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Cinema

Ultime di cinema

Ultime di cinema, come ultime di cronaca… Quando abbiamo fissato un titolo del genere per questa mia relazione, il film di Sydney Pollack Diritto di cronaca (Absence of Mal ice, insomma Mancanza di dolo, 1981) era appena arrivato in programmazione e non pensavamo proprio che sarebbe stato citato quasi subito come riferimento immediato a effettive ultime di cronaca. Ma così va il mondo.

Meno ancora di noi lo pensava, comunque, il critico dell’Unità per il settentrione, Sauro Borelli, che così commentava l’uscita di Diritto di cronaca sugli schermi italiani settentrionali: “Da noi non si favoleggia spesso e volentieri sulla presunta obiettiviità, sulla sostanziale correttezza, sul determinato ruolo democratico della stampa di altri Paesi. E soprattutto sul conto dei giornali americani che, a stare a sentire certuni, avrebbero il potere di destituire presidenti (l'”affare Watergate”, ad esempio), raddrizzare torti subiti e moralizzare la vita pubblica. Niente di meno vero: almeno a badare a questo nuovo film di Sydney Pollack… Qui, anzi, si vuol dimostrare proprio il contrario. Giornali e giornalisti possono essere anche animati dalle più oneste intenzioni, ma quando inciampano in scandali e soperchierie macroscopici, nel migliore dei casi tendono ad enfatizzare voci e indizi vaghi, pur di vendere, nel peggiore usano “veline” interessate, fughe di notizie ed espedienti per niente esemplari. Se poi in questo genere di cose si invischiano le manovre di apparati statali e di personaggi rotti a ogni spericolatezza per ottenere non confessabili risultati, addio libertà e autonomia della stampa, c’è solo da raccomandarsi che non accada di peggio di quel che normalmente accade. Nel nostro tribolato Paese, ma anche nell’ “America felice” …”.

Chiedo scusa per la lunga citazione. D’altra parte, grazie ad essa, potrei quasi chiudere qui, limitarmi a ricordare che questo commento di Sauro Borelli è apparso sull’Unità del 2 marzo 1982, precedendo, dunque, di non molto la deflagrazione sullo stesso giornale il 16 marzo 1982, del caso Marina Maresca, non solo cronista dell’Unità ma capace di coinvolgere oltre a l’Unità, il PCI in un pasticcio clamoroso. Le ultime di cronaca hanno finito per riferirsi a ultime di cinema, invece che il contrario come sarebbe forse stato più logico. Nel film, come avete visto e sentito, la cronista del quotidiano Miami Standard, Sally Field, riceve una dritta dall’ ambizioso procuratore Bob Balaban, che volendo farsi bello, nelle indagini sulla scomparsa di un leader sindacale, mette sotto il naso dell’indiscreta in ansia di scoop un documento riservato che adombra le possibili responsabilità del figlio di un defunto boss della malavita, Paul Newman. Di qui la lotta di Paul Newman per affermare la propria innocenza, di Sally Field per difendere il proprio scoop, e la morte, il cedimento della fragile Melinda Dillon, amica di Paul Newman, umiliata e offesa dall’esser stata sbattuta in prima pagina. La realtà nostrana ha ricalcato quasi passo per passo il soggetto del giornalista premio Pulitzer Lùdtke con appena qualche significativa variante tendente a conferire una maggiore enfasi politica al tutto. come si può dedurre da una delle tante interviste rilasciate da Marina Maresca in libertà provvisoria.

L’intervista apparsa su Panorama del 10 maggio 1982, ad esempio: “Rotondi sosteneva di essere a capo di un ufficio specialissimo del ministero dell’Interno, dodici o tredici persone in tutto. Diceva che questo ufficio corrispondeva ai vecchi Affari riservati, di Federico Umberto D’Amato, a sentir lui ricostituiti. E al ministero dell’ Interno, sempre a dargli retta, aveva saputo che Piccoli teneva sotto controllo il telefono di Spadolini e almeno un numero della presidenza della Repubblica. E su incarico del ministero, così mi assicurò, cominciò a indagare sull’affare Cirillo e sull’intervento di Raffaele Cutolo… Cominciò a parlarne a gennaio, febbraio. Disse che indagava per conto di Rognoni, che sperava di raccogliere elementi contro Antonio Gava, per utilizzarli al Congresso della DC…”.

Ebbene, penso che nel tema di questo corso di “Storia, linguaggio e relazioni tra mezzi di comunicazione contemporanei” rientri proprio questo accavallarsi di cinema americano e di cronaca italiana. Come ho già detto, il primo pezzo di Marina Maresca in proposito è apparso sull’Unità del 16 marzo 1982. Sull’Unità del 17 marzo 1982 è apparso un secondo pezzo, questa volta con l’esplicita denuncia del ministro Scotti e del sottosegretario Patriarca quali visitatori in carcere del boss della malavita Cutolo per facilitare i contatti con le Br e il pagamento del riscatto Cirillo. I nomi sono stati pubblicati quando la notizia cominciava già a suonare falsa, e tutta la faccenda puzzava già di bruciato. Ma solo in data 19 marzo 1982 La Repubblica si è decisa a pubblicare una serie di interviste raccolte nei giorni precedenti da Anna Maria Mori sul film di Sydney Pollack così d’attualità. E, tuttavia, la discussione non verteva sulla coincidenza abbastanza straordinaria, ma quasi esclusivamente sulla giustezza o sulla non giustezza, anzi sull’ingiustizia che a protagonista dello scoop disastroso in Diritto di cronaca fosse una donna.

“Nel film sono in discussione le notizie del diavolo” affermava Livio Zanetti, direttore dell’Espresso.”La protagonista “monta” tutto il servizio di cronaca su informazioni che carpisce da un fascicolo lasciato a bella posta sul tavolo da un procuratore in malafede che ha deciso di orchestrare una campagna di stampa contro un innocente. Tipico caso, dunque, di “notizia del diavolo”. Contro la quale che si fa? Si invoca perché la gente non sappia il sequestro del film? Ma no: i modi per difendersi da questo tipo di trappola professionale sono due: gli scongiuri che sono sconsigliabili, e una corretta condotta. Quest’ultima ha alla base un interrogativo che il giornalista serio deve porsi ogni volta: questa notizia che ho tra le mani è vera, svolge davvero, come deve, un servizio al lettore? Se sì, la risposta è una sola: la si scrive e la si pubblica. Tutto qui…” Perfetto, consiglio vivamente la lettura di questo brano a quanti continuano a scrivere all’Espresso per rettificare le notizie stampate sul loro conto la settimana precedente.

Piero Ottone, ex direttore del Corriere della Sera, comunque, spostava tutto o quasi sul sesso di Sally Field: “Io ritengo la scelta di una protagonista donna per un film come questo Diritto di cronaca quanto meno ragionevole: nella mia esperienza anche di direttore o di giornalista in generale mi pare di poter dire che in mestieri come quello giornalistico, in cui per le donne è più difficile l’affermazione, a confronto di uomini ambiziosi le donne lo sono di più, a confronto di uomini che lavorano molto ho visto donne che lavorano di più molto. E quasi tutte le donne giornaliste sono esempi estremi di ambizione e risolutezza…”.
Chissà cosa poteva aver fatto al povero Piero Ottone, Lietta Tornabuoni, attualmente inviata della Stampa, ma già inviata del Corriere ottonesco, che contestava la piega presa dalla discussione: “Diritto di cronaca mi è parso polveroso almeno per due aspetti. In primo luogo nell’attribuire al cronista, unico e solo, tutte le responsabilità delle scelte e del conseguente errore professionale, quando è noto che il puntare o no su una notizia di cronaca decidendo di collocarla in prima pagina, gonfiarla e via dicendo, è cosa che investe quasi esclusivamente la direzione di un giornale, spesso, nella realtà contro lo stesso cronista che non concorda. In secondo luogo il film è anche polveroso proprio nell’aver scelto come protagonista di questo genere una donna con un’attitudine verso il mestiere che non è di oggi, ma degli anni Trenta: questa Sally Field mi ricorda la Jean Arthur di Mister Smith va a Washington di Frank Capra datato 1939…”

In realtà, il cinema americano, anche il cinema relativamente ed effettivamente decrepito di Sydney Pollack, tratta il personaggio del giornalista secondo due stereotipi. Il giornalista buono che fa il suo dovere, il dovere di informare i lettori sino alle estreme conseguenze, costi quello che costi. E il giornalista cattivo che, pur di far vendere di più il suo giornale e mettersi di più in vista, è pronto a calpestare la pietà, oltre che la verità. Gli esempi a favore di uno stereotipo e dell’altro sono infiniti. Per maggiore notorietà di interpreti, e per maggiore bravura di registi sceglierei l’Humphrey Bogart di L’ultima minaccia (Deadime, U.S.A., regia di Richard Brooks, 1952) e il Kirk Douglas di L’asso nella manica (Ace in the Hole, regia di Billy Wilder, 1951). Nel primo, Humphrey Bogart è il direttore di un giornale in difficoltà, amaro, cinico, disperato, ammalato pure, che ritrova ogni energia per buttarsi a capofitto in un combattimento terribile contro lestofanti e fascisti, un combattimento che non potrà non avere per posta finale la morte, ma che ha come traguardo intermedio un piccolo intervallo di democrazia americana. Nel secondo, Kirk Douglas è un giornalista senza scrupoli e senza rispetti umani neppure per se stesso che ritarda il salvataggio di un sepolto vivo per accendere e governare il carnevale della morbosa attrazione della gente per le catastrofi, ritarda tanto da condannare addirittura se stesso a morire di morte violenta travolto dalla nemesi americana che è il risvolto di ogni successo. Ebbene, il personaggio della donna giornalista è fatto oscillare tra questi due stereotipi, e giocato di volta in volta su una corda o l’altra.

Il presente articolo è tratto da CIN&MASSMEDIA, Storia, linguaggio e relazioni tra mezzi di comunicazione contemporanei.
Corso di storia del cinema per insegnanti.
Trieste 23 novembre 1981-31 maggio 1982.
A cura di Annamaria Percavassi e Stella Rasman
Edito da La Cappella Underground con il contributo della Provincia di Trieste (marzo 1983)

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