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Omnia

La crisi di un’epoca e il destino della carta stampata

A partire da "L’ultima copia del «New York Times»" di Vittorio Sabadin

Collage di giornaliStiamo assistendo a una rivoluzione epocale dello scenario mediatico e comunicativo, già in atto pressappoco nell’intero pianeta. Mai come in questi anni l’accessibilità alle notizie e alla conoscenza è stata tanto libera e versatile. Eppure, ciò che si presenta ai nostri occhi ha anche un aspetto inquietante. Ciò di cui stiamo parlando è una “crisi”, in tutta la sua portata etimologica: crisi come krisis, frattura che necessita una scelta coraggiosa e che perciò concede l’opportunità effettiva di un mutamento. Così come il termine “crisi” (quanto mai attuale nella sua dimensione socio-economica) conserva in sé l’ambiguità e la coesistenza di ottimismo e pessimismo, rischio e coraggio, fine e nascita, anche il titolo del best seller L’ultima copia del «New York Times». Il futuro dei giornali di carta ci ripropone la stessa dualità. Pubblicato nel 2007 da Donzelli, questo saggio è stato scritto da Vittorio Sabadin, caporedattore e vicedirettore de La Stampa per vent’anni, coinvolto in prima persona nelle difficoltà senza precedenti che i giornali di carta stanno attraversando. La crisi ha generato, nelle redazioni, autentici fenomeni di isteria collettiva, una perdita di senso dell’orientamento che si è tramutata in licenziamenti di massa, ridimensionamento dei nuclei lavorativi, taglio dei costi. In questo scenario si collocano le parole di Gianni Riotta nella malinconica prefazione al testo.

Nostalgia di un tempo che non tornerà più, ma soprattutto perdita della legittimazione sociale che aveva caratterizzato il mestiere di giornalista per decenni. Il bel libro di Sabadin, invece, non ha toni apocalittici, tetri e preoccupati, per questo, il titolo ha (come il termine “crisi”) una facciata progressista, ottimista, trionfalistica per certi versi. Finalmente, i giornali – e i giornalisti – sono “costretti” a cambiare, se non vogliono restare coinvolti nello tsunami mediatico dovuto all’avvento della blogosfera, di YouTube, di Wikipedia e compagnia. Vecchie redazioni fatte da vecchi redattori, con vecchi giornalisti e giovani schiavi, turnisti, precari, stagisti, tirocinanti, praticanti, pubblicisti (che si spezzano la schiena per prendere quei due spiccioli di paga, per poi accendere la tv e sentirsi chiamare “bamboccioni”)…

Augurarsi che tutto ciò finisse spontaneamente sarebbe stata un’ingenuità. Ora, però, ci sono tutte le condizioni affinché il mutamento divenga necessario per sopravvivere: la gente non compra più il giornale e il mercato pubblicitario ha ormai voltato le spalle all’editoria della carta stampata. Crisi ma, come ogni volta, anche rinascita. Sabadin ribadisce più volte come, per l’informazione, questo sia il momento più glorioso di sempre: le insostituibili menti dello scenario intellettuale italiano non hanno compreso, perché, seppur vanto nazionale per la loro genialità e capacità, sono “vecchi”, si sono “messi paura”, sono corsi ai ripari, ma non sembra che tutto ciò abbia funzionato.

Il titolo del libro prende ispirazione da più fonti: Sulzberger Jr., l’editore del Times, ha confessato di essere convinto che il suo giornale stamperà l’ultima copia nel 2013; una ricerca della Columbia University rincara la dose, fissando per il 2014 l’ultima copia del New York Times, il quotidiano più celebre della storia. Se, poi, a confermare questo scenario ci si mette Rupert Murdoch, magnate delle telecomunicazioni e dell’editoria planetaria, allora si vede che le cose stanno proprio così. 
Per questo, il primo capitolo, facendo riferimento alle parole di Murdoch, è stato intitolato da Sabadin Cambiare o morire, dove per “cambiare” si intende re-inventarsi, trasformarsi, ammettere la propria fine e puntare con tutti i mezzi a una rinascita. Sarebbe errato, puerile e “grilliano” affermare che l’avvento di un nuovo medium comporti automaticamente la scomparsa di quello precedente. Innanzitutto, non corrisponde alla storia affermare una tesi del genere: con il cinema, la radio, il telefono, la televisione, la carta stampata è rimasta un baluardo di civiltà e democrazia.

Lo stesso McLuhan, parlando di fine dell’età gutenberghiana e di nascita del “villaggio globale”, insisteva sulla “ri-plasmazione” del medium in circolazione, in prospettiva dell’avvento di uno nuovo: se quest’ultimo è particolarmente efficace, allora il medium consolidato fino a oggi, nella più probabile delle ipotesi, muterà natura (un po’ come è accaduto al cinema dopo l’avvento della televisione). I giornali di carta hanno già fatto questo: le testate più lungimiranti hanno già puntato e investito sul web, tanti altri hanno deciso di trasformare il loro formato (basti pensare all’Inghilterra dei tabloid e dei viewspaper, i giornali da vedere), riducendo le dimensioni, introducendo i colori, come hanno fatto l’Indipendent, il Times e La Repubblica. Nell’attenta ricognizione di ogni singola situazione nazionale traspare una minore capacità del nostro paese, insieme alla Spagna, di comprendere gli eventi globali: la più diffusa e concreta risposta alla crisi è stata la sconclusionata e isterica corsa all’allegato. Edicole e giornalai si sono riempiti di libri, DVD, inserti e cd musicali.

La Repubblica per IPadSabadin trascura un punto essenziale, non precisando che i giornali italiani non hanno poi troppo interesse a re-inventarsi o a correre ai ripari: le strategie sono blande e poco incisive perché, pur in presenza del crollo delle vendite e della pubblicità, hanno ancora una fonte di guadagno immensa che riesce a tenerli in vita, ovverosia i finanziamenti pubblici e quelli dei partiti. Solo così possiamo spiegarci perché, sebbene internet si sia affermato da più di dieci anni, appena oggi i “vecchi” si stiano impaurendo sul serio e si sentano costretti a rivedere seriamente la loro posizione strategica. In tutto il mondo il declino della carta stampata è inversamente proporzionale al successo inarrestabile del web. Lo stesso Economist, fa presente Sabadin, attribuisce gran parte della responsabilità agli editori incartapecoriti e chiusi nel loro bieco e inattuale conservatorismo.

Un altro fenomeno di essenziale importanza, collegato al discorso sulla ri-plasmazione del medium, è la comparsa dei freepress, giornaletti gratuiti ricchi di informazioni e notizie che si finanziano unicamente con le inserzioni pubblicitarie. Ideati in Svezia nel 1992, nel 1995 si introducono violentemente nella quotidianità dei cittadini di tutta Europa con l’avvento di Metro, marchio conosciuto ormai da chiunque.
L’affermarsi di queste nuove modalità di informazione testimonia due diversi aspetti: primo, il fatto che l’uomo contemporaneo non ha più tempo. Dati i ritmi frenetici della sua vita, il lettore odierno vuole qualcosa che sia “mordi e fuggi”, che si consumi nel giro di pochi minuti, giusto per il viaggio in metro/autobus. Personalmente, non credo che i nostri nonni avessero più tempo di chi lavora oggi, dato che a guardar bene la disponibilità per farci le lampade, giocare a calcetto, guardare Maria de Filippi ce l’abbiamo, eccome! Solo quando si tratta di acculturarsi un minimo, di informarsi sugli avvenimenti del mondo, di leggere un libro, di andare a una mostra o a teatro, rispondiamo (specialmente noi italiani) di non avere tempo, quasi a voler declinare la responsabilità di queste mancanze non alla nostra voglia, ma a qualcosa di esterno.

Il secondo aspetto è il rifiuto del fruitore di voler pagare la propria fonte di notizie: oggi, tramite la rete possiamo accedere a una quantità inusitata di fonti (che ovviamente vanno sempre valutate con giudizio e razionalità), possiamo riempire lacune del nostro bagaglio culturale e approfondire ciò che maggiormente ci interessa.

L’occhio attento di Sabadin passa poi attraverso altri eventi che stanno segnando questa svolta epocale: si parla del citizen journalism, pratica che si sta instaurando in molti paesi occidentali e che riguarda l’accesso diretto che il fruitore ha nel giornale. Se, fino a ieri, il contributo del lettore si limitava allo spazio della posta, oggi può contribuire con articoli veri e propri, che riguardano la propria realtà locale, i fatti del proprio piccolo circondario giornaliero.

Qui, il problema sollevato da molti, e dallo stesso Sabadin, mi trova totalmente d’accordo: con questa pratica si rischia di sfociare in un immiserimento del mestiere giornalistico. Essere giornalista significa avere dei doveri e delle responsabilità nei confronti della collettività, e d’altronde questo mi sembra sia stato obliato totalmente dalle attuali redazioni italiane. È giusto lagnarsi della perdita di professionalità della propria categoria, vedendo un dilettante che compie il tuo stesso mestiere, quando hai investito anni di studio e di pratica per ricoprire quel ruolo; ma bisognerebbe verificare anche quale sia il livello professionale effettivo delle varie redazioni, e se non siano stati proprio i giornalisti a favorire questa deriva, essendone i primi responsabili.

VittorioSabadin, L’ultima copia del «New York Times», 2007.

Vittorio Sabadin lavora dal 1979 a «La Stampa», dove ha ricoperto dal 1986 al 2006 gli incarichi di caporedattore centrale e di vicedirettore (dal sito Donzelli).

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