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Scrittura

Lo spazio sfinito

E c’era andato lontano o no, con le sue sciocchezze? Con i 22 agosto che gli cadevano ogni anno tra capo e collo per ricordargli cose che non voleva ricordare? Jack Kerouac riteneva inutile cercare una risposta, perché tanto tutti i giorni passano. Anche i 22 agosto.

Lo spazio sfinitoIronico, inusuale, piacevolissimo. Così è, in sintesi, Lo spazio sfinito. A dieci anni dalla pubblicazione su Fanucci, Minimum Fax ripropone oggi, in una fresca e allo stesso tempo essenziale veste grafica (in copertina su sfondo arancione il Marilyn nello spazio dell’autore), il romanzo tagliente e attualissimo di Tommaso Pincio. Già dalle prime battute (“La vista del cielo stellato mi dà la nausea. A malapena lo sopporto ridotto in formule matematiche, disse Albert Einstein”) il lettore viene scagliato in un vertiginoso susseguirsi di eventi che si svolgono a metà degli anni Cinquanta e hanno come minimo comune denominatore la narrazione di una solitudine esistenziale che rende i personaggi, Kerouac, Cassidy, Marilyn e Miller, reali e vicini al modo di sentire della gente comune, con le loro paure, le insicurezze, gli innamoramenti.

Il tutto ambientato in un’America che si rivela vuota, in cui i valori dominanti sono quelli dell’apparire, della televisione; una nazione che si sgretola velocemente sotto i nostri occhi, divenendo mera invenzione, in cui i fatti descritti vengono subiti passivamente dai protagonisti, che sembrano gli unici ancora in grado di dimostrare sentimenti veri; un universo che inesorabilmente porta all’annullamento dell’io e si spinge oltre, fino all’eliminazione fisica dell’outsider.

Quello che ci propone lo scrittore è un immaginifico viaggio in compagnia di questi personaggi “famosi”, che reinterpretano e reinventano se stessi, scaraventati come sono in una dimensione surreale in cui le grandi compagnie industriali, capitanate dalla Coca-Cola Enterprise Inc., governano il mondo sovvenzionando e sponsorizzando viaggi interstellari al fine di monitorare costantemente lo spazio cosmico di loro proprietà.
Ed è proprio uno scrittore sbandato e disadattato alla disperata ricerca del Vuoto assoluto, Jack Kerouac, assunto con la qualifica di “controllore di orbite” dal Direttore della Gestione Spazi Orbitali dell’immensa multinazionale, Arthur Miller, a venire spedito nello spazio per nove settimane a contemplare il nulla; i giorni passano apatici, identici l’uno all’altro, tra composizioni haiku (“Stelle parole… / Stelle che mi parlate / Non vi capisco”), ricordi d’infanzia, divagazioni sul significato ultimo delle parole; mano a mano che passa il tempo, la curiosità di Jack si trasforma in frustrazione quando intuisce che lo spazio, almeno quello che a lui è dato vedere dalla posizione di spettatore in cui si trova, è davvero vuoto, considerato che all’orizzonte non brilla alcuna stella, non si vede niente di niente se non la profonda densa desolazione di quel nero mare d’inchiostro. E quello sgomento diventa orrore allo stato puro quando si trova faccia a faccia con il Mugolio del Tutto, un suono più terrificante del silenzio siderale, che lo getta nello sconforto e nello spaesamento più totale.

Parallelamente, il libro si apre in una dettagliata descrizione di altre solitudini: quella di Marilyn Monroe, commessa in una libreria che vende la propria mercanzia, i libri per l’appunto, come se si trattasse di hamburger.

Acquistare alla Quantum significava partire per un grande viaggio e che una ragazza carina era lì, pronta a fare da guida. Il nome orientatrice, contenendo la parola Oriente, ammantava inoltre tutta la faccenda di esotismo e colorava di accattivante mistero la «disponibilità» della commessa, il che non guastava affatto.

La sorte della giovane è segnata: con le sue labbra solcate da rossetto specchiante alla Modernella Jane, riflettente l’immagine dei propri interlocutori, è da subito emarginata da colleghi e superiori che sembrano temere sopra ogni altra cosa il connubio “bella ed intelligente”; viene infine licenziata a causa di quell’ostentazione di spudoratezza in pubblico, e di lei si perde ogni traccia, come a significare con forza che tutto quel che risulta essere diverso viene bandito e relegato per sempre in un angolo oscuro della memoria.

E poi c’è la solitudine del suo alter ego Norma Jeane Mortenson, infelicemente sposata con Arthur Miller. Per uno scherzo del destino diventa oggetto d’amore di Neal Cassidy, il quale la chiama ripetutamente al telefono e di cui a sua volta si innamora: non di un uomo, ma di una voce, quella voce traboccante sentimenti per una donna che non è nemmeno lei; e, quando alla fine si accorge di non essere realmente la ragazza dei sogni del povero Neal, non ha il coraggio di reagire, continuando a passare indifferente le giornate in contemplazione di quella voce, rispondendo con monosillabi al fiume di parole dell’amante, rimanendo incollata al telefono, le labbra dischiuse, lo sguardo perso in un punto a metà strada tra il televisore acceso e l’infinito, nell’instabilità affettiva di quel triangolo che ha per lati lei, Cassidy e il marito.

Ad arricchire la narrazione contribuiscono infine le descrizioni dei personaggi che fanno da contorno e che potremmo definire gli “uomini comuni” (contrapposti ai “famosi” di cui si è accennato sopra). Vengono tratteggiati a fosche tinte, spersonalizzati, privati dei loro volti per diventare lo specchio deformato di una società malata e disumana. Un ritratto che trova il suo apice nel magistrale episodio del vecchio solo e triste che alza la cornetta del telefono non avendo la minima idea di chi chiamare; alla fine spinto dall’irrefrenabile istinto di stabilire un contatto con chicchessia, chiede imbarazzato all’operatore, la voce di una ragazza che immagina bella, giovane e sorridente, di poter parlare un po’ con lei, ma, invece di comprensione, viene in tutta risposta liquidato con un sommario: “Spiacente, sono un operatore e non può parlare con me. I clienti del servizio telefonico possono comunicare solo con altri clienti”.

E, ancora, viene esemplificato alla perfezione nella “rivisitazione” che l’autore fa della professione dello storico: ne esce uno strano essere, dai mille risvolti oscuri; colui che, più che fare luce sul passato, preferisce mettere in discussione cose su cui esiste un certo margine di certezza, fingendo di cercare prove ma nella realtà sollevando un polverone di dubbi al fine di poter decretare, una volta terminata la propria ricerca, “Potrebbe non essere andata così!”, mettendo in atto un processo ironicamente chiamato Possibilizzazione del Passato, che rimanda il lettore a un vago sentore di orwelliano controllo sulla storia.

Gli eventi vengono narrati vorticosamente, si fanno scudo di una scrittura visionaria, quasi febbricitante, scandita da capitoli sempre più brevi, che nel finale si assottigliano talmente da comporsi di una sola perentoria frase. Centocinquanta pagine da leggere tutte d’un fiato per terminare nella tragedia dell’epilogo, l’immagine dell’ultimo rimasto, Neal Cassidy, che si accascia su una panchina, chiude gli occhi, e immagina di sparire per sempre nel buio e nel silenzio dove tutte le cose finiscono, in una voragine che diviene l’unico rifugio possibile, lo spazio “sfinito” in cui rimane l’ultimo barlume di speranza: “[…] Neal Cassidy provò a chiudere gli occhi. E forse gli riuscì anche di dormire e magari di sognare, perché in fondo anche lui era come tutti quelli che erano spariti prima di lui e come tutti sognava di sognare una casa dove tornare”.

Insomma, quello che descrive Pincio è un mondo alla rovescia (o forse no!), consumistico e spietato oltre misura, che getta nel fango della disperazione le icone di un’intera generazione. È un romanzo, come ebbero a definirla Luca Briasco e Mattia Caratello, “avantpop”, dal background fantascientifico ma molto attuale. Una visione del mondo che porta a riflettere sulla vacuità delle cose. Una storia reale, compiuta, intima, che, per una volta tanto, nell’universo raccontato dalla televisione, sa di vero.

Titolo: Lo spazio sfinito

Autore: Tommaso Pincio

Anno di pubblicazione: 2010

Editore: Minimum Fax

Collana: Nichel

Pagine: 160

Prezzo: 13,50 Euro

ISBN: 9788875212704

Tommaso Pincio, pseudonimo di Marco Colapietro ed italianizzazione del nome Thomas Pynchon, è nato a Roma nel 1963; ha esordito come scrittore nel 1999 con M. (edito da Cronopio), rivisitazione letteraria di un Blade Runner ambientato nella Berlino del 1969. Ha in seguito pubblicato i romanzi, Un amore dell’altro mondo (Einaudi, 2002), La ragazza che non era lei (Einaudi, 2005), Cinacittà (Einaudi, 2008), ed il saggio Gli alieni (2006). Collabora con Repubblica, Il Manifesto e Rolling Stone.


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