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Palcoscenico

Gianfranco D'Angelo

L’arte del comico

Giorgia Gelsi (GG): Buonasera a Gianfranco D’Angelo, qui con noi a Trieste, per la seconda volta dopo che l’altr’anno si era presentato con “Il padre della sposa”, ora ritorna con “E’ ricca, la sposo e l’ammazzo”. Un personaggio che sembra molto cinico, ma che poi alla fine ha un cuore d’oro in verità…

Gianfranco D’Angelo (GA): Un personaggio che, praticamente, non voglio dire che mi appartiene, perché io non sono assolutamente cinico, nella vita non lo sono mai stato, almeno spero, però il personaggio che è stato tratto dal film omonimo E’ ricca, la sposa e l’ammazzo, fatto da un grandissimo attore che è Walter Matthau. Walter Matthau fisicamente è un personaggio burbero, ha fatto sempre un po’ le parti da cattivo, da personaggio abbastanza chiuso, ostico, io interpreto qui il personaggio che lui ha fatto nel film: chiaramente la storia rimane quella, tutto sommato sì è vero ho dei momenti di ribellione verso questa compagna che io devo sposare per risolvere i miei problemi economici, e lei è anche un po’ impacciata e goffa. Quindi lui tende , perché questo era nei suoi progetti, a volerla far fuori, ma in effetti non fa mai niente, anzi diventa — come giustamente hai detto prima- molto sensibile verso certe cose, è tutto sommato un personaggio anche dolce perché alla fine si innamora di questa donna.

GG: E il personaggio che interpreta appunto soffre perché perde un’abitudine che è l’abitudine all’agio. Gianfranco D’Angelo invece, che è un attore, che gira per città, va e fa, non avrà tante abitudini che può tenere fisse. Ma a che cosa non può rinunciare, di che cosa non può fare assolutamente a meno?

GA: Del mio lavoro. Non posso rinunciare a fare il mio lavoro, che è tutto, che amo, che faccio sempre con entusiasmo, non mi abituo mai a quello, non mi annoio, non vengo tutte le sere a teatro cercando di fare quella cosa perché è scritta così, perché è stabilito; per me ogni sera è un giorno diverso, è come se iniziassi quella sera stessa a fare per la prima volta quella parte. A questo proprio non saprei rinunciare. Poi ci sono tante altre cose importanti nella vita, c’è l’amore, l’affetto, i figli, c’è tutto, le donne soprattutto.

GG: Lei è noto al grande pubblico — io la guardavo sempre a Drive In!- per la televisione. Come cambia la comicità dalla televisione al teatro e viceversa, come cambia la comicità, l’ironia…. C’è qualche differenza nel far divertire il pubblico in tv o in teatro?

GA: Be’, sì, nel senso che la comicità quella è, le chiavi quelle sono, la televisione è un mezzo più freddo nel senso che io sono, adesso appaio sul piccolo schermo, la gente mi guarda, però mi guardano magari tre, quattro persone… In teatro è una massa di gente che ti guarda, e intanto sono persone che hanno scelto di vederti, cioè sono andate al botteghino, hanno pagato il biglietto, entrano e si siedono e stanno lì, pronte a giudicare, a divertirsi oppure ad annoiarsi, dipende da quello che uno propone. La comicità cambia in questo senso: in teatro uno può essere senza essere condizionato dai tempi televisivi, quindi uno può far arrivare le cose in maniera diversa, può aspettare, non c’è la pubblicità che deve andare in onda, quindi c’è una comicità più di situazione, di sguardi, di ammiccamenti, anche di ritorno dal pubblico, il pubblico reagisce, il pubblico è vero a teatro, è questo che fa la differenza. In televisione c’è un pubblico — sempre importantissimo- ma ipotetico, immaginario, perché non è quello che sta in studio, quello è un pubblico coreografico: il pubblico vero è quello che sta a casa. La comicità può essere diversa ed è dovuto al fatto che la televisione ha dei ritmi più veloci, più svelti, e spesso c’è meno qualità. In teatro c’è più qualità, e i ritmo sono diversi da quelli televisivi.

GG: Tornando a Drive In, quando uscì fu considerato quasi un fenomeno di costume, è stato studiato per l’estremo successo che ha avuto. Attualmente vede qualche programma che ha lo stesso successo, dove sta andando la televisione come trasmissioni comiche?

GA: Giudicare la televisione dopo averne fatta tanta è molto difficile. La televisione è veramente una forma di spettacolo difficilissima perché deve accontentare e abbracciare un pubblico molto vasto. Dire dove sta andando adesso la televisione, non lo so, la televisione che vediamo adesso tutte le sere a casa, alle volte è buona, alle volte non è buona, secondo il mio modesto parere. Se c’è qualcosa che può sostituire quello che abbiamo visto. No, la televisione deve andare avanti, va a passo con i tempi, siamo nel 2002, oggi andrebbero fatti dei programmi come io li ho fatti negli anni Ottanta, quando ho cercato con un’équipe, diciamo con un gruppo di persone, di rinnovare il varietà televisivo. Oggi bisognerebbe continuare su quella strada. Che cosa c’è in televisione che secondo me funzione: ma secondo me alcune cose ci sono, adesso è inutile fare i nomi delle trasmissioni. Alcune, un po’ meno, il varietà televisivo che aveva cominciato alla metà degli anni Ottanta a cambiare, ha continuato, poi per me si è anche un po’ perso per la strada. Oggi poi ci sono anche piccoli tentativi, alcuni sono buoni, altri meno, però non so, forse non dovrei essere troppo severo, non mi sembrano, ecco, all’altezza dell’altezza della situazione.

GG: Ecco, un’ultimissima domanda: la vedremo mai in un ruolo drammatico?

GA: è una domanda che mi fanno spesso questa qui. Io non lo so, può darsi anche di sì, me l’ hanno proposto moltissime volte, registi molto importanti. Io fino adesso non l’ ho fatto, però non è detto che non lo possa fare, sempre ogni volta che penso a dover fare un ruolo drammatico, mi sembra di tradire il pubblico, che viene a vedermi e vuole divertirsi, vuol sorridere. E allora penso, non lo so, forse lo deludo. A me piacerebbe molto misurarmi anche in altre cose, forse un giorno sarò anche un po’ più drammatico!

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