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Cinema

DIAZ: la macchina della vendetta

Forse non è un caso che i protagonisti di quell’evento drammatico della recente storia politica italiana avessero tutti il volto coperto. Da una parte, ragazzi assuefatti alla monotonia della loro vita, carichi di odio e ideali poco circoscritti, ma ben mimetizzati con l’immenso festoso popolo di Seattle. Dall’altra, uomini di Stato ben armati e in tenuta antisommossa, schierati per reparto e compagnia a difesa di quella zona rossa assediata dalla fame, dalla miseria e dalle ingiustizie.

Sera di venerdì 20 luglio 2001, Genova si addormenta con un omicida e un morto sulle spalle, in una città blindata, sotto la lente d’ingrandimento di tutti gli organi di stampa internazionali. Non si capisce più se sia ancora il G8 a tenere fuori le migliaia di manifestanti o questi ad avere isolato il Summit dei Capi di Stato e di Governo.

DIAZ, don't clean up this blood

La variopinta protesta contro i principi fondanti il commercio internazionale, contro il potere immanente della finanza, contro le logiche che imbrigliano gli Stati, contro l’autorità occulta che dirige ogni secondo della nostra vita; tutto questo diventa ininfluente e secondario, perché una pallottola di Stato ha colpito a morte il corpo vivo e agguerrito di quella protesta. I cortei pittoreschi, i forum di discussione, le decine di stand informativi per ognuno dei mali del mondo e le innumerevoli manifestazioni di sensibilizzazione, rimangono impigliate nella macchia di sangue in Piazza Alimonda. Da quella Piazza, il volto mascherato di Carlo Giuliani non si alzerà più e il popolo degli indignati avrà il suo nuovo nemico. Mentre tutto il mondo cerca di sapere e capire, altri uomini dal volto mascherato stanno preparando una vendetta che possa ripagarli per le decine di insulti subiti, per l’umiliazione di vedersi accerchiati da un circo multiculturale, maleodorante e disordinato. Loro, uomini abituati alla disciplina, all’obbedienza, allo spirito di corpo, alla lealtà verso il proprio ordine gerarchico, ridotti a zimbelli di quartiere di fronte alle telecamere di tutto il mondo. La vendetta deve essere consumata in modo astuto, fuori da ogni sguardo privo d’un distintivo; deve essere credibile, incontestabile e non lasciare alcuna testimonianza filmata.

DIAZ, don't clean up this blood

Diaz, don’t clean up this blood inizia in questo momento, la mattina del 21 luglio, quando la macchina della vendetta si sveglia e organizza il suo piano diabolico. I nomi dei suoi artefici sono contenuti nelle pagine della Sentenza del 18/05/2010 della Terza Sezione Penale della Corte d’Appello di Genova; i nomi delle sue vittime compaiono alla fine dello stesso documento, risarcite con quel denaro che in fondo è la causa unica di tutti i mali. 

Per mettere in atto quel piano diabolico, bisogna trovare un movente, un capro espiatorio e dei titoli di reato convincenti. Il movente deve permettere una perquisizione senza preventiva richiesta di autorizzazione al Pubblico Ministero, che è un magistrato, a Genova, magari di sinistra. Il lancio di oggetti verso un autoblindo della Polizia da parte di un gruppo di ragazzi dal volto coperto è facilmente trasformabile in tentativo di omicidio. In gergo, questo gesto fa scattare l’ex art 41 TULPS, ovvero la macchina della vendetta, ma a norma di legge.

Per evitare di subire perdite amiche, il capro espiatorio deve essere circoscritto e incapace di autodifesa, magari intento a dormire, in una scuola, lontano da possibili telecamere.

DIAZ, don't clean up this blood

I titoli di reato contestati devono rafforzare e giustificare i motivi di una irruzione priva di autorizzazione della magistratura. Nel clima folle di questo luglio a Genova, posizionare una molotov al posto giusto e nel momento propizio, far passare l’imbottitura di uno zaino come arma impropria, una maglia nera come il tipico capo di vestiario appartenente ai famigerati Black Bloc, oppure, presentare alla stampa attrezzi da lavoro abbandonati in una soffitta come oggetti nella disponibilità immediata di ragazzi rinchiusi a dormire nei propri sacchi a pelo, è un gioco da ragazzi, anzi, da agenti dello Stato. Per questi motivi, l’irruzione alla Diaz ha inizio, ufficialmente, per scovare ragazzi accusati di associazione per delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio, ma ben presto a questi capi d’imputazione si aggiunge la resistenza aggravata a pubblico ufficiale, il tentato omicidio e il possesso di congegni esplosivi e armi improprie. Il dado è tratto!

Gli agenti, circa 200, agiscono ad libitum, a piacere, per piacere e col piacere di infliggere a quei ragazzi la punizione che spetta a un nemico che ti ha sfidato per due giorni senza che tu abbia potuto rispondere alle offese. Qualcuno lo mandi all’ospedale, altri li porti in un luogo ancor più sicuro, magari una caserma in collina, dove nessuno potrà mai raggiungerli. In quel posto, non ti interessa infliggere loro pene corporali. Quel nemico devi umiliarlo, affinché si ricordi per sempre quello che lo hai costretto a fare: nudo, ricoperto di sangue, in piedi per ore o chinato ai tuoi piedi. Poco importa se tra quelli c’è un giornalista di destra, un vecchio pensionato, un tuo ex collega, una ragazza che se la conoscessi al bar magari ci perderesti la testa o un ragazzino impaurito che sì e no avrà 16 anni. Accecato dalla rabbia e consigliato dalla follia, è proprio il caso di dirlo, fai di tutta un’erba un fascio, e picchi, picchi, picchi senza sosta, finché non hai soddisfatto tutta la tua sete di vendetta. Tanto, in Italia non esiste il reato di tortura, ovvero, esattamente quello che stai facendo.

DIAZ, don't clean up this blood

Nel film, il regista Vicari si è fermato a questo punto, lasciando l’individualizzazione dei responsabili a margine della sua meticolosa ricostruzione. Non c’è nemmeno spazio per la critica a un movimento culturale che non si è dato un indirizzo pacifista. Il film non è politico, ma è un documento storico che parla tanto a chi un giorno potrebbe ritrovarsi con la voglia di lanciare una bottiglia contro l’ordine precostituito, quanto si rivolge verso chi potrebbe sentirsi ancora tentato di usare il distintivo per risolvere qualche conflitto personale. Il film impone una riflessione generale sull’operato delle forze dell’ordine in situazioni di manifestazione violenta o guerriglia urbana. Se al cittadino è concessa la possibilità di delinquere e deve essere la legge ad occuparsi del deviante, come può la legge essere incapace di punire la tortura di Stato? La risposta è drammaticamente contenuta nei titoli di coda, ripresi dalla sentenza di secondo grado, dove sono condannati (per lo più in contumacia) a pene risibili i responsabili di questa mattanza, senza mai venire rimossi dai loro incarichi, quando non addirittura promossi di grado.

DIAZ, don't clean up this blood

Pur senza brillare per via di una fragile sceneggiatura, tutta imperniata sull’attesa delle violenze compiute alla scuola Diaz e a Bolzaneto, e per la superficialità con la quale sono trattati i personaggi principali, Diaz, don’t clean up this blood pare uno dei lungometraggi italiani più importanti e riusciti degli ultimi anni. Se il suo limite e allo stesso tempo il suo pregio sta proprio nel non essersi invischiato in complicate faccende politiche e ideologiche, il perfetto mix digitale tra immagini d’archivio e ricostruzioni cinematografiche restituisce nitidezza ed efficacia ai colori, quindi alle scene, tali da indurre più di uno spettatore alla contumacia. Infatti, in certi momenti sembra di essere ritornati a quel lungo weekend di follia, talvolta dalla parte di chi occupa le strade di ideali sbagliati e talvolta dalla parte di chi le disoccupa dai sogni.

 

Commenti

2 commenti a “DIAZ: la macchina della vendetta”

  1. bell’articolo. Complimenti, ma il film non vado a vederlo. La polizia è sempre la stessa e mena come 40 anni fa! Il silenzio dei media su questo film è veramente assordante. ciao

    Di maurizio mitterstainer | 28 Aprile 2012, 19:30
    • Troppo silenzio su Diaz, oggi come allora, troppo colpevole silenzio. Il film è efficace, non scontato, ottima narrazione degli eventi, perfetto il montaggio. E’ asciutto, essenziale, rigoroso, non ha cadute, senza retorica. Avevo qualche resistenza ad andare a vederlo ma mentre ero in sala sentivo che era giusto essere lì. Esce a dieci anni dagli eventi e va benissimo così perché abbiamo la memoria corta e fatti come quelli devono restare impressi nella memoria delle nuove generazioni. Ieri sera a TG3 Linea Notte è stato ospitato il regista!!

      Di Daniela | 9 Maggio 2012, 07:23

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