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Palcoscenico

Ariella Reggio

Due paia di calze e due attori di contrada

Giorgia Gelsi (GG): Allora, Ariella Reggio e Orazio Bobbio, protagonisti di “Due paia di calze di seta di Vienna”, spettacolo di apertura della stagione della Contrada 2001-02: è un ri-allestimento questo, nel senso che è la quarta volta che viene messa in scena questa commedia di Carpinteri e Faraguna. Che effetto fa, nel senso di quali sono state le difficoltà e anche le aspettative e le speranze di questa rimessa in scena?

Ariella Reggio (AR): Be’, intanto non sapevamo se al pubblico poteva piacere ancora, anche se ne eravamo quasi certi. E poi siamo tutti un po’ più vecchi, e questa è la faccenda che assolutamente vera, però ci siamo anche divertiti a vederci negli stessi panni tanti anni dopo, perché siccome è una farsa, una commedia quindi assolutamente divertente, ci siamo fatti allargare i costumi, perché eravamo tutti molto magri — parlo per me eh! — e io come suocera mi sento più a mio agio perché sono nell’età giusta. Quella volta ero così giovane…

GG: Orazio Bobbio?

Orazio Bobbio (OB): Sì, poverini, sono tutti invecchiati un pochino, tranne me ovviamente, la difficoltà che ho trovato è stata quella di mettermi le scarpe con più difficoltà. No, a parte gli scherzi, mi sembra quasi ovvio che stiamo scherzando…. Nessuna emozione particolare, in merito all’andata in scena dello spettacolo, tranne l’incontro con il pubblico che è sempre un miracolo. Lo è sempre, ma nello specifico di questo allestimento lo è maggiormente, insomma sappiamo, ci giunge notizia che questa sera c’è la fila fuori dalla biglietteria per venire a vedere nuovamente questo spettacolo, anche perché è passata una generazione dal primo allestimento, e il miracolo si sta rinnovando.

GG: Senza scadere nel patetico , io tra l’altro ho letto nella rassegna stampa fornitami, che la scelta del ri-allestimento di questo spettacolo è stata precedente alla scomparsa di Mariano Faraguna e di Mimmo Lo Vecchio. Penso che vi faccia piacere un ricordo a Mimmo Lo Vecchio, e che effetto vi ha fatto andare in scena senza di lui in questo allestimento.

AR: Allora, diciamo che il duro è stato durante le prove, anche se Mimmo ci ha lasciati felice perché sapeva di rifare questo spettacolo, io l’ho sentito dire molte volte “adesso ci rimetteremo insieme a fare le calze di seta di Vienna…”, quindi lui c’è, e comunque durante le prove è stato abbastanza emozionante. Bisogna comunque dare atto a chi c’è , che è Riccardo Canali, un bravissimo attore, un nostro amico, un amico del pubblico, e quindi diciamo che è stato indolore la sostituzione.

OB: Sì, un po’ di tenerezza perché noi lavoravamo sulla traccia di un video di allora, dove c’era Mimmo e ogni volta che incrociavamo gli sguardi, lui nello schermo e noi fuori, così, un po’ di nostalgia… Mimmo è stato per la Contrada un elemento molto importante, come Mariano e come Marino Sormani, delle scenografie. D’altro canto il tempo è impietoso, si va avanti, e nel prossimo allestimento speriamo di non dover sostituire nessuno!

GG: Una domanda che non è una provocazione ma semmai una curiosità: che senso ha mettere in scena a Trieste uno spettacolo in dialetto. Alla sera della prima c’era un pubblico davvero eterogeneo: accanto ai vecchi abbonati ed affezionati della Contrada c’erano tanti giovani,. Voi pensate, vivendo anche da tanti anni all’interno della realtà teatrale triestina, che mettendo in scena spettacoli vernacolari, abbia ancora un valore, un senso?

OB: In premessa della risposta devo dire che “Due paia di calze di seta di Vienna” ha segnato a Trieste il risveglio di una attività vernacolare. Però io non vorrei passarti questo vernacolare, perché tutti si arrogano il diritto di dare al proprio dialetto l’etichetta di lingua, e perché noi no? Io stesso mi sto facendo promotore di un comitato che è teso alla tutela e alla salvaguardia della lingua triestina, perché mi sembra sacrosanto, in questa nuova era dell’Europa, di questo mondo, della globalizzazione, ha un senso proprio mettere in scena uno spettacolo come questo, che è in lingua triestina.

Finiamola con queste scempiaggini di periferia, di serie B, di falsi intellettuali che per anni hanno sparato contro il dialetto. Il dialetto è il primo strumento di comunicazione, il più importante, molto spesso un attore, un attore intelligente se deve recitare qualcosa se lo recita prima nel suo dialetto, perché è attraverso di esso che trova le intonazioni giuste: è il modo più naturale. Noi oggi in televisione vediamo gente che parla o il dialetto milanese o il dialetto romano, e questo fa indignare. La lingua triestina può essere esportata, e invece siamo un po’ repressi, questo fa parte dell’essere triestini, che fa fare le cose e poi nascondersi…siamo litigiosi, un po’ sciocchini…

AR: Chiedo venia, forse per i giovani è meno vero perché parlano poco il dialetto, ma li vediamo in teatro e si divertono, questo vuol dire che il dialetto ha una sua forza, però non bisogna cadere nel piccolo campanilismo. Noi abbiamo una lingua, che è la lingua italiana, ma abbiamo anche un dialetto per comunicare.

GG: Certo, mi trovo perfettamente d’accordo. Un’altra cosa, ero presente alla sera della prima, e sono rimasta affascinata e colpita da un fatto: in scena si vede che vi divertite moltissimo, tanto che in scena, proprio lei (Ariella Reggio, n.d.r.), è scoppiata a ridere. Qual è il segreto di questa freschezza: lei continua a vivere in scena e riesce a “non recitare”, sentendo moltissimo quello che sta facendo…

AR: Questo, come si dice in tante lingue, è un gioco, ed è un gioco che noi abbiamo la fortuna di chiamare lavoro. è un gioco che noi dobbiamo riproporre ogni sera, ad un altro pubblico con le stesse parole. Sarebbe una noia mortale se non si riuscisse ogni giorno a ricreare questo miracolo che avviene tra “su e giù”! E si ridiventa anche bambini, perché si ride per sciocchezze, come una volta accadeva sui banchi di scuola…Si ridiventa bambini grazie al cielo, e questo è un miracolo che si rinnova ogni sera, per chi lo sa fare, per chi lo vuol fare…Altrimenti è meglio non farlo!

OB: Sì, per completezza, bisogna dire che dietro questo divertimento c’è anche un lavoro e una grande professionalità. Noi siamo persone che lavorano con fior di attori, e ciò va detto e va ribadito, anche perché se non ce lo diciamo noi, non ce lo dice nessun altro, se non qualche critico bonario…

GG: Una domanda proprio per Orazio Bobbio, che oltre che attore è anche Presidente della Contrada. Quali sono, visto che siamo in apertura di stagione, le linee della produzione della Contrada per quest’anno?

OB: Sono varissime, così come per la stagione delle ospitalità siamo varissimi e proponiamo sempre uno specchio larghissimo di proposte, così anche per la stagione di produzione proponiamo lo spettacolo di lingua triestina di Carpinteri e Faraguna, così come musical importanti come Piccole donne, con musiche di Stefano Marcucci, il testo di Pino Roveredo, “Ballando con Cecilia”, che ha avuto un ottimo successo come spettacolo, ma anche con una notazione particolare per la prova di Ariella, che si è segnalata, a mio dispetto che una delle attrici che il pubblico italiano comincia ad apprezzare e ad amare. E poi le produzioni come mercato nazionale; l’anno scorso abbiamo prodotto “Classe di ferro” di Nicolaj, con la regia di Macedonio, che quest’anno farà quattro mesi di tournée.

GG: Ultimissima domanda: voi avete un grande successo qui a Trieste e non solo, vi è rimasto qualche sassolino nella scarpa, vorreste fare e interpretare qualcosa?

AR: Un sogno? Non uno, tanti, tantissimi. A me piace molto il teatro contemporaneo, quindi vorrei cimentarmi in qualcosa di attuale, non commerciale e quindi è difficile. Non è quello delle grandi interpretazioni, ma di parlare un linguaggio che sia vero.

GG: Prima di passare la parola ad Orazio Bobbio, volevo chiedere se c’è, attualmente, qualche fermento nella drammaturgia in lingua triestina…

OB: Mah, a mia conoscenza no, confesso la mia ignoranza peraltro. C’è un testo di Magris che mi piacerebbe molto poter mettere in scena.

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