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Musica

George Gershwin. Una Vita breve, un lungo ricordo (II)

Verso “Porgy and Bess”

Il successo sempre in aumento delle sue composizioni da concerto aveva fatto maturare un progetto che Gershwin si portava dentro da anni: interrompere per un certo tempo la copiosa fornitura di motivi musicali per le commedie di Broadway (pur sempre accolte con entusiasmo) per potersi dedicare completamente alla creazione di un’opera. Doveva essere un’opera assolutamente americana, con soggetto e musica legati a vita e tradizioni del popolo americano: e considerando l’enorme varietà etnica e culturale delle genti che popolavano i territori racchiusi tra il Canada e il Messico, il compito non era per niente facile. Molti anni prima aveva già composto una breve opera, presentata come una specie d’inserto in una sua rivista della serie annuale “Scandals”, quella del 1922. Il titolo era “Blue Monday Blues” e gli attori erano tutti negri: un piccolo dramma di gelosia e morte nella Lenox Avenue di New York. Era stata accolta con interesse, ma presto dimenticata. Soltanto tre anni dopo, mentre la “Rhapsody in Blue” era al vertice della fama, l’accorto Paul Whiteman volle riesumarla con il titolo “113ma Strada” e con qualche ritocco, ma ebbe breve vita anche questa volta. L’opera famosa di Gershwin doveva aspettare altri dieci anni. Il periodo 1932-33 fu molto importante. Avendo già deciso di dedicarsi completamente alla “sua” opera volle ancora approfondire la propria competenza musicale, e si rivolse al maestro Joseph Schillinger, anch’egli di origine russa, titolare di una rinomata scuola di musica. L’indicazione gli era venuta dal suo fedele amico Oscar Levant, ottimo pianista e attore (negli anni successivi) per il cinema. Schillinger non era affatto preoccupato di avere fra i suoi allievi un compositore già tanto famoso come Gershwin, al quale diede modo di perfezionarsi in armonia e orchestrazione: e i risultati si videro in breve tempo nelle bellissime “Variations on I Got Rhythm”. Intanto era anche uscito il “Gershwin’s Songbook, una raccolta in edizione limitata e originale delle sue canzoni pia famose, illustrata da Constantin Alajalov, disegnatore del “Newyorker”. La prefazione al volume era dello stesso Gershwin, una sintesi di tutte le sue idee  sulla “Popular Music” americana, espresse con originalità ed entusiasmo. Proprio in quei giorni tanto impegnati, moriva il vecchio emigrante Morris Gershwin, dal quale il figlio George aveva certamente ereditato il dinamismo e l’impegno in ogni sua iniziativa. 

Non era facile, come abbiamo detto, trovare una trama idonea per l’opera. Ma George non si diede mai per vinto. Aveva pensato ad un’ambientazione nella metropoli americana, ma non riuscì a trovare uno spunto soddisfacente.  Si ricordò allora di un dramma teatrale visto qualche tempo prima, la storia di un amore disperato fra un mendicante negro di Charleston e una ragazza di nome Bess. Il titolo era “Porgy”, dal nome del protagonista. L’autore aveva ricavato il dramma da un suo precedente romanzo con lo stesso titolo. Gershwin volle subito stabilire un contatto, che fu rapido e molto fortunato. L’autore di “Porgy” era Du Bose Heyward, una persona di grande intelligenza e cortesia, di antica famiglia aristocratica del South Carolina, molto legato alla sua moglie e collaboratrice, Dorothy, e soprattutto alle loro origini “sudiste”. Fra George e Du Bose nacque una sincera amicizia che facilitò in tutti i modi possibili la realizzazione del progetto. Intanto anche un precedente impegno di George era terminato: il radio-show “Music by Gershwin”, un altro dei suoi successi.
Tutto era pronto per mettersi al lavoro. Il compito di scrivere il libretto fu assunto dallo stesso Du Bose assieme a Ira, in un grande spirito di collaborazione. Il desiderio di comporre un’opera veramente realistica indusse Gershwin ad un’importante decisione. Dal momento che era ben poco esperto del mondo del Sud e in particolare di quello negro, volle trasferirsi di persona nello stato del South Carolina, alla ricerca di un’ispirazione diretta nei luoghi stessi del dramma al quale stava lavorando. Il viaggio in ferrovia non fu breve, e giunto a Charleston si trasferì ancora, in auto e in battello, a Folly Island, lungo la costa atlantica. Anche Heyward si era sistemato con Dorothy nella stessa zona.

Quell’estate del 1934 fu laboriosa ma affascinante: sotto la guida esperta dei suoi amici, George visitò tutto ciò che lo poteva interessare: i piccoli villaggi dei pescatori, le rive sabbiose, la vegetazione quasi tropicale. La musica gli nasceva felicemente ispirata, le parole delle romanze, i cori, i recitativi, si susseguivano senza fatica. La collaborazione dello stesso autore del dramma e del suo caro e fedele Ira gli davano una grande tranquillità. Tornato a New York verso la fine dell’anno, aveva praticamente ultimato musica e testi della sua “Black Opera”. Si rendeva necessaria la scelta del regista, e su questo punto non vi fu alcun dubbio.
Rouben Mamoulian era già stato il regista, a Broadway nel 1927, del “Porgy” teatrale che aveva riscosso un enorme successo, con quasi trecento repliche. Il nome di Mamoulian è strettamente legato alla storia dello spettacolo in America, in particolare al cinema, e pensiamo ai suoi “Jeckyll e Hyde”, alla “Regina Cristina” con la Garbo, al “Cantico dei Cantici” con Marlene, oppure a deliziosi film musicali come “Love Me Tonight” con Chevalier. Il 1935 era l’anno del suo “Becky Sharp”, il film pioniere nella storia del Technicolor: impegni e fama di Mamoulian erano al vertice. Tuttavia accettò senza esitare la proposta dei fratelli Gershwin e dei coniugi Heyward, che vedevano in lui una garanzia per il successo delle loro fatiche. Stranamente, quasi tutte le biografie di Gershwin non valutano a fondo il contributo di Mamoulian al successo di “Porgy and Bess”. Non era certo suo compito occuparsi della musica: la reciproca stima fra lui e gli autori non lo avrebbe mai permesso. Ma molte soluzioni ambientali e scenografiche sono merito suo. Un esempio per tutti: l’inizio dell’opera, nella prima versione, prevedeva le note di un pianoforte jazz, e fu proprio Mamoulian a consigliare invece l’immediata ninna-nanna di “Summertime”, molto più idonea a creare subito quel “Southern Feeling” essenziale per la vicenda. Un’altra idea originale fu quella della “sinfonia dei rumori”, non musica, ma una specie di vibrazione prodotta dall’insieme delle comparse che, in scena, danno vita alle minute attività degli abitanti di Catfish Row, con le loro voci e strumenti da lavoro: già nell’edizione teatrale era stata molto apprezzata questa idea. Gershwin la inserì felicemente nel secondo atto.

Bess e i suoi tre uomini: tragedia a “Catfish Row”

La vicenda di Porgy and Bess è avvincente e movimentata. Porgy è un povero mendicante in una comunità di pescatori presso Charleston, South Carolina, che si chiama Catfish Row, la ”strada del pesce-gatto”. È un uomo forte ed aitante, ma ha le gambe del tutto paralizzate e deve spostarsi su un carrettino tirato da una capra: la gente lo chiama “Goat Porgy”, Porgy della capra. È socievole e simpatico a tutti. L’esistenza della comunità si svolge al limite della miseria, nella lotta contro le avversità e i pericolosi temporali della costa. Bess è giovane e bella, ed è la moglie di Crown, il “duro” della contrada, un colosso violento e bevitore. Mentre Clara, un’amica di Bess, canta una ninna-nanna per il suo bambino, c’è in strada una partita ai dadi fra gli uomini. È un momento suggestivo, il canto di Clara ci rammenta che siamo in estate: “Summertime, and the livin’ is easy, fish ere jumpin’ and the cotton is high”.
E intanto, sullo sfondo, si sentono le esclamazioni dei giocatori di dadi. Ma la dolce canzone si deve interrompere, è scoppiata una rissa violenta, Crown affronta il buon Robbins e nella lotta lo uccide, dandosi alla fuga. La cerimonia funebre per Robbins è una delle scene più suggestive dell’opera, al canto degli “spirituals” e con l’offerta rituale di un povero obolo che tutti depongono accanto alla salma, mentre la vedova canta un tristissimo “gone, gone, gone..”, è andato…

Naturalmente verso i verdi pascoli della Terra Promessa. Un mese dopo, Bess e Porgy vivono insieme, lui sta realizzando   il suo grande sogno, lei si sente protetta, e progettano una definitiva  separazione di Bess dal marito latitante.  “Bess, you is my woman now” è la romanza che lui le dedica appassionatamente. È da sottolineare, nel testo, quel “You is” al posto di un “You are”: molte di queste trasgressioni linguistiche sono presenti nel libretto, che segue fedelmente il gergo dei protagonisti, secondo le   precise indicazioni del documentatissimo autore. Ad una festa campestre nei dintorni, partecipa anche Bess, mentre lui è rimasto a casa ad attenderla. Ricompare Crown dalla  boscaglia e la induce a seguirla nel suo nascondiglio. Ma l’assenza non si prolunga, perché lei ormai si sente sicura solo con Porgy. Una violenta tempesta si scatena su Catfish Row, e alcuni  pescatori non fanno più ritorno dal mare. Ma alla tragedia comune si unisce quella dei due innamorati, perché è   invece lo spietato Crown a fare ritorno in paese per portare con sé la moglie. In uno sforzo disperato per fermarlo, Porgy lo avvinghia e lo uccide, con la stretta   delle sue mani. La polizia indaga, ma non riesce a scoprire l’autore  dell’omicidio: è l’unica parte dell’opera in cui compare qualche  personaggio bianco, alle prese con l’omertà di tutto il paese. E Porgy viene arrestato soltanto come reticente a testimoniare.

Intanto Bess, che è rimasta sola ed e convinta che Porgy resti in carcere per sempre, viene circuita da Sportin’ Life, un ambiguo  elegantone che circola nella zona spacciando droga, la Happy Powder,  come lui la chiama, la polvere della felicità.  Il motivo-sigla di Sportin’ Life è “It ain’t necessarily so”, che invita la gente a non fidarsi di nulla,   neanche della Bibbia, tanto “non è necessariamente così”. E insiste perché Bess parta con lui verso la città dei sogni proibiti, la mitica metropoli del Nord: “There’s a Boat dat’s leavin’ soon for New York”, c’è una nave in partenza… E la fragile Bess cede. Poco tempo dopo, Porgy è scarcerato e può tornare a Catfish Row, ma apprende subito dagli amici imbarazzati che la sua Bess è andata via. Il suo grido accorato, con lo sfondo del coro, è “Bess, where’s m Bess?…” Ma Porgy non si vuole arrendere. Il suo amore impossibile lo trascina ancora una volta fuori da ogni logica. Chiede agli amici  dov’è la strada per New York, e non bada neppure alla risposta.   Si  fa portare la sua fedele capretta, l’attacca al carrettino, e se ne,va verso l’ignoto. Gli amici hanno tentato di trattenerlo: “Where you going, Porgy?”. La sua risposta, che conclude l’opera con l’ultimo splendido  motivo, e: “I’m on my way to a Heav’nly Land…”: sono sulla mia strada  per una terra celeste, o Signore, è una lunga via, ma tu sarai là a   prendermi per mano! Gershwin, l’ebreo bianco, conclude il suo capolavoro con un’invocazione che sembra quella di uno “Spiritual” dei suoi  americani di pelle nera. A loro, e alla sua nuova patria, non poteva offrire un   omaggio migliore.
Le prove per la messa in scena dell’opera richiesero molto impegno, e fu anche necessario l’apporto di qualche taglio, poiché la partitura originale superava le quattro ore. Veramente indovinata la scelta degli interpreti. Porgy fu affidato a Todd Duncan, un valido  baritono dalla voce calda e modulata.   E ancor migliore fu la scelta per la parte di Bess, che andò a Anne Wiggins Brown, una ventenne  diplomata alla Willard School of Music.

La Brown aveva già dimostrato nelle numerose audizioni preliminari di meritare senza dubbio alcuno di essere la prima Bess nella storia dell’opera. Per Sportin’  Life, un personaggio difficile, fu scelto John Bubbles,  un attore brillante che veniva dal vaudeville e che era al suo primo   impegno nel mondo della lirica.  Crown toccò a Warren Coleman, che si   dimostrò eccellente nei panni del violento scaricatore di cotone, e dotato di buoni mezzi vocali: era già un noto concertista. 
Anche le altre parti furono scelte da Gershwin e dai suoi  collaboratori con la massima cura. Bisogna aver presente che questi   interpreti erano quasi tutti dei negri del Nord degli Stati Uniti, per  i quali trasformarsi in abitanti di Charleston, nel “Deep South”, era  un compito molto laborioso. Fu necessario che lo stesso Gershwin lavorasse con loro, con pazienza e precisione.  Si diceva che in quell’occasione l’autore si era dimostrato “più negro dei negri”.   E i risultati lo dimostrarono. Vi fu un’anteprima a Boston, città con un pubblico piuttosto difficile, il 30 settembre del ’35, e fu accolta con molto favore.  La “prima” ufficiale ebbe luogo a New York all’Alvin Theatre il 10 di   ottobre. Fu certamente un successo, ma con riserva da parte di alcuni  critici, come del resto era prevedibile per un’opera che entrava in un  territorio assolutamente inedito, quello di una comunità afro-americana   con il suo linguaggio, le sue usanze, le sue musiche. Dieci giorni dopo la “prima” Gershwin pubblicò un suo articolo sulle pagine teatrali del New York Times. Difficile riassumere la passione con cui parlava del suo lavoro, del suo aver creato ex-novo tutte le musiche “popolari” dell’opera senza alterarne la naturalezza e la credibilità. È uno scritto sincero, dove rammenta il suo lungo  apprendistato di compositore di canzoni come base per un lavoro cosi  impegnativo, “perché credo che la musica sopravviva soltanto quando sia concepita in forma impegnata”. L’articolo era intitolato “Rhapsody in Catfish Row”, e va consigliato come lettura per gli estimatori di George Gershwin. Dopo il 1935 il patetico carrettino di Porgy è andato tante volte in giro per il mondo, con il suo carico di vitalità e poesia. Non e possibile riferire tutte le rappresentazioni di   quest’opera in oltre sessant’anni. Limitiamoci a ricordarne alcune. Negli anni successivi alla prima, e dopo le 124 repliche a  New York, si ebbe un tour dell’ opera nel 1936, che ebbe inizio a  Filadelfia e poi in altre città, sempre sotto la precisa direzione orchestrale di Alexander Smallens, che era stato sul podio fin dal  primo giorno.  Vi fu anche una memorabile esecuzione del Concerto in  Fa diretta da Smallens e con Gershwin solista al pianoforte. Nel 1938 Gershwin non c’era più.   Ma le repliche si susseguirono, a Los Angeles e San Francisco, con il cast iniziale quasi al completo. Andando avanti negli anni, va almeno ricordata la tournée mondiale tra il 1953 e Il 1955. Nel settembre 1954, in occasione del Festival internazionale di musica contemporanea, l’opera fu rappresentata alla Fenice di Venezia. E nella stessa stagione 54-55, anche alla Scala.

In tutte queste ottime edizioni, nei ruoli principali sialternavano gli interpreti e il cast era sempre molto vario. Fra inomi più noti, Gloria Davy per Bess, e Cab Calloway, attore ma anche”band leader” del jazz, per Sportin’ Life. Una data importante: nel luglio 1996, quindi recentemente, una splendida esecuzione della Houston Grand Opera alla Scala.Solisti eccellenti Marquita Lister come Bess e Alvy Powell come Porgy nel loro struggente duetto, con l’orchestra scaligera perfettamente in tono con queste note “classiche e moderne”. Il critico del “Corriere”, Francesco M. Colombo, parla di vero “trionfo milanese” dell’opera, respingendo decisamente l’ipotesi diuna “mésalliance” fra il tempio della lirica e un genere minore, e conclude che in quella serata trionfale abbiamo avuto “l’opera giusta al posto giusto”. Gli spettatori più anziani avranno visto per un momento il maestro Toscanini su quel podio, mentre alzava la bacchetta, esattamente cinquant’anni prima, per l’Americano a Parigi che portava Gershwin alla Scala per la prima storica volta.

Gershwin e il cinema: primo tempo

Riportiamoci all’inizio degli anni ’30. Il cinema sonoro in America era ormai al massimo della sua diffusione, e i films “AllSinging”, oltre che “All Talking”, dominavano gli schermi. In quei mesi, il regista hollywoodiano John M. Anderson convoca Paul Whiteman e la sua orchestra famosa, vale a dire il “Re del Jazz” con i suoi ciambellani e ne esce, alcuni mesi dopo, proprio “The King of Jazz”, un autentico calderone di musiche ecantanti, con un giovane Bing Crosby e i suoi “Rhythm Boys”, e tanti altri. Ma il numero principale è l’esecuzione della “Rhapsody in Blue” da parte dell’orchestra di Whiteman, sullo sfondo ridondante e barocco di un gigantesco pianoforte-palcoscenico. Ma questa era solo l’utilizzazione di un famoso prodotto di Gershwin, creato quando ancora non c’era il cinema sonoro. Hollywood voleva ora delle composizioni originali, scritte apposta per lo schermo, e nel 1931 giunse ai fratelli Gershwin un’offerta della Fox, veramente interessante soprattutto dal punto di vista economico. In un’intervista al suo arrivo a Hollywood Gorge, con la sua abituale franchezza, volle subito chiarire le sue ben poche competenze sul cinema. Ma i produttori avevano già pronto un film che aspettava solo le sue musiche: il titolo era “Delicious”, unavivace commedia sulle avventure di una giovane immigrata scozzese a New York. Il regista era David Butler, e i protagonisti erano Janet Gaynor e Charles Farrell, due beneamati attori dai tempi del cinema muto. La Gaynor cantava “Somebody from Somewhere” con molta grazia, e anche tutti gli altri motivi di Gershwin erano piacevoli.Fra gli interpreti c’era anche Virginia Cherrill, la memorabile fioraia cieca di “Luci della città” di Chaplin girato lo stesso anno, ancora rigorosamente “silent” (gli effetti sonori sarebbero stati aggiunti in seguito).

Come abbiamo già visto, dopo questa breve esperienza di circa tre mesi sulla West Coast, Gershwin non si era più occupato di cinema, e usava definire scherzosamente la California come “quel luogo dal quale quasi tutti tornano con un’abbronzatura e la tasca piena di soldi guadagnati con il cinema”. E proprio durante quel primo soggiorno a Hollywood aveva cominciato a comporre un brano da concerto che sarebbe diventato la “Second Rhapsody”, la meno conosciuta fra le sue cose “classiche”, rivalutata in seguito con molta stima dai musicologi. È interessante rammentare che il titolo originale era “Manhattan Rhapsody” e che si ispirava alle emozioni di uno straniero (un russo!) al suo primo contatto con New York: un “American in Paris” speculare… Ritorniamo per un momento a un periodo più recente di qualche anno subito dopo la grande affermazione di Porgy and Bess. Nel 1935, per concedersi un riposo, Gershwin accettò l’invito di una sua amica messicana, Estrella Elizaga, musicista famosa in patria e anche negli Stati Uniti. Lei voleva fargli conoscere gli artisti della capitale, in particolare il compositore Carlos Chavez e il pittore Diego Rivera. Per di più, George avrebbe voluto studiare la musica indigena del Messico. Il progetto non poté realizzarsi: da un lato c’era la situazione politica locale in fermento, con il neo-eletto presidente Càrdenas, e dall’altro le insistenti richieste da Hollywood per lui e Ira. Decisero di rientrare rapidamente. Al di fuori della precedente esperienza cubana, anch’essa molto breve, Gershwin non avrebbe più avuto altri rapporti con l’America latina e con la sua musica.

Hollywood, secondo tempo: l’ultima esperienza

Dopo il breve viaggio in Messico, Gershwin seguiva con grande soddisfazione il successo di Porgy and Bess negli Stati Uniti, in particolare le trasferte cominciate con Filadelfia e la serata in cui era stato richiesto per un “extra” del Concerto in Fa a complemento dell’opera. Ma il cinema, in quel periodo, stava per diventare un suo passaggio obbligato. Le insistenti richieste che gli pervenivano da Hollywood erano giustificate dal fatto che il genere “Musical” era in piena espansione a livello mondiale, e che un compositore famoso come Gershwin era una carta vincente per i grandi produttori di pellicole. Pandro S. Berman, produttore della R.K.O., che aveva già messo in circolazione diversi film della coppia Astaire-Rogers con le canzoni di Irving Berlin e Jerome Kern, la spuntò sui concorrenti (e notiamo, per inciso, che Berlin e Kern erano stati gli idoli del giovane Gershwin, pianista a Tin Pan Alley…). Le trattative economiche andarono felicemente in porto, e nell’agosto del 1936 un aereo portò Gorge e Ira a Los Angeles. A Hollywood non si faceva economia. La produzione aveva riservato per gli ospiti una lussuosa residenza a Beverly Hills, secondo le consuetudini divistiche. Era con loro anche Leonore, la moglie di Ira. Non si può affermare che quell’ambiente fosse l’ideale per i Gershwin: il divario fra Est e Ovest, dal loro punto di vista, non poteva essere maggiore. George aveva lasciato a New York abitudini e grandi affetti, e la separazione gli pesava molto. Non avrebbe mai più rivisto la sua città e la sua gente, da cui si era diviso con grande fatica.

Il primo film in allestimento era “Shall We Dance”, diretto da Mark Sandrich, una storia di rivalità e ripicchi fra un lui e una lei entrambi danzatori (Astaire era un finto ballerino russo), con la solita inevitabile conclusione amorosa secondo uno schema classico. Le musiche di Gershwin per questo film sono tutte da considerare fra le sue più belle e originali. Il film usci in Italia nel 1937 con il titolo “Voglio danzare con te”. In quegli anni la celebre coppia americana Astaire-Rogers apriva ai giovani, alle prese con la retorica etiopico-imperiale del fascismo, degli orizzonti di dolce evasione, soprattutto musicale, nella banalità delle sue trame e nella bravura dei due magici ballerina. I lettori vogliano concedere a chi scrive questi appunti solo qualche titolo: “They Can’t Take That Away from Me” (Questo non me lo potranno portar via), cantato da un Fred Astaire molto meno cantante che danzatore, sul ferry-boat di New York, per la bella rivale, con quella unica nota ripetuta cinque volte in apertura; oppure “They All Laughed” (Tutti ridevano) o ancora “I’ve got Beginner’s Luck” (ho proprio la fortuna del principiante), e via rievocando. In “Voglio danzare con te” c’è anche un brano che gli studiosi di Gershwin citano sempre volentieri, e che non è né cantato né danzato. Si chiama “Walking the Dog”, passeggiando il cane, e i due protagonisti vi interpretano una sequenza senza parole. C’è lui che, per “attaccare” con la bella scontrosa e il suo cagnolino, la segue rimorchiandosi al guinzaglio una specie di grosso alano un po’ tonto. Lo spunto musicale e tutto fondato su un lungo e malizioso “a solo” di clarino, che commenta la passeggiata sul ponte di una nave di lusso, fino all’ovvio epilogo sorridente. Il famoso clarinetto della Rapsodia in Blu scandisce qui le sue note in chiave ironica, e Gershwin ci regala una sua felicissima auto-citazione. Il brano sarebbe poi diventato un noto pezzo da concerto, con il nome di “Promenade”. In una sua lettera di quei giorni, Gershwin racconta l’esperienza di un’audizione delle sue canzoni offerta al regista e al produttore del film: lui e Ira sono alle prese con il modo tanto diverso di concepire le canzoni e il lavoro del cinema, rispetto alle loro abituali esperienze teatrali. Nella lettera ricorre una frase: “I Miss New York” (ho nostalgia di N. York)… Dopo questo primo film, ebbe subito inizio, come da contratto, la lavorazione del secondo. “Damsel in Distress” (Una damigella con dei dispiaceri), con il titolo italiano di “Una magnifica avventura”. Protagonista era ancora Astaire, ma senza Ginger Rogers, che dopo sette film insieme aveva chiesto un “break” al suo partner. E la parte fu di Joan Fonta¡ne, che naturalmente non ballava affatto. Ne uscì tuttavia un film brillante, ben diretto da un esperto George Stevens, su un soggetto di G.P. Wodehouse (proprio lo scrittore inglese in trasferta americana), e con un altro bel mazzo di canzoni della ditta Gershwin, fra le quali “Foggy Day” dedicato alle nebbie di Londra, “Nice Work” con Astaire in un vertiginoso “a solo” fra tanti strumenti a percussione, e “Stiff Upper Lip” (Tieniti saldo) con una coreografia collettiva in mezzo agli specchi deformanti di un Luna Park. L’inevitabile “plot” sentimentale ci parla di un intraprendente ballerino americano che, innamorato di una dolce castellana inglese, riuscirà a vincere gli ostacoli della nobile famiglia, con il risultato di una giovane Lady Alice che va sposa al giovanotto, in un tripudio di solidarietà “british-american” collettiva.Astaire canta e balla per due, ma anche la brava Joan Fontaine, che non si era ancora misurata con l’ambigua “Rebecca” di Hitchcock, se la cavò benissimo.

A proposito di Fred Astaire, è necessaria una breve osservazione. La sua amicizia con Gershwin risaliva agli anni ‘20, quando Fred e sua sorella Alice erano stati gli interpreti di due commedie musicali di George, “Lady be Good” del 1924, e “Funny Face” del 1927, con un enorme successo. Ma si erano già conosciuti quando Gershwin suonava il piano a Tin Pan Alley, alcuni anni prima. Si è scritto di frequenti dissensi fra loro sul set dei loro due film hollywoodiani, e i biografi più attenti confermano che discussioni ve ne furono parecchie: Astaire era ormai un esperto attore di cinema, mentre Gershwin era estraneo al modo di lavorare e di concepire lo spettacolo sullo schermo. E non sempre riuscivano ad intendersi. Ma la loro vecchia amicizia sarebbe stata spezzata solo con la scomparsa di George. Era appena finita la lavorazione del secondo film, e già si faceva avanti la proposta per il terzo. Scrive George alla sua amica Mabel di New York: “I nostri contatti si succedono così strettamente, che non abbiamo neanche un piccolo riposo. Ma dopo “Goldwin Follies” voglio andare a New York e anche in Europa…”. Dunque, “Goldwin Follies”. Era proprio Samuel Goldwin, il famoso magnate, uno dei fondatori di Hollywood, che proponeva ai fratelli Gershwin di musicare per lui una grande produzione in serie, cioè alcuni film della durata di almeno tre ore, e che dovevano essere “All star, all color, all music”: ”All” e basta… Regista George Marshall, fotografo il grande Gregg Toland, direttore musicale Alfred Newman, amico di Gershwin. Nel cast, Adolphe Menjou a fianco di una promettente attrice, Andrea Leeds, e un grosso elenco di divi delle riviste musicali, come Kenny Baker, i Ritz Brothers, il ventriloquo (sic!) Edgar Bergen (padre della futura diva Candice Bergen), nonché la ballerina Vera Zorina col marito coreografo Balanchine, e tanti altri nomi che completavano il colossale e anche troppo affollato “Show”, naturalmente integrato da una quantità di “Goldwin Girls” sontuosamente addobbate. C’era anche qualche aria della “Traviata”… Nel carrozzone, due autentiche perle: Gershwin, che non stava bene, aveva composto per il film: “Love walked in” e “Love is here te Stay”.Di quest’ultima parleremo ancora. Ambedue cominciavano con la parola “Love”. Forse, componendo queste canzoni, pensava a tutti loro che lo amavano o lo avevano amato.

Congedo da George.

I primi malesseri furono attribuiti a stanchezza e a tensione nervosa: era evidente a tutti la sua scarsa simpatia per Goldwin e per le sue grandiosità. Ma nella primavera del 1937 i disturbi aumentarono: cefalee, vertigini, perdita di tono muscolare (era un provetto tennista). Inoltre, gli intimi erano al corrente di un altro evento che in quel periodo tormentava George: l’infatuazione per Paulette Goddard, la moglie di Chaplin, che aveva cominciato a frequentare assiduamente. Paulette era stata la splendida rivelazione di “Tempi Moderni”, cui avrebbero fatto seguito “Donne” di Cukor, e poi “Il grande dittatore”. La loro storia fu intensa e di breve durata. Lui, confidandosi   agli intimi, manifestava il desiderio di allontanarla dal Grande Marito e di sposarla. Non accadde nulla di tutto questo: Paulette segui la proprie carriera e lui, purtroppo, il suo destino. Un successivo peggioramento portò alla decisione, piuttosto tardiva, di un ricovero in ospedale. George insisteva per farsi portare a New York, ma il trasferimento fu giudicato impossibile. Fu sistemato alla “Cedars of Lebanon”, la grande clinica dei benestanti di Hollywood, e i primi accertamenti misero in evidenza una grave situazione di pressione intracranica, da cui il sospetto di un tumore cerebrale. I mezzi diagnostici nel 1937 non erano quelli d’oggi, tuttavia la diagnosi prese sempre più consistenza, e si decise per un immediato intervento. Se ne incaricò il dottor Howard Nazzfinger, un eminente neurochirurgo. L’operazione durò più di quattro ore: Gershwin aveva un glioblastoma del lobo temporale destro, un tumore di estrema malignità e non asportabile, perché la massa era profondamente radicata nel tessuto cerebrale. Un trattamento a base di cortisonici (inesistenti nel 1937), e alcuni altri provvedimenti locali, avrebbero forse ridotto la tensione cerebrale e prolungato la vita di George di pochi mesi, forse di più, ma nient’altro. Il decorso ulteriore fu molto rapido: morì la mattina del giorno 11 luglio del 1937. Non aveva ancora compiuto i trentanove anni. Fino all’ultimo aveva insistito per il suo ritorno a New York: vi ritornò soltanto la sua salma. La cerimonia funebre si svolse il 15 luglio nel tempio israelita di Amanu-El. C’era il sindaco Fiorello La Guardia con tante altre famose persone della musica, del teatro e del cinema, e una folla di gente. A quel tempo non si applaudivano ancora i defunti. Pioveva, “e questo facilitò il compito dei cronisti in cerca di simboli” (René Chalupt).
Mancavano, per l’uscita di “Goldwin Follies”, alcuni completamenti: Vernon Duke, amico e musicista, si prese l’incarico di revisionare tutta la parte musicale, e nel febbraio 1938 il film era nelle sale di tutto il mondo. Più che grandi meriti intrinseci, aveva il privilegio di contenere le ultime cose di George Gershwin.


“I Wonder Who”. Chi era Gershwin?

Sull’artista e sull’uomo sono stati scritti tantissimi libri, e le riviste specializzate hanno studiato a fondo il suo valore come musicista. Ci si è chiesto perché nel gruppo dei più famosi compositori americani del suo tempo, Gershwin abbia un posto del tutto particolare, e sarebbe facile rispondere con i titoli delle sue produzioni “serie”, i concerti, l’opera, i brani scelti, e così via. L’epoca d’oro della grande canzone americana è finita da tanto tempo, anche se il cinema e tutti i veicoli affini ce ne riportano l’eco periodicamente. E poi, se vogliamo Fred Astaire che canta e danza la musica di Jerome Kern, o Ella Fitzgerald che canta Porter, o Armstrong che canta e suona Berlin, o Sarah Vaughan che canta Rodgers, e via citando, basta mettere mano a cassette, CD, e che altro. E il miracolo si rinnova: li abbiamo ancora tutti a portata di musica. Per Gershwin c’è inoltre questa continua “Renaissance”. Nei primi mesi di questo Anno Duemila, uscirà sui palcoscenici italiani un musical tratto dal film “Un americano a Parigi”, tributo a Gershwin, ma anche a Minnelli; e intanto si susseguono orchestre e solisti con le sue musiche. Per non dire delle non lontane iniziative del 1997 a sessant’anni dalla sua morte. Ricordiamo almeno un “Recital” della cantante lirica Shirley Verrett in Italia. “Chi era” dunque? Tutti coloro che hanno parlato dalla sua vita hanno espresso molta simpatia umana per lui: la sua rapida carriera, da povero figlio di immigrati fino ai vertici della fama, la sua grande voglia di vivere, la sua costante disponibilità con tutti che a volte sembrava quasi eccessiva. Si è anche parlato della sua ambizione, del suo desiderio di emergere, di essere sempre “l’uomo del giorno” secondo le regole dei suoi anni ‘30. Ma erano tutti degli elementi positivi, sui quali si fondava sempre il buon esito dei suoi lavori. Diceva Oscar Levant, l’amico fedelissimo: “Una serata con Gershwin è sempre una serata di Gershwin”. Allegro, sorridente, simpatico, ebbe molte amiche, ma non pensò mai al matrimonio. Fa eccezione, come abbiamo visto, la breve ma intensa relazione con Paulette Goddard e la richiesta di sposarla: ed era il suo ultimo arino di vita… Due nomi meritano un ricordo. Il primo è quello di Mabel Schirmer, che lui aveva conosciuta giovanissima come allieva del maestro Hambitzer, uno dei primi insegnanti di musica dallo stesso George. Mabel gli fu amica sincera e corrispondente epistolare uer tutta la vita. Il secondo nome da ricordare è quello di Kay Sw¡ft, moglie divorziata di James Warburg, un autore di “lyrics” per tante canzoni del tempo. Si erano conosciuti a metà degli anni ‘20, e la loro amicizia si prolungò per almeno dieci anni. Kay era un’ottima pianista, più di una volta era stata la sua partner in concerti per due pianoforti, e avevano in comune talento e professionalità. Gli fu molto vicina nella laboriosa preparazione musicale di “Porgy and Bess”. In precedenza, il musical di George intitolato “Oh Kay!” le era stato esplicitamente dedicato. Nelle lettere alla devota Mabel da Hollywood, chiedeva sempre e con insistenza di Kay, in quel periodo forse un po’ assente. In un’intervista televisiva di alcuni anni fa, la Swift parla con tanta tenerezza della sua amicizia per George, ricordo ormai lontano di un’anziana signora. E, per concludere, un accenno a Gershwin pittore. Alla passione per la musica aveva sempre associato, senza mai nasconderlo, una sua inclinazione verso le arti figurative, che condivideva col fratello Ira. Raggiunta la ricchezza, amava portarsi a casa dei quadri d’autore e altri oggetti d’arte. Ma dipingeva, e anche con molto impegno. Era tutt’altro che un banale dilettante, e alcuni suoi ritratti e autoritratti sono molto interessanti. Coltivava rapporti con artisti come Picasso e il messicano Diego Rivera, che una volta gli aveva anche fatto da modello. Nel 1937, a New York, una esposizione delle sue opere ebbe un grande successo. e non solo di stima per il nome: era già una mostra postuma.

Appendice: il “dopo Gershwin” al cinema.

Non passarono molti anni dalla scomparsa di Gershwin. Il richiamo esercitato sul cinema dalle sue musiche, come elemento di attrazione e quindi di successo, era fortissimo. E un film con dentro il nome di Gershwin aveva sicuramente qualcosa in più. Lui, in vita, aveva consegnato la sua musica solo a quattro film, e all’ultimo di questi solo una parte. Sono molti di più, invece, i film successivi con le sue melodie e le sue canzoni, in buona parte provenienti da quanto lui e Ira avevano creato in tanti anni per i Musicals dei palcoscenici di Broadway.

Il primo è un film di Busby Berkeley che appartiene alla serie di produzioni musicali della M.G.M. con Judy Garland e Mickey Rconey per protagonisti, ed è “Strike Up the Band” (fate attaccare la banda!). Il titolo è quello di una marcetta allegra che sottolinea la giovanile esuberanza dei due interpreti: in quel periodo i loro piacevoli filmetti diedero molte soddisfazioni al “Box Office” della Casa del Leone. Nel film in questione, “Strike Up…” è l’unico di Gershwin fra i vari motivi musicali del film stesso, ma è di certo quello dominante. Uscì nel 1940 e il suo titolo italiano era “Musica indiavolata”. Nel 1941 è ancora la “Metro” che, con “Lady Be Good”, riprende il soggetto della rivista musicale di Gershwin, dei 1921. Nella versione per il cinema rimangono due canzoni: quella del titolo, che è una delle più famose, insieme con “Fascinating Rhythm”, altro bel motivo, molto scandito, che era uno dei prediletti di Gershwin quando suonava il piano per i suoi amici. Per il resto, il film si appoggia sulle gambe instancabili di Eleanor Powell, la “Regina del Tap”, soprattutto nel numero finale, con Berkeley per coreografo.

Molto esile, invece, la trama. Nel film, però, la bella Ann Sothern canta “The Last Time I saw Paris” di Jerome Kern, un motivo che tornerà al cinema in tempi futuri. Nel 1930 esce “Girl Crazy”, sempre per la M.G.M. Era stata una felice commedia di Broadway nel 1930, e in questo film tutte le canzoni sono firmate Gershwin. C’è ancora la coppia Garland-Rooney al massimo della sua simpatia. Fra le canzoni, citiamo almeno due titoli: “Embraceable You” e un memorabile “But Not for Me” che Judy ci regala con assorta tenerezza. La trama di supporto è un “Musical Western”, piacevole e scorrevole. Dal “Giri Crazy” di Broadway era già derivato un primo film nel 1932 con lo stesso titolo, per la R.K.O. Non ebbe molta diffusione, anche se gli interpreti del tempo erano volonterosi. E infine, nel 1967, una terza edizione, ancora RKO, ma con il titolo cambiato in “When the Boys Meet the Girls”. La protagonista è una nota cantante, Connie Francis, che naturalmente ci porge il suo “But Noi For Me” e ci fa rimpiangere la tenera Judy Garland del tempo passato. Arriviamo al 1925. Questa volta il film non deriva da una commedia musicale, e si intitola “Rhapsody in Blue”. È diretto da Irving Rapper per la Warner Bros,la “Major” specializzata in massicce biografie. Film celebrativo, vuole essere una accurata ricostruzione di vita e carriera del musicista: uscito a soli otto anni dalla sua morte, con molti testimoni ancora vivi e operanti, il film ha in comune con tanti altri soggetti hollywoodiani la tendenza ad esaltare, romanzandola, la vita del personaggio in questione. Essendo disponibile tutto il repertorio musicale dei Gershwin, risulta che nel film la musica si esprime molto più liberamente di qualunque discorso convenzionale o, peggio, celebrativo: e così si evita di invadere il lato “personale” delle genti tuttora vive. I ruoli sono distribuiti discretamente. George è Robert Alda, un attore misurato e consapevole della sua responsabilità, ottimamente doppiato al pianoforte, e un folto gruppo di volonterosi ricorre le varie parti con rispetto delle rassomiglianze fisiche. Meno efficaci i personaggi femminili ed i caratteristi. Tutto sommato, le interpretazioni migliori provengono da coloro che compaiono “as himself”, di persona, come Paul Whiteman, Al Jolson, George White e Ann Brown (la prima Bess dell’opera). Ma la parte migliore se la assume l’immancabile Oscar Levant, vero amico di George, ottimo pianista e testimone fedele. L’elenco dei brani musicali è enorme: c’è tutto, forse troppo… Nel 1951, mantenendo il suo bel titolo ovvio, esce il film “An American in Paris”, prodotto dalla solita grande Metro e diretto da Vincente Minnelli. È il film più famoso fra quelli ispirati a Gershwin, malgrado sia già trascorso tanto tempo.

Tutti conoscono la vicenda del pittore americano squattrinato in cerca di successo fra Montmartre e il Quartiere Latino, innamorato di una ballerinetta che però è già promessa ad un amico dello stesso pittore: facile pretesto per un intreccio molto musicale e molto romantico, che ci porterà ad un finale fantasmagorico, diciotto minuti senza respiro sulle note del brano-titolo, scenografia esplicitamente ispirata agli impressionasti e a una Parigi “Belle Epoque”, stupefacente e sovraccarica. Il Blues del brano sinfonico conclude una smagliante coreografia sulla fontana di Place de la Concorde animata da luci e danze. In testa agli interpreti, un perfetto Gene Kelly nei numeri cantati e ballati, con due ottime “spalle” in Oscar Levant e Georges Guétary. Ma la rivelazione è Leslie Caron, proveniente dalla scuola di Roland Petit, al suo primo approccio con il cinema. Non è possibile dimenticare “Our Love is here te Stay” cantato dalla voce sommessa di Gene Kelly e danzato dai due sull’argine notturno della Senna, una delle più delicate dichiarazioni d’amore di tutto il cinema musicale. E meriterà citare “I Got Music” con Kelly e i ragazzini per la strada, o il numero magico di Oscar Levant che esegue al piano il terzo movimento del Concerto in Fa con un’orchestra nella quale il pianista, i solisti e il direttore sono sempre lo stesso Levant, una specie di incubo musical-freudiano. E ancora “It’s Wonderful”, “Stairway io Paradise”, e tanti altri motivi fra i più suggestivi dei due Gershwin. “An American in Paris” fece un grosso bottino di Oscar, e contribuì alla diffusione delle musiche di Gershwin in tutto il mondo. Nel 1957, trent’anni esatti dopo la commedia “Funny Face” che aveva trionfato a Broadway, esce il film orionimo. d¡retto da Stanley Donen, che in Italia sarà “Cenerentola a Parigi”. Gli interpreti del ‘27 erano i fratelli Adele e Fred Astaire: qui abbiamo ancora Astaire, agile sessantenne, a fianco di una deliziosa Audrey Hepburn, nel pieno della sua carriera: Vacanze Romane e Sabrina erano già uscite. La storia è semplice: una modesta bibliotecaria del Greenwich Village di New York è spedita a Parigi per un servizio, e si trasforma rapidamente in una “Top Model”. Per di più, simpatizza con gli esistenzialisti, di moda in quel periodo attorno alla Senna. Il fotografo americano che l’ha scoperta (Astaire) e che ne è innamorato, la raggiunge e lotta per conquistarla, complici le musiche di Gershwin. Le confessa “I Love your Funny Face, cioè che ama il suo viso buffo, e avanti con una serie di canzoni e danze (bravissima la Hepburn):’S Wonderful, He Laves and She Loves, Bonjour Paris, e tante altre… Le splendide riprese si devono alla consulenza di Richard Avedon, e i passi di danza di Fred non denunciano per nulla il passare degli anni. Un film piacevole: anche qui, vedi caso, una bella coppia di “Americani a Parigi”…

Anno 1959. Esce per la casa Columbia il film tratto da “Porgy and Bess” con la regia di Otto Preminger, a ventiquattro anni dalla prima dell’opera in America. Molto giusto, a nostro avviso, il proposito del regista di non fare un’opera fotografata e basta. I personaggi dell’ormai mitico Catfish Row sono sovente ispirati ad una realtà più attuale, e questo non fu molto apprezzato da una parte del pubblico. Niente da dire, invece, per la scelta degli interpreti, il Porgy di Sidney Poitier, la Bess di Dorothy Dandridge (che era stata una splendida Carmen Jones dello stesso Preminger), e l’originale Sporting Life di Sammy Davis Jr. Tutti gli attori sono egregiamente doppiati da cantanti di valore. La regia di questo film doveva essere, quasi per diritto, di Mamoulian, ma il progetto cadde per dissidi con i produttori.


Woody Allen, Gershwin e Manhattan: tributo finale.

La coincidenza non è casuale. Il regista, nato nella “Grande Mela” da immigrati ebrei, dedica uno dei suoi film più belli ad un famoso musicista, anche lui ebreo e figlio di immigrati, scomparso da quaranta anni. Il “Manhattan” di Woody Allen è del 1979. Il newyorchese Allen vuole creare un inno alla città amata. E l’inno sono le musiche del newyorchese Gershwin. Ogni momento del film, dalla passione di Isaac, detto Ike, per l’affascinante intellettuale Diane Keaton o per Mariel Hemingway, fanciulla in fiore, fino ai tanti spostamenti attraverso una New York sognata ma reale, tutto è commentato dal motivi di Gershwin. E li esegue la New York Philarmonic diretta da Zubin Metha. Woody Allen è uno dei consueti personaggi della sua serie “pensatore imbranato”, forse uno del migliori. Ha una moglie regolarmente scappata di casa, una passione cocente per Ingmar Bergman, una coppia di amici impegnati nel disperato tentativo di aiutarlo, e cosi via. E intanto scorrono le melodie, fino a (vedi caso) un “But Not for Me” conclusivo, che accompagna la corsa disperata di lke per le vie della città affollatissime, nel tentativo di raggiungere la fanciulla Tracy che sta partendo per Londra. Non sappiamo se tornerà ancora… L’immagine più nota di questo film, quasi la sua sigla, è quella dei due innamorati Ike e Mary seduti su una panchina, con l’enorme Queensboro Bridge dell’East River sullo sfondo. È del direttore della fotografia Gordon Willis, in un bianco e nero da manuale. Il motivo di Gershwin è qui “Someone To Watch Over Me”, qualcuno vegli su di me. E io credo che tutti gli spettatori capiscono subito chi è quel “Someone” che sta vegliando in quel momento su Manhattan…

(fine)

Sono trascorsi più di sessant’anni dal giorno in cui l’America, sorpresa e incredula (ma sarebbe lecito dire “il mondo”) seppe dai giornali e dalla radio che George Gershwin era morto, l’11 di luglio del 1937, per una malattia cerebrale dal decorso tragicamente rapido.
Oggi, al giro di quadrante delle lancette del secolo, si ha veramente l’impressione che ovunque, nel campo della musica leggera e anche di quella “colta”, una grande quantità di persone lo ricordi ancora, rimpiangendo i suoi motivi famosi, o, per buttare là il parolone, immortali:
“Summertime”, “The Man I Love”, “But not for Me”, il “Blues” sorprendente di “Un Americano a Parigi”, l’attacco della “Rhapsody in Blue”, o “Somebody Loves Me”, “Swanee”, “Fashinating Rhythm”… Un elenco senza fine di emozioni in musica, titoli di canzoni con titoli di composizioni sinfoniche.
Una popolarità incredibile, una carriera vertiginosa per un giovane figlio di immigrati russi senza il minimo precedente musicale nella famiglia, con tre saldissimi legami nella sua vita, che lo accompagnarono fino alla fine: la sua città, i suoi fratelli e il suo pianoforte, per comporre e per dare concerti.
La sua New York se la portava dentro, con il suo fragore e i suoi ritmi, anche quando era in viaggio a Londra, a Parigi , o in California, o fra i pescatori negri della Carolina dove stava preparando il capolavoro lirico di “Porgy and Bess”.
George Gershwin era sicuramente un”caro agli Dei” che se lo portarono via troppo presto. Ma tutto ciò che ci ha lasciato qui, per il nostro rimpianto e la nostra ammirazione, ce
lo terremo ben stretto. (I.G.)

BIBLIOGRAFIA E ICONOGRAFIA

(I titoli contrassegnati con recano anche fonti iconografiche)

VOLUMI:

David Ewen: The Story of George Gershwin. Ed ital. Martello, MI 1956 Louis Armstrong: My Life in N. Orleans. ACE Books, London 1955

Mario Pasi e Gerardo Rusconi: G. Gershwin. Guanda Ed. Parma 1958

René Chalupt: Gershwin, a cura di R. Leydi. Ed. Nuova Accad. MI 1961 Franco Abbiati: Storia della Musica, il Novecento. E.D.T. Torino 1978

G.F. Vinay : Storia della Musica. Garzanti Ed. Milano 1971

Gianfranco Vinay (a cura di): Autori vari. E.D.T. Torino 1992

Edward Jablonski: Gershwin, a Biography. Da Capo Press, N. York 1998

Roy Pickard: Fred Astaire. Crescent Books, New York 1985 Alessandro Pirolini: Rouben Namoulian. Il Castoro Cinema, N°l94, 1999

Walter Mauro: Gershwin, la vita e l’opera. Newton Compton, MI 1987

PUBBLICAZIONI E RIVISTE

Luigi Pestalozza: il mondo e la musica di Gershwin. Approdo Mus. 4, 1958

Roberto Leydi: G. G. un Self-made Man. La Mus. PIod. no 30, Fabbri, MI ’67

Rich. Crawford: Gershwin’s Reputation, a Note on Porgy and Bess, in: The Musical Quarterly, Apr. 79 Vol.65, 2

Steven E. Gilbert: Gershwin’s Art of Counterpoint. Mus. Quart. Vol. 70, ’58

Mauro Manciotti: E. con lui esplose l’America in musica (nel centenario della nascita di G.G.). Film DOC, Genova, maggio 1998

QUOTIDIANI :

Franco Abbiati: Concerto Toscanini alla Scala. Corr. Sera, MI 24-5-1946

Jerry Cohen: E’ morto a 86 anni Ira Gershwin. Il Piccolo, TS. 19-8-83

Ivo Franchi: Gershwin, solo canzonette? Corr. Sera, Milano, 23 Nov. 1992 Antonio Monda: Tutti i colori di Gershwin. La Repubblica, 3l-3-1994

Francesco Colombo: Alla Scala Gershwin è tornato in Serie A. Corriere della Sera, l4 luglio 1996

Vittorio Franchini: Gershwin, la musica fatta in casa. Intervista alla sorella Frankie Gershwin per il centenario della nascita di George.  Corr. della Sera, 25 sett. 1998

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