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Musica

George Gershwin. Una vita breve, un lungo ricordo (I)

Gershwin Renaissance

Il Corriere della Sera del 24 maggio 1946 era uscito nella solita veste dimessa di quei primi anni di pace: poche pagine dove c’era tutto: politica, cronaca, spettacoli, pubblicità. Milano si stava riprendendo dai gravissimi danni della guerra, e non erano solo danni materiali. Al teatro “Lirico” era in corso una stagione d’opera, mentre molte compagnie di prosa si alternavano nei teatri riaperti e affollatissimi. Nei cinematografi si proponevano tutti i film americani che non si erano più visti da anni. La Scala, orgoglio e gioiello della città, era appena risorta dai pesanti bombardamenti del 1943.

Il “Corriere” di quel giorno di maggio, nella sezione spettacoli, riporta un grande evento. Il maestro Arturo Toscanini è venuto apposta a Milano per dirigere due concerti, in occasione della riapertura della Scala. Risiede in America da molti anni, ma ha subito risposto alla richiesta della sua presenza. Il primo concerto è stato tutto per la lirica, con voci e musiche del nostro melodramma classico. Il secondo, a sua volta,ha impegnato l’orchestra, anche lei rinata con il suo teatro. Uno dei motivi sinfonici in programma è “Un Americano a Parigi”, dell’americanissimo autore George Gershwin.

Quel concerto era stato un trionfo. Gershwin era già scomparso da nove anni, e quella sera il più famoso direttore italiano lo riconsegnava all’entusiasmo dei suoi ammiratori, magari anche a qualche perplessità dei più tradizionalisti. Una cosa è certa: con la fine della guerra, nel generale ottimismo che si diffonde ovunque, la musica americana vive un suo grande momento. Anche le musiche di Gershwin, mai dimenticate, ma rimaste un po’ nell’ombra per ben altri eventi, emergono ovunque, insieme a quelle degli altri americani. Il nome di Gershwin, però, viene da molti associato ad una particolare impronta di “classico”.  È l’inizio di quella che verrà definita “The Gershwin Renaissance” e che si prolungherà ormai senza limiti di tempo: concerti diretti dalle più famose bacchette del mondo, rappresentazioni del suo “Porgy and Bess”, e poi dischi, radio, televisione. E infine il cinema, al quale Gershwin avrebbe potuto dedicare ben poche sue composizioni, pochi anni prima della morte. Ma il cinema avrebbe poi fatto da contenitore, nelle colonne sonore, della sua vasta produzione in musica, con pellicole note, meno note o notissime. Ne parleremo più avanti.

Passiamo a tempi meno lontani. Le Olimpiadi di Los Angeles del 1984 si inaugurano con una colossale coreografia “alla Busby Berkeley” che fa da sfondo alla sfilata degli atleti. A un certo momento della parata, si fa evidente sui televisori di tutto il mondo una gradinata gremita di pianoforti, circa ottanta, e suonano tutti insieme lo “Slow Time”, l’andante, della ”Rapsodia in blue” di Gershwin. Un omaggio dell’America a se stessa e al suo musicista prediletto. quasi cinquant’anni dopo la sua morte. è ancora “Gershwin Renaissance”, con nostalgia e spettacolare commozione “kitsch”.

Per concludere, un breve ricordo personale. Siamo ancora a Milano, un pomeriggio estivo di molti anni fa. In Piazza del Carmine, zona “bohème” di Brera, faccio una breve sosta all’ombra, con la porta dell’auto semiaperta. Si avvicina un “barbone” assolutamente tipico ma disinvolto, e mi canta, ben intonato, un famoso motivo di cui conosce solo qualche parola: “Summertime”… Lo guardo divertito e sto per dirgli qualcosa. Ma lui mi precede, e mi scandisce, solenne, un nome: “Gher-svin!”. E se ne va , deluso da  questo tale che, secondo lui, non ha reso il dovuto omaggio al Celebre Autore. Anche questa è, senza dubbio, “Gershwin Renaissance”.

Tre ricordi, per le tre cose più importanti di George Gershwin: la “Rhapsody in Blue”,l’ “American in Paris” e “Porgy and Bess”. Non è stato dimenticato.

Un secolo fa, a Manhattan

Il signor Morris Gershovitz era arrivato a New York in un giorno non precisato degli ultimi anni dell’800. E poco tempo dopo faceva lo stesso viaggio una graziosa sedicenne con la sua famiglia. Erano ebrei russi di Pietroburgo: Rosa e Morris si erano già conosciuti in patria, e non era difficile prevedere un matrimonio felice. Il giovane emigrato era intraprendente e pieno d’iniziativa, entusiasta dell’America con le sue prospettive di lavoro. Cambiò residenza e lavoro moltissime volte, nella zona sud della grande isola di Manhattan, il “Lower East Side”, la zona più bassa del lato Est. Morris e Rosa Gershovitz ebbero quattro figli, e i primi due sarebbero diventati celebri. Il maggiore fu chiamato Israel, semplificato poi nel breve e meno solenne “Ira”, mentre il secondo nato Jacob, divenne George. Arthur e Frances (l’unica bambina) arrivarono negli anni successivi, e non cambiarono più il loro nome.

George era nato il 26: settembre del 1898, e nel frattempo anche il cognome della famiglia era stato modificato in Gershvin, e poi, con la “v” diventata “double”, nel definitivo e più americano Gershwin. L’East Side era, cent’anni or sono, un nucleo urbano abitato da una vera folla di immigrati europei, e parecchi erano ebrei russi che, all’incognita della patria zarista, avevano preferito il grande balzo oltre Atlantico. Qui il piccolo George crebbe sereno e a suo agio fra i ragazzi del quartiere, partecipando attivamente ai loro giochi e alle loro risse. A scuola fu un allievo qualunque: molto maggiore fu il suo entusiasmo per certi locali con delle macchinette musicali a moneta, e una l’aveva proprio sotto casa. Qui si potevano ascoltare motivi di ogni genere, tutti un po’ gracchianti e pieni di fascino…

Il suo migliore compagno fu un certo Max Rosen, un ragazzo violinista che avrebbe poi fatto carriera, e con lui fiorivano le discussioni musicali alternate ai giochi di strada. Mentre papà Gershwin intraprendeva svariati mestieri, il suo secondogenito stava già maturando una sua unica e precisa idea: la musica, sempre e solo la musica.

Quando George aveva tredici anni, arrivò in famiglia un pianoforte, più che altro un mobile di prestigio per piccoli borghesi. Nessuno aveva per la musica e per quel piano un particolare interesse. E invece per George fu il colpo di fulmine. Il ragazzo si mise ad abbozzare i motivetti uditi per la strada, con un dito o due sulla tastiera e con un’abilità che sorprendeva . La mano sinistra, in particolare, sembrava muoversi autonoma. A una sua timida richiesta di avere qualche lezione di musica, non fu possibile ai genitori un rifiuto. Si susseguirono in quegli anni diversi insegnanti: un’anziana signorina di scarso valore, poi un dubbio direttore di orchestrine, e qualche altro. E finalmente giunse Charles Hambitzer, un valido maestro di musica classica, che però morì troppo giovane per completare la preparazione di questo suo allievo di talento. Per George fu un grande dolore.

Frequentava tutti i concerti ai quali potesse accedere, magari guadagnando i soldi dell’ingresso con la vendita del biglietti, ed ebbe ancora qualche maestro, anche di discreta fama. Ma George, pur seguendo con scrupolo le loro lezioni, si sentiva attratto dal linguaggio vivo e penetrante della musica popolare americana, porgendo l’orecchio ai suoni e alle canzoni che gli giungevano dalle strade affollate e rumorose di New York. Frequentava ancora una regolare scuola commerciale quando, nel 1914, arrivò la sua grande occasione. Una casa musicale, la “Jerome Remick and Co.” grazie alla raccomandazione di un amico, gli offriva un posto di pianista per quindici dollari alla settimana. Non fu facile convincere i suoi genitori che quella era la sua vera strada, ma finì per spuntarla.

“Tin Pan Alley”, mercato delle canzoni con i primi echi del Jazz

La lunghissima Ventottesima Strada di Manhattan incrocia ad un certo punto due vie parallele, la Quinta e la Sesta Avenue, e questo spazio urbano era noto come la “Tin Pan Alley”. Oggi c’è un grande mercato di fiori. Questo strano nome un po’ ironico e dal suono metallico voleva dire “Viale dei tegami di stagno”, in armonia con i suoni e i fragori che uscivano dalle tante case musicali disseminate lungo il percorso. Era il quartiere delle canzoni e del loro commercio.  La musica popolare agli inizi del secolo non aveva altro mezzo di diffusione che la diretta esecuzione ripetuta molte volte, e quella era la sede giusta per questo scopo.

Le case editrici avevano reparti nei quali dei volonterosi pianisti ripetevano a richiesta per i clienti il motivo “in vendita”. La figura di questo esecutore infaticabile aveva anch’essa il suo soprannome: era il “Song plugger”, il ripetitore, quasi il manovale delle canzoni. E così cominciava la carriera di George Gershwin. Per lui fu un’esperienza molto utile: ogni cosa riguardante la musica lo trovava sempre entusiasta e instancabile. Veniva a contatto con altri pianisti più anziani, e poi con impresari, cantanti, compositori. Talvolta faceva qualche breve trasferta presso locali e ritrovi della metropoli per dare qualche audizione, sempre di musiche in vendita al miglior offerente. Aveva una vera adorazione per un compositore famoso, anche lui di origine russa, emigrato in America da piccolo e poverissimo. Aveva dieci anni più di George, e si chiamava Irving Berlin. Lo affascinavano il suo enorme successo, la sua simpatia umana, la sua inesauribile vena di creatore di canzoni. Riuscì a farsi ricevere e a fargli ascoltare qualche suo pezzo: ne ebbe dei complimenti e la previsione di una grande carriera. Qualche anno dopo gli venne da Berlin l’offerta di un lavoro come suo “segretario musicale”. George, con molta delicatezza, declinò la proposta, e Berlin gli rispose che non solo lo capiva, ma che era felice per lui di questo suo rifiuto, in vista del suo sicuro e grande domani. Non si era sbagliato.

Un altro suo idolo fu Jerome Kern, un’altra figura emergente della canzone. Americano di nascita e di origine borghese, Kern era l’autore raffinato di musiche bellissime, e basterà ricordare il suo “Show Boat” con la canzone “Old Man River” dedicata al Mississipi. Con Kern avrà successivamente qualche occasionale collaborazione. Un rapporto di grande e prolungata amicizia avrà in seguito con Harold Arlen, il futuro autore di “Over the Rainbow” e di altre canzoni per Judy Garland.

Intanto aveva proposto alla casa Remick qualche sua composizione, che venne subito respinta: da lui si voleva solo il pianista tuttofare, volonteroso e sempre disponibile. Sul finire del secolo, mentre Gershwin veniva al mondo nel suo East Side degli emigranti, a New Orleans si stava diffondendo una nuova musica sincopata, il “ragtime”, che secondo uno dei suoi creatori, il pianista Scott Joplin, “non era altro che un certo modo di suonare il pianoforte”. New Orleans si prestava al rapido Successo di questo nuovo stile: era una città piena di traffici di vecchie memorie dell’occupazione francese e della guerra civile, e di nuovi fermenti d’ogni genere. Nei campi di cotone del Sud si cantavano gli “spirituals” e i “blues” nostalgici dei negri, mentre nei quartieri del porto, oltre al Ragtime, si faceva avanti un’altra musica ancora, il “Jazz”, più raffinato, eseguito da piccoli complessi di strumenti a fiato, con l’immancabile pianoforte conduttore e i ritmi del banjo e della batteria.

Il 1917 fu una data importante per la musica di New Orleans, perché vennero chiusi, per legge, i locali di dubbia fama nei quali il jazz era di casa, ed ebbe inizio una massiccia migrazione di suonatori prevalentemente negri, ma anche bianchi, a Chicago, altra città piena di occasioni d’ogni genere, e successivamente a New York. E. vennero gli anni di Louis Armstrong, del bianco Bix Beiderbecke, poi vennero Count Basie, Duke Ellington e tanti altri, tutti nel grande libro d’oro della musica jazz. Se il Ragtime era musica da ballare, il Jazz era anche da ascoltare, e con grande interesse, per il giovane Gershwin. Il quale, nel frattempo, aveva composto qualche altro motivo subito accettato da altri editori più disponibili, che lo invitarono a proseguire. A questo punto si rese conto che l’esperienza di Tin Pan Alley era stata utile, ma che andava conclusa. E, con molto coraggio, si congedò dal suo lavoro di pianista a noleggio.

“Una scala per il Paradiso”, gli anni del successo.

Gershwin aveva lasciato Tin Pan Alley perché il suo sogno era quello di poter fare “qualcosa di suo”, senza dover ripetere per ore ed ore le musiche degli altri. Aveva anche avvertito i segnali che giungevano dalle città del jazz, al di fuori del tradizionale ambiente delle canzoni e delle commedie musicali. Ma quello era il suo mondo, e da quello doveva cominciare. Alcune sue canzoni vennero pubblicate dagli organizzatori di spettacoli, verso il 1917 (uno spettacolo si chiamava “Miss 1917”). Ma la fortuna gli venne incontro con Max Dreyfus, un grande impresario di “Musicals”. Scrive David Ewen, amico e biografo di George, che “le invisibili antenne di Dreyfus, alla presenza di quel diciannovenne, avvertirono le radiazioni di una nuova genialità”. E fu veramente un’occasione felice.

Nel giugno 1919, dopo alcuni tentativi senza esito, una vivace rivista musicale, “La La Lucille” venne rappresentata a New York e tenne il cartellone per sei mesi. Le musiche erano tutte del quasi sconosciuto George Gershwin.  
L’anno seguente Al Jolson, uno showman già famoso che otto anni dopo sarebbe stato il protagonista del primo film sonoro, ebbe l’occasione di sentire “Swanee”, una canzone di Gershwin dedicata al Sud, molto originale e gradevole. La volle in una sua rivista, e fu un successo enorme.  Le canzoni, ormai, comparivano sui dischi. In pochi mesi le vendite salirono vertiginosamente, nell’atmosfera euforica del primo dopoguerra. Oggi “Swanee”, col suo ritmo martellante, è ancora nel repertorio di orchestre e cantanti, ovunque. Per Gershwin fu l’inizio della sua fase in ascesa. Si richiedevano le sue canzoni per le grandi riviste musicali gestite da George White, i famosi “White Scandals of 1920, 1921, 1922”, e così avanti per alcuni anni, tutte con moltissimi motivi di quest’altro George.

Una delle canzoni più belle era “l’ll build a Stairway to Paradise” (Farò una scala per il Paradiso), e in quegli anni il Paradiso era particolarmente gradito al pubblico. Proprio nel 1920 Francis Scott Fitzgerald, quasi coetaneo di Gershwin, aveva pubblicato il suo primo romanzo, “This Side of Paradise”, che aveva subito rivelato le sue grandi doti di scrittore, molto prima del “Grande Gatsby”. E va ricordata, di Fitzgerald, la raccolta dei “Racconti dell’età del Jazz”.  Ma “Swanee”, la canzone di Al Jolson e Gershwin, non aveva ancora finito la strada per il successo. Il 1° Novembre del ’23, Madame Eva Gauthier, una celebre cantante lirica canadese, organizzo un “Recital” alla Aeolian Hall di New York, uno dei sacrari della musica americana. Nel programma figuravano romanze di celebri compositori moderni, due canzoni di Berlin e Kern, e ben tre di George, una delle quali era ahcora “Swanee”.

L’evento suscitò molto interesse, e ne parlò tutta la stampa di New York. La musica leggera aveva varcato per la prima volta le soglie del genere classico, fuori dalle commedie musicali, e Gershwin si era rivelato all’altezza di autori più famosi di lui, anche come abilissimo esecutore al pianoforte delle proprie composizioni. Eva Gauthier aveva compiuto un autentico atto di coraggio con questo concerto firmato da autori come Purcell, Schonberg, Bartok e altri, a fianco di Berlin e Kern, e soprattutto del più giovane di tutti, questo Gershwin dalle grandi speranze. Si cominciò a parlare di “Sophisticated Jazz”, di “Jazz da camera” e così via: tutte definizioni che applicate alla musica nata fra la Louisiana e Chicago, suonavano per lo meno singolari, in modo particolare quando si fece avanti Paul Whiteman, che cominciò a diffondere la formula del “Jazz Sinfonico”.

Paul Whiteman è un personaggio essenziale nella storia di Gershwin. Fisicamente rassomigliava un po’ a Oliver Hardy, ma non aveva niente di comico: un uomo intraprendente, pieno di iniziative, talvolta anche audaci. Nato nel 1890, era passato alla musica come violinista, e dopo la guerra aveva creato una sua “Dance Band” che ebbe subito successo grazie anche ai suoi ottimi solisti e al suo orchestratore di fiducia, Ferde Grofé. Nel pieno della sua carriera si autonominò “The King of Jazz”, dal momento che la sua orchestra, attiva specialmente in California, suonava una musica leggera e orecchiabile che lui aveva definita impropriamente come jazz. Nel 1930 uscì per gli schermi un film-spettacolo con il medesimo titolo e con l’orchestra al completo.

Nel frattempo Gershwin aveva anche composto le canzoni per gli ultimi “Scandals” di George White, quelli del 1924. Fra queste, una delle sue più belle, “Somebody loves Me” divenuta famosa per il secondo verso, “I wonder Who”, che terminando con un Si bemolle anziché naturale, aveva fatto drizzare le orecchie agli intenditori. Whiteman lo volle conoscere. e fra i due nacque una buona amicizia, anche perché il massiccio “bandmaster” aveva già eseguito parecchie sue musiche. E gli fece la proposta di scrivere un pezzo di “jazz sinfonico” per la sua orchestra. Gershwin accettò, anche se il tempo che gli veniva concesso era piuttosto breve. Era un progetto al quale aveva già pensato molto, e un lavoro con il “Re del Jazz” alimentava la sua giovanile ambizione. Era del tutto impreparato a scrivere una composizione di tipo sinfonico: sempre secondo il suo amico Ewen, “conosceva la musica quanto era necessario per rendersi conto di non conoscerla abbastanza”. Ma Whiteman, assolutamente fiducioso, affidò l’orchestrazione al suo Ferde Grofé, e la data del concerto, sempre alla Aeolian Hall, venne stabilita per il 12 febbraio l924. Preso quasi di sorpresa, George si mise a comporre giorno e notte sul suo pianoforte. Stava nascendo la “Rhapsody in Blue”.

Quel giorno di febbraio vi fu a New York una grande nevicata, ma la Aeolian Hall era gremita di pubblico, compresi gli esponenti del miglior mondo musicale: c’erano Rachmaninoff e Stravinskij, con altri compositori, critici, esperti in quantità. Tutti erano attratti dalla novità di questo concerto. La locandina recitava, nel titolo: “An Experiment in Modem Music”. Il programma era piuttosto vario, passando da motivi del jazz di New Orleans a cose più recenti di Irving Berlin, fino a trascrizioni di altre melodie conosciute. Il decimo brano, “per pianoforte solista ed orchestra”, era il più atteso, con il titolo che accostava un genere classico, la rapsodia, al “blue” di chiara origine ben diversa. I componenti dell’orchestra di Whiteman erano stati aumentati a ventitré elementi, ma gli strumenti impiegati erano trentasei in tutto: molti esecutori ne suonavano più di uno. Naturalmente Gershwin era al pianoforte, per la prova più importante della sua vita.

I tre tempi della “Rhapsody”, dal brivido del famoso “glissando” del danno in apertura, alla “slow section” centrale, un “largo” quasi romantico, fino al coinvolgente finale che riprende in parte i motivi precedenti: queste le fasi musicali che colpirono gli ascoltatori per la loro sorprendente freschezza. Vi si udivano i tempi del vecchio “Ragtime” inseriti in una struttura sinfonica, alternati a ritmi di “blues” e a dissonanze moderne. È chiaro che il jazz era un’altra cosa, ma aveva in comune con quest’opera un grande potere di suggestione sul pubblico. Era una vera musica dell’America. Le acclamazioni furono entusiastiche, e anche la critica si dimostrò favorevole, al più con qualche riserva su certi brevi momenti spiazzanti. Gershwin era riuscito a comporre in un tempo breve, e per di più su ordinazione, il suo primo capolavoro. E arrivo la celebrità, alla quale fece seguito anche la ricchezza. Ma la sua vera ricchezza era il suo pianoforte. Un altro suo fedele amico, il pianista Oscar Levant, che ritroveremo più avanti come gustoso interprete in “Un Americano a Parigi”, il film di Minnelli del 1951, lo definiva scherzosamente come un novello Narciso che contemplava se stesso non nello specchio, ma nel pianoforte.

“Lyrics by Ira Gershwin”: il Grande Fratello

È il momento di dedicare un ricordo al fratello maggiore di George Gershwin, Israel detto “Ira”, di due anni più anziano. Non si rassomigliavano molto. Ira non aveva i lineamenti marcati del fratello, e aveva qualche ambizione letteraria. I successi di George, al quale era molto affezionato, lo riempivano di soddisfazione, e lo compensavano degli scarsi esiti come uomo di commercio, sulla scia del padre. Sapendolo piuttosto bravo a comporre rime, George gli chiese di scrivere i testi, le “Lyrics” per le sue canzoni, che all’inizio Ira firmò con lo pseudonimo di Arthur Frances, i nomi del fratello e della sorella minori di loro. Ira non sapeva leggere le note musicali, ma aveva un ottimo senso del ritmo, che lo rendeva abilissimo nell’adattare fra loro le parole e la musica. E dal 1924 in avanti, tutte le canzoni di George ebbero la sigla famosa: “Music by George Gershwin, lyrics by Ira Gershwin”.

Per tutti i tredici anni successivi della vita di George, il nome di Ira non abbandonò più una sola canzone. Talvolta Ira scriveva il testo per primo, e George lo volgeva subito in musica, e talvolta era il contrario. Ma il loro accordo era sempre perfetto. Il motivo poteva essere romantico, come nella maggior parte delle canzoni: ma non mancavano gli spunti più leggeri o addirittura comici, come nel brano “Let’s call the whole thing off”, qualcosa come “dilla tutta completa”, tutto basato sulle differenze di pronuncia fra l’inglese e 1’americano, che Fred Astaire e Ginger Rogers avrebbero cantato e danzato in un loro film del 1937, uno dei pochi (e anche l’ultimo) musicato da George per il cinema. Ma il “top” di Ira fu la stesura delle parole per l’opera del fratello, “Porgy and Bess” del 1935. Ne riparleremo.

Dopo il 1937, scomparso George, Ira continuò ad avere molte richieste di “Lyrics” da altri compositori famosi, come Jerome Kern, Kurt Weill, Harry Warren, e soprattutto da harold Arlen, fedele amico di George. Per Arlen scriverà i testi di due indimenticabili canzoni del film “A Star is Born” del 1954, cantate da Judy Garland. Ira scrisse anche un libro di memorie: “Lyrics for Several Occasions”, dedicato a George e al loro felice lavoro in comune, dove, fra i tanti ricordi, vi è quello del premio Pulitzer per il teatro, vinto dai due Gershwin per una loro commedia musicale, “Of thee I sing” (Canto per te).

La figura modesta di Ira contrastava con quella del fratello, che era sempre al centro di tutti i ricevimenti, le mani sulla tastiera e il suo bel sorriso accattivante. Ma in tutte le fotografie c’è da qualche parte anche lui, chiaramente felice per i successi del suo idolo di famiglia. Ira Gershwin è morto nel 1983, ma da quasi vent’anni si era ritirato dal mondo dello spettacolo. Robert Kimball, uno dei più noti biografi (erano tanti), ha scritto, sui due fratelli: “L’uno ispirava l’altro: la musica di George dava a Ira lo spunto per le sue parole più belle, e allo stesso modo, le liriche di Ira davano a George l’ispirazione per comporre le sue melodie migliori”. Mancano informazioni precise per il terzo fratello, Arthur, l’unico che si era mantenuto sulla linea del padre con il lavoro.

La sorella Frances, novantaquattrenne vivacissima, che aveva partecipato anche a qualche commedia musicale in gioventù, è stata intervistata nel settembre ’98 da Vittorio Franchini per Corriere de1la sera. Un suo ricordo: quando il loro padre vedeva Ira e George ragazzi, che già “pasticciavano” con le parole e con la musica, ammoniva: “Guardate che in casa nostra non ci sono mai stati artisti.” Almeno per uno, si sbagliava. E forse per due.

Dopo”Rhapsody in Blue” , nuovi orizzonti.

L’enorme successo ottenuto al concerto con Paul Whiteman non aveva distolto Gershwin dal proposito di scrivere con più calma un’altra composizione, orchestrata da lui stesso. I critici, anche in buona parte favorevoli, consideravano la “Rhapsody”, secondo quanto riferisce René Chalupt, “una grande ispirata improvvisazione, ben orchestrata da Grofé”. Gershwin avrebbe poi sempre provveduto di persona al compito orchestrale. E giunse il 3 dicembre del 1925, quando fu la grande Carnegie Hall ad aprirgli le porte, poco oltre un anno.  
L’occasione gli veniva dal maestro Walter Damrosch, celebre direttore dell’Orchestra Filarmonica di New York, che con altri suoi illustri colleghi aveva assistito alla prima della “Rhapsody”, con molta ammirazione. C’era anche il maestro Stokowski, quella volta.  
La nuova composizione si chiamava “Concerto in Fa maggiore per pianoforte e orchestra”. Dirigeva Damrosch, e al piano Gershwin, come sempre.

Il “Concerto” aveva una durata quasi doppia rispetto alla Rhapsody. A sentirlo per la prima volta, sembrava composto parecchio tempo dopo, anche se a tratti ne tornavano gli echi. Il musicologo Mario Pasi sottolinea che “fin dalle prime battute si impone la vivacità del ritmo e la varietà dei timbri”, e ricordiamo anche noi i famosi quattro colpi dei timpani in apertura. Seguono molti interventi del pianoforte solo, in alternanza con le fasi dell’orchestra, fino ad uno splendido “cantabile” centrale e ad un finale vivace e a tratti fragoroso, con intervento delle percussioni. Citiamo ancora il nostro Mario Pasi, che vede nel Concerto in Fa “un’opera coraggiosa e di grande interesse, meglio impostata della Rhapsody in Blue come tecnica, anche se quella ha una impostazione storicamente più grande”. Due movimenti furono eseguiti, qualche anno dopo, al Festival Musicale di Venezia, nel 1932.

Prima del 1925 George aveva fatto due viaggi a Londra, dove erano state presentate commedie musicali con le sue canzoni. Una di queste si chiamava “Lady be Good”, con il famoso motivo conduttore e per l’interpretazione dei fratelli Fred e Adele Astaire, una coppia famosa, che aveva già lavorato con lui in altri spettacoli, in piena amicizia, come “Tip Toes” (In punta di piedi) e “Tell me more”. L’amicizia con gli Astaire risaliva ai tempi di Tin Pan Alley. Il pubblico, intanto, continuava ad applaudire con entusiasmo il Concerto in Fa quando veniva presentato. Marguerite D’Alvarez, una cantante peruviana al vertice del successo, disse, durante una sua tournée negli Stati Uniti, che voleva la musica del “Concerto” per il suo (ovviamente lontano) funerale. La stessa cantante, nel dicembre del ’26,mise in programma Gershwin in un applauditissimo recital al Hotel Roosevelt di New York.

La produzione musicale di George per i palcoscenici continuava senza soste. Tra il 1926 e il ’27: “Oh Kay!” (Kay Swift era la moglie d’un suo vecchio amico), poi “Strike Up the Band”, “Funny Face”, “Rosalie”. I successi si ripetevano puntualmente: al pubblico bastava il nome del celebre autore per riempire i teatri. Le musiche di questi spettacoli avrebbero avuto una vita molto più lunga di quella del loro creatore . Sarebbero tutte passate, nel futuro, alla storia dei “Musicals” cinematografici. Gershwin, sempre gentile e disponibile con tutti, attraversava un periodo di lavoro e impegni d’ogni genere. Sempre nel biennio 26-27 presentava, in due concerti a New York e Boston, i suoi “Preludes” per pianoforte, apprezzati ancora oggi: sono cinque composizioni delicate e molto “personali”. Impresari, editori, fabbriche di dischi, interviste, e così avanti: la disponibilità di Gershwin richiedeva proprio un periodo di distrazione e, se possibile, dl riposo. Decise allora di fare un nuovo viaggio in Europa, questa volta a Parigi, dove avrebbe potuto trovarsi a contatto con autori come Ravel, Bartok, Schonberg, dai quali pensava di dover ancora imparare molte cose. Per questi musicisti, in buona parte ebrei, non era giunta ancora la necessità di emigrare in America, cosa che si sarebbe fatalmente resa necessaria dopo l’avvento del nazismo.

Parigi lo accolse al meglio. Era il 1928, l’anno degli scrittori e degli intellettuali americani nella Ville Lumière, della “Lost Generation” di Gertrude Stein, di Hemingway e &cctt. Fitzgerald, della storica libreria “Shakespeare and Company” di Sylvia Beach. La guerra era finita da dieci anni, e Parigi era per questi americani la grande “Festa Mobile” ospitale e appassionante. Parigi gli offrì un benvenuto di classe: una “Rhapsody in Blue” eseguita alla Società dei Concerti da una grande orchestra con due pianisti, e poco dopo un “Concerto in Fa” all’Opera, in maggio, con un pianista russo che si chiamava Dimitri Tiomkin. futuro celebre autore di tanti commenti musicali ai film americani (High Noon, Rio Bravo, ecc.), che ospitò Gershwin con tanta cordialità.

In quei giorni aveva potuto incontrarsi con Maurice Ravel, e gli aveva chiesto se non proprio delle lezioni, almeno dei consigli. Celebre la risposta di Ravel, che era stata più o meno questa: “non ho proprio nulla da insegnarvi: perché volete diventare un piccolo Ravel se siete già un grande Gershwin?”. Fece anche un breve viaggio a Vienna. Una sera, al Caffe’ Sacher, dove lo aveva accompagnato il creatore di operette Kalman, l’orchestra attaccò, al suo ingresso, le note inevitabili della Rhapsody in Blue… E proprio a Vienna, in albergo, cominciò a comporre le musiche di “An American in Paris”. Quando, finita la sua vacanza, rientrò a New York, aveva già in valigia la prima stesura della sua composizione più amata.

A Parigi, un Americano a passeggio

Tornato in America, Gershwin si portava dentro un intenso ricordo della metropoli francese : suoni, rumori, colori che lo avevano impressionato, tanto diversi da quelli della sua Manhattan. L’idea base della composizione era quella di alcune “promenades” di un giovane turista americano attraverso le vie della città. E a ogni passeggiata doveva corrispondere un tema musicale. Il primo motivo scorre allegro e veloce, accompagnato dalle note di un ballo popolare parigino. Segue un’immersione nel traffico caotico dei “boulevards”, scandita dal suono delle trombette delle automobili (sconosciuto in America, dove usavano solo i clacson) Storiche trombette, che l’Autore aveva voluto comperare di persona in un negozio specializzato. Ad un certo punto tutto rallenta e cessano i clamori. La pausa apre l’accesso al grande motivo centrale, un ritmo lento di “blues” che vuole esprimere, con un effetto toccante, la nostalgia per la terra lontana. È l’America che si annuncia con un richiamo dolce e nostalgico al suo figlio assente.

Ma non tardano a riaffacciarsi tutti gli spunti precedenti: ancora dei passi, un po’ meno vivaci, quasi con stanchezza, e infine, in chiusura, ancora il “blues” corale, che sottolinea la sua americanità con il ritorno delle percussioni Poi un sonoro e definitivo accordo terminale. Nel 1929, tornato a New York, Gershwin riprende la sua intensa attività nei teatri di Broadway con tutta una serie di “Musicals”, fra i quali alcuni famosissimi, come “Girl Crazy” del ’30, con le canzoni “But Not for Me”, “Embraceable You”, “I got Rhythm”. E poi, nel ’31, “Of thee I sing” (Canto di te), con l’arcaico “Thee” al posto di “You”. E l’elenco potrebbe continuare. Nel 1931 un fatto nuovo per George: la composizione della sua prima musica per il cinema. Il film si chiamava “Delicious”, del regista David Butler, e gli interpreti erano una coppia che veniva dagli anni del “muto”: Janet Gaynor e Charles Farrell. Il film non era un gran che, ma lui e Ira avevano composto alcune belle canzoni, come “Somebody from Somewhere” e una buffa tirata sui nomi russi: “Misha, Sasha, ecc.”

Durante la sua permanenza in California per le musiche di quel primo film, George volle superare l’imbarazzo dell’ambiente inconsueto di Hollywood dedicandosi alla composizione che sarebbe poi diventata, con un titolo semplicissimo, la “Second Rhapsody”.

Il destino di questo suo lavoro non fu felice: per tutti, Gershwin era l’autore degli altri capolavori, e gli mancò il successo. Eppure molti musicologi lo considerano tuttora un ottimo brano sinfonico, con la parte pianistica che supera in impegno anche le opere precedenti. La prima esecuzione avvenne a Boston, all’inizio del 1932. Nello stesso anno fece un viaggio a Cuba, e ne derivò una “Cuban Ouverture”, certamente un’opera minore, con motivi di derivazione latino-americana poco sentiti dall’autore, ma pur sempre sostenuti da una buona orchestrazione e da un grande senso del ritmo. Viene ancora oggi presentata ai concerti, sempre associata a qualche composizione più importante, come magari i “Preludes”.

Infine, nel ’33, alcune brevi e piacevoli composizioni, le “I Got Rhythm Variations”, dirette da Charles Previn alla Symphony Hall di Boston. Il motivo aveva riscosso un grande successo tra le canzoni del Musicai “Girl Crazy”; eanche queste si sentono spesso eseguite nei concerti. La canzone ispirerà a Minnelli, nel 1951, il celebre numero di “Un Americano a Parigi” con Gene Kelly fra i ragazzini. In margine a tutte queste notizie sulla sua attività concertistica, è opportuna un’ulteriore annotazione. Gershwin adorava il contatto con il pubblico (da cui anche una certa sua resistenza a occuparsi di cinema). E fu così che a un certo punto gli furono proposti alcuni concerti nell’enorme “Lewison Stadium” di New York, capace di ventimila spettatori. Il 5 agosto 1932 si svolse questo “Festival delle opere di George Gershwin” con lo stadio gremito, e con altra gente rimasta fuori dagli ingressi.

Si presentò come solista al piano per la “Rhapsody” e per il “Concerto in Fa”, e diresse personalmente l’orchestra per “Un Americano a Parigi”. Dalla cronaca di René Chalupt: “Egli esercitò subito un grande ascendente sull’orchestra. In lui c’era veramente la stoffa del direttore e se ne resero conto tutti, a cominciare dagli stessi suonatori”.

(fine prima parte)

Sono trascorsi più di sessant’anni dal giorno in cui l’America, sorpresa e incredula (ma sarebbe lecito dire “il mondo”) seppe dai giornali e dalla radio che George Gershwin era morto, l’11 di luglio del 1937, per una malattia cerebrale dal decorso tragicamente rapido.
Oggi, al giro di quadrante delle lancette del secolo, si ha veramente l’impressione che ovunque, nel campo della musica leggera e anche di quella “colta”, una grande quantità di persone lo ricordi ancora, rimpiangendo i suoi motivi famosi, o, per buttare là il parolone, immortali:
“Summertime”, “The Man I Love”, “But not for Me”, il “Blues” sorprendente di “Un Americano a Parigi”, l’attacco della “Rhapsody in Blue”, o “Somebody Loves Me”, “Swanee”, “Fashinating Rhythm”… Un elenco senza fine di emozioni in musica, titoli di canzoni con titoli di composizioni sinfoniche.
Una popolarità incredibile, una carriera vertiginosa per un giovane figlio di immigrati russi senza il minimo precedente musicale nella famiglia, con tre saldissimi legami nella sua vita, che lo accompagnarono fino alla fine: la sua città, i suoi fratelli e il suo pianoforte, per comporre e per dare concerti.
La sua New York se la portava dentro, con il suo fragore e i suoi ritmi, anche quando era in viaggio a Londra, a Parigi , o in California, o fra i pescatori negri della Carolina dove stava preparando il capolavoro lirico di “Porgy and Bess”.
George Gershwin era sicuramente un”caro agli Dei” che se lo portarono via troppo presto. Ma tutto ciò che ci ha lasciato qui, per il nostro rimpianto e la nostra ammirazione, ce
lo terremo ben stretto. (I.G.)

BIBLIOGRAFIA E ICONOGRAFIA

(I titoli contrassegnati con recano anche fonti iconografiche)

VOLUMI:

David Ewen: The Story of George Gershwin. Ed ital. Martello, MI 1956 Louis Armstrong: My Life in N. Orleans. ACE Books, London 1955

Mario Pasi e Gerardo Rusconi: G. Gershwin. Guanda Ed. Parma 1958

René Chalupt: Gershwin, a cura di R. Leydi. Ed. Nuova Accad. MI 1961 Franco Abbiati: Storia della Musica, il Novecento. E.D.T. Torino 1978

G.F. Vinay : Storia della Musica. Garzanti Ed. Milano 1971

Gianfranco Vinay (a cura di): Autori vari. E.D.T. Torino 1992

Edward Jablonski: Gershwin, a Biography. Da Capo Press, N. York 1998

Roy Pickard: Fred Astaire. Crescent Books, New York 1985 Alessandro Pirolini: Rouben Namoulian. Il Castoro Cinema, N°l94, 1999

Walter Mauro: Gershwin, la vita e l’opera. Newton Compton, MI 1987

PUBBLICAZIONI E RIVISTE

Luigi Pestalozza: il mondo e la musica di Gershwin. Approdo Mus. 4, 1958

Roberto Leydi: G. G. un Self-made Man. La Mus. PIod. no 30, Fabbri, MI ’67

Rich. Crawford: Gershwin’s Reputation, a Note on Porgy and Bess, in: The Musical Quarterly, Apr. 79 Vol.65, 2

Steven E. Gilbert: Gershwin’s Art of Counterpoint. Mus. Quart. Vol. 70, ’58

Mauro Manciotti: E. con lui esplose l’America in musica (nel centenario della nascita di G.G.). Film DOC, Genova, maggio 1998

QUOTIDIANI :

Franco Abbiati: Concerto Toscanini alla Scala. Corr. Sera, MI 24-5-1946

Jerry Cohen: E’ morto a 86 anni Ira Gershwin. Il Piccolo, TS. 19-8-83

Ivo Franchi: Gershwin, solo canzonette? Corr. Sera, Milano, 23 Nov. 1992 Antonio Monda: Tutti i colori di Gershwin. La Repubblica, 3l-3-1994

Francesco Colombo: Alla Scala Gershwin è tornato in Serie A. Corriere della Sera, l4 luglio 1996

Vittorio Franchini: Gershwin, la musica fatta in casa. Intervista alla sorella Frankie Gershwin per il centenario della nascita di George.  Corr. della Sera, 25 sett. 1998

Commenti

Un commento a “George Gershwin. Una vita breve, un lungo ricordo (I)”

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    Di Danielruwe.Blogspot.Com | 9 Maggio 2013, 03:21

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