grando (EG): Lei non ha figli ma sullo schermo è stato un padre toccante e convincente. Come ha preparato la parte?

Silvio Orlando (SO): Un po’ sono stato figlio, quindi conosco i meccanismi della famiglia. Non preparo mai veramente i personaggi a casa, di solito faccio solo la memoria del copione, questa volta un po’ più approfonditamente perché c’era molto materiale da dire. E poi c’era una patina un po’ letteraria, perché la sceneggiatura nasce dal romanzo di Pupi, che poteva rendere il personaggio distante. Il lavoro fondamentale, però, comincia quando stringo la mano a un mio collega di lavoro, quando sul set comincia quella meravigliosa partita a scacchi con gli altri interpreti. In questo caso con Francesca Neri, Ezio Greggio e soprattutto con Alba Rohrwacher.

Silvio Orlando, premitato con la Coppa Volpi al Festival del cinema di Venezia, assieme ad Alba Rohrwacher in una scena del film di Pupi Avati Il papà di Giovanna

EG: Il rapporto fra Giovanna e suo padre è il punto nodale del film, e fra lei e Alba Rohrwacher sembra esserci un feeling molto forte a livello umano, oltre che professionale.

SO: Avevo una responsabilità nella scelta di Alba perché l’ho suggerita io ad Avati. Con una punta di orgoglio posso dire che è diventata Giovanna fino in fondo. Soprattutto in una relazione così forte come quella fra Giovanna e suo padre, deve scattare un’emozione vera, un affetto vero. Le scene più belle del film sono quelle in cui ci parliamo attraverso la rete del manicomio. Lì non guardavo Giovanna ma guardavo Alba, con un misto di ammirazione e preoccupazione nel vedere come risolveva le difficoltà che il personaggio le poneva. Ho sempre la capacità di farmi sorprendere dai guizzi di talento dei colleghi.

EG: Cosa pensa della nuova generazione di attori italiani?

SO: Sono soddisfatto perché vedo un passaggio generazionale dolce. Con la generazione precedente alla mia, quella di Giannini, Gassman, Sordi, non avevamo nessuna forma di contatto. L’unica possibilità immaginabile era quella di ascoltare la loro esperienza come una lezione. Invece mi sembra che con i nuovi interpreti di oggi ci sia la possibilità di uno scambio vero. Soprattutto quando trovi persone intelligenti come Alba. Lei e altri giovani attori, come Elio Germano e Stefano Accorsi, sono quelli con cui sento una continuità col percorso che ho fatto anch’io. Sono attori personali, che non imitano, fanno una ricerca autentica del personaggio come prototipo unico.

EG: È possibile amare tanto una persona da far finta di niente davanti ai suoi limiti, come fa il suo personaggio con Giovanna?

Locandina del film di Pupi Avati Il papà di GiovannaSO: Sì, e di certo è anche un film sulla mancanza di lucidità dell’amore, sulla sua pericolosità. Il fatto di vedere i propri figli come vorremmo che fossero, e non come sono veramente, è un archetipo molto forte anche in teatro. Come in Natale in Casa Cupiello, con il padre che ricostruisce il suo presepe con le figurine di terracotta e pensa che la sua famiglia sia quella cosa lì. Il film è un segnale, magari può servire come spunto di dibattito per dire ai genitori: guardate i figli veramente e non attraverso il sogno che avete in testa. Magari sono anche meglio di quello che pensate.

EG: Ha conosciuto davvero persone con problemi psichiatrici?

SO: No. Ma il punto del film è che questo padre rivede la figlia, sempre percepita come fosse un’emanazione di sé, andare a finire in un altrove dal quale non sa riportarla indietro. Più che una pratica con la psichiatria, quindi, per interpretare Michele è servito questo senso di smarrimento.

EG: Com’è stato lavorare con Avati per la prima volta?

SO: Rivedendo il film mi sono reso conto della difficoltà del lavoro che abbiamo fatto. C’era il rischio di cadere nella retorica dei sentimenti in ogni secondo. È stato come scalare una grande montagna, metti un piede dietro l’altro, poi guardi sotto e dici: caspita dove sono arrivato! Con Pupi è successo così: abbiamo fatto un percorso complesso, ma il set è stato sereno e piacevole. È un regista che ti pedina, ti indaga, cerca di capire, instaura coi suoi attori un rapporto un po’ morboso, proprio come quello del papà con Giovanna. Quella di Pupi è una presenza forte ma sempre divertente.

EG: Lei ha già vinto due David di Donatello, due Nastri d’Argento e altri riconoscimenti in tutto il mondo, come ai festival di Mar del Plata e Montréal. Quando ha ritirato la Coppa Volpi a Venezia, però, ha letteralmente esultato. Che significato ha per lei questo premio?

SO: Venezia è un festival internazionale, in giuria c’era Wim Wenders: forse è più difficile arrivare al cuore di registi che ti vedono per la prima volta in vita loro. Se ti riesce, è una piccola impresa che ti dà grande soddisfazione. E poi, più passa il tempo, più si è consapevoli della fatica che c’è dietro a un premio simile. Se lo prendi a trent’anni ti sembra quasi una cosa scontata, invece a cinquanta hai ben presente qual è stato il percorso della tua vita.

Silvio Orlando, premitato con la Coppa Volpi al Festival del cinema di Venezia

EG: Sul palco ha ringraziato Piccioni, Salvatores, Moretti, Luchetti, i registi che hanno segnato la sua carriera. Non sembrava solo un ringraziamento professionale, ma anche umano…

SO: Ognuno ha inciso sulla mia vita in una gradazione diversa. Salvatore e Nanni mi hanno dato le opportunità più importanti. Con queste due persone ho un debito molto forte. Venendo da Napoli e da dieci anni di teatro ero praticamente invisibile: loro hanno acceso il primo riflettore su di me. Gli altri mi hanno insegnato il rispetto per questo lavoro. Sono tutte persone che agiscono in maniera artistica come se il film che stanno girando fosse l’ultimo della loro vita, o l’ultimo in assoluto. Questo è bellissimo, anche se molto faticoso. Questi registi mi hanno fatto portare a casa la cosa più importante per un attore: la dignità umana e professionale.

EG: Lei è sempre rimasto nel solco del cinema d’autore italiano. È stata una scelta precisa? Ha mai rifiutato qualche ruolo?

SO: Rispondere a questa domanda non sarebbe simpatico nei confronti dei colleghi che hanno preso i ruoli che io ho rifiutato… Comunque credo che, se anche non avessi incontrato Nanni Moretti, avrei fatto sempre l’attore, magari in maniera diversa. Solo che il primo imprinting grosso che hai sul pubblico finisce per identificarti: a me è successo con Il portaborse.

EG: C’è qualcosa di Napoli, della sua tradizione drammaturgica, forse di Eduardo, che porta nei suoi personaggi?

Silvio Orlando, premitato con la Coppa Volpi al Festival del cinema di VeneziaSO: Negli ultimi sei anni ho praticato molto il tipo di ricerca che Eduardo tentava di fare attraverso il suo teatro. Era una ricerca a sottrarre. Eduardo aveva incamerato tutte le arti e, un poco alla volta, ha tolto tutto lasciando l’essenza meravigliosa del teatro. Questo è il percorso al quale tendo anche al cinema, anche se non so a che punto sono arrivato.

EG: Sta preparando qualcosa per il teatro?

SO: A dicembre inizieremo uno spettacolo di un’autrice francese, Jasmine Reza, dal titolo Il dio della carneficina. Sul palco con me ci saranno Anna Bonaiuto, Alessio Boni e Michela Cescon. È una specie di farsa moderna e civile, che in maniera comica e dissacrante va in presa diretta con quello che ci circonda: soprattutto, la difficoltà di sopportare gli altri, di farseli piacere.

© foto di Giulio Donini

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