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Cinema

A simple life. Quel che resta del giorno (di Ah Tao)

La locandina di A simple lifeIl denominatore comune dei tre titoli d’essai distribuiti dalla Tucker Film dal 2010 a oggi, il giapponese Departures, il sud-coreano Poetry e, ora, l’hongkonghese A simple life, non può essere identificato, soltanto, con un’origine che ci conduce nel lontano Oriente, tra paesaggi esotici e arcani e personaggi con gli occhi a mandorla e i capelli corvini. Circostanza, questa, che non sorprende, se si considera che la Tucker è nata in seno al Centro Espressioni Cinematografiche di Udine, l’associazione che da quattordici anni organizza il Far East Film Festival. Una familiarità più radicale lega e apparenta i tre lungometraggi, una corrispondenza che va cercata nella filigrana dei temi e dello sguardo, dei sentimenti e dello spirito che li costituisce. Nella stessa dedizione, armoniosa e pudica, con cui si affacciano alle propaggini estreme dell’esistenza: la senilità e la morte.

Se il contatto intimo e premuroso con le salme induceva il tanato-esteta Daigo a una riflessione, mai prima affrontata, sul senso del trapasso e a una riconciliazione con la memoria degli assenti; se all’anziana Mija, destinata a irrancidire in un mondo di cui le era impossibile comprendere l’ottusa violenza e la bestialità, la poesia offriva sia la facoltà, fino ad allora inespressa, di riversare sulla carta un pianto antico, sia il piatto frugale dei pochi chicchi di bellezza concessi a un’anima sconfitta, A simple life, senza eguagliare, per capacità di coinvolgimento emotivo, le altre due pellicole, narra anch’esso una storia di vecchiaia e declino.

Chung Chun-Tao ha sconfinato oltre la soglia dei settant’anni e ha servito la famiglia Lee lungo quattro generazioni. Affidata, da piccola, a genitori adottivi, perse il patrigno al tempo dell’occupazione nipponica della Cina e venne, perciò, spedita nella prospera Hong Kong come amah, governante e bambinaia legata alla casa ospite da una relazione totalizzante, che impone addirittura il voto di nubilato. Rimasta sola con Roger, di professione produttore cinematografico, dopo il trasferimento del resto della stirpe negli Stati Uniti, accudisce il giovane padrone con la diligenza e l’affetto di sempre. Sopraffatta, inaspettatamente, da un infarto e lesa, in misura sensibile, nell’integrità fisica, sarà costretta a ricoverarsi in una casa di riposo. Roger non si scorderà di lei. Anzi, fino alla fine, continuerà a visitarla e ad amarla, prolungando la tenera amicizia che lo ha legato a lei fin da piccolo, scandita da consigli alimentari, giudizi sulla fidanzata di turno, reciproci rimbrotti e comuni ricordi.

Deanie Ip e Andy LauChung Chun-Tao, soprannominata da tutti Ah Tao, è esistita davvero ed è stata, per l’appunto, l’amah del produttore Roger Lee. Ann Hui, gloria del cinema asiatico, si è innamorata di questa storia che custodisce, nel suo scrigno di dolcezza e verità, molti dei motivi prediletti dalla cineasta, a partire dalla dialettica fra le classi sociali. È così che, sulla base della sceneggiatura di Susan Chan e dello stesso Lee, la regista, accarezzando il dorso dei fatti e addentrandosi nei penetrali dei suoi protagonisti, spartendosi fra la metropoli che ingloba chissà quante migliaia di vicende simili e l’interiorità di personaggi, invece, irripetibili, ha plasmato un film di cui non si è accorto solo l’Oriente. Presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove la profonda umanità di Deanie Ip, impagabile interprete di Ah Tao, è stata ricompensata con la Coppa Volpi, A simple life è scorso in altre manifestazioni rilevanti, raccogliendo consensi e premi. Uno, alla cerimonia dei Golden Horse a Taipei, anche per Andy Lau, stella con la esse maiuscola del cinema cantonese e viso serafico di Roger, spesso partner, sul set, della Ip.

Il rigore formale di Ann Hui rispecchia il rigore morale che, limpidamente, asseriscono ogni inquadratura, ogni scena, l’intera partitura. La realtà, per Hui, non consiste solo nella materia trattata, ma anche nella poetica che la sovrasta. Il piglio fenomenologico di una regia disadorna che osserva senza censure ma senza morbosità, che non invoca il pietismo, che non ricerca la soluzione a effetto, non deroga mai alla misura impostosi, anche al rischio di imprimere, alla pellicola, il ritmo impopolare della vita vissuta senza colpi di scena, catastasi, mordenti di varia natura. L’impressione che A simple life non riesce a scrollarsi di dosso, quella di un film che non azzarda e non rischia, per contenersi in un’esposizione un po’ fredda del soggetto, rappresenta, rovescio della medaglia, il principale motivo di vanto. La coerenza dell’opera è inoppugnabile. E se, nei momenti più delicati, le lacrime non affiorano, è proprio perché il film non spettacolarizza il dolore, la malattia, la morte.

Deanie Ip e Andy Lau

La macchina a mano che, nel suo tremore, narra già da sola gli acciacchi e l’instabilità dei degenti dell’ospizio, non lesina sulla documentazione del disagio: lo squallore di sale d’attesa gremite di pazienti decrepiti e irrimediabilmente soli, la promiscuità di ambienti dove ogni angolo viene ottimizzato, le libidini del vecchio che chiede il denaro ad Ah Tao per scialacquarlo con le prostitute del circondario, la ragazza obbligata ad abitare in casa di cura per sottoporsi alla dialisi. Non tace, d’altro canto, la disparità fra l’universo onirico e patinato in cui brancola Roger e i luoghi fisici e ideali di chi soffre. Ma proprio nell’abilità che l’autrice dimostra di frenare sempre un istante prima dell’impatto con l’orrore, sia la banalità di compiaciuti patetismi, sia lo spettro del populismo sono rimossi da un esorcismo preventivo.

E ciò che resta è il racconto, melanconico e sereno, drammatico e disteso, di una vita che volge al termine, per Ah Tao come per ogni essere umano. E ancora, la sinergia di due anime vincolate da un mutuo destino e da una responsabilità reciproca che, ciclicamente, si ripropone: come l’amah vegliò su Roger quando lui venne colpito da infarto, ora è Roger ad assistere Ah Tao nel più imperscrutabile dei cammini. Le musiche temperate di Law Wing-fai accompagnano l’umore saturnino e l’incedere lento di un film che pare ispirato, nonostante la cristianità dell’ambiente in cui sono immersi i personaggi, a confuciani equilibri, tanto nel suo andamento, quanto nella naturale continuità fra le sponde dell’essere e quelle del non esserci più che sa comunicare. Una mistica dell’esistenza, in tutte le sue branchie (felicità, sventura, amore, perdita), che ha il volto sorridente e corrucciato di Ah Tao.

Deanie Ip e Andy Lau

A simple life

Titolo originale: Tao Jie
Regia: Ann Hui
Sceneggiatura: Susan Chan, Roger Lee
Fotografia: Yu Lik Wai
Montaggio: Kong Chi Leung, Manda Wai
Musiche: Law Wing-fai
Cast: Andy Lau, Deanie Ip, Qin Hailu, Wang Fuli, Paul Chiang, Leung Tin, Wendy Yu, Eman Lam, Elena Kong, Jason Chan, Hui So Ying, Anthony Wong, Chapman To 
Produzione: Bona Entertainment Co., Focus Films Limited, Sil Metropole Organisation
Distribuzione: Tucker Film
Origine: Hong Kong, 2011

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