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Scrittura

Georges Simenon, Maigret e il barbone

Copertina de Maigret e il barbone
Titolo: Maigret e il barbone
Autore: Georges Simenon
Traduzione: Laura Frausin Guarino
Titolo originale: Maigret et le clochard
Anno di pubblicazione: 2008
Editore: Adelphi, Torino
Collana: Le inchieste di Maigret
Pagine: 142
Prezzo: 8,00 Euro
ISBN: 9788845923418

Un barbone era stato aggredito sotto il pont Marie e gettato nella Senna in piena, ma per miracolo se l’era cavata e il professor Magnin non riusciva a capacitarsi della sua rapida ripresa.

Georges Simenon è stato uno degli autori più prolifici del ‘900, e forse di sempre. Fra i romanzi pubblicati con il suo nome e quelli sotto pseudonimo, si contano quasi 400 titoli. Di questi “solo” 76 hanno come protagonista Jules Maigret, il personaggio che lo renderà celebre in tutto il mondo. Considerando che la maggioranza delle sue opere e dei capolavori riconosciuti (La finestra di fronte, L’uomo di Londra, I Pitard, L’uomo che guardava passare i treni, La neve era sporca, solo per citarne alcuni) non riguardano il commissario parigino, viene spontaneo domandarsi se Simenon stesso non abbia sfruttato il facile successo che ricavava dai suoi gialli per permettersi poi di scrivere in piana libertà editoriale le altre sue opere. Se, insomma, quando scriveva di Maigret non stesse assolvendo il “compitino” mentre concentrava sugli altri romanzi il suo vero genio letterario.

Georges SimenonIl dubbio è presto fugato dalla lettura dei romanzi nei quali, appunto, è protagonista il famoso commissario. Lo stile è inconfondibilmente quello di Simenon: essenziale, limpido, ma allo stesso tempo dettagliato e capace di far immergere il lettore nelle atmosfere in cui si muovono i personaggi del romanzo. Come era orgoglioso di ricordare lo stesso autore alla fine della sua carriera, tutti i suoi libri erano stati scritti con meno di duemila parole. I dialoghi frequenti, che fluiscono per pagine intere senza perdere autenticità, contribuiscono a rendere piacevole una lettura già di per sé intrigante. Apprezzabili sono, inoltre, le tematiche trattate, mai banali e sempre indagate con piglio molto “umano”. Anche quando si tratta di un romanzo snello e apparentemente poco impegnativo come Maigret e il barbone.

Scritto nel 1962 e pubblicato l’anno successivo, il libro racconta la breve indagine con cui il commissario viene a scoprire la verità su un fatto alquanto anomalo: il tentato omicidio ai danni di un clochard che viene ripescato giusto in tempo dalla Senna. La tematica principale è proprio quella dell’accostamento tra il mondo comodo, ricco, borghese cui lo stesso Maigret appartiene, e l’umanità povera ed emarginata che vive sotto i ponti di Parigi. Tematica quanto mai attuale. I barboni desritti dall’autore sono persone tranquille, schive, che non si mettono mai nei guai proprio perché si tengono volontariamente fuori da quella società che, per un motivo o per un altro, li ha delusi. “[Maigret] sapeva per esperienza che un barbone non deruba i suoi simili. D’altronde è raro che rubino in generale […] per una sorta di indifferenza” (pag. 29).

Il fatto che qualcuno abbia tentato di uccidere il povero “Dottore” (come era soprannominato il barbone, in riferimento alla professione che aveva realmente esercitato per anni) stuzzica dunque immediatamente la curiosità del commissario. Una curiosità che, come ben presto egli stesso si renderà conto, esula dallo stretto obbligo investigativo. “Era un delitto senza vittima […] nessuno si preoccupava del Dottore […] eppure Maigret dedicava a quel caso lo stesso tempo che avrebbe dedicato a un dramma da prima pagina” (pag. 84). Maigret si sente in un certo senso vicino a quell’uomo, alle sue scelte di vita apparentemente folli (ha lasciato un’agiata famiglia con moglie e figli per andare a fare il medito in Africa, finendo poi a fare il barbone a Parigi). Man mano che il romanzo procede, il lettore viene fatto partecipe di questo senso di comunione con gli “ultimi” cercando di penetrarne i motivi segreti e le profonde verità filosofiche che stanno alla base di quella condotta di vita così radicale.

Simbolo di questa solidarietà che Maigret prova per il Dottore, sono le tre biglie di vetro colorate che vengono rinvenute nei pantaloni dell’uomo ripescato nella Senna. Il commissario ne requisisce una e se la porta in tasca, la tocca spesso, ci giocherella, proprio come avrebbe fatto il barbone. Alla fine la riconsegnerà al legittimo proprietario facendogliele scivolare in mano, sul letto d’ospedale. Quella biglia diventa il correlativo oggettivo di un tentativo di dialogo e comprensione reciproca, il punto di contatto fra due mondi apparentemente lontanissimi. Lo svolgimento dell’indagine, che segue comunque i canoni del giallo (colpo di scena compreso), a questo punto diventa quasi un fatto secondario. A Simenon preme sottolineare la profonda umanità di quelle persone che vivono di espedienti.

Georges Simenon

“Fra quella gente c’è più solidarietà di quanta ce ne sia in chi vive in normali appartamenti” (pag. 92). Fino ad arrivare al paradosso per cui, contro ogni logica (il magistrato ne rimarrà stupefatto), essi non provano rancore e senso di rivalsa nei confronti di chi ha fatto loro del male. Il Dottore si rifiuterà, infatti, di accusare il proprio assalitore benché, ripreso conoscenza, lo abbia riconosciuto. “La vita non è facile per nessuno” sentenzia salomonico il Dottore alla fine del romanzo, “quello che è impossibile è giudicare”. E qui ritroviamo quella regola di vita nella quale Simenon credeva fortemente e che aveva trasmesso, come un ideale testimone, al suo Maigret: “Comprendere e non giudicare, perché ci sono soltanto vittime e non colpevoli“.

Georges Simenon, nasce a Liegi nel 1903. Figlio di un contabile e di una casalinga di estrazione borghese, Simenon da bambino non gode di ottima salute. Frequenta con ottimi risultati vari istituti scolastici retti da gesuiti. Fin da subito è attratto dalla letteratura, in particolar modo dalle opere dei Dumas, di Charles Dickens, Balzac, Stendhal, Conrad e Stevenson, e dai testi classici.
Nel 1919 entra come cronista alla Gazette de Liège, dove rimane per oltre tre anni firmando con lo pseudonimo di Georges Sim. Contemporaneamente collabora con altre riviste e all’età di diciotto anni pubblica il suo primo romanzo intitolato Au pont des Arches.
Dopo la morte del padre, nel 1922, si trasferisce a Parigi dove inizia a scrivere utilizzando vari pseudonimi; già nel 1923 collabora con una serie di riviste (almeno 14) pubblicando racconti settimanali: la sua produzione letteraria è notevole e nell’arco di 3 anni ne scrive oltre 750. Contemporaneamente decide di intraprendere la strada del romanzo commerciale e negli anni tra il 1925 e il 1930 pubblica oltre 170 romanzi con vari editori, tutte opere sotto vari pseudonimi, dei quali i più ricorrenti sono Georges Sim, Jean du Perry, Gom Gut, Christian Brulls, Georges Martin-Georges e molti altri. Impiega pochi giorni per scrivere un romanzo, ed utilizza vari nomi per rivenderli a diversi editori.
Nel 1929, in una serie di novelle scritte per la rivista Détective, appare per la prima volta il personaggio del Commissario Maigret. Nel 1931, si avvicina al mondo del cinema: Jean Renoir e Jean Tarride producono i primi due film tratti da suoi romanzi, La nuit du carrefour e Le chien jaune.
Nel 1940 intrattiene una lunga corrispondenza epistolare con André Gide. A causa di un’errata diagnosi medica, Simenon si convince di non avere ancora molti anni da vivere e questo lo spinge a scrivere le sue memorie, dedicate al figlio Marc e raccolte nel romanzo autobiografico Pedigree.
La fine della guerra coincide in Francia con la caccia ai collaborazionisti: accuse poi rivelatesi infondate sfiorano Simenon che preferisce trasferirsi negli Stati Uniti. Torna in Europa negli anni cinquanta, prima in Costa azzurra e quindi in Svizzera. Nel 1960 presiede la giuria della tredicesima edizione del festival di Cannes; qui inizierà la duratura amicizia con Fellini.
Nel 1972, dopo aver pubblicato Maigret et monsieur Charles, lo scrittore annuncia sul quotidiano francese 24 heures che non avrebbe mai più scritto, da allora inizia l’epoca dei dettati: Simenon registra su nastri magnetici le parole che aveva deciso di non scrivere più. Nei tardi anni settanta le condizioni di salute di Simenon sono precarie. Nel 1980 Simenon rompe la promessa fatta otto anni prima e scrive di suo pugno il romanzo autobiografico Memorie intime, dedicato alla figlia morta suicida. Georges Simenon muore a Losanna per un tumore al cervello nel 1989.

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