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Omnia

Nulla di ciò che accade e non ha volto

Immagine editoriale Fucine MuteFucine Mute dedica quasi interamente questa sua uscita al Trieste Film Festival, quella che a noi piace definire – forzando la mano, e quindi non se la prendano gli esclusi – l’unica manifestazione  cinematografica cittadina di rilievo a livello regionale e nazionale. L’unica che possa in tal senso  coesistere, sul piano del prestigio internazionale e della riconosciuta vocazione transfrontaliera, con mostri sacri come “Le Giornate del Cinema Muto” (aka Pordenone Silent Film Festival) e mostri altri, meno sacri ma non meno “terrifici” (nel senso, tutto anglosassone, di terrific), come il “Far East Film Festival“, la cui settima edizione ormai alle porte prenderà luogo ad Udine dal 22 al 29 aprile prossimo. E a proposito del C.E.C. (Centro Espressioni Cinematografiche) cui dobbiamo il successo e la stessa esistenza del Far East, il mio encomio personale va anche agli amici di Cinemazero e della Cineteca del Friuli, coideatori e coorganizzatori de “Lo sguardo dei maestri”, manifestazione che ogni anno, da sette a questa parte, propone una retrospettiva completa dei film di un grande regista (quest’anno il testimone della staffetta lo porta Ingmar Bergman).
Chi – e questo capita non a caso in Friuli – in pochi anni è capace di costruirsi nome, identità, corpo e plasmare dal nulla un golem cui infonder vita e chi, per contro, in cinque anni non è ancora riuscito a far camminare quel Lazzaro di un Festival del Film di Fantascienza, che ancora langue nel laboratorio del dottor Frankenstein, aspettando una scarica, quella buona, se mai verrà. E questo, non a caso, capita a Trieste (ma per fortuna esistono anche realtà come quelle di Alpe Adria Cinema, cui vanno i nostri ringraziamenti per la squisita collaborazione che i membri del suo staff in generale, e quelli del suo ufficio stampa in particolare, hanno instaurato con l’organico di Fucine Mute in periodo festivaliero).

C’era una volta un tale, allora direttore di quel Festival ed amico mio, che ipotizzava, per questa Trieste così storicamente e culturalmente votata al Cinema, una grande, sinergica coalizione tra tutte le realtà dell’associazionismo culturale operanti in ambito cinematografico, a dar vita all’unico, vero, grande Festival cittadino. Basta, scriveva lui, con le parcellizzazioni del territorio in tante piccole lande feudali, sorde le une alle istanze delle altre. Basta farsi i conti in tasca (sembra che a qualcuno da queste parti l’operazione dia ancora particolarmente fastidio, anche quando i conti sono pubblici, anche quando lo è il denaro dei contributi cui essi afferiscono) per dimostrare quanto qualcuno stia godendo di ricchezze assai più proterve di povertà altre, ben più presunte tali di quanto effettivamente reali.

Immagine editoriale Fucine Mute

Era uno scritto un po’ eversivo e pasolinianamente corsaro, il suo, quello che egli consegnava ai posteri come una sorta di proprio testamento artistico – un po’ come fece nella sua ultima notte di vita tal Evariste Galois, prima di morire di lì a breve, ucciso a duello poco più che ventenne; un po’ come fece lo stesso Pasolini scrivendo Salò con la luce e Petrolio con l’inchiostro -, scritto che vedeva bene perché guardava oltre, con la lungimiranza e la lucidità che solo le menti migliori dimostrano e sanno di possedere. Uno scritto, datato 2002, che poneva in essere già allora un interrogativo alquanto fondante: perché la presenza di persone e attività legate all’espressione e all’arte è divenuto un fattore essenziale per ri-sviluppare le città, come Trieste, che versano in una crisi economica “post-industriale”, determinatasi in parte anche a seguito di deboli processi d’innovazione?

La scuola di sociologia urbana di Pittsburgh, ed in particolare il professor Richard Florida, sostengono che per attirare le attività produttive più moderne e avanzate le città debbano essere innanzitutto attrattive nei confronti delle persone innovatrici più giovani e talentate. Gli studiosi dimostrano, inoltre, che tali persone innovatrici considerano essenziale la presenza nelle città di luoghi e occasioni adatti a venire a contatto con il clima creativo e stimolante che sorge intorno alle attività espressive spontanee, legate alla creatività artistica. Creatività tecnologica e produttiva e creatività artistica, ed estetica, oggi sono unite più che mai nel decidere il destino economico di una città come la nostra.
Città senza Expò, con il porto che non Xepò, con Rubbia rubicondo ed il Sincrotrone moribondo. Meno male che c’è la SISSA. Ma mi si spieghi una cosa. Se Trieste riesce ad importare così tante e così belle menti (lo stesso John Forbes Nash è stato di recente ospite alla Scuola Superiore) cosa se ne fa di tutto questo patrimonio, anche genetico, se poi non riesce a consegnare a queste menti un territorio da colonizzare, un distretto culturale cui dar forma, un tessuto socio-economico che sia ricettacolo di nuove idee e modelli di vita da inurbare?

Immagine editoriale Fucine Mute

E quale il futuro di quest’Italia tutta da cui i giovani ricercatori fuggono (perché magari un Ministero, quello della Pubblica Istruzione, non riesce a garantir loro neanche un miserrimo stipendio) ed in cui i grandi vecchi muoiono? Chi raccoglierà l’eredità della loro poesia (Mario Luzi), del loro pensiero (Norberto Bobbio), della loro arte (Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Carmelo Bene)?

In attesa di risposte altre che verranno, sospese come sono nel limbo di queste domande da cui vogliono già emanciparsi… vi lascio alla lettura del numero ma soprattutto a quella dei versi che, ad memoriam, mi permetto di riportare.

Nulla di ciò che accade e non ha volto
e nulla che precipiti puro, immune da traccia,
percettibile solo alla pietà
come te mi significa la morte.
Il vento ricco oscilla corrugato
sui vetri, finge estatiche presenze
e un oriente bianco s’esala
nei quadrivi di febbre lastricati.
Dalla pioggia alle candide schiarite
si levano allo sguardo variopinto
blocchi d’aria in festevoli distanze.
Apparire e sparire è una chimera.
È questa l’ora tua, è l’ora di quei re
sismici il cui trono è il movimento,
insensibili se non al freddo di morte
che lasciano nel sangue all’improvviso.
Loro sede fulminea è qualche specchio
assorto nella sera, ivi s’incontrano,
ivi si riconoscono in un battito.
Sei certa ed ingannevole, è vano ch’io ti cerchi,
ti persegua di là dai fortilizi,
dalle guglie riflesse negli asfalti,
nei luoghi ove l’amore non può giungere
né la dimenticanza di se stessi.

Mario Luzi

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