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Mira Calix

Elefanti

Chantal Passamonte / Mira CalixChantal Passamonte, in arte Mira Calix, nome storico della Warp Records anche se non così noto come Aphex Twin, Autechre (Sean Booth è suo marito) o Squarepusher, in questi anni si è costruita una solida reputazione anche all’interno di ambienti più istituzionali, grazie a una serie di lavori su commissione (festival, teatri…). Questa reputazione è diventata tale anche grazie — come da tradizione Warp, del resto — al legame tra le immagini e la sua musica, basta vedere l’ultimo e pluripremiato contributo all’opera multimediale My Secret Heart. Ecco perché l’occasione del suo passaggio in Italia per un tour andava colta al volo per la quinta edizione di Catodica. Così è finita che a fine gennaio Chantal ha chiuso la manifestazione con un concerto, fermandosi a Trieste per un paio di giorni, durante i quali — gentilissima e alla mano — ha anche concesso questa lunga intervista, nella quale si è parlato di questo suo nuovo status “colto”, di comunicazione e intersezioni tra diversi mondi musicali, di video e — per forza di cose — del ventennale dell’etichetta nata a Sheffield.

Cristina Favento (CF): Non hai alcun tipo di educazione formale alle spalle, ma nel 2009 hai vinto uno dei premi al British Composer Awards. È un grande risultato, ti è sembrato strano? O credi che non sia poi così necessario avere degli studi accademici alle spalle?

Chantal Passamonte (CP): Credo mi abbia sorpreso vincere, ed ero sorpresa anche dall’ essere stata candidata. Questo perché tutti gli altri compositori erano nel settore da molto tempo, con degli studi formali alle spalle. Però, negli ultimi 4-5 anni, ho lavorato moltissimo con persone che hanno studi classici alle spalle, e durante questo periodo ho realizzato che la cosa importante è sapere cosa vuoi fare ed essere capace di comunicare con il linguaggio della musica, anche se non conosci le basi classiche. Ho inoltre scoperto che sono molto aperti, e non snob o altezzosi. La prima volta che ho lavorato con musicisti classici mi sentivo un po’ in soggezione, perché non avevo assolutamente la loro conoscenza, ma alla fine ho trovato delle persone senza pregiudizi e molto felici di lavorare con me nonostante io non avessi quelle basi. Sono stata fortunata nel lavorare con persone veramente brave, molto talentuose, ma, più di tutto, molto aperte. Puoi essere pieno di talento ma molto chiuso nella tua visione del lavoro, ma per fortuna non c’erano persone di quel tipo alla London Sinfonietta.

CF: Invece, dal tuo punto di vista, come sei riuscita a raggiungere un tale risultato?

CP: Dormivo veramente poco, lavoravo sodo, facevo un sacco di domande, non avevo paura di sembrare stupida e sono stata molto onesta. Credo sia questo il modo in cui ci sono arrivata. Ma sono stata fortunata con le persone che mi commissionavano i lavori. Sapevano che non riuscivo a leggere lo spartito, ma mi hanno ingaggiato comunque, il che è una cosa magnifica e molto coraggiosa da parte loro, e riconosco che hanno rischiato, perché era un genere di lavoro che non avevo mai fatto prima.

CF: Un album che contiene alcuni dei tuoi lavori su commissione si chiama The Elephant in the Room. Quindi, qualcuno ha notato o trovato l’elefante?

CP: Ho sempre amato quell’espressione, non so se c’è un equivalente in italiano. In Inghilterra i politici usano questa espressione tutto il tempo e sembrava che, al tempo in cui stavo pensando di chiamare l’album in quella maniera, la stessero usando ancora di più. È un riferimento, ovviamente, al venir notati e inoltre un piccolo accenno ad una delle opere che mi sono state commissionate e che si trova in quell’album, Elephant and Castles. In definitiva, però, è una sorta di “rendersi conto” di qualcosa che è sempre stato lì, ma che nessuno ha mai notato, e credo sia un po’ come il desiderio di lavorare in questa maniera, con strumenti e cantanti in una cornice più classica.

CF: Magari c’è stato qualche elefante da scoprire anche per te…

CP: Questo è quello che intendevo con “lavorare in questa maniera”. Quando ho iniziato a fare musica ero solita usare dei campionamenti perché amavo veramente il suono di particolari strumenti a legno come gli archi, il clarinetto, il pianoforte… I miei preferiti, insomma. E così, per questa terza commissione, ho deciso di lavorare utilizzando strumenti veri e non più campionamenti, ed è stato veramente bello.

CF: Riguardo la precedente domanda, alcuni dei tuoi lavori su commissione sono semplicemente bellissimi. Come riesce un artista di elettronica a comunicare con persone che suonano il violoncello, o il clarinetto? Hai controllato tu il processo creativo, o è stato uno sforzo collaborativo?

CP: Alcuni di questi sono stati collaborativi, ho lavorato su un altro ensemble (ho così tanti progetti) chiamato Alexander’s Annexe, che è composto da me, una pianista e un altro musicista elettronico. È un processo molto collaborativo che è nato lavorando con la Sinfonietta. La pianista è una solista della Sinfonietta, il suo nome è Sarah Nicolls, e questo è stato l’inizio del mio dialogo con musicisti classici. Poi, successivamente, con il violoncellista Oliver Coates con il quale ho lavorato molto. Però, a volte, per alcuni dei pezzi ed in particolare per tutti i pezzi in quell’album, ho creato lo spartito e poi abbiamo fatto delle prove, il che è un processo collaborativo in cui si spiegano le dinamiche su come vorresti che si suonasse qualcosa, i musicisti ti danno le loro opzioni ed è qui che inizi a scoprire molto. Non sono una dittatrice però, è un processo molto aperto: anche se la musica è scritta e non improvvisata ci sono così tante possibilità su come verrà suonata.

Chantal Passamonte / Mira Calix

CF: Il tuo lavoro è spesso associato con la musica concreta, ha senso? Hai mai ascoltato questo genere musicale oppure la connessione è che raccogli campionamenti anche nell’ambiente naturale intorno a te.

CP: Molta natura, sì. Non sapevo molto riguardo la musica concreta quando ho iniziato a fare musica, quindi ho iniziato ad ascoltare quel genere musicale un po’ tardi. Ma la maggior parte delle volte le persone, poiché trovavano delle somiglianze, mi hanno dato cose da ascoltare, e ho scoperto della musica che mi piace davvero. Quando ho iniziato a fare musica, però, usavo — e lo faccio ancora — registrazioni della natura, dei suoi suoni, perché non avevo molti soldi e non avevo molta attrezzatura, e così ho provato ad uscire e registrare un sacco di suoni. Mi è sembrata la cosa più ovvia andare in un giardino e registrare, e così, poi, è diventato qualcosa parte integrante dei miei lavori, ma all’inizio era perché volevo tanto far musica e non avevo molte cose a disposizione, mentre la natura era lì.

CF: È fantastico averti qui in Italia, poco dopo gli eventi del ventesimo anniversario della “tua” etichetta Warp Records, non pretendo un saggio, ma mi piacerebbe sapere il tuo pensiero riguardo il ruolo che ha avuto la tua etichetta nella storia della musica.

CP: Come prima cosa, mi hanno dato molta libertà, ed è qualcosa che hanno fatto per me e credo anche per tutti gli altri loro artisti, perché resta comunque un’etichetta indipendente, in un mondo dove non ce ne sono molte di quelle dimensioni. Loro hanno portato artisti e un genere musicale non molto conosciuti all’attenzione delle persone. L’etichetta sta crescendo molto e si sta espandendo, adesso c’è anche la Warp Films, ma credo siano rimasti fedeli alla loro idea originale, che era molto semplice: promuovere e pubblicare musica che piacesse loro, a prescindere da che genere fosse. E credo che negli ultimi anni questo si veda molto di più, ci sono molte più band, un range musicale più ampio. Anche se probabilmente sono ancora fan più delle loro cose elettroniche.

CF: Hai lavorato come PR per loro e hai sposato uno dei loro artisti più rappresentativi. La maggior parte dei tuoi dischi sono usciti per loro, ma sono anche molto originali e personali. In che modo il suono della Warp ha influenzato il tuo lavoro di musicista?

CP: Penso di non rappresentare veramente la Warp, ma penso che probabilmente tutti gli artisti dell’etichetta pensano la stessa cosa, tutti pensano: “Oh, sono unico, forse non…”. Quindi la maniera in cui mi ha influenzata è un po’ quello che ho detto prima, credo che Steve e Rob, quando era vivo, poiché ce ne erano due di loro, sono sempre stati molto incoraggianti e non si sono mai intromessi. Se tu dai loro della musica che gli piace, la fanno uscire senza interferire per fare cambiamenti sull’album, o con l’opera. Ti danno molta libertà, ed è una cosa inusuale che ho molto apprezzato, e credo tutti gli artisti. L’ho apprezzato sul serio tanto, non ci sono mai stati dei veri e propri “Oh, quello non lo dovresti fare” o “Dovresti fare così” e quindi c’era libertà di proporre qualcosa di diverso come le “tre commissioni”. Il mio lavoro è cambiato molto, ma l’etichetta mi ha sempre coperto le spalle.

CF: Ciò che ti circonda, gli incontri, le persone che lavorano lì, hanno avuto qualche influenza? O crei tutto da sola?

CP: Non credo ci sia proprio un grosso “centro”, anche se ci sono ovviamente degli uffici centrali. Gli artisti si vedono l’uno con l’altro in quanto a volte suonano insieme, ma non è una cosa così frequente. Stranamente tutti se ne stanno per le loro a fare le loro cose, che è un po’ quello che intendevo dicendo che probabilmente tutti pensano di non appartenere alla Warp. Allo stesso tempo credo sia difficile parlare con tutti quanti, tutti abbiamo un amore verso l’etichetta, è personale e credo la ragione per cui sembri personale è dovuta alla libertà che ci viene data: non sembra una grossa macchina “corporate”, è molto più intima di questo, perché ti coprono le spalle.

CF: Sei stata invitata a Trieste per suonare a Catodica, che è un festival di videoarte, qual è il tuo ruolo nella creazione dei video?

CP: Non sono una videoartista, ma sono stata abbastanza fortunata da lavorare con molti videoartisti di talento in un processo collaborativo. Il pezzo con cui ho vinto il premio, anche se l’ho vinto per la composizione, è una installazione ed essa richiede moltissimo lavoro visivo, è veramente un’installazione audiovisiva. È di una compagnia chiamata Flat-E, che ha fatto il video che accompagna il mio live set, quindi hanno creato qualcosa di specifico per me, perciò quando mi esibirò domani sarà anche il loro lavoro che potrete ammirare. Ho anche lavorato con un italiano chiamato Quayola, che si trova a Londra, che ha fatto molti lavori commerciali ma fa anche molti lavori artistici. L’anno scorso abbiamo creato un’installazione alla cattedrale di San Eustachio a Parigi, che è vicina a Notredame, e abbiamo fatto molte altre installazioni con pezzi audiovisivi, sto lavorando molto ultimamente ad installazioni, che amo molto. Mi piace creare pezzi che possano viaggiare senza di me, trovarsi in un palazzo, e che le persone possono essere o non essere a conoscenza della musica elettronica o anche non avere nessuna idea di chi io sia, ed avere magari 95 anni, e che possano piacere loro o meno, ma il condizionamento di chi viene a un tuo spettacolo perché ha sentito parlare di te o perché, si spera, gli piace ciò che fai. Ma quando si parla di arte pubblica spesso nessuno sa chi ci sia dietro, e se puoi colpire queste persone allora è veramente magnifico, perché è qualcosa di nuovo per loro, che non immaginavano potesse piacergli e, anche se non gli piace, è comunque qualcosa di nuovo per loro. È un lavoro interessante per me creare questo genere di pezzi. Scusa, per tornare alla domanda originale, è come lavorare con i musicisti classici, vuol dire capire cosa si sta cercando di fare, lavorare ad uno storyboard, ad una idea insieme, è quel genere di processo. Quindi posso non fare io direttamente il video, ma riguarda anche l’equilibrio tra suono e immagine, e lo trovo molto interessante. Se c’è una televisione accesa nella stanza, tutti la guardano, il visivo domina sempre, è molto interessante fare pezzi di questo genere. Io penso che sia una cosa molto difficile da fare, questo è ciò a cui sono più interessata quando lavoro con artisti visivi, le due cose sembrano in simbiosi.

CF: Sono interessata alla maniera in cui leghi la parte visiva con il suono, qual è la connessione per te?

CP: Può funzionare in una o due maniere, qualcuno può fare un video o un film, dartelo e tu crei una colonna sonora. O ci puoi lavorare insieme con ???? a causa del calendario che avevamo per fare il pezzo, abbiamo dovuto lavorare allo stesso tempo, cosa molto difficile, così ho fatto uno spartito grafico, poiché anche loro non sanno leggere la musica, e loro hanno fatto uno storyboard, e poi me lo hanno dato. In sostanza ci siamo scambiati i ruoli, e lavoravamo in simultanea, e nel momento in cui ho spezzato in due parti il pezzo abbiamo iniziato a creare parte del video e le due cose hanno iniziato a venire insieme e ho dovuto continuare a lavorare ed alla fine tutto si è completato. Quindi normalmente una cosa ???? ma in quella situazione niente è iniziata per prima, tutto è iniziato insieme, ed ha funzionato. Ma credo abbia funzionato perché ho lavorato con questi ragazzi a lungo, e anche perché abbiamo pianificato tutto il più possibile con uno storyboard, un calendario, tutto quel genere di preparazione. Ma non è così facile da fare, è più semplice per qualcuno darti un film e tu fai la musica, o — ancor più semplice — tu dai loro la musica e loro fanno un video.

CF: Credo comunque che il tuo sia particolare, perché hai iniziato dal linguaggio visivo e ci sei poi passata attraverso.

CP: Be’, è importante per me, e sono molto interessata a ciò, ma non voglio farlo da sola, perché credo ci siano altre persone che lo fanno molto meglio di me e poi non ho molto tempo. Mi è piaciuto collaborare con loro, ma ovviamente cerco un legame estetico con loro, qualcosa nei loro lavori che mi colpisca, qualcosa che mi faccia dire “Sì, voglio lavorare con te”.

CF: È la domanda più semplice, ma vorrei sapere che cosa la musica rappresenti per te, che cosa vuoi comunicare alle persone che ti ascoltano con la tua musica, le tue performance.

CP: La musica è tutto, sembra un cliché, ma è tutto ciò a cui penso, se non ho altre cose più noiose fare. Sai cosa intendo, ad esempio aggiornare il mio sito o qualche altra cavolata. Credo che ciò che cerco di comunicare nel caso di progetti come quelli per le opere teatrali, My Secret Heart o cose come queste, è che qualcuno è venuto con me, e questa è la storia di Orfeo (una delle “tre commissioni” di Chantal riguardava “Orfeo” di Monteverdi, ndr), ci siamo occupati di questo classico e per me si è trattato di capire quella storia, quei personaggi e di realizzare musica che raccontasse quella storia, quindi qualcosa che va a senso unico. Quando si tratta di musica solo mia, come domani per quanto riguarda la mia performance, allora ogni pezzo ha la sua storia, e spero che la gente lo capisca, quindi non voglio comunicare una sola cosa, bensì tutto della vita a seconda del pezzo. Molto ambizioso! (ride, ndr)

CF: Che cosa dobbiamo aspettarci dalla tua performance?

CP: Non sarà un rave, questo te lo posso dire. Forse più per la tua testa che per farti muovere il culo. Non lo so, spero che — dato che siamo sempre molto occupati e facciamo più cose contemporaneamente — tu possa venire e startene in pace per un’ora. Penso che la musica che faccio sia calma, sia molto pastello, abbia molto a che fare con il paesaggio. Hai presente quando tutto è così incasinato che poi devi fare una cosa alla volta. Ha più a che fare — strano dirlo, perché è musica — con l’essere calmi.

CF: Questo mi fa pensare al Paese dove sei nata…

CP: Divertente, perché ne parlavo anche nel corso di un’altra intervista, ma questo è proprio vero. Stavo rispondendo a un’intervista per un giornale sudafricano, dove mi chiedevano in che modo il Sudafrica avesse influenzato la mia musica e io cercavo di spiegare che — e voi italiani capirete, perché avete molto caldo d’estate — se vai fuori adesso (gennaio, ndr) e fa freddo e c’è la bora, il suono è molto differente da quando c’è molto caldo: in estate il suono viaggia in maniera molto differente e penso che di cercare sempre di realizzare musica che suoni umida e calda, perché è in Sudafrica che sono cresciuta. L’Inghilterra non suona calda molto spesso.

Commenti

3 commenti a “Elefanti”

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    Di great people me | 23 gennaio 2018, 14:39
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