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Musica

Bugo

In evoluzione

BugoCantautore fuori dagli schemi e insofferente alle etichette, in pochi anni, Cristian Bugatti, in arte Bugo è stato capace di conquistarsi un posto unico nel panorama della musica italiana. Le sue canzoni uniscono generi diversi — dal pop all’elettronica passando per il rock e il folk — ad una fantasiosa capacità di raccontare quella quotidianità su cui difficilmente si ha qualcosa da dire. Il suo modo di intendere sia la musica che la vita stride rumorosamente con quello di chi ricerca la serietà a tutti i costi. Ne risultano canzoni leggere e spesso frivole, quasi a voler ricordare che l’esistenza va presa meno sul serio, per lasciare spazio alla risata e alla tranquillità.

Sara Visentin (SV): Ciao Bugo, ritieni di essere entrato nel “giro giusto”? Se sì, chi ti ha aperto la porta?

Cristian Bugatti (CB): No, non sono entrato nel giro giusto. Non mi interessa, non so quale sia. Esiste, ma non mi riguarda. Non sono entrato e nessuno mi ha aperto la porta.

SV: Chi sono gli artisti che ti ispirano per la parte elettronica della tua musica? E il tuo lato pop?

CB: Sono due cose diverse, l’elettronica e il pop sono due generi. Io, in realtà, ho sempre fatto musica pop. L’ho sempre detto fin dall’inizio, anche quando il suono era più grezzo, ma allora saltava meno fuori. Casalingo, ad esempio, è un brano che ha delle distorsioni e quindi viene inserito nella categoria “rock”. Però è un pezzo pop, se lo faccio alla chitarra si sente che ha una struttura pop dietro. Diciamo che il pop è la cosa più naturale del mondo per me. Per l’elettronica, invece, non ti saprei dire dei nomi precisi perché quando compongo sento un po’ di tutto, tanti nomi “n”. Non sono un fanatico di musica e quindi non saprei. Ne ascolto di bella e anche di brutta, anche perché non so quale sia la musica “bella” e quale quella brutta, non mi interessa.

SV: Ascolti un po’ di tutto, quindi.

CB: Sì, ho imparato da Rimbaud, che è il mio poeta preferito. Lui diceva che per scrivere leggeva pochi saggi. Piuttosto si dedicava agli altri poeti, o gli piaceva leggere anche riviste pornografiche. Non è il mio caso, ma è un modo per dire che anche la bassa cultura può servire perché comunque fa parte della cultura.

SV: Come descrivi e spieghi l’evoluzione che la tua musica ha avuto nell’ultimo periodo?

CB: Tutti gli artisti sono sempre in evoluzione. Ci son quelli che evolvono cadendo, altri che evolvono salendo. Io non so se sto salendo o cadendo, ma non è importante. La direzione è abbastanza naturale, non ci penso troppo. Ti ripeto, non mi interessa neanche più il vestito, mi interessa avere le canzoni: una volta che hai le canzoni puoi fare di tutto. Puoi fare un disco folk, rock, metal; puoi fare veramente tutto perché la canzone è una figata. È un’entità che si può trasformare in mille maniere. In sostanza credo di non riuscire a star fermo creativamente!

SV: Di Contatti, il tuo ultimo album, si è detto che è l’anima elettronica di uno degli artisti pop meno definibili degli ultimi dieci anni. Tu ti senti effettivamente così indefinibile?

CB: Io non voglio essere definito. Quindi una della cose più giuste che dicono di me è che non sono definibile. Lo dico perché è un problema mio, non degli altri. Non lo faccio per voler mostrare che sono bravo a fare chissà che generi, ma perché mi agita quando gli altri sanno come sono. Perché il problema è che neanche io so bene come sono. Se mi chiedi descriviti faccio davvero fatica. Ho delle cose che mi piacciono, però non mi piace definirmi. Detto ciò, so esattamente cosa voglio.

SV: Tutte le tue canzoni possono avere differenti modalità di lettura: da quella disattenta e superficiale a quella più personale e approfondita. Quale vorresti fosse usata per le tue canzoni?

CB: Ma no, la canzone una volta che l’ho fatta è vostra e non mi riguarda più. Non è più mia e non mi interessa come viene analizzata. È un po’ come guardare un quadro e un po’ come incontrarci adesso: io non ti conosco, tu mi conosci per riflesso e hai un’idea superficiale della persona. Credo siano importanti tutte e due le cose (l’aspettativa e l’impressione diretta, ndr). Non voglio dire che mi interessa solo quello che gli altri hanno dentro, è da ipocriti. Per certi versi, la cosa che più mi interessa è il nocciolo delle persone, ma conta anche l’aspetto. Non dico che devi essere bello o brutto, però siamo comunque influenzati dall’aspetto. Poi magari è una barriera che abbatto subito. Non so se ho risposto alla tua domanda, perché tendo a divagare…

SV: Tutti i testi che scrivi sono decisamente molto particolari: a volte elettrici, altre volte profondi e primitivi, altre volte molto frivoli. Come nascono le canzoni nella tua testa?

BugoCB: Innanzitutto non so dirti se le canzoni nascono nella mia testa. Sono molto distaccato nel rapporto con la scrittura e al tempo stesso attaccatissimo. Scrivo e, quando sento che funziona, basta. Non sto a ragionare troppo se la canzone parla del giro giusto piuttosto che della crisi. Non è compito del musicista spiegare le canzoni. Il mio compito è cantare e far emozionare.

SV: Come scegli cosa scrivere?

CB: Quando è il momento di preparare un un album scrivo tanto, anche 20-30 canzoni. Ma capita a molti artisti, non è una cosa che ho inventato io. Poi, quando devo completare un disco, e devo uscire con queste 10-12 canzoni, cerco un concetto di unione tra le canzoni, che neppure io so dirti quale è, ma che secondo me esiste. Per questo i miei dischi cedo abbiano una forza particolare, che può piacere o meno: io so quanto lavoro ci sta dietro, soprattutto affinché il risultato appaia il più leggero possibile. Perché voglio che il mio messaggio artistico sia leggero. A me, ad esempio, piacciono i poeti tipo Prévert, quelli che la critica ha snobbato come troppo leggeri e di conseguenza non profondi. Invece a me è proprio l’occhio leggero di quegli artisti, che sembrano davvero sopra le cose, ad interessare. Perché forse captano altre cose, io cerco di vederla così.

SV: La critica ti ha dato tanti appellativi: dal demenziale al genio, al fantasista. Se fossi un critico musicale, come ti definiresti? Anche se torniamo un po’ a quello che mi dicevi prima, che è difficile definirsi…

CB: Secondo me quando si parla di artisti non si dovrebbe dire “Dente assomiglia a Bugo”, o “Dente assomiglia a Dentissimo”. Bisognerebbe dire “Dente è un ragazzo giovane che scrive canzoni d’amore particolari”. Io farei un discorso, piuttosto che mettere la targhetta. Questo è un problema grandissimo dei giornalisti, mi spiace doverlo dire, ma la mia è una critica costruttiva. Capitano dei giornalisti che si offendono, perché in Italia a nessuno piace essere criticato e tanto meno a un giornalista. Ci sono troppe persone che non accettano la critica ma io ho grandi difetti e anche gli altri ne hanno. Secondo me, basta parlarne. Bisognerebbe sforzarsi per creare qualcosa di forte in Italia, perché se si continua così non va bene. Io dico che il problema non siamo noi artisti, è chi ruota attorno a quello che facciamo: pubblico, stampa, mercato, case discografiche, tutto.

SV: L’Italia secondo te com’è a livello musicale? Anche rispetto agli altri paesi europei, riesci a fare un confronto?

CB: Non conosco gli altri paesi europei, li conosco di riflesso, cioè quello che sento in Internet. Ma fin quando non vivi a contatto con le persone… Per esempio noi stiamo già facendo un po’ scena perché parliamo. In Italia c’è tanta creatività. Non c’è crisi — riferendomi anche alla mia canzone — della creatività. C’è crisi del sistema, c’è crisi economica, le multinazionali non fanno soldi. Voi giornalisti siete pagati poco e siete incazzati, o non vi pagano proprio. Questo crea tensione, ma non deve far dimenticare la cosa fondamentale, che è la canzone.

Io l’ho sempre detto — fin da quando ho iniziato nel 1999-2000, fin dalle prime interviste — che c’è tanta roba bella, davvero tanta. Ma forse non basta che ci crediamo noi. Io ci credo, ho fatto già sette dischi, ma molti altri ragazzi fan fatica. All’inizio ti butti giù, cerchi la strada più facile. Vuoi diventare Marco Carta, scegli strade discutibili, pericolose forse. Certo, la televisione non aiuta: troppo sul serio si prendono! Anche io mi prendo sul serio, ma nel modo giusto.

SV: Tu sei appoggiato a una label come Universal. Il tuo modo di comporre è cambiato con questo rapporto? Ti ha mai fatto sentire limitato?

CB: Io non ho mai creduto nell’artista totalmente svincolato dalla realtà che ha attorno. Non ho mai creduto nel genio della stanzetta che nessuno caga e quindi tutti dicono che è un genio perché incompreso. Molti sostengono che io sia incompreso, ma non so cosa vuol dire.

Bugo

Diventi artista quando gli altri cominciano a giudicarti. Rimbaud è diventato un artista quando Verlaine ha pubblicato la raccolta dei poeti maledetti, un paio d’anni prima che morisse. Se nessuno ti conosce… Per me l’arte è comunicazione, se la fai tra te e te, te e tua mamma, te e la tua ragazza, non ha un valore artistico. O meglio: può avere una forza artistica che per me non ha valore. Però non era questa la domanda!

Io con Universal ho già fatto quattro dischi e adesso ho appena rinnovato un contratto per altri due dischi. Ho sempre avuto delle belle discussioni con loro, ma se m’ han fatto fare quattro dischi un motivo ci sarà. Se a Tricarico, invece, han fatto fare un disco solo ci sarà un altro motivo. Io mi pongo deciso ma aperto. Se ti proponi indeciso e arrogante…

Secondo me il problema non è nelle multinazionali, credo che il problema sia dell’artista. Lo dico perché anche a me capita di “cadere” o cose del genere, non sono mica un santo. Anche a me capita di dire “ho ragione io!” e quindi me la meno, ma è una trappola da cui cerco di scappare. Non bisogna avere paura! Con l’Universal ho sempre parlato abbastanza liberamente. Nel 2004 ho fatto anche un doppio album ed è stata una bella sfida, però alla fine hanno accettato la mia proposta. Poi io cambio continuamente genere e questo non aiuta molto una multinazionale. Ho capito però che loro non mi tengono perché vendo, io infatti non vendo niente. Mi tengono perché… Perché mi tengono? Non lo so, veramente, mi è venuto un vuoto. Credo perché forse possono dire che “hanno Bugo”. Be’, bisogna riconoscere che la Universal ha anche Ministri, ha appena preso il Genio, e diversi altri, tra cui Fabri Fibra e Verdena: dall’underground pesca e fa uscire.

SV: I tuoi due ultimi videoclip C’è crisi e Nel giro giusto stanno avendo anche un buon ritorno televisivo. Questo ti ha forse permesso di guadagnarti una nuova fetta di pubblico. Cosa ne pensi?

CB: Non lo so, è una cosa che mi dicono. Ma io non so ancora se sono i video che hanno portato all’ascolto di Bugo da parte di altre persone. Può darsi che abbia aiutato, così come il fatto che sono stato in televisione, che mi abbiano intervistato Daria Bignardi e due volte Simona Ventura: queste cose servono!

SV: Ti diverti a preparare i videoclip? Quanto ci metti di tuo quando li preparate?

CB: Tutto: la copertina, come mi vesto sul palco, l’ideazione dei videoclip, l’elaborazione, la scelta dei registi, la scelta del produttore. Tutto ciò che riguarda la mia canzone è fondamentale per me. C’è un video sul quale ho messo poco la mano e infatti è il video che ho cancellato dal mio canale di You Tube perché ne sono scontento. È il video di Love Boat. Non è importante se piace agli altri o no, a me non piaceva. Se a qualcuno piace bene, però se non piace a me lo dico. Quando sbaglio lo dico: è stato un errore quel video.

SV: Tu sei convinto che aver fatto un errore con quel video?

CB: Sì, mi rappresenta al 6%.

SV: Stasera sarai qui al New Age per un concerto. Cosa privilegi nel live, rispetto a quando sei in sala registrazione?

BugoCB: In sala registrazione è un po’ una noia, è come andare a scuola. Io lavoro molto a casa, ormai tutti gli artisti lavorano a casa, poi vado in studio e faccio il disco. I miei dischi sono belli, non è che li faccio così e li butto lì, no: ci lavoro molto. Però il live è il momento in cui voglio far sentire alle persone i loro limiti e la mia forza. I loro limiti perché, cambiando sempre genere, ci sono dei fan che smettono di venirmi a vedere perché passo dal folk al rock, poi dal rock vado all’elettronica e dall’elettronica vado al folk. Per cui, se a un mio fan piace solo il folk viene a vedermi solo quanto faccio folk. Ma questo è un limite suo, non mio! Io sono sempre uguale, sono gli altri che cambiano. Io faccio la mia musica.

SV: Un’ultima domanda, che forse è più una curiosità personale: alla fine hai trovato il tuo gel?

CB: No, infatti come vedi mi faccio crescere i capelli… No, non l’ho ancora trovato, quando lo troverò ve lo dirò, ragazzi. Vi mando un’email!

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