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Cinema

Edoardo Winspeare

Galantuomini

Locandina del film Galantuomini di Edoardo WinspeareContadini che lavorano nelle piantagioni di tabacco. Il rosso dei pomodori lasciati a seccare al sole di un terrazzo, che di lì a poco diventerà il rosso del sangue sparso dalla mafia. L’innocenza di tre bambini inseparabili. Le immagini di un Salento antico e incontaminato — magnificamente esaltate dalla notevole fotografia di Paolo Carnera — aprono Galantuomini, quarto lungometraggio di Edoardo Winspeare.

Nelle sale dal 21 novembre, distribuito da 01, Galantuomini racconta la storia di Ignazio (Fabrizio Gifuni) che, tornato a Lecce dopo aver lavorato a Milano, ritrova Lucia (Donatella Finocchiaro), la donna di cui è innamorato da sempre e diventata, nel frattempo, capoclan della mafia locale: la Sacra corona unita. A lui la difficile scelta tra la giustizia, cui ha dedicato la vita intera, e le ragioni del cuore cui, non senza lacerazioni morali, deciderà infine di arrendersi. Nel cast anche Beppe Fiorello, per la prima volta nei panni del cattivo: il malavitoso cocainomane Infantino, per la cui interpretazione l’attore ha dichiarato di essersi ispirato ad alcuni personaggi che gli capitava di frequentare da ragazzo, nei bar di Augusta.

A metà tra il melodramma e il noir, la quarta prova di Winspeare dietro la macchina da presa — ma anche la prima girata con attori professionisti, tra cui una Donatella Finocchiaro insignita del Marc’Aurelio d’Argento come miglior attrice al Festival internazionale del cinema di Roma — convince. Merito anche di una buona sceneggiatura scritta dal regista assieme con Alessandro Valenti e Andrea Piva, già autore di La Capa Gira e Mio cognato. Ci sta dentro l’amore violento di Winspeare per la sua terra, emerso con prepotenza in “Sangue vivo”, ma anche tutto il suo orrore nello scoprire che questo paradiso non è stato e non è immune da brutture. È un salto doloroso nelle ferite del Salento degli anni’90: quello dei morti ammazzati per strada, dei traffici loschi di armi e droga e delle lotte intestine tra clan per il controllo del territorio.

A quasi vent’anni da quel periodo buio della storia locale, Winspeare trova la giusta distanza per raccontare la violenza esercitata, su un territorio fino ad allora vergine, dalla “quarta mafia”. Argomento peraltro già affrontato lo scorso anno dal collettivo di registi Fluid video crew con Fine pena mai. Ma lo sguardo di Winspeare — a differenza di quello dei classici film di mafia come Il padrino e nonostante dialoghi felici che strappano sorrisi non è di simpatia verso i personaggi strampalati che popolano il suo Salento. E comunque il noir non è l’aspetto predominante del film ma solo, come rivendica lo stesso regista «lo sfondo per una struggente storia d’amore in cui c’è anche tanta dolcezza».

Una scena del film Galantuomini

Valeria Blanco (VB): Winspeare, ci risiamo: come già accaduto a Matteo Garrone, anche nei suoi confronti si solleva l’accusa di aver fornito un’immagine non edificante della sua terra e dell’Italia intera.

Edoardo Winspeare (EW): Il mio film restituisce un volto del Salento non certo da cartolina, molto diverso da quello che i turisti che affollano le nostre coste sono abituati a vedere. C’è la violenza, ci sono i centri storici diroccati, ma è una scelta precisa: la gente che racconto non fa parte della cerchia dei fortunati, non ha le ville al mare. Le accuse, però, le respingo al mittente. In tutti i miei lavori precedenti, le bellezze del Salento venivano fuori con prepotenza, tanto che ormai si parla di me come del mujahidin della pizzica. È vero, sono letteralmente innamorato della mia terra, ma non la vedo tutta sole, mare e buon vino. In questo film, in decisa controtendenza rispetto al mio passato da regista, c’è lo sguardo sofferente di chi vede violentata la terra che ama.

VB: Cosa risponde a chi avrebbe preferito che lei continuasse a esaltare il volto solare della Puglia, senza addentrarsi in esplorazioni di stampo sociologico?

EW: Rispondo che io, invece, queste cose le voglio raccontare proprio per il grande amore che nutro per la mia terra. Mi capita spesso di discutere con i miei corregionali e di sentirmi dire che da noi violenza, degrado, orrore e mafia non esistono. Invece ci sono eccome e non si può far finta di non vedere. Ma non sono un sociologo. Non ho cercato di dare spiegazioni o interpretazioni di fenomeni come la proliferazione della cosiddetta “quarta mafia”. Il mio è uno sguardo diverso, i miei riferimenti sono nel cinema e nei romanzi americani come quelli di William Faulkner.

VB: Raccontare la mafia è per lei una novità, ma a quanto pare c’è un prepotente ritorno, in Italia, al film di genere.

EW: Forse perché mafia e calcio sono le due cose che meglio caratterizzano l’italiano medio, anche agli occhi di un ipotetico spettatore estero. E poi le storie di mafia si prestano bene a fini drammaturgici. Io, poi, sono una persona curiosa e molto attratta dalle zone d’ombra. Quella che racconto in Galantuomini, però, è una mafia stupida, se vogliamo. Una mafia in cui c’è un’unica intelligenza che comanda e tanti cani di piazza che eseguono gli ordini. È un aspetto ben espresso da dialoghi in cui, ad esempio, gli affiliati si preoccupano di far soldi in modo da poter comprare Van Basten e permettere alla squadra del Lecce di arrivare alla coppa dei Campioni».

VB: Ma veniamo al film: come è nata l’idea di parlare di Sacra corona unita?

EW: L’idea mi è venuta qualche anno fa quando, facendo dei seminari nel carcere di Lecce, ho conosciuto le mogli di alcuni detenuti. È scattata da lì l’intuizione per una storia la cui trama, però, è completamente inventata. A dire il vero, non era neppure mia intenzione fare un film di denuncia, anche perché nel Salento non c’è una vera e propria mentalità mafiosa: Galantuomini è una grande storia d’amore, quella di un uomo onesto che sceglie di amare una donna che, invece, sta dalla parte del male. La criminalità è solo sullo sfondo del conflitto morale».

Una scena del film Galantuomini di Edoardo Winspeare

VB: Ma in un universo popolato da assassini e spacciatori, dove sono quei galantuomini cui fa riferimento il titolo?

EW: C’è da dire che la sceneggiatura ha avuto almeno venticinque stesure. In una di queste c’erano, effettivamente, due galantuomini: il padre di Ignazio, un avvocato di tradizione forense, e il padre di Lucia, un vecchio contadino legato ai valori della terra. Poi questi personaggi sono stati tagliati, ma ho voluto mantenere il titolo. In realtà, la trama suggeriva un titolo che, volendo parafrasare i fratelli Cohen, poteva essere “Questo non è un paese per galantuomini”. È vero, racconto un mondo in cui il solo valore forte è costituito dai soldi. L’unico vero galantuomo è il personaggio di Gifuni: cresciuto col mito della giustizia, diventato un magistrato a Milano, dove si presume abbia sgominato vari clan e collaborato alle inchieste di Mani pulite. Un uomo integro, che non va a cena con persone ambigue perché l’indomani potrebbe doverle arrestare e non vuole essere colluso.

VB: Anche Ignazio, però, si rivela un galantuomo per metà che finisce per compromettersi…

EW Ignazio è un uomo di legge, ma è anche un uomo fatto di carne: un giano bifronte la cui natura più umana viene fuori quando ritrova la donna che ama sin da quando era bambino. E tutto sommato, anche se tradisce la legge, rimane un galantuomo perché si rende conto della stupidaggine che ha fatto e rassegna le dimissioni, senza per questo pentirsi di aver scelto l’amore. È un uomo coraggioso, ma in modo diametralmente opposto alla canonica rappresentazione del coraggio.

VB Dalla pizzica tradizionale a Glory box dei Portished. Anche nella colonna sonora non si è fatto mancare nulla.

EW: Credo che quella realizzata da Gabriele Rampino per questo film sia la più bella colonna sonora scritta negli ultimi anni. Gabriele è stato bravissimo nel toccare le radici della musica popolare salentina senza cadere nel cliché.

Edoardo Winspeare

VB: Con questo film si consacra tra i registi più promettenti della Penisola. Qual è la sua opinione del cinema italiano degli ultimi anni?

EW: Credo che il cinema italiano goda di buona salute nonostante periodicamente si continui a cantarne il De Profundis. È il settore dell’arte che a me, in questo momento, sembra più vitale.

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