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Scrittura

Izet Sarajlic

Io e il mio popolo, alla periferia del mondo

Umberto Mangani (UM): Ci troviamo nell’albergo “La valle di Banne” presso la località di Banne situata a pochi chilometri da Trieste. Oggi, mercoledì 13 giugno 2001, Izet Sarajlic, bosniaco, uno dei più grandi poeti viventi, inizia un breve ma significativo tour italiano per presentare il suo nuovo libro “Qualcuno ha suonato”, edito dalla Multimedia Edizioni di Salerno. Ricordiamo che questa raccolta è la terza pubblicata in Italia dopo “Il libro degli Addii” e “Poemi di guerra di Sarajevo”.

Andrej Andrejevic Voznesenski a suo tempo prese in prestito da lei “il minuto di silenzio” riferendosi ad una sua poesia che terminava col verso “un minuto di silenzio per me”. Il titolo fu preso in prestito per scrivere a sua volta un testo in cui chiedeva “un minuto di silenzio per due suoi poemi andati distrutti”. Lei poi ha preso in prestito da Voznesenski il verso “non rinnegare”. Vorrei quindi iniziare questa intervista con Izet Sarajlic con un minuto di silenzio per non rinnegare e, aggiungerei io, per non dimenticare.

Izet Sarajlic (IS): Prima di me sono intervenute persone, come Raffaella Marzano e Sinan Gudzevic, che parlano molto bene l’italiano. Il mio italiano invece è molto povero. I miei professori di italiano, infatti, non erano professori universitari bensì soldati del 55° Reggimento dislocati nella mia città (Trebinije) durante la seconda guerra mondiale. Questi cari soldati — e lo dico da antimilitarista — erano cari soldati italiani, amanti del bel canto, come ad esempio “…torna piccina mia …” o “…mamma son tanto felice…”, e non come i soldati di questa ultima guerra che sanno solo sparare. Anche se mio fratello è stato fucilato dai fascisti italiani, la mia famiglia è stata sempre innamorata dell’Italia.

Anche se gli avvenimenti della guerra hanno lasciato un segno profondo nella mia anima io non rinnego niente della mia vita. Questi “nuovi fascisti”, che prima della guerra erano “grandi comunisti”, hanno fatto di tutto affinché io dimenticassi il mio passato. Ma io non voglio dimenticare niente della mia vita. La mia vita è stata meravigliosa, magnifica; è stata la vita di un uomo che ha sempre amato la buona compagnia.

Anche adesso continuo su questa strada, sulla strada dell’amicizia, dove incontro belle persone. Come, ad esempio, Sergio Iagulli che è qui adesso, seduto accanto a me. Lui ha organizzato un Festival di poesia così intimo, così tenero… Adesso, ad esempio, avrei piacere che qui accanto a me ci fossero Jack Hirschman e Alberto Masala.

Dicono che forse è passato il tempo dell’amore. Ma io non so fare niente senza l’amore. Non mi interessa quel mondo dove la principale parola non è “ti amo”. Solamente il mondo dove si ama è il mio mondo. Per questo non voglio buttare niente della mia vita nella periferia della mondo.

UM: Un accenno a suo fratello: nelle sue poesie non troveremo mai un invito alla violenza e alla vendetta anche quando parla della triste sorte toccata a suo fratello, al punto che se oggi le chiedono cos’è per lei l’Italia lei risponde: per me l’Italia sono io!

IS: Dopo la morte di mio fratello un soldato del 55° reggimento veniva sempre a trovarmi a casa. La sera bussava alla porta di casa (allora noi non avevamo il campanello). Chiedevo chi era e dall’altra parte della porta una voce rispondeva: io. Da questo momento l’Italia per me era “IO”.

Quando sono stato la prima volta in Italia ho scritto un poesia in prosa intitolata “Io” dove parlavo di questa intimità italiana. Non credo che fosse un soldato veramente coraggioso, ma lui veniva sempre a trovare la mia famiglia, che è stata sempre antifascista, e ci portava viveri e bevande. Io, a quell’epoca avrò avuto sì e no 12 anni e andavo pazzo per la cioccolata. Ci portava cose semplici, ma che noi non avevamo in casa. Così, per lungo tempo, queste cose semplici hanno rappresentato l’Italia. Per me l’Italia è Vittorini, è la vostra famosa cinematografia come Miracolo a Milano, i film di Vittorio De Sica, per me l’Italia sono le bellissime gambe di Silvana Mangano in Riso amaro ecc.

Qualche volta, quando ritorno a Sarajevo dall’Italia, penso così: mio Dio, come sono buoni questi italiani come noi jugoslavi quando eravamo normali!

Voi italiani siete gente allegra. Quando incontrate uno straniero a me sembra che abbiate quattro mani per abbracciarlo. Sinan Gudzevic mi ha detto una volta: sai Izet, uno scrittore polacco ha detto che ognuno ha due patrie, la prima è quella dove un uomo nasce e la seconda l’Italia. Qualche volta io penso che, se gli avvenimenti nell’ex-Jugoslavia andranno in totale catastrofe, forse io potrò prendere il treno e andare in Italia e forse anche morirvi. Ma poi penso di voler morire a Sarajevo. Ma Sarajevo, come scrissi in una poesia, “…sarà la città natale della mia morte”.

UM: Ricordiamo che nel 1997 lei venne a Trieste per ritirare il Premio “Sarajevo 1997” assegnato dalla Fondazione Laboratorio del Mediterraneo. A distanza di quattro anni lei torna a Trieste per presentare un nuovo libro. Qual è il rapporto che la lega a questa città?

IS: Adesso dovrò per forza di cose essere molto sentimentale. Trieste è stata l’ultima città della mia vita dove ho trascorso dei bellissimi giorni con mia moglie prima della sua tragica morte. Io amo molte città italiane e straniere. Amo Leningrado, amo alcuni quartieri di Parigi, amo Roma (non amo Londra), ma Trieste è stata la città dove ho trascorso tre bellissimi giorni insieme a mia moglie. Ricordo la camera 239 dell’Hotel Jolly in via Cavour dove sono stato molto felice.

In quell’occasione ricevetti il premio della Fondazione Laboratorio del Mediterraneo. Ma io non amo i premi. Quel premio l’ho ricevuto grazie a Silvio Ferrari e grazie a Predgar Matvejevic. Matvejevic ha pubblicato il “Libro degli Addii” mentre Silvio Ferrari ha pubblicato a Genova il libro “Trenta febbraio”. Così è la mia vita, ora che mia moglie è morta: è come il “trenta febbraio”, una data che non esiste… una vita che non c’è più. Continuo a ridere, a bere con amici, ma quando resto solo è tutta un’altra cosa.

UM: Le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue da autori di fama mondiale. Ricordiamo Josiv Brodskj, Hans Magnus Enzemberger, Alfonso Gatto, Blaze Konevski e altri ancora…

IS: Scusa ma ti devo interrompere. Voi italiani siete sempre così “leggeri”. Voi dite sempre: è stato tradotto da… come se le mie poesie fossero state tradotte da un Nobel. Josiv Brodski ha tradotto le mie poesie quando era giovane. Avrà avuto circa vent’anni. Io ad esempio non l’ho mai incontrato. Brodski disse: “il primo autore straniero che ho letto e tradotto è stato Izet Sarajlic…”. Rimasi sorpreso da questa sua affermazione. Ma a quel tempo le opere dei poeti jugoslavi giravano parecchio. Più di adesso. Forse lui ha letto le mie poesie in qualche giornale russo e poi le ha tradotte. Io, però, non ho mai visto quelle traduzioni.

Anche per Alfonso Gatto vale la stessa cosa. Lui ha solamente aiutato Giacomo Scotti nella stesura definitiva di un libro che l’editore triestino Tullio Reggente della Casa Editrice “Asterisco” aveva deciso di pubblicare.

Quindi, quando voi dite: Izet Sarajlic è stato tradotto da Alfonso Gatto anche quest’affermazione è vera solo in parte.

Anch’io ero come Alfonso Gatto. Lui traduceva poco, come me. Lavorava come radiocronista di calcio per una radio. E io so che molti italiani la domenica preferivano ascoltare le radiocronache di Gatto piuttosto che uscire di casa con la propria moglie.

Lui è stato un uomo ricco; è stato un ottimo pittore. Quando veniva a trovarmi a casa lui si metteva a dipingere mia figlia. Gli bastavano solo poche pennellate per ritrarre un volto. Con tre o quattro pennellate ritraeva mia figlia

Lui è stato un “Vesuvio di talenti”, sapeva tantissime cose. Ed era particolarmente ironico. Ricordo ad esempio un episodio in cui io e Gatto eravamo stati invitati a partecipare ad un incontro di poeti. Nell’autobus io e Gatto ci accorgemmo che tutti i poeti erano tristi e chiusi. Allora io e Alfonso abbiamo preso il microfono e abbiamo iniziato a cantare un’aria di Albinoni.

Quando penso ad un poeta penso ad un uomo che abbia veramente qualcosa da dire o da donare alla gente.

Io comunque sono molto privato. Sinan Gudzevic è un poeta della nuova generazione. Prima di lui altri hanno sempre detto di me: Izet è un poeta magnifico, ma…; Izet è molto stupido, ma…; allora io dicevo loro: Volete dire una volta per tutte chi sono?

Adesso Sinan Gudzevic ha detto: Jugoslavia ascolta questo poeta! Questo poeta ha detto parole profetiche. Poi dicono che Izet è grande. Macché grande! Grande è il Canal Grande di Trieste, grande è il Rio Grande. Io, invece, sono una persona normale.

UM: Alfonso Gatto diceva: “voglio che la poesia sia la sola a dire chi sono”. Lei, Izet Sarajlic, se la sentirebbe di dirci: Chi è Sarajlic?

IS: Io sono il nonno del mio Vladimir, sono il padre della mia Tamara, sono il vedovo di mia moglie, sono amico di tanti uomini… A me sembra che la mia posizione nel mondo sia quella di vicinanza con gli uomini. Odio la brutta compagnia. Credo di essere un poeta.

Un turco ha detto: in Turchia c’era un grande poeta vissuto fino all’età di 39 anni; si chiamava Orhan Veli, il più grande poeta turco contemporaneo dopo Nazim Hikmet , e un altro terzo grande poeta turco Melih Cevdet Anday ha scritto dopo il mio primo libro pubblicato in Turchia in un giornale: per me Izet è come il nostro Orhan Veli, ma lui è morto a 39 anni ed io pensai: Dio ti prego fa che viva di più di Orhan Veli.

Non so scrivere Epica. Queste sono cose serbe. Nel 1952 sono stato con la mia ragazza e futura moglie nella bellissima isola di Loput vicino a Dubrovnik. Ero molto innamorato, ma ho avuto vergogna per noi due che potevamo amarci mentre mio fratello che aveva diciotto anni non ha mai baciato nessuna ragazza prima di essere ucciso. Allora scrissi una poesia: “Nati nel millenovecentoventitrè, fucilati nel millenovecentoquarantadue”. In Jugoslavia, influenzata da una forte corrente epica, antifascista, questa poesia rivoluzionaria è stata la prima ad entrare nelle case della gente… e la gente si è riconosciuta in questa poesia. Ancora oggi non si sa se questa è poesia rivoluzionaria o poesia d’amore. Per me tutto è stato amore e rivoluzione. Ma dico spesso: rivoluzionario non cambiare il mondo! Il nostro mondo è bellissimo. La rivoluzione deve rimanere nella terra dei sogni. Ogni sogno realizzato non è più rivoluzionario. Perché ad esempio noi tutti siamo innamorati della rivoluzione spagnola? Perché non si è realizzata! Nessun soldato è diventato un Presidente o un Ministro degli Esteri o un Direttore di qualcosa. Tutti sono rimasti nella posizione iniziale. Adesso quando si parla di Comunismo, io dico: aspettate! Avete tutti letto Marx, Tito ecc. Il mio comunismo è arrivato per colpa di mio fratello e io non posso rinnegare questa parte della mia vita.

UM: Nato da un’antica famiglia musulmana della Bosnia, Lei ha trascorso gran parte della sua vita a Sarajevo e vi è rimasto durante l’assedio della città. La sua vicenda personale lascia intuire che non è crudele la letteratura, ma il mondo che essa si trova a riflettere ed elaborare criticamente. La sua poesia è anche quindi l’elaborazione di un lutto terribile.

Se Sarajevo è la “nuova capitale del dolore”, Sarajlic può essere definito il “poeta del dolore”?

IS: Ho parlato di come sono stato felice e adesso tu vuoi che ti dica che sono poeta del dolore… è arrivata questa guerra. Un critico russo scrisse che anche le mie poesie tristi sono allegre.

Adesso anche la mia allegria è triste per colpa della guerra. Ho perduto due sorelle, ho perduto il mio paese, ho perduto mia moglie, ho perduto mio nipote, ho perduto cinque anni di felicità.Tutto questo lutto finisce inevitabilmente nel bilancio della mia vita. Ho parlato di ricchezza anche quando eravamo poveri. Arrivavano vari uomini dall’Europa e scrivevano: siamo stati in un piccolo appartamento dove vive Izet Sarajlic. Io ero sempre sbalordito e pensavo: ma quale piccolo appartamento!? Erano pur sempre 37 mq.! Era molto grande! Questi 37 mq erano la mia ricchezza.

Adesso, anche quando rido, mia figlia mi dice: Papà tu hai sempre aneddoti ma io vedo lacrime nei tuoi occhi. E questo lo devo alla tragedia del mio paese che non era come la Cecoslovacchia e l’Azerbaijan… Jugoslavia era un paese caro a tutto il mondo. Invece, adesso ho paura quando vado negli aeroporti perché qualcuno pensa che vengo da Sarajevo, che forse porto una bomba con me, ma io ho solo una penna…

Era un paese molto bello, anche se molta gente viene definita Jugonostalgica in senso peggiorativo. Ma io non posso essere nostalgico per quel tempo che era la mia vita. La mia vita è passata. Adesso vengono a Sarajevo diplomatici di quarta categoria per educarci in democrazia. Ma io penso: che democrazia è quella Americana? Così adesso vivo nella periferia del mondo io insieme al mio popolo.

UM: Ho scritto la mia prima poesia… Terminerebbe per noi questa frase?

IS: Ho scritto sempre fin da bambino. Ma la prima vera volta in cui mi sono sentito poeta fu quando vidi una bellissima ragazza sul ponte che univa i nostri licei, quello maschile e quello femminile.

Commenti

Un commento a “Io e il mio popolo, alla periferia del mondo”

  1. Questo intervento è assolutamente scritto bene, così come l’intero pagina web (http://www.fucinemute.it) generalmente.
    Sono un assiduo affezionato, ottimo lavoro.

    ulteriori consigli consultabili qui

    Di basificato | 22 dicembre 2015, 15:09

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