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Musica

Why don’t you kill us all?

GDJYBA quale contesto colleghereste questa richiesta netta e decisa?

Riconosco la generalità della mia provocazione, possibile causa di svariate interpretazioni. Sarebbe comunque interessante rilevare la prima reazione percepita di fronte alla domanda contenuta nel titolo. Potrebbe risultare immediato il collegamento a un retroscena apocalittico: una fede religiosa macchiata dalla sfiducia nei confronti dell’essere umano, un nichilistico pessimismo verso la Natura, una forte ingiustizia sociale per cui si supplica venga posta una fine. Di fronte alla richiesta di contestualizzare il quesito Why don’t you kill us all?, nonostante la difficoltà di abbattere il condizionamento determinato dalla consapevolezza della risposta, a primo avviso l’avrei probabilmente associato a una preghiera implorante, per eliminare pene e supplizi, o a un monologo esortativo, in vista di determinati obiettivi. Mai avrei potuto pensare nell’immediato allo strascico di un prodotto artistico.

Infatti, altro non è che una contemporanea composizione musicale. Il senso esplicito ed evocativo del titolo di una canzone non mi colpiva così da quando conobbi e ascoltai per la prima volta Heroin, scritta e interpretata da Lou Reed. La grossa differenza che intercorre tra i due brani risiede nel fatto che Why don’t you kill us all? non consiste in una retorica celebrativa verso vizi autodistruttivi, bensì intende comunicare in modo diretto un messaggio moralmente edificante. Il motivo principale per cui mi sono innamorata da subito di questo singolo risiede proprio nella volontà delle artiste di sconfiggere la paura con la pura schiettezza.

Entrando nel merito del brano, si scopre che è stato composto in un preciso e delicato momento storico. Why don’t you kill us all? fa parte dell’album SQUARECLE, realizzato nel 2018 dal gruppo indie-rock tutto al femminile di Hong Kong GDJYB – sarò di parte, ma anche questo dettaglio fa gola e mi esalta. L’opera è un’esplicita denuncia politica e sociale riguardante ciò che sta accadendo nella regione autonoma di Hong Kong dalla Rivoluzione degli Ombrelli, avvenuta nel 2014, fino alle rivolte che hanno caratterizzato gli ultimi quattro mesi.

Al fine di comprendere questo prodotto artistico nel suo complesso, inserendolo quindi nella corretta cornice sociale che lo adorna, è meglio ripercorrere in breve qualche passo storico. Hong Kong è stata colonia britannica fino al 1997 ed è poi passata sotto al dominio cinese in qualità di regione amministrativa autonoma. La sua recente instabilità è causata da continui scontri con l’autorità locale, per una serie di proteste iniziate a seguito di una proposta di legge risalente al febbraio 2019 sull’estradizione verso la Cina continentale. Questa ipotetica procedura normativa renderebbe la città sempre più soggetta al controllo della dittatura cinese. La legge è stata presentata dall’esecutivo e poi ritirata. La popolazione di Hong Kong è ancora in fermento per i danni provocati dalla polizia ai manifestanti e per gli ingiusti arresti attuati, come quello del noto attivista Joshua Wong.

La particolarità dei sette milioni di persone che popolano Hong Kong risiede proprio in un sentimento rivoluzionario nei confronti di qualsiasi tipo di oppressione, dovuto a uno spiccato senso di repubblica e democrazia. È il marchio distintivo della città rispetto al resto della Cina, da cui si distanzia per aver percorso in passato una strada profondamente diversa. Oltre alla difesa dei diritti sociali e civili, i manifestanti cercano di preservare anche un autentico multiculturalismo. Stampe, grafica, musica, scrittura, calligrafia sono alcune delle forme artistiche ed espressive utilizzate per comunicare dissenso nei confronti dell’ottica politica adottata da Xi Jinping. Nel corso dei periodi di rivolta, per esempio, sono stati installati anche dei “Lennon Walls”, muri appositamente destinati a ospitare opere artistiche e messaggi di rivolta, purtroppo spesso strappati dalla polizia.

GDJYB

GDJYB è dunque solo una delle numerose punte artistiche che raccontano gli avvenimenti tuttora in atto nel continente asiatico. Succede davvero di rado che tanti fattori differenti, tutti riguardanti un unico oggetto, colpiscano in contemporanea la nostra attenzione suscitando stupore. È quanto si è verificato nel fortunato incontro tra me e il brano Why don’t you kill us all?: dal primo ascolto, non riesco a fare a meno di meravigliarmi. La tonalità idilliaca della cantante, Soft Liu, mi rapisce per trasportarmi nel suo mondo: vengo avvolta dalle sue parole, dolci pillole di brutale realtà che hanno uno scopo farmaceutico diametralmente opposto a qualsivoglia sonnifero. La tensione che si cova dall’inizio del brano esplode in un ritornello ricco di una rabbia giustificata e consapevole, sfogata non per fare terra bruciata ma per sollecitare l’intuito e l’ingegno dell’interlocutore. Già dopo qualche riascolto, è impossibile non ritrovarsi a urlare al cielo lo stesso interrogativo: Why don’t you kill us all?

Come se non bastasse, la genialità di questo pezzo musicale è stata espressa anche attraverso il vivace e satirico video ufficiale: una produzione industriale in serie che scorre attraverso speciali “bocche di passaggio”, costituite dalla bocca aperta dell’ormai ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e da quella del dittatore cinese XI Jingping, oltre alla presenza di altre immagini suggestive.

Non si può fare altro che augurare a queste artiste perseveranza nel loro lavoro e orgoglio per come riescono a rielaborare la realtà in un modo unico nel suo genere.

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