// stai leggendo...

Percorsi

Prospettive sul Mekong (I)

Percorso del Mekong

Alle 8.20 – non proprio on time – sono davanti alla pensione Orient House, zaino in spalla e camera a tracolla (finalmente). Di Cham, però, nessuna traccia. Nonostante le narici irritate dai carburi, mi accendo una sigaretta e inizio a passeggiare avanti e indietro lungo il marciapiede per digerire l’abbondante colazione continentale a base di pane, marmellata e altre varie ebbrezze caloriche. Il mio sguardo scandaglia il caleidoscopico volto anonimo della massa, si insinua nei suoi spazi, tra veicoli e i vicoli, supera corpi e trasparenze e si impregna di colori; tutto questo alla ricerca della mia guida. I lineamenti li ricordo ancora perfettamente, viso e gote rotonde, sorriso slanciato, silhouette typiquement asiatique. Poi controllo l’orologio e la colazione interrompe il suo transito: 8.40. Mia cara Cham, non sarai forse tu la mia Giuda? Eppure il bacio non ci fu. Almeno quello. O sono io eccessivamente in ritardo? Questi dilemmi da vuoto quotidiano si palleggiano reciprocamente nella mia mente quando il suono di un clacson ne frantuma il ritmo amletico. Poi, un grido: “Stefano!”
Mi giro e mi ritrovo la ruota dello scooter di Cham a venti centimetri dal mio stinco. Sorride, comme toujours, e mi invita a salire dietro, allungandomi un casco a scodella. “Scusa, sono ritardo”, mi urla mentre ci immergiamo nelle arterie trafficate di Saigon. Già, “sei ritardo”, penso io, ma l’attesa è valsa la ricompensa della tua energia tutta. I verbi, croce italica, non possono preoccuparci. “No worry!” grido al suo orecchio destro. E la fragranza della sua pelle olivastra spazza via la tossicità dello smog tutt’intorno.

D’un tratto mi trovo graziato dal privilegio di un nuovo punto di vista. I find myself on the other side. Sono a bordo di un motorino. E Saigon mi appare da tutt’altra prospettiva; una prospettiva accelerata, frenetica, ossessiva, i cui scatti bizzosi sono accompagnati da sincopi cacofoniche che si accavallano del tutto irriguardose della precedenza richiesta dall’armonie humaine, prima ancora che dal codice della strada. Finalmente il mio sguardo è allo stesso livello di quello altrui: fisso estasiato la follia motorizzata della city e riesco a percepire dall’interno i ritmi performanti di quella gioventù più spericolata che fino a qualche istante prima non avevo che osservato da una posizione marginale, scrutatore o cavia di un mondo a cui non appartenevo totalmente; ma ora, questo tour su due ruote ha reso possibile la mia rivoluzione copernicana intorno alla city. Guida sicura, Cham, così come ogni giorno conduce con piglio virgiliano decine di carovane turistiche a visitare siti dalle torbide memorie. Guida sicura come se conoscesse questo traffico nelle più piccole dinamiche; mi affascinano la spensieratezza, mai lamentosa, con la quale dà gas a ogni nuova ripartenza e la solare disponibilità di menarmi verso luoghi che non conosco, se non grazie a qualche paragrafo di Routard. “Mekong is beautiful”, mi dice senza slacciare il contatto visivo con la strada. “You’ll see with your eyes!” Saigon, le due ruote, il Mekong, and my eyes. I cannot ask for anything more.

Corriamo, corriamo, su queste due ruote un po’ datate che mangiano l’asfalto polveroso con una facilità sorprendente. Corriamo, e dopo un paio d’ore arriviamo a My Tho, cittadina commerciale che rappresenta il gate principale per il Delta del Mekong. Sono appena le 10.30, ma l’umidità perniciosa affossa l’aria e la rende irrespirabile. Non appena smontiamo dallo scooter, senza più la brezza del vento, i vestiti mi si incollano addosso come una muta. Al porto di My Tho – paralizzato in una fase di caotico passaggio da una dimensione villaggesca ad una urbana – si addensano un numero spropositato di imbarcazioni. La loro colorata intemperanza si staglia su uno sfondo grigio-verde nel quale è impossibile distinguere l’orizzonte che separa le acque del Mekong dal cielo. Il ronzio dei motori ricorda quello delle vuvuzelas africane alle quali, qui, si aggiunge lo scomposto vociare di turisti e autoctoni che congela le banchine nella mimesi di un allegro bazar dove tutti contrattano, ma nessuno sembra mai davvero partire. “We will go to Ben Tre, but first let’s go to Cao Dai temple” mi dice Cham mentre consegna il motorino ad un deposito vicino al molo.

Tempio Cao Dai

Del Caodismo mi ero interessato nei giorni precedenti proprio leggendo Greene ed ero curioso di entrare in uno dei luoghi di culto di quello che mi appariva come un fascinoso meltin’ pot credenziale tra buddismo, cristianesimo e paganesimo cinese.

E in effetti, il tempio traspone nella sua poli-cromaticità il sincretismo di cui è portatore, in una comunione di colori e diramazioni della fede. A dominare sono le tonalità primarie: l’azzurro luminoso del marmo, il giallo dell’intonaco e il rosso degli spioventi, la cui forma richiama quella delle pagode. Come tutti i templi caodisti, anche quello di My Tho presenta una pianta rettangolare bassa e allungata, mentre l’entrata è indicata da due torrette simmetriche terrazzate su più livelli. All’interno, lo spazio è suddiviso in navate i cui colonnati sono “infestati” da dragoni multicolori. Sul fondo, invece, è eretto l’altare principale, riconoscibile per l’immagine dell’occhio – simbolo del Caodismo – che svetta tra due ibis e un fitto aroma speziato.  

“Are you Christian?”, mi chiede Cham appena fuori dal tempio. “No, I’m atheist”; “Oh!”, si lascia scappare, facendo proseguire un silenzio che avverto di delusione e sorpresa insieme. “What about you? Are you Caodist?”; “Oh, no!”, sorride, “Caodist is too many things together…I’m Buddhist, we are all Buddhists… my family, I mean”. L’estensione naturale con cui Cham passa dall’io al noi, dal sé all’altro, mi incuriosisce molto. Anche il giorno prima aveva sovente re-inscritto le proprie scelte, le proprie motivazioni, i propri sogni all’interno dell’universo familiare, quasi questo fosse non solo un’emanazione della sua individualità, ma un vero e proprio specchio nel quale ritrovare, ogni mattina, secolari certezze. “Are you Buddhist because your family is Buddihst?”, provo a  chiederle; “What do you mean?”, mi fa lei, guardandomi con due occhi smezzati. Cerco le parole giuste (senza trovarle): “Let’s say, would you be Christian or Muslim if your family was Christian or Muslim?” Il suo sguardo rimane fisso su di me, immobile, ma ora pare come trapassarmi, trafiggermi di una incomprensione del tutto propria, svilito da ciò che avverte come un ingiusto e gratuito raggiro. “Well… I don’t know, it’s difficult to say…”; Il suo tono è dimesso. Guarda avanti Cham, ora. “My family is important, it has a great influence on me… family is important for all Vietnamese people”, precisa con una scheggia di orgoglio. Infine si stringe nelle spalle minute, quasi a voler parlare più a se stessa che a me: “after all, I like Buddhism, I think I would be Buddhist anyway…”. Ho la percezione di aver percorso con frenetica sufficienza i chilometri culturali che ci separano e di aver forzato, una volta giunto, una delle tante stanze private di Cham. Baldante tracotanza occidentale. “To be honest, I was Christian when I was a child”, le dico quasi per sospingerla all’interno di una delle mie stanze. “But then, I lost my faith…”. Nessun Dio, più. Ahimé. Ingratamente espunto, Lui, dall’orizzonte del mio io e delle mie vanità. “Do you think you can become Christian again? Or Buddhist?” Questa volta è Cham a prendermi in contropiede. Non mi chiede perché – Why did you lost your faith? – A quello avrei potuto ribattere. No, tutt’altro mi chiede. Mi chiede se io, la fede, posso ritrovarla. Ri-trovarla. La sua domanda mi svuota di tutti i pensieri teleologici del momento, di tutte le mie (in)sicurezze epicuree. Davvero non so cosa rispondere, il mio ateismo non ha risposte per uscire da questo cul de sac, è candido e silenzioso come la metafisica. Sono io, ora, che vorrei avere una rivelazione come Ngo Minh Chieu, il fondatore del Coadismo. Guardo gli occhi di Cham che attendono una risposta con la stessa irrequietudine del giorno precedente sul bus. “Actually… it can be…”, mi limito a dire. Può essere. Tutto qui. Poi allungo il passo. Ma la sua domanda continua a seguirmi come un’ombra.

Produzione di caramelle

Decidiamo di comune accordo di imbarcare il motorino sul traghetto per Ben Tre, una delle isole più affascinanti del Delta. Appena sbarcati ci ritroviamo in un mondo nuovo. Altro. La teatralità dei volti e delle voci che lo sostanziano – festosa commedia sub-tropicale – pare lontana epoche dalla chiassosità commerciale di My Tho. Eppure non siamo distanti che qualche chilometro e un sottile lembo di acqua. È mezzogiorno appena passato e il caldo è insopportabile, sicché decidiamo di passeggiare all’ombra delle bancarelle del mercato. Ovunque, un odore caramellato stuzzica la golosità più triviale. Ben Tre, infatti, è nota per la produzione di keo dua, caramelle semi-morbide al cocco famose in tutto il paese. Una schiera di donne – assenti gli uomini – si muovono con meccanica precisione dietro grandi tavole di legno su cui sono installate alcune enormi impastatrici. L’intero processo di produzione, dal nulla al prodotto confezionato, è lì, sotto i nostri occhi, e le donne – di ogni età – lo conducono con una serena abnegazione che non è scevra di attenzioni per chiunque si avvicini. How can they do it? Come possono essere così prodighe con noi e, allo stesso tempo, così minuziose nel loro lavorio? Impastano e affettano la melassa di cocco ancora calda e quando le caramelle sono incartate, con tre rapidi gesti – destra, sinistra, sopra, destra, sinistra, sopra – in una pellicola trasparente, giungono nelle mani degli avventori ancora tiepide. Artigianato in tempo reale. Cham si avvicina a una giovane dietro al tavolo e questa interrompe per qualche istante la sua attività. Si parlano attraverso quei loro suoni, delicati e pungenti ad un tempo, che non capisco e, credo, non capirò mai. Poi Cham mi informa che il business sta andando bene. Good money. Allora, incuriosito, cerco di saperne di più. Attraverso di lei, vengo a sapere che l’attività riesce ad assicurare la vendita di svariati chili di caramelle al giorno ai soli avventori, poi ci sono le “esportazioni”, come le chiamano loro, ovvero la distribuzione nel resto del Vietnam, con Saigon in testa. Ogni santo giorno il processo viene re-inscenato in una sorta di eterno ritorno kafkiano, oggetto e soggetto ad un tempo, della tradizione che tramanda. Sono questi i cicli universali hors du temps, penso. “But what about tourists? Do they like having people around?”, chiedo a Cham, che, doviziosamente, interpreta. La risposta, banale quanto la domanda, è “of course”. I turisti sono i nuovi soldi. They are the new business. In fondo, cosa pretendevo? Cosa potrebbero dire di diverso? L’aroma di cocco è irresistibile. Prendo nota di questa piccola triangolazione translinguistica sulla mia agenda e quando Cham se ne accorge mi ammonisce: “be sure to write the right thing!” Ora è lei che pare tracciare un solco tra noi, giacché non so davvero come interpretare il suo avvertimento: devo pensare alla censura vietnamita o alla incommensurabilità delle lingue che ci separano? È sempre un problema di prospettiva.

Tra i canali del delta

Il villaggio rurale oltre il fiume rimane al riparo dai flussi turistici più ingombranti e nel silenzio dei suoi camminamenti, tra abitazioni umili, coltivazioni, e un’umidità intensa che trasuda grondante dalla vegetazione tutt’intorno, smaltandone ancora di più il verde tipicamente tropicale, pare di fluttuare in una dimensione fiabesca, quasi carrolliana, a cui, però, sia stato risparmiato il dardo dell’angoscia. Ci fermiamo a mangiare in una piccola taverna, cercando di sincronizzare il battito cardiaco alla lentezza del posto. Saigon seems only a dream. Mentre assaporiamo un piatto di riso preparato nel latte di cocco, Cham mi mette nuovamente in guardia, questa volta con tono scherzoso: “Prepare yourself! We are going on a canoe in a while!” Avevo letto sulla Routard che da Ben Tre partono escursioni per navigare i canali secondari del Mekong e speravo davvero di riuscire a insinuarmi nelle viscere di questo possente “dragone” fluviale – come lo chiamano i Vietnamiti – la cui genesi si compie 4500 chilometri più a nord, negli altopiani tibetani, e il cui delta, ramificato in nove braccia, è tra i più estesi al mondo. Ed ora eccomi lì…

A bordo di una canoa che, placida, scorre sul Mekong sollevata appena di una decina di centimetri dall’acqua, ci inoltriamo precari, eppur sicuri, all’interno di stretti canali abbracciati da fitte mangrovie. L’imbarcazione è condotta da una giovane-dal-nome-ignoto la quale, seduta sul vertice estremo della prua, ricurva e con le gambe accovacciate di lato, affonda un unico lungo remo nella fanghiglia del canale. L’acqua è d’un marrone torbido-immobile e quando mi sporgo dalla canoa la mia immagine mi viene restituita con la nitidezza degna di uno specchio. A quel punto sento di dover dare un contributo e impugno il remo che mi sta accanto, iniziando a rilanciare l’andatura della canoa con alcune pagaiate, prima a destra e poi a sinistra. “Good job!” mi dice Cham con fare di scherno. Ma l’afa è troppo opprimente perché il mio sforzo, già di per sé indolente, abbia un seguito. Eppure la giovane-dal-nome-ignoto pare menare la canoa con una disinvoltura scevra di fatica. Stoicismo o allenamento, davvero non saprei dire.

Trascorriamo un’oretta circondati da un silenzio selvaggio che allontana immaginariamente My Tho, Saigon e il Vietnam più arrembante, di migliaia di chilometri. Una pace densa e immanente grava sulle imbarcazioni che attraversano con rispetto devoto questi alveoli fluviali, la cui preservazione costituisce la certezza per il domani. Faccio diverse foto, ma nessuna – certamente per colpa mia – riesce a cristallizzare la quiete e la saturazione dei colori all around. Niente immagini o parole, dunque, solo sensazioni. Sistemato nel back della canoa, lascio che sia la pellicola polisensoriale della memoria a impressionarsi di una tale umile alterità. Poi, quando siamo ormai sulla via del ritorno verso Ben Tre, questi miei pensieri idilliaci vengono smossi da un guizzo violento e rabbioso appena sotto il livello dell’acqua. “Are there lethal animals here?” chiedo a Cham, un po’ sorpreso; “No, not here, the water is too low and too much polluted… maybe it was just a snake”, mi rassicura ridendo. Ma questa volta non so quanto fidarmi.

scenario fluviale-tropicale

Commenti

Non ci sono ancora commenti

Lascia un commento

Fucine Mute newsletter

Resta aggiornato! Inserisci la tua e-mail:


Leggi la rubrica: Viator in fabula

Articoli recenti

Breve excursus estetico tecnico/formale sulla forma sonata

Trieste Science+Fiction Festival 2017

Il signore va a caccia di Georges...

Breve excursus estetico sulla forma concerto

Macumba

I vent’anni della Principessa Mononoke

Diana Wynne Jones, Hayao Miyazaki e Il...

L’opera lirica spiegata ai ragazzi

Un’interruzione (atto di)

Romanzo giallo o romanzo picaresco?

Non c’è più scampo e Carte in...

Delitto in cielo e La serie infernale

Jackson Pollock e la musica

L’altro volto della speranza

Il linguaggio di Boris Vian

Vita da commessa

Jackie

Frank Cho: Un sacerdote in meno, un fumettista in...

Tuono Pettinato: Fumetti stondati con contenuti storti

Agatha Christie e i film gialli tratti...

Romina Moranelli: Pin up italiane

Paesaggio e Sublime

Andrea Sorrentino: Dai giochi di ruolo ai supereroi

Fabiano Ambu: Un’iniziativa meritevole: IT Comics e i suoi...

Il cliente

Casomai un’immagine

mar-10 viv-28 24 kubrick-45 petkovsek_02 001 003 009 017 b h brasch2 solo1 cor03 p1 sac_03 pm-01 pm-04 pm-22 murphy-12 murphy-17 murphy-36 galleria-02 22 tsu-gal-big-13 vivi-07 vivi-08 13 Jingle desert Jingle newton