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Omnia

Da Golem a Gödel e ritorno (I)

Sommario

Mentre l’evoluzione biologica ha dotato gli organismi viventi prima di un corpo e poi di un cervello, avente funzioni di controllo centrale e dotato in certi casi di proprietà cognitive superiori non strettamente necessarie alla regolazione del corpo, l’intelligenza artificiale ha invece cercato di costruire una mente senza corpo, cioe un’intelligenza non perturbata che imitasse le funzioni superiori del cervello biologico, evitando ogni interazione con un ambiente considerato fonte di disturbo. Le difficoltà di estendere questa forma d’intelligenza artificiale al di fuori dei domini simbolico-formali fanno ritenere che soltanto accoppiando la mente artificiale all’ambiente, attraverso un corpo artificiale dotato di sensi, si possa ottenere un’intelligenza flessibile e ad ampio spettro com’è quella biologica. Il recupero della dimensione corporea e sensoriale dell’intelligenza consente inoltre di riesaminare il delicato rapporto tra sintassi e semantica.


Introduzione

L’impresa dell’intelligenza artificiale si colloca nel solco di una millenaria ambizione dell’uomo, quella di imitare l’atto divino della creazione. Più o meno dichiarata, quest’ambizione risale all’antichità biblica e classica, e la leggenda del Golem ne è forse l’esempio mitologico e letterario più noto; in quest’impresa s’intrecciano la vertigine della creazione e il timore per la creatura, che talora minaccia di soverchiare e distruggere l’inesperto demiurgo. Il controllo del Golem passa attraverso la parola: per dargli vita gli si scrive in fronte emet (verità), ma basta cancellare la prima lettera perché emet divenga met (morte) e il Golem cessi di vivere. Anche nel caso del mostro di Frankenstein la creatura trascende il progetto e si ribella, suscitando negli uomini angoscia e terrore. Talvolta gli esseri umani subiscono invece il fascino degli esseri artificiali: nei racconti di Hoffmann gli uomini 5 ‘innamorano perdutamente di bambole meccaniche, riprendendo un altro tema di origine biblica. Nel caso degli automi di Hoffmann la differenza tra il modello e la sua riproduzione si attenua fino a scomparire, inducendo in inganno anche l’osservatore più attento. Invece il mostro di Frankenstein è caratterizzato da una diversità abissale, dovuta all’imperizia del costruttore, che suscita orrore perché viene interpretata come segno di malvagità.

Immagine articolo Fucine MutePassando dalla letteratura al versante costruttivo, la storia di questi tentativi si presenta altrettanto ricca, anche se i risultati, per la pesantezza della materia e per le difficoltà di lavorazione, assumono forme più modeste rispetto ai prodotti della fantasia, ma più ammirevoli per la loro concretezza. All’inizio, quando l’uomo ignorava quasi del tutto le leggi naturali, lo stupore suscitato dagli automi — costruzioni meccaniche, fontane con uccelli semoventi, orologi, organi di varie forme e dimensioni, insomma creature, spesso zoomorfe o antropomorfe, che, mosse da un meccanismo nascosto al loro interno, sembrano comportarsi come esseri viventi — fu un mezzo per metterlo in contatto con la divinità e la magia. In seguito la sorpresa suscitata da questi speciosissimi giocattoli divenne uno stimolo alla riflessione sulle possibilità tecniche via via scoperte dall’uomo. Da quel momento in poi l’elemento meraviglioso e ludico fu pian piano sostituito dalle finalità pratiche: lo scopo dei costruttori di automi, come spiegò Helmholtz nel 1871, quando la loro stagione d’oro si avviava a un malinconico quanto ancora impercettibile crepuscolo, non era più, come un tempo, quello di “costruire macchine che compiano le mille diverse azioni di un unico uomo, ma al contrario” quello di ottenere una macchina che “compia un’unica azione, però sostituendo mille uomini.”

Questi raffinati e suggestivi prodotti dell’ingegno umano, che con Edmond Haraucourt si potrebbero definire “l’ultima goffaggine prima della riuscita” e del trionfo della tecnologia moderna, oggi non si costruiscono più e sono rimpiazzati dovunque, se non nei musei e nei teatri della nostalgia, da manufatti in cui l’elettronica si rivela sempre più sollecita dell’efficienza e sempre meno dell’imitazione puntuale della natura. Eppure gli automi, specie gli androidi e le andreidi, continuano a popolare di inquiete proiezioni e torbidi sogni la dimensione immaginaria del nostro tempo e da qui travalicano nelle creazioni artistiche e nelle attuazioni tecniche. Anche se forme e strumenti sono mutati, esiste tuttora un campo di ricerca contrassegnato dalla dubitosa e mutevole linea di separazione tra ciò che l’uomo può attuare e ciò che può solo sognare. In questo senso gli automi incarnano da sempre — e anche nelle nuove vesti informatiche, prostetiche e robotiche -l’aspirazione dell’uomo a superare i limiti della propria contingenza.
La fantastica parabola di questa ingenua e magica avventura procede per grandi epoche, che corrispondono ai grandi costruttori di automi:
Ctesibio ed Erone il Vecchio nel mondo alessandrino, i figli di Musà e il sommo al-Jazari all’acme della civiltà araba, la progressiva fioritura di quest’arte nel passaggio dal Medioevo al Rinascimento europeo, culminata nel mondo di favola degli artigiani di Augusta e di Norimberga, fino al secolo dei lumi, con le “anatomies mouvantes” di Vaucanson (il flautista, il tamburino, l’enigmatica “anitra digerente”) e le bambole perfette dei Jaquet-Droz (lo scrivano, il disegnatore, la suonatrice) e all’Ottocento.

Immagine articolo Fucine MuteAccanto ai Golem, alle teste parlanti, ai prodigi e ai mostri delle leggende e della letteratura, gli automi sono dunque i protagonisti di una storia affascinante e tenebrosa di meccanica onirica, dove magia e occultismo s’intrecciano con la genialità inventiva, in un turbinio di personaggi eterogenei, inventori, maghi, affaristi, ciurmadori, studiosi, prestidigitatori e genti grosse. Ma sull’altro versante la storia di queste creature artificiali, di volta in volta seducenti, preziose, inquietanti e sospette, costituisce un distillato significativo dell’intera storia della tecnica e dell’affiato prometeico che l’ha sempre animata.
In questo territorio della creazione imitata ci si muove dunque tra diversità palese, suscitatrice di stupore o di orrore, e inquietante somiglianza, generatrice di equivoci e di non facili problemi etici, che ci richiamano alla responsabilità del creatore: di fronte alla complessità enorme della creatura, presupposto della sua somiglianza perfetta al modello, ci si può infatti interrogare sui suoi probabili sentimenti e sulle sue reazioni. La psicologia e la sociologia degli automi, degli androidi e dei cyborg sono uno dei temi più interessanti della moderna fantascienza e forse uno dei problemi più complessi di un futuro già a portata di mano. Perché suscitare dal nulla creature tanto simili a noi da essere capaci di soffrire? La loro sofferenza, che nasce spesso dalla coscienza di non essere del tutto assimilabili agli uomini, sarebbe un triste corollario della nostra abilità creatrice.


Dal Golem a Gödel

È evidente che l’abilità riproduttiva raggiunge i suoi vertici nella letteratura, poiché le tecniche costruttive immaginarie (che non era necessario attuare) erano ben superiori a quelle dei più abili meccanici. I prodotti reali, pur nella loro stupefacente precisione, restavano comunque lontanissimi dal modello, cui li avvicinava soltanto la forma esteriore ma non una puntuale somiglianza strutturale e funzionale. Le cose cambiarono radicalmente quando si venne palesando e materiando una corrente di pensiero e di ricerca legata all’informazione e alla struttura, che per secoli era stata quasi del tutto celata dalle più clamorose conquiste della materia e dell’energia. Del mondo dell’informazione che, come vedremo, è dotato dileggi piuttosto diverse da quelle della fisica, si cominciò ad avere piena consapevolezza soprattutto grazie alle ricerche stimolate dalla seconda guerra mondiale nel campo dei calcolatori e delle telecomunicazioni. Si vide che energia e informazione, pur non essendo riconducibili l’una all’altra, interagiscono in modi vari e talora sorprendenti. Si capi che il calcolatore, lungi dall’essere una semplice macchina per far di conto, possedeva capacità enormi e tutte da esplorare proprio nell’ambito del mondo dell’informazione e della mente. Intorno al 1956 nasceva una nuova disciplina, cui fu dato il nome, un po’ infelice per la verità, e fonte di equivoci durevoli, di intelligenza artificiale (IA) e il calcolatore divenne il modello di elezione della mente umana.

Immagine articolo Fucine MuteSarebbe troppo lungo rifare qui, anche per sommi capi, la storia dell’IA. Ciò che mi preme mettere in luce è che si trattava ancora della vecchia ambizione di riprodurre o replicare l’atto divino della creazione, ma non più con l’ingenuo e impossibile intento di costruire una creatura simile all’uomo nel suo complesso, magari con qualche distorsione, bensì di riprodurre o simulare con estrema precisione una sola parte dell’uomo:la sua mente. La fantascienza cominciava dunque a diventare realtà, sia pure limitatamente a un aspetto. Ma si trattava dell’aspetto più importante, caratteristico e fondamentale dell’uomo: l’intelligenza. Infatti a quei tempi c’era (e c’è tuttora) una forte tendenza a identificare l’intelligenza con i suoi aspetti razionali, anzi simbolici e algoritmici, e questa identificazione, cui aveva contribuito potentemente il calcolatore, aveva a sua volta rafforzato la convinzione che l’informatica fosse la tecnologia giusta per costruire, dopo tante ingenuità, modelli della mente che fossero corretti e collaudabili. quei primi eroici entusiasmi segnavano dunque il compimento di un lunghissimo percorso, che dalla costruzione ampiamente metaforica, letteraria e leggendaria del Golem, giungevano, attraverso i mirabili e delicati automi, fino alla macchina ideale di Turing e ai prototipi concettuali di Von Neumann, capaci di riprodurre le funzioni nobili della mente. Il problema se tutte le funzioni nobili della mente cadessero sotto la possibilità di replicazione della macchina per un verso restava avvolto nelle ambiguità definitorie e per un altro diveniva oggetto di una congettura, la tesi di Church, che gli dava una risposta positiva, e per molti soddisfacente, ponendo le premesse teoriche e la giustificazione filosofica della versione forte dell’IA: tutta l’attività mentale dell’uomo è di tipo algoritmico, dunque è riproducibile con una macchina discreta.

Insomma dal Golem, riproduzione perfetta, ma immaginaria, di un uomo, si era passati alla riproduzione, non ancora perfetta, ma perfettibile e concretissima, di una mente, cioè del carattere distintivo dell’uomo:dunque, a meno di sottigliezze e nostalgie corporee, si era giunti a riprodurre l’uomo tutt’intero. È interessante notare che qualche tempo dopo, sul versante dell’ingegneria genetica, sarebbe stata compiuta un’altra manovra di avvicinamento, in cui l’accento sarebbe stato posto sulle unità minime dell’evoluzione, i geni. Entrambe le impostazioni, dell’ingegneria genetica e dell’IA, hanno una forte tinta atomistica, acontestuale e riduzionistica: almeno per l’IA questo è certamente il limite più grave e di questo limite dovevano rendersi conto, dopo i primi lusinghieri successi, anche gli entusiasti più ferventi, quando l’impostazione razionale algoritmica da una parte si urtò contro i teoremi di incompletezza di Gödel e dall’altra si impantanò nelle paludi del senso comune e dell’azione quotidiana.
Dal Golem a Gödel, si potrebbe dunque intitolare questa prima fase di sviluppo dell’lA, per significare la rinuncia al corpo e il mantenimento o l’accentuazione delle prerogative mentali e, in seguito, le difficoltà suscitate dai risultati relativi all’incompletezza dei sistemi formali. Molto si è discusso sulle implicazioni che il teorema di Gödel avrebbe sulla versione forte dell’IA, e non voglio qui ripetere queste argomentazioni. Osservo solo che i tentativi compiuti per dimostrare che non tutta l’attività mentale dell’uomo è di tipo razionale, o più precisamente simbolico, vengono compiuti, paradossalmente, con strumenti squisitamente razionali, o addirittura simbolici, come se non fosse possibile usarne di altri o come se ci potessimo fidare solo delle dimostrazioni razionali di cui stiamo cercando di trovare i limiti. È evidente che da questo circolo vizioso è difficile uscire se non affidandoci a strumenti diversi, non formali, che pure, forse, sentiamo infidi.


L’universo dell’informazione

Il progresso della civiltà è avvenuto all’insegna di un continuo sviluppo dell’attività comunicativa, anzi tutta l’evoluzione biologica è stata contrassegnata da scambi d’informazione sempre più intensi e diffusi. Tuttavia, come si è accennato, solo verso la metà del nostro secolo è stata riconosciuta esplicitamente l’esistenza del mondo della comunicazione con tutta la sua sfaccettata complessità. Fino a quel momento, infatti, l’informazione, per la sua natura incorporea e sfuggente, era stata tenuta un po’ ai margini dell’attenzione collettiva e ne erano stati messi in luce solo gli aspetti più esteriori, anche se non certo irrilevanti, ad esempio quelli legati all’attività dei media. Ne è una prova il singolare contrasto che si poteva rilevare tra la raffinatezza delle teorie della materia e dell’energia e la gracilità delle riflessioni relative all’informazione, al significato, alla conoscenza.
Nel 1948, soprattutto per merito di Claude Shannon e Norbert Wiener, il concetto d’informazione, fino a quel momento dotato di uno statuto vago se non equivoco, fu trasferito nel campo delle discipline formali. Nonostante le ovvie limitazioni di qualsiasi impostazione quantitativa (e l’impostazione di Shannon e Wiener aveva anche un forte sapore riduzionistico), l’incontro tra la matematica, l’ingegneria, la nascente informatica e il mondo della comunicazione fu quanto mai fecondo di risultati. In pochi anni nacquero e si svilupparono la teoria dell’informazione, la teoria dei controlli e dei servomeccanismi e la cibernetica, cui si aggiunse più tardi, verso la fine degli anni cinquanta, l’intelligenza artificiale. Si cominciò così a capire che accanto al mondo fisico, il mondo delle forze, delle masse e degli urti, esiste il mondo della struttura, della forma, dell’organizzazione e del significato, un mondo retto da leggi diverse da quelle fisiche e talora sorprendenti.

Immagine articolo Fucine MuteAlla teoria generale dell’informazione diede contributi importanti e non ancora del tutto esplicitati quel singolare scienziato antiscienziato che fu Gregory Bateson. Si deve in particolare a lui l’individuazione del carattere relativo, o meglio relazionale, dell’informazione, su cui ritornerò. Seguendo gli Gnostici e Carì Gustav Jung, Bateson propose di chiamare “Pleroma” il mondo della materia e delle forze e “Creatura” il mondo dell’informazione e della struttura. Nel Pleroma regna l’opacità pesante e indifferenziata della hyle, mentre nella Creatura l’attività organizzatrice dell’uomo identifica e separa le cose, assegna i nomi e introduce leggi e distinzioni. Mentre nel Pleroma ogni cosa può rappresentare soltanto se stessa, nella Creatura ogni cosa può rappresentare ogni altra cosa: nascono i codici simbolici che, aprendo le prospettive amplissime del significato, consentono ogni sorta di gioco linguistico, in un intreccio elusivo di sintassi e semantica. Il significato di una cosa non le è intrinseco, ma le è conferito dall’attività simbolica degli esseri viventi, in particolare dell’uomo. In questo senso si giustifica il termine Creatura, perché è l’attività conoscitiva e linguistica che crea questo mondo.
Nella Creatura, dominio dell’informazione, non vi sono leggi di conservazione: se il numero dei partecipanti al gioco comunicativo aumenta, l’informazione, anziché dividersi, si moltiplica. L’assenza d’informazione può essere informazione: una risposta non data può scatenare una reazione anche violenta perché zero è diverso da uno e quindi zero può essere una causa. Si noti che anche l’identità è una differenza, poiché l’identità è diversa dalla diversità. Dunque ciò che conta nella Creatura sono le differenze. L’informazione sta nelle differenze e l’unità d’informazione può essere definita come “la più piccola differenza capace di generare una differenza”. I canali di comunicazione sono quindi i supporti che trasmettono nel tempo o nello spazio le differenze, opportunamente trasformate e codificate.

Il fenomeno tipicamente creaturale di una reazione a un’assenza di azione si spiega se si considera che la Creatura è il mondo degli organismi biologici, in particolare dell’uomo: il metabolismo consente agli esseri viventi di accumulare un’energia che può essere rilasciata, anche in assenza di stimolo, quando supera una certa soglia. Di solito la reazione dipende da un contesto che comprende, oltre agli organismi interessati e all’eventuale stimolo, molte altre componenti. La stessa energia sonora modulata associata a una data parola può causare reazioni assai diverse: una risposta amichevole, un’occhiata stupita, un ‘incomprensione assoluta oppure uno scatto d’ira, a seconda della storia precedente, prossima e remota, dell’ascoltatore, della sua relazione col parlante, del suo stato d’animo, della lingua cui appartiene la parola e così via. L’informazione è dunque relativa al destinatario e dipende dalla sua relazione con il messaggio e con il suo supporto materiale.
S’intravvede dunque un carattere costruttivo dell’attività mentale: la Creatura nasce dall’incontro e dall’interazione conoscitiva in senso lato tra osservatore e Pleroma. Il Pleroma sembra identificarsi con “la cosa in sé” kantiana e recede in una zona (quasi) irraggiungibile, da dove tuttavia non cessa di sollecitarci, guidando e reggendo tutte le nostre azioni conoscitive. Ecco quindi che la gnoseologia (la costruzione della Creatura) è inseparabile dall’ontologia (la natura del Pleroma). Dato che poco possiamo sapere del Pleroma in sé, non è facile stabilire dove stia il confine tra Pleroma e Creatura e se questa separazione sia netta o graduale. Sembra tuttavia di poter dire che l’attività conoscitiva colloca l’uomo, almeno in parte, proprio in questa problematica zona di passaggio. Anzi, è proprio l’esistenza dell’uomo in quanto soggetto di conoscenza che dà al Pleroma la sua natura di matrice di conoscenza e alla Creatura quella di deposito di tutte le conoscenze.
Come una membrana più o meno permeabile, l’uomo filtra nella Creatura parti codificate del Pleroma: la sua continua attività conoscitiva consiste nel costruire entro la Creatura mappe del Pleroma (o mappe della Creatura stessa, che sono allora mappe del second’ordine). La costruzione delle mappe è sempre guidata dai bisogni, dagli interessi e dai fini dell’individuo, è limitata dai suoi mezzi e vincolata alle sue capacità. Le mappe vengono poi usate per conseguire gli scopi nell’ambiente reale (o per simularne il conseguimento in un ambiente mentale), tramite un circolo che, partendo dall’utile pragmatico, vi torna dopo essere transitato più o meno rapidamente per il momento conoscitivo.


Conoscenza biologica e conoscenza razionale

La gnoseologia, cioè lo studio delle modalità con cui si attua la conoscenza, è sempre stato uno dei campi più importanti della riflessione filosofica. Nel corso dei secoli il complesso e controverso rapporto tra oggetto e soggetto della conoscenza ha subito una lunga evoluzione, approdando oggi a una sorta di “costruttivismo interattivo” che riflette da una parte la coevoluzione tra specie e ambiente e dall’altra la continua interazione tra individuo e mondo. Secondo questa prospettiva, la conoscenza non sarebbe né un rispecchiamento passivo dell’oggetto nel soggetto né una costruzione arbitraria e solipsistica di quest’ultimo: sarebbe piuttosto una sorta di riflesso dell’oggetto filtrato dalle caratteristiche individuali e specifiche del soggetto. La conoscenza si attua sempre all’interno dei vincoli, delle condizioni e delle modalità che le sono propri, cioè nell’alveo neurosensoriale, psicofisico, motorio e razionale che accoglie ed elabora, a vari livelli di consapevolezza (o inconsapevolezza) e con vari gradi di rapidità, i “dati” del Pleroma per farne elementi della Creatura. In realtà l’espressione “dati” del Pleroma è impropria: le cose stanno un po’ diversamente, come ora cercherò di chiarire.
Il sistema o macchinario conoscitivo individuale ha due modalità essenziali di funzionamento. La prima, più arcaica sotto il profilo sia filogenetico sia ontogenetico, è la conoscenza tacita, globale e immediata attuata dal corpo, nella sua struttura e nelle sue funzioni biologiche: e una conoscenza che, a certi livelli, appare guidata dal sistema affettivo ed emotivo. La seconda, più recente sotto il profilo evolutivo e posteriore nello sviluppo dell’individuo, è la conoscenza esplicita, attuata nelle forme della logica astratta e in genere nella razionalità. Si potrebbe anche dire che la prima è una conoscenza che si attua nel corpo e tramite il corpo, la seconda si attua nella mente o tramite la mente. La prima modalità di conoscenza corrisponde a mappe antiche, che dall’evoluzione sono state portate a livello profondo e sono “cablate” nella biologia dell’individuo. Le mappe della seconda modalità sono invece superficiali, debbono essere richiamate con uno sforzo cosciente o costruite appositamente in caso di necessità e sono presenti solo a livello razionale. Più lunga è la storia evolutiva di una mappa più profonda è la sua collocazione e più inconsapevole e immediato è il suo uso. Le mappe del primo tipo si potrebbero chiamare “naturali”, quelle del secondo tipo “culturali”.

Immagine articolo Fucine MuteOgni essere vivente sfrutta l’energia che gli proviene dall’esterno per alimentare processi che sono essenziali per il mantenimento della sua organizzazione strutturale e funzionale: l’attività dell’organismo vivente è dedicata in primo luogo alla regolazione delle interazioni che ne assicurano l’integrità; e questa integrità gli consente di svolgere la propria attività in condizioni compatibili con tutti i vincoli esterni e intèrni. L’àttività quindi è insieme l’effetto e la causa dell’organizzazione. Adottando una metafora molto espressiva, si può dire che l’attività di ogni essere vivente, in particolare dell’uomo, è una sorta di computazione, un’elaborazione che a certi livelli di complessità evolutiva ha natura cognitiva e, a livelli di complessità ancora superiori, autocognitiva. Lo scopo fondamentale (e tautologico) di quest’attività computante è quello di perpetuare le condizioni in cui tale computazione può svolgersi: e forse è proprio questo automantenimento dinamico attuato mediante una continua computazione il carattere distintivo degli organismi viventi (il cui scopo primo sarebbe dunque quello di mantenersi vivi). quest’attività è legata in modo indissolubile con l’attività cognitiva, anzi coincide con i suoi livelli più profondi e costituisce il fondamento indispensabile dei suoi livelli più elevati. Il carattere cognitivo immanente nell’attività vitale di base rende lecita se non addirittura necessaria una descrizione informazionale degli organismi viventi.
Ma il termine “computazione” non deve trarre in inganno: non si tratta di un’attività assimilabile alla computazione passo passo di un calcolatore (semmai, forse, è più simile al raggiungimento dello stato di equilibrio in una rete neurale) e neppure all’attività di calcolo di un matematico: può essere anche computazione in questo senso, ma è soprattutto un’esplicitazione inconsapevole delle mappe profonde, che rappresentano abilità, acquisite per via filogenetica e perfezionate per via ontogenetica, che consentono all’essere vivente di mantenersi in una condizione di equilibrio omeostatico con l’ambiente. È in gran parte un susseguirsi immediato, avulso da ogni deliberazione riflessa, calcolata e cosciente di azioni già pronte e “cablate’ nella struttura stessa dell’organismo.

Orbene, la storia della scienza occidentale è in fondo un lungo tentativo dì trasferire le conoscenze dalla prima alla seconda modalità, cioè dalla conoscenza biologica incarnata nel corpo (corpo che a sua volta è immerso nell’ambiente) a una razionalità disincarnata. questo tentativo è rispecchiato nell’impostazione funzionalista o fisico-simbolica dell’IA, rappresentata tra gli altri da Newell, Simon e Minsky. Poiché il tentativo ha dato buoni risultati in fisica, lo si vorrebbe trasferire a tutto il dominio delle conoscenze, e questo è proprio il programma dell’IA funzionalistica: esprimere in forma algoritmica tutte le conoscenze e tutte le abilità, comprese quelle legate al senso comune che ci guidano nell’agire quotidiano, e poi tradurle in programmi di calcolatore.
Ma fino a che punto è possibile questo trasferimento? All’inizio si riteneva che tutte le conoscenze fossero trasferibili, ma dopo i primi entusiasmi sono venute le delusioni e oggi ci si rende conto che per replicare compiutamente l’intelligenza umana (ammesso che sia questo lo scopo dell’IA) anche le macchine intelligenti non possono fare a meno dell’equivalente di un corpo con tutta la sua attività cognitiva profonda e in parte forse non algoritmica: l’intelligenza disincarnata è troppo fragile e limitata.
L’impostazione astratta dell’IA dà per scontato che capire qualcosa significhi avere una teoria di quel dominio e viceversa (seguendo Socrate e il cognitivismo morale) che averne una teoria comporti decisioni e azioni rigorose e corrette. questa impostazione vorrebbe estendersi anche al contesto quotidiano, ignorando la base fisica e corporea di questo contesto e la prontezza all’azione insita nelle abilità che l’uomo esplica di continuo in tale contesto. L’IA funzionalistica ha cercato prima di individuare in ogni dominio di conoscenza, anche in quello del buon senso, elementi atomici e acontestuali (le “informazioni” o i “dati”) e quindi di esplicitare tra questi elementi relazioni, leggi e regole da tradurre in programmi formali. Ma il tentativo si è dimostrato più difficile del previsto ed è probabilmente destinato al fallimento. Non è lecito astrarre con un’operazione chirurgica la nostra conoscenza-esperienza da quell’organizzazione pragmatica che ci consente di usarla in modo intelligente per affrontare i problemi d’ogni giorno.

Da Platone in poi la modalità di conoscenza razionale è stata considerata superiore a quella corporea e tutta la corrente filosofica dominante, da Platone a Cartesio a Leibniz e via via fino al primo Wittgenstein, è descrivibile in quest’ottica. Nel solco della filosofia razionalistica, anche l’IA funzionalistica considera la conoscenza astratta più nobile di quella legata al senso comune: l’intelligenza che dimostra un teorema sarebbe superiore a quella che riconosce una scena o che ci guida nelle azioni quotidiane. Ma la lunga tradizione che privilegia la conoscenza logica, immersa in un’ atmosfera rarefatta in cui si staglia nitido ciò che è formale, generale e ben definito, rappresentato e pianificato in anticipo, oggi viene messa in discussione. Addirittura si assiste a un capovolgimento: si riconosce che la maggior parte delle conoscenze, specie quelle vitali, sono espresse nella struttura stessa del corpo e sono dunque contestualizzate, si riconosce che la loro matrice è storica, e che sono sempre immerse in un ambiente il quale, con le sue continue perturbazioni, lungi dall’ostacolarle dà loro significato. Insomma il concreto non è solo un gradino verso l’astratto: è già conoscenza, anzi costituisce la parte fondamentale e fondante di tutta la conoscenza, compresa quella astratta. È il corpo con le sue capacità di conoscenza rapida, quasi fulminea, che ci permette di salvarci in situazioni di pericolo, dove la lentezza della mente, impacciata per di più dalla coscienza, ci sarebbe fatale. Il successo dell’IA potrebbe allora derivare dal comprendere il significato cognitivo delle azioni semplici, incarnate e contestualizzate che compiamo di continuo nella vita di tutti i giorni. Come ha sottolineato Piaget, la cognizione è fondata nell’attività concreta dell’intero organismo, nell’accoppiamento sensomotorio tra mente, corpo e ambiente. Ne segue, per precisare quanto si è detto sopra a proposito dei “dati” del Pleroma, che il mondo non è dato, è qualcosa invece che costruiamo partecipandovi col nostro muoverci, respirare, mangiare e via dicendo.

Immagine articolo Fucine MuteLe strutture cognitive emergono dunque da mappe o schemi ricorrenti di attività sensomotoria, e soltanto quando queste strutture cognitive cablate non ci soccorrono, soltanto durante le pause o interruzioni dovute al presentarsi di condizioni inedite, subentrano processi di analisi razionale e intenzionale, che sono abilità molto più recenti e corrispondono a mappe più superficiali, magari ancora in via di formazione e di collaudo e più o meno labili. Le abilità di base sono per la maggior parte inconsce e debbono restare tali, per non compromettere l’efficacia dell’azione-cognizione, mentre le capacità che intervengono durante gli intervalli sono consapevoli. Le prime corrispondono alle abilità degli esperti, le seconde a quelle dei principianti (si pensi al diverso modo di suonare di un violinista provetto e di uno alle prime armi).
È curioso dunque che l’IA abbia cercato di imitare i principianti e non gli esperti. La cosa si spiega tuttavia osservando che della conoscenza razionale si ha consapevolezza e quindi, a differenza delle mappe profonde, essa si offre all’indagine e al tentativo di riproduzione. Pertanto, se davvero si vuoi costruire il “robot cognitivo e cosciente”, bisogna imboccare la strada a ritroso, quella che ci riporta da Gödel al Golem, regalando un corpo sì calcolatore, e questa scelta diviene necessaria se si presta maggiore attenzione ai dati della biologia e dell’evoluzione. Le descrizioni e gli strumenti usati finora in IA sono “alti e deboli”: occorre integrarli con descrizioni e strumenti “bassi e forti”, che riflettano e riproducano lo sfuggente “esserci nel mondo” dell’uomo teorizzato da Heidegger. Neppure la strada dei micromondi alla Shrdlu si è dimostrata utile. Per fare un mondo non basta costruire l’unione di molti micromondi: il mondo non è costituito dalle sue parti, al contrario le precede e conferisce loro un senso. Anche i complessi sottomondi del nostro mondo umano (ad esempio il mondo degli affari, il mondo dello spettacolo e via dicendo) sono elaborazioni locali di un mondo di senso comune che noi tutti condividiamo. I micromondi non compongono il mondo, ma lo presuppongono. (continua)

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