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Cinema

Srđa Orbanić

La voce della Croazia

Luciano Dobrilovic (LD): In generale, qual è l’influenza che il cinema croato esercita sulla psiche degli spettatori?

Srđa Orbanić (SO): è un discorso che va sviluppato in più livelli. C’è un livello di reazione immediata: abbiamo avuto occasione di vedere in questi ultimi anni il rifiuto o l’accettazione sfrenata di certi film che hanno trattato temi particolari, in genere temi che riguardavano la guerra patriottica. Poi c’è un livello subliminale, di creazione di certi archetipi e di tutta una serie di immagini che poi si ripetono nella retorica della comunicazione pubblica, e c’è un terzo livello che riguarda la coscienza collettiva: la creazione di un mito della collettività. Bisogna tuttavia tenere presente che il numero dei film prodotti in Croazia è molto ridotto e limitato, in genere non superiore ai dieci film annui, e quindi la portata di questa influenza è per questa ragione limitata; d’altra parte, però, visto che nella produzione dei film c’è sempre una forte partecipazione della tv di stato — e pertanto tutti questi film vengono trasmessi poi in tv in forma di telefilm — questi film raggiungono, tramite il mezzo televisivo, anche un pubblico molto vasto.

LD: C’è in particolare qualche film che abbia esercitato un’influenza molto intensa sulla psiche degli spettatori?

SO: Ce ne sono parecchi, sia dal punto di vista di ciò che era l’ideologia di stato, sia dal punto di vista di chi non condivideva questa ideologia. Il film fondamentale in questo senso è quello di Brešan, Come è iniziata la guerra sulla mia isola?, che si è occupato proprio di certi luoghi comuni della retorica nazionalistica che si è andata costruendo, dal ’90 in poi, mostrandone l’inconsistenza. Questo ha avuto una grande responso nel pubblico, perché è il film più visto nella distribuzione cinematografica in Croazia di questi ultimi dieci anni. Poi, ci sono naturalmente anche film che hanno provocato altri generi di reazione: in genere, ci sono film — direi proprio — di bassa propaganda ideologica, e in questo era maestro un certo Signor Jakov Sedlar, che era un regista di regime che produceva ‘sti film, a partire da Gospa, ‘Madonna’, sul fenomeno di Međugorje, poi l’ultimo, In fila per quattro, che ha suscitato un enorme casino perché fatto prima delle elezioni. Questo mi sembra importante, rilevare l’esistenza di due tipi di cinema che hanno questo effetto [d’influenzare psichicamente gli spettatori]. C’è una cerchia di registi che con le loro opere hanno cercato di decostruire il mito nazionalistico che si andava erigendo, mentre dall’altra parte c’erano altri che lo alimentavano, e hanno avuto questo forte impatto sulla psiche del pubblico.

LD: Nei film croati vi è spesso un ostentato rifiuto degli elementi della cinematografia e cultura serba; una reazione così eccessiva è la logica riprova che la cinematografia croata non è priva, nel suo intimo, di elementi culturali serbi. Si può parlare di un fondo comune balcanico? Potremmo indicarne degli indizi o segnalarne degli elementi?

SO: Rispondiamo prima, tassativamente, a questa domanda sul fondo comune balcanico e diciamo che c’è, esiste; e adesso torno a monte, all’inizio della domanda, e dico che il cinema croato faceva parte di una chiara pianificazione di stato di tipo Hausbau, di un tentativo di marcare le differenze tra i croati e i serbi. è un procedimento tipico — che non ha nulla di scandaloso — in situazioni di questo genere: se ne sono verificati in moltissime occasioni anche in Europa, già nei precedenti secoli, e quindi sfioriamo l’ovvietà e la banalità nel dire che anche il cinema doveva partecipare a questa politica dell’Hausbau, di differenziazione dal resto della Jugoslavia, doveva cioè contribuire alla costruzione del mito nazionale, e lo ha fatto nella misura in cui questa cosa era possibile. Questo si può fare in vari modi: nei film prodotti tra il ’90 ed oggi ciò è stato fatto in modo pessimo, quindi i film croati brulicano di questi luoghi comuni ideologici, ‘sti serbi ridotti alla bestialità e cose del genere, purtroppo… Ci sono però delle eccezioni, dove questa cosa non si è verificata… — Naturalmente, poi, ciò non riguardava solo i serbi, ma riguardava anche — non so… — gli europei… è tutto un insieme di immagini e personificazioni che in sostanza sono molto xenofobe e facevano parte di questa volontà di completa autarchia che in Croazia si è vissuta praticamente per dieci anni. E poi, adesso, per l’ultima parte della Sua domanda, questo esistente fondo comune deriva dal fatto che in genere nel cinema diciamo “jugoslavo” — o, meglio oggi, “balcanico”, visto che il paese non c’è più — il cinema adottava matrici della narrazione e dell’immaginario che sono tipiche della cultura orale, quindi di una cultura basata sulla sedimentazione, non sulla standardizzazione, e sulla ruralità: questo mito rurale della terra che determina gli uomini, questa ideologia latentemente voelkisch e Bloet und Boden era presente, già prima, ed è presente anche oggi. Poi, per quanto riguarda gli elementi singoli e specifici di questo fondo comune, potremmo qui citare una cosa a cui abbiamo già accennato prima: ad esempio, questa “affascinazione” che esiste per la violenza, per l’esagerazione nella violenza in tutti i suoi aspetti e segmenti, dalle emozioni violente al linguaggio violento ad atti violenti, in cui i registi ci sguazzano. Un defunto critico croato, un certo Veselko Dendžera, parlava di ciò come di una “pornografia del male”; c’era un denudamento completo del male… lui lamentava questa “non presenza” del bene che controbilanciasse questo male… -Quando parlava di questa cosa, non parlava del cinema croato, però, per analogia io la applico adesso a questo tema di cui stiamo parlando. Poi, un’altra cosa che mi sembra interessante è questo decoulage che esiste quando si comincia a trattare temi urbani, quando passiamo dalla ruralità all’urbanità c’è lo stesso tipo di decoulage sia nel cinema croato che nel cinema serbo: qui c’è un inizio di perdita d’identità, di non riconoscimento nelle matrici urbane di vita, e allora c’è molto import di elementi culturali americani, ma anche europei.

LD: Dal punto di vista del linguaggio filmico, quali sono le caratteristiche che maggiormente distinguono il cinema croato dal cinema occidentale?

SO: Devo fare una necessaria premessa: negli autori croati c’è una sfrenata voglia di essere europei il più possibile, quindi di situare le proprie poetiche in un’area di gusto mitteleuropeo: c’è una certa predilezione per forme che si possano ricondurre al Kammerspiel, a un certo tipo di cinema tedesco e francese di fine anni ’70. Questa la premessa; naturalmente, quando si passa alla realizzazione delle proprie poetiche, la cosa non funziona in questo modo, per cui ci sono differenze notevoli a partire da quelle che sono determinate da ciò che è l’apparato tecnico e tecnologico che gli autori hanno a disposizione e che è molto lontano da quello occidentale, per cui anche il linguaggio è determinato in parte anche da queste carenze tecniche e tecnologiche, e poi ci sono differenze più profonde che derivano dalla visione del mondo che c’è e che riguardano la struttura narrativa del film, la caratterizzazione dei personaggi e un certo tipo di impiego di stilemi del linguaggio filmico che è forse più immediato ed ingenuo e meno razionale che non nel cinema europeo — In certe situazioni questo è un bene, in certe situazioni è un male: dipende da quanto gli autori sono coscienti di questo fatto. Fondamentalmente, è un problema di congruenza del linguaggio, che deve essere congruente per il contesto in cui viene usato però, allo stesso tempo, dovrebbe essere congruente per un contesto molto più ampio… c’è un equilibrio molto precario tra questi due contesti ed è molto difficile mantenerlo: sono rari gli autori che riescono a mantenere l’equilibrio.

LD: E tra queste caratteristiche linguistiche tipiche del film croato, quali possono essere di stimolo per il linguaggio filmico occidentale?

SO: Penso che il cinema occidentale si è andato molto uniformando, omologando… non c’è diversità, è molto anti-ecologico in senso lato, in quanto non conserva le proprie nicchie ecologiche di diversità, proprio nel tentativo di essere comprensibile a tutti: e questo è già un problema di fondo. è un problema, invece, che gli autori croati hanno solo fino ad un certo punto, perché per le caratteristiche del contesto in cui essi fanno i loro film, il primo immediato fruitore è il pubblico croato, e di questo si preoccupano. In questo senso, essi conservano le caratteristiche di questa nicchia ecologica di cui parlavo prima… Se torniamo al problema di cui la domanda, cioè “cosa potrebbe essere di stimolo?”, allora qui penso che di stimolo potrebbe essere questa non congruenza del linguaggio; la visione lineare della narrazione e altre cose di questo tipo non sempre sono presenti nei film croati, però, la mancata congruenza è permessa da un livello più profondo, archetipico, atto ad offrire la possibilità della non congruenza del linguaggio; è un cinema che lavora molto sugli archetipi, e sugli archetipi neppure tanto nazionali, ma proprio anzi sugli archetipi di ciò che rappresenta la forza coesiva di una collettività; funziona a un livello molto più profondo, a un livello inconscio che può in certi casi anche provocare conseguenze molto strane sulla struttura manifesta del film, come ad esempio nel film di Lukas Nola dell’anno scorso; però, se andassimo a vedere la struttura archetipica del film, vedremmo che è molto ben organizzata… è un altro tipo di organizzazione del testo, ci sono principi costitutivi del testo filmico che sono diversi, c’è un diverso tipo di percezione anche di qual è il fine del film; anche nel pensare il film come progetto-mezzo-fine, uso dei mezzi per raggiungere certi fini, dato che il fine è diverso, anche i mezzi devono essere diversi. Non so se questa cosa funzioni a livello razionale e conscio negli autori, però mi sembra che certi autori riescano a giocarci sopra molto bene.

LD: In un contesto più ampio, in quali termini il cinema balcanico può costituire un mezzo per contribuire all’evoluzione profonda dell’umanità?

SO: Proviamo a rispondere a questa domanda, che è molto impegnativa e molto ampia… Direi che, se prendiamo in considerazione questi ultimi dieci anni, forse il cinema balcanico ha trattato certi temi e problemi che il cinema europeo ed occidentale non trattava più ed aveva dimenticati… fin troppo facilmente: e la tragica storia dei Balcani degli ultimi dieci anni lo ha dimostrato: questo è forse un contributo, è un contributo ancora da dare, perché finora neanche il cinema balcanico è riuscito a produrre granché in questo senso… però, soprattutto negli ultimi anni, dal ’97 in poi, le cose stanno radicalmente cambiando — il successo del film di Tanović quest’anno ne è una prova — e penso che negli anni a venire questo filone prenderà sempre più forza e avrà sempre più spazio nella produzione cinematografica balcanica, e questo potrà rappresentare un contributo, come Lei dice, profondo alla cultura occidentale, europea e mondiale.

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