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Cinema

Guillermo Arriaga, un dolce odore di morte…

Camminare sull'orlo della vita senza mai cadere

Copertina del libro di Guillermo Arriaga Un dolce odore di mortePartendo dal titolo di uno dei suoi romanzi, Un dulce olor a muerte (1994), potremmo definire la cinematografia del messicano Guillermo Arriaga come una continua riflessione sull’esistenza umana: ogni sua opera è permeata da un senso di precarietà, di sospensione tra la vita e la morte, sempre unite da una linea molto sottile, contrapposte in labile equilibro. Non per questo, però, bisogna pensare al cinema dell’artista latino come un pout pourri di angosce e strazio. Nella cultura messicana la morte è un nuovo inizio; ciò che interessa il regista è come i suoi personaggi possano superare le forze del destino, per fare propria una coscienza illuminata, libera dal capitalismo che “rimuove la morte e ci vuole costantemente occupati a produrre e consumare”.

Scrittore e sceneggiatore ormai di successo (fra i più apprezzati ad Hollywood insieme al collega Paul Haggis), Arriaga si è fatto conoscere grazie alle collaborazioni con l’ex amico Alejandro Gonzalez Inarritu (il rapporto sembra destinato a rompersi per una polemica scaturita da una lettera di quest’ultimo rivolta ad Arriaga ed inviata direttamente alla rivista messicana Chilango, dove scrive: ‘Che peccato che la tua ingiustificata ossessione per rivendicare la paternità del film parrebbe disconoscere che il cinema è un’arte che implica una profonda collaborazione» — il film in questione è Babel). Nella cosiddetta “trilogia della morte” (AmoresPerros, 21 Grammi e, appunto, Babel), oltre all’acclamato Le Tre Sepolture (Palma d’Oro per la Miglior Sceneggiatura a Cannes), l’autore messicano sfodera storie graffianti, violente e disincantate, incastrate con maestria, creando un microcosmo narrativo che rimanda alla cinematografia “tarantiniana” degli esordi (Le iene, Pulp Fiction e Jackie Brown). Partendo da personaggi complessi e dialoghi efficaci, l’autore analizza le contraddizioni umane, la forza dell’amore e la potenza della vita.

Locandina del film Babel, tratto dalla sceneggiatura di Guillermo Arriaga Un dolce odore di morteIl trait d’union di tutte le sue opere è la legge universale di “causa ed effetto”; un episodio, anche apparentemente il più naturale, come lo sbattere d’ali di una farfalla, può causare uno tsunami dall’altra parte del mondo. Così come in AmoresPerros, un incidente stradale causa cambiamenti nella vita di tutti coloro che ne siano coinvolti, allo stesso modo, in Babel, un fucile dato in dono scatena una serie di eventi inaspettati che caratterizzeranno la storia.

Partendo da questo filo conduttore si capisce come Arriaga riesca a realizzare sceneggiature che si differenziano radicalmente dalle strutture classiche della maggior parte delle pellicole in circolazione, coinvolgendo il pubblico nella ricostruzione del puzzle narrativo. Nonostante ciò, lo scrittore contesta la tesi secondo la quale il suo è uno stile anticonvenzionale e unico: “Se dovessi raccontare della mia infanzia in Messico”, spiega, “probabilmente inizierei da mio nonno che veniva da un remoto stato del Sud e poi passerei direttamente a parlare di mio figlio perché somiglia a mio padre, poi vi racconterei la storia. Quella che utilizzo nei miei film in realtà è un modo di raccontare assolutamente naturale per le persone, anche se il cinema ha sempre affrontato la narrazione in maniera diversa, ma nella vita è così che funziona”. Da AmoresPerros in poi, Arriaga non ha mai smesso di regalarci delle sceneggiature che sono delle autentiche creazioni letterarie nelle quali si ritrovano tutti gli ingredienti (linguaggio, struttura narrativa, sviluppo dei personaggi) che utilizzava nei suoi romanzi. I critici e gli accademici — che considerano Arriaga tra gli scrittori più influenti del nostro tempo — seguendo il suo lavoro hanno notato una forte interazione e comunanza di temi, preoccupazioni vitali e strutture narrative tra i suoi romanzi e le sue sceneggiature cinematografiche.

Nato 50 anni fa e cresciuto a Città del Messico, in un quartiere medio-basso, fin dagli anni universitari, Arriaga si cimenta nella scrittura. Da un lato per compensare la sua insicurezza e timidezza, dall’altro per lasciare un’eredità che gli sopravviva, dopo che gli venne diagnosticato un grave problema cardiaco che gli fece temere la morte. A 11 anni subì un’aggressione da parte di un reduce del Vietnam che quasi lo uccise. Esperienze che anziché abbatterlo, lo fortificarono e furono fonte d’ispirazione nelle sue opere.

Guillermo Arriaga

Del suo lavoro dice: “credo che l’obbligo del romanziere sia quello di recuperare il senso della morte per rendere omaggio alla vita”. Nonostante il successo, infatti, Arriaga continua a preferire la vita messicana a quella hollywoodiana, tanto sfarzosa quanto artificiale, dove ricevimenti lussuosi e ”party glamour” col mondo inaccessibile dello star system sono all’ordine del giorno. Al regista interessa il contatto con la gente “normale”, la periferia proletaria, dove la vita ribolle e offre sempre spunti d’ispirazione per il suo lavoro; “scrivo solo a proposito di cose che conosco e che mi hanno toccato personalmente” commenta Arriaga, che non esita quindi a ricorrere alla sua stessa vita e alle sue vicende personali quando deve discutere una scena da girare insieme agli attori.

Cosa che puntualmente si è verificata per il messicano, sul set del primo film da regista. Finalmente ha potuto cimentarsi nella direzione artistica di una sua sceneggiatura con grande soddisfazione e apprezzamento dei produttori: “Arriaga scrive storie cupe, commoventi e spesso tragiche, ma quando lo incontri di persona, scopri che è affettuoso, accogliente e amabile” racconta uno dei produttori del film. Il regista è riuscito a ispirare e dirigere un cast di grandi attori e tecnici creando un affiatamento non facile da trovare su un set, con un risultato eccellente. In effetti, considerata la difficoltà dei personaggi e il fatto che si tratti di un film corale, il “neoregista” ha voluto degli attori che fossero in grado di trasmettere un senso di realtà e autenticità alla storia, così come i collaboratori a capo dei vari reparti creativi sono stati coinvolti passionalmente nel progetto, aiutandolo a realizzarne la sua personale visione.

E se da un lato Arriaga ha potuto contare sul supporto tecnico di sapienti “artigiani” del settore, dall’altro la qualità degli attori coinvolti (i premi Oscar Charlize Theron e Kim Basinger, la stella nascente Jennifer Lawrence, premio Mastroianni a Venezia come miglior attrice emergente) ha sicuramente dato alla pellicola la luminosità degna di un capolavoro. La stessa Theron ha apprezzato molto il dialogo che il regista ha sviluppato sul set con tutta la troupe, ricreando una vera atmosfera famigliare e un autentico spirito di squadra.

Guillermo Arriaga assieme a Charlize Teron

Si è rivelato particolarmente gratificante per Arriaga passare all’interazione con i personaggi da lui creati dopo aver trascorso tanti anni a scrivere in solitudine; ha raccontato lo scrittore: “è stato infinitamente piacevole ritrovarmi nel deserto o nei fantastici paesaggi dell’Oregon, circondato da tanti meravigliosi amici che hanno lavorato così bene e così tanto con me. È stato arduo, ma ho avuto la sensazione che tutti coloro che erano sul set fossero dei cineasti e per la prima volta ho detto a tutti: questo non è il mio film, ma il nostro film!”.

Il risultato è The Burning Plain — Il confine della solitudine un’opera estremamente intensa, pervasa da un’aura malinconica che la rende genuina e credibilissima, tanto da soddisfare anche i palati più difficili.

The Burning Plain è un film che esplora i molteplici effetti di una tragedia familiare sui sopravvissuti. Quattro storie, apparentemente distinte, si delineano in tempi e luoghi diversi. Dall’inquieta Sylvia che affronta i demoni di un oscuro passato alla ragazzina in lacrime per l’incidente aereo del padre, dagli adolescenti Mariana e Santiago, che trovano l’amore mentre affrontano il dolore e le conseguenze dell’improvvisa morte dei genitori, alla casalinga Gina che, dopo aver lottato disperatamente contro il cancro, trova conforto tra le braccia di un uomo in una relazione extramatrimoniale.

L’idea di base per la sceneggiatura nacque una quindicina di anni prima, ma secondo Arriaga “è stato necessario aspettare che la storia fosse matura prima di poterla raccontare”, tanto che solo nel 2005 fu messa nero su bianco. L’intenzione del regista era quella di esplorare le conseguenze di un atto estremo e di come il senso di colpa, il rimorso e la tristezza possano, con il tempo, condurci verso un profondissimo abisso mantenendo, però, sempre aperta la possibilità della redenzione attraverso l’amore, per gli altri e soprattutto verso se stessi.

Locandina del film The burning plain di Guillermo Arriaga Un dolce odore di morteE mentre i film che Arriaga ha sceneggiato in precedenza erano un’esplorazione di mondi, culture e classi sociali diverse attraverso i quali “diffondere” il suo messaggio, per la sua prima pellicola da regista, ha scelto di lasciare all’intimità dei paesaggi (attraverso la luce, i suoni, la flora e la fauna) il racconto delle storie, facendo delle ambientazioni le vere e proprie protagoniste del film. Il titolo originale sarebbe dovuto essere The elements (I quattro elementi), riferimento al concetto medioevale di terra, aria, fuoco e acqua. Quindi la presenza degli elementi e l’uso delle location (il deserto di Chihuahua in Nuovo Messico, le coste dell’Oregon vicino Portland) per enfatizzare i vari momenti della storia è stata determinante ai fini del risultato. Grazie, inoltre, a due maestri della fotografia come Robert Elswit e John Toll (pluripremiati agli Oscar), che hanno saputo tinteggiare sapientemente la grezza pellicola, le ambientazioni sono diventate parte integrante della narrazione. “Non volevo” commenta Arriaga “che l’ambientazione del film ostacolasse quella che ai miei occhi è una semplicissima e quasi romantica storia che parla d’amore e di come questo può avere effetti diversi sulle persone, a seconda del contesto in cui si trovano”.

Lo scrittore, uomo di grande sensibilità, nei suoi lavori affronta, da più di 25 anni, i problemi che affliggono e separano il genere umano: la comunicazione latente, le contraddizioni dell’uomo, gli scontri culturali. Il regista però, predilige un argomento su tutti, l’importanza dell’amore nelle relazioni. “Com’è possibile che una cosa così bella come due persone che fanno l’amore”, sostiene, “possa ostacolare l’amore di altre persone? Questo è uno dei grandi misteri romantici della vita ed essere in grado di esplorarlo anche solo per un po’ attraverso il cinema è un dono che non dimenticherò mai”.

Nonostante una regia dallo stile sobrio, senza evoluzioni stilistiche particolari (le “soggettive” di Inarritu, ad esempio), Arriaga utilizza la macchina da presa più per esaltare la natura incontaminata delle location e l’espressività degli attori, con piani lunghi “da cartolina” e primi piani che immortalano ora la lucida angoscia di un’infedele Basinger, ora il dramma interiore di una Theron mai così minimalista nelle sue precedenti prove.

Per dare il giusto ritmo alla pellicola, Arriaga si avvale di un montaggio pacato che accompagna la narrazione in modo quasi geometrico. Così, anche se passare dall’arido Nuovo Messico alle scogliere di un’uggiosa Portland può risultare frastornante, al tempo stesso si viene dolcemente catapultati in un’altra realtà, come se tutte quelle storie, così apparentemente distanti, fossero collegate tra loro.

Potremmo usare elaborati giri di parole in un arringa convincente, si potrebbe analizzare ancor più minuziosamente la pellicola, cercando di trovare l’aspetto più interessante per gli spettatori, o almeno per quelli più disillusi, tentando di convincerli che The Burning Plain è un film da non perdere… credo che soltanto il vederlo possa dare un senso e ricomporre i tanti frammenti che compongono questa coraggiosa opera, degna dei livelli più nobili della “settima arte”.

Guillermo Arriaga

La speranza è quella di rivedere presto Arriaga dietro la macchina da presa perché, se il suo talento di scrittore è ormai universalmente riconosciuto, nel cinema, finora il suo nome è stato accostato ineluttabilmente ad Alejandro Inarritu. Ma siamo certi che anche come regista il cinquantenne messicano abbia qualità meritevoli d’attenzione e, ci auguriamo, un lungo avvenire davanti.

Guillermo Arriaga, nato il 13 Marzo dl 1958 a Città del Messico, fin da piccolo si appassiona alla letteratura (rimanendo folgorato da Il vecchio e il mare di Hemingway). Inizialmente riesce ad affermarsi come autore di romanzi affiancando alla scrittura la cattedra di docente alla Universidad Iberoamericana de Mexico, che porterà avanti per ben 25 anni. Si definisce “un cacciatore che scrive”, sostenendo di realizzare le sue opere come chi lancia messaggi in bottiglia nel mare, “con la speranza che arriveranno a qualcuno”. Le sue opere includono Guillotine Squad (1991), “A Sweet Smell of Death – Un dolce odore di morte” (1994) e “The Night Buffalo” (1999), oltre alla raccolta di racconti “Ritorno 201” (2003), scritta quando aveva solo 24 anni.
È come scrittore e non come sceneggiatore che asserisce di avvicinarsi al mondo del cinema, ricevendo numerosi consensi dalla critica e premi internazionali. I sue prime esperienze sono legate al regista Alejandro Inarritu, per il quale scrive AmoresPerros (2001), candidato all’Oscar come film straniero ma vincitore del BAFTA nella stessa categoria, oltre al Gran Premio della Critica a Cannes. “AmoresPerros ha fatto conoscere al pubblico di tutto il mondo lo stile fresco e corroborante di Arriaga, diventando uno dei primissimi film messicani a passare la frontiera e affermarsi ad Hollywood. L’esplorazione cinematografica di Arriaga continua con il secondo film della sopraccitata “Trilogia della morte”, “21 Grammi” (2003) grazie al quale riceve numerose candidature nei festival di mezzo mondo. Il suo contributo al film è stato ulteriormente onorato dalla vittoria del premio “Special Distinction” agli Independent Spirit Awards. Prima di completare la trilogia con Inarritu, Arriaga si cimenta nella scrittura di un viaggio poetico verso la lealtà, la giustizia e l’amicizia, realizzando “Le tre sepolture” (2005) di e con Tommy Lee Jones, che porterà nelle sue tasche il prestigioso premio per la miglior sceneggiatura a Cannes.
Per il profondo lavoro fatto con “Babel” (2006), Arriaga ha vinto numerosi premi ed onorificenze, oltre ad essere stato candidato all’Oscar per la migliore sceneggiatura originale. “Babel” è stato incluso tra i 10 migliori film di quell’anno da circa 90 tra riviste e pubblicazioni del settore, tra cui il National Board of Review, il New York Times, l’American Film Institute e il Rolling Stone, oltre ad aver vinto il Golden Globe come miglior film drammatico nel 2006.
Oltre ai film e ai romanzi, Guillermo Arriaga ha anche diretto, prodotto e scritto dei cortometraggi, documentari, serie televisive, spot pubblicitari radiofonici e televisivi.

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