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Cinema

Morandini, il dizionario dei film

Si definisce un cristiano anticlericale, pessimista sulla natura umana. Di sé dice anche di essere diventato un liberalsocialista di taglio bobbiano prima ancora di conoscere Bobbio. Della situazione politica del Paese, invece, pensa che siamo di fronte a una Destra sadica e a una Sinistra masochista. In altri termini, che «abbiamo una Destra capace di tutto e una Sinistra buona a nulla». Bastano poche parole per capire che si è di fronte a un uomo con una grande capacità d’analisi e di critica, intendendo quest’ultimo termine, nel senso etimologico, come capacità di emettere giudizi circostanziati.

Morando Morandini

Morando Morandini è uno dei più rigorosi critici cinematografici italiani. Giornalista per La notte, Stasera e Il giorno, fondatore della rivista specializzata Schermi. Creatore, nel 1998, del Dizionario dei film meglio noto con il suo cognome. Instancabile lavoratore: l’edizione 2009 del dizionario è in libreria da pochi mesi, che già pensa a due nuovi libri. Il primo, con prefazione di Gianni Amelio, conterrà testi suoi corredati dalle foto della nipote. Il secondo sarà una monografia su Ermanno Olmi edita da Il castoro.

Morando Morandini è stato uno dei protagonisti del laboratorio “Fare critica cinematografica” ospitato nel corso dell’edizione numero zero di Per il cinema italiano, festival ideato e diretto da Felice Laudadio e svoltosi a Bari tra il 12 e il 17 gennaio scorsi. In cattedra — introdotti dal giornalista Marco Spagnoli — si sono avvicendati Bruno Torri (presidente del Sindacato nazionale critici cinematografici), Fabio Ferzetti (Il Messaggero), Maurizio Cabona (Il Giornale) e Paolo D’Agostini (Repubblica).

A Morandini — critico cinematografico ma anche teatrale e televisivo — il compito di spiegare a una platea di giovani quali siano gli elementi indispensabili per essere un buon critico. Per farlo si richiama all’ideale greco di “parresìa”, un concetto sospeso tra libertà di espressione e assoluta schiettezza. Infatti, non usa mezzi termini. In poche battute riesce a sintetizzare l’essenza del mestiere che svolge da oltre mezzo secolo. “Il critico — esordisce — si fa bene solo se si riesce a tenere in equilibrio il dato oggettivo, che è l’analisi del film, con la propria soggettività. Se si vuole essere credibili ed efficaci — aggiunge perentorio — bisogna conoscere ciò di cui si parla e dire la verità. Tutto il resto non serve”.

Copertina de Il MorandiniIl Morandini — che per pudore chiama “il dizionario dei film Zanichelli” — è l’opera alla quale è maggiormente legato il suo nome. Lui lo definisce un dizionario di famiglia e, per spiegare la suddivisione del lavoro, usa una metafora calzante: “Se il dizionario fosse una barca a vela — dice — io sarei lo scafo, mia figlia Luisa sarebbe lo skipper e mia moglie Laura (scomparsa nel 2003 e in memoria della quale ha fondato, nel 2004 a Levanto, il Laura film fest, ndr) sarebbe il vento che soffia nelle vele”. Un lavoro imponente, che svolge con passione da undici anni senza il supporto della tecnologia. “Non ho mai imparato a usare il computer — confessa — e scrivo le mie schede con la macchina da scrivere”. Nell’ultima edizione, quella del 2009, trovano spazio 23mila film usciti sul mercato italiano dal 1902 all’estate 2008. Per ogni film è riportato il titolo originale e quello italiano, il Paese di produzione, l’anno d’uscita, il regista e i principali interpreti. E poi una sintesi della trama, una concisa analisi critica, la durata e, naturalmente, il giudizio della critica (da 1 a 5 stellette) e il successo di pubblico (da 1 a 5 pallini).

Le stellette le rivendica come una sua invenzione, essendo stato il primo in Italia a farle comparire su La notte, negli anni Cinquanta. Sua anche la paternità della distinzione tra giudizio di critica (le stellette, appunto) e successo di pubblico, indicato con i pallini. “Era il 1953 — racconta — ed era uscito il secondo Don Camillo. Gli diedi due stellette su un totale di quattro. L’indomani al giornale giunsero le lamentele del produttore, Angelo Rizzoli, che faceva presente come nella prima settimana di programmazione il secondo Don Camillo avesse incassato addirittura più del primo. Capì allora che era giusto segnalare i casi in cui il giudizio del critico non corrispondeva ai risultati del botteghino. Ed ebbi l’intuizione di introdurre un simbolo grafico per indicare gli umori del pubblico”.

Errori e ripensamenti sono nella natura umana, e i critici non fanno eccezione alla regola generale. Non ha difficoltà ad ammetterlo: “Mi capita, a volte — spiega Morandini — di accorgermi di aver commesso errori di giudizio. Ciò accade perché i critici possono cambiare, ma spesso sono anche i film che cambiano. Ci sono film che interpretano l’aria e le mode del tempo e incontrano subito il favore di critica e pubblico. Magari poi, a distanza di vent’anni, ci si accorge di averli sopravvalutati. Altri film, invece, escono troppo presto rispetto ai tempi e vengono compresi qualche anno dopo”.

Non pretendendo di avere il dono dell’infallibilità, previdentemente, si lascia dunque la possibilità di avere dei ripensamenti: in ogni edizione del suo dizionario si concede la riscrittura — che lui chiama “rifacimento” — di una cinquantina di schede nel cui giudizio, espresso magari tanti anni prima, non si riconosce più. Ma se gli si chiede di ricordare la sua critica più sbagliata, non ha un esempio a portata di mano. “Mi sono accorto in ritardo del talento di Hitchcock — dice — e non ho capito subito il secondo Rossellini, quello più spiritualista. Sbagli recenti non ne so indicare, ma solo perché non me ne sono ancora accorto”.

La stroncatura — il momento più delicato nel lavoro di ogni critico e forse anche per questo sempre più rara sui giornali — è un argomento che un maestro come lui non può esimersi dall’affrontare. Anche su questo, però, Morandini ha la sua personale collocazione. “Essendo nato a Como e avendo vissuto a Milano — spiega — mi sono sempre proclamato un critico di frontiera. Nel mio mestiere, non vivere a Roma e quindi a stretto contatto con registi e attori che si dovranno giudicare, è un vantaggio. Si ha più libertà. Nonostante nel mondo del cinema abbia pochi amici, forse solo Bernardo Bertolucci e Luigi Faccini, mi è capitato di essere additato come “bertolucciano””.

E sebbene rivendichi il diritto di parlar male — con giudizi circostanziati — dei film che non gli piacciono, non vede di buon occhio quelli che fanno gli stroncatori di professione, i quali “hanno un peccato originale: non amano la materia di cui si occupano per professione”. Ma infondo anche a lui è capitato, occasionalmente, di emettere giudizi severi “sebbene con l’età — nota — mi sono accorto di essere diventato più indulgente, più propenso a vedere il bicchiere mezzo pieno. È che preferisco peccare di generosità che di avarizia; essere deluso piuttosto che scoprire di non aver capito le buone qualità”. La stroncatura, comunque, richiede una buona dose di coraggio e di onestà intellettuale, se non altro perché ha come conseguenza, spesso, la fine di amicizie. “Succede qualcosa — spiega, da critico navigato — come quando in una coppia uno dei due tradisce l’altro. Se si amano davvero, l’adulterio può essere digerito, altrimenti il rapporto si rompe per sempre”.

Presentazione del nuovo Morandini

Il critico perfetto è difficile da descrivere anche per chi lo fa di mestiere. Non c’è una ricetta o una regola precisa. A sorpresa, Morandini mette in guardia la sua platea, ormai incantata: “Il buon critico non deve essere un cinefilo, uno di quelli per cui tutto il mondo si esaurisce nel cinema. Impossibile fare questo mestiere senza occuparsi della realtà perché il cinema è, in fondo, racconto di storie che nascono dalla realtà e spesso cercano di interpretarla. Se si potessero elencare le qualità del buon critico — conclude — direi che non possono mancare il talento, l’intelligenza, l’onestà, la sincerità e il coraggio di mettersi in gioco esprimendo la propria soggettività”. Non se n’è accorto, ma ha scattato una foto di se stesso.

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