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Scrittura

Il cantore dei valori d’Irlanda

Nota introduttiva:
Tutte le poesie di Seamus Heaney tradotte e pubblicate in questa sede sono protette dal copyright Ripostes (Gli uomini sono una beffa degli angeli, 1993) e E. Passannanti (La livella a spirito, 2000).
([email protected])

N.B. 12 poesie di Seamus Heaney, nella traduzione in italiano di Erminia Passannanti, sono incluse nell’antologia di poesia britannica contemporanea, edita dalla stessa per Ripostes, dal titolo Gli Uomini sono una beffa degli angeli (1995), in cui compaiono, tra gli altri, Ted Hughes, Derek Manhon, Tom Paulin, Geoffrey Hill, Michael Longley, Selima Hill.

Si ringraziano Faber & Faber e Mondadori.

NORD

[Poesie scelte da North, 1975: Traduzione di Erminia Passannanti, Ripostes © 1993 ]

Immagine articolo Fucine Mute

Punizione

Sento la tensione
del capestro alla sua nuca,
il vento contro il petto
nudo.

Rende i suoi capezzoli
perle d’ambra,
scuote la fragile struttura
delle sue costole.

Vedo il suo corpo annegato
nella palude,
la pesante pietra,
i rametti e i fuscelli galleggianti,

sotto cui dapprima
era un arboscello scortecciato
estratto dalla melma —
ossa di quercia, cervello a barilotto,

la testa rasata
simile a stoppia di granturco,
gli occhi bendati da un lino lercio,
il cappio un anello

per cingere le memorie
dell’amore.
Piccola adultera,
prima che ti punissero

avevi cepelli biondi come l’oro,
eri denutrita e la tua faccia
imbrattata di pece era bellissima.
Mia povera vittima,

quasi ti amo,
ma avrei scagliato, lo so,
la pietra del silenzio.
Io sono l’abile voyeur

delle onde scurite ed esposte
del tuo cervello, del tessuto
ritorto dei tuoi muscoli
e di tutte le tue ossa numerate,

io che ristetti ammutolito
quando le tue sorelle traditrici
imbrattate di pece
piansero presso il cancello,

io che sarei stato complice
dell’oltraggio civilizzato,
capisco tuttavia l’esatta, tribale
ed intima vendetta.

[Gli uomini sono una beffa degli angeli. Poesia britannica contemporanea., Ripostes, 1993, p. 43-44]

 

Immagine articolo Fucine Mute

Strano frutto

Ecco la testa della fanciulla simile a una zucca riesumata.
Ha il volto ovale, la pelle color prugna, denti come noccioli.
Hanno sfasciato l’umida felce dei suoi capelli, lasciando che l’aria
sfiori la sua bellezza coriacea.
Deteriorabile tesoro di sego;
il suo naso fratturato è scuro come una zolla,
le sue orbite sono pozzi di vecchie miniere.
Diodorus Siculus confessò
Il graduale riposo del suo spirito tra simili cose:
uccisa, dimenticata, anonima, terribile
fanciulla decapitata che fissa la scure
e la beatificazione, che fissa a bocca spalancata
ciò che iniziava a sembrare venerazione.

[Gli uomini sono una beffa degli angeli. Poesia britannica contemporanea., Ripostes, 1993, p. 45]

Immagine articolo Fucine Mute

 

I tagliatori di semi

Sembrano distanti centinaia di anni, Breughel:
se te li centro bene, li riconoscerai.
Stanno in semicerchio sotto la siepe
dietro un paravento vinto dalle folate:
sono i tagliatori di semi. La piega e la gala
dei germogli spuntano fuori dalle patate sotterrate nella paglia.
C’è tempo per uccidere,
perciò si concedono tempo. Ciascun coltello affilato
divide pigramente in due ogni radice che ricade
nel palmo della mano con un luccichio lattiginoso
e, giusto al centro, una scura filigrana.
Oh, costumi locali! All’ombra delle ginestre
che ingialliscono su di loro, compongono un fregio
laggiù, con tutti noi, con le nostre anonimità.

[Gli uomini sono una beffa degli angeli. Poesia britannica contemporanea., Ripostes, 1993, p. 49]

Passannanti, Erminia, Gli uomini sono una beffa degli angeli. Poesia britannica contemporanea. Ripostes, Salerno 1993 [con una co-prefazione di Blake Morrison].

LA LIVELLA A SPIRITO

[Poesie scelte da The Spirit Level, Faber & Faber, 1997]

Traduzione di Erminia Passannanti

Indice delle poesie

1. San Kevin e il merlo
2. Il fusto di pioggia
3. Schierandosi
4. Rotta di volo

Immagine articolo Fucine Mute

San Kevin e il Merlo

E poi c’era San Kevin e il merlo.
Il Santo è in ginocchio dentro la sua cella
a braccia tese, ma la cella è stretta

così deve sporgere il palmo irrigidito
come una trave maestra fuori dalla finestra 
affinché il merlo vi si posi
per deporre e approntare il nido.

Kevin avverte nel cavo della mano le uova tiepide, 
il pettuccio, la testina ben pettinata,
i piccoli artigli e, scoprendosi legato
alla rete della vita eterna,

è mosso a pietà: dovrà continuare a tenere la mano tesa
come un ramo fuori nella pioggia e nel sole per settimane
finché la nidiata non uscirà dal guscio per prendere il volo.

*
E siccome l’intera cosa è stata comunque immaginata,
immagina tu d’ essere Kevin. Come t’ appare?
Dimentico di se stesso o in duratura agonia

dalla nuca fino agli avambracci doloranti?
Ha le dita indolenzite? Avverte ancora le ginocchia?
Oppure, il nulla offuscato dell’oltretomba

s’ è aperto un varco dentro di lui? Vaga lontano con la mente?
Solo e riflesso limpidamente nel profondo fiume dell’amore,
“Lavorare e non cercare ricompensa,” questa è la sua preghiera.

Una preghiera recita il suo corpo interamente
poiché ha dimenticato se stesso, dimenticato il merlo
e solo, sulla sponda, ha dimenticato anche il nome del fiume.


St Kevin and the Blackbird

And then there was St Kevin and the blackbird.
The saint is kneeling, arms stretched out, inside
His cell, but the cell is narrow, so

one turned-up palm is out the window, stiff
As a crossbeam, when a blackbird lands
And lays in it and settles down to nest.

Kevin feels the warm eggs, the small breast, the tucked
Neat head and claws and, finding himself linked
Into the network of eternal life,

Is moved to pity: now he must hold his hand
Like a branch out in the sun and rain for weeks
Until the young are hatched and fledged and flown.

*

And since the whole thing’s imagined anyhow,
Imagine being Kevin. Which is he?
Self-forgetful or in agony all the time

From the neck on out down through his hurting fore-arms?
Are his fingers sleeping? Does he still feel his knees?
Or has the shut-eyed blank of underearth

Crept up through him? Is there distance in his head?
Alone and mirrored clear in love’s deep river,
‘To labour and not to seek reward,’ he prays,

A prayer his body makes entirely
For he has forgotten self, forgotten bird
And on the riverbank forgotten the river’s name.

 

Immagine articolo Fucine Mute

 

Il Fusto di pioggia

Capovolgi il fusto e ciò che accade
è una musica che non avresti mai sperato
d’udire. Lungo lo stelo secco di cactus scorrono

acquazzoni, cascate, rovesci, risacche.
Ti lasci attraversare come un condotto
d’acqua, poi lo scuoti di nuovo lievemente

ed ecco un diminuendo percorre le sue scale
come lungo una grondaia gemente. Di seguito,
uno spruzzo di stille da foglie irrorate,

sottile umidità d’ erba e margherite;
poi mille luccichii come soffi di brezza.
Capovolgi ancora il bastone. Quel che succede

non è sminuito dall’essere accaduto una volta,
due, dieci, mille volte prima.
Che importa se tutta la musica che traspare

è un cadere di pietriccio e semi secchi lungo un fusto
di cactus! Sei come l’uomo ricco accolto in paradiso
attraverso il timpano di una goccia di pioggia. E adesso
riascolta.

The Rain Stick

Upend the rain stick and what happens next
Is a music that you never would have known
To listen for. In a cactus stalk

Downpour, sluice-rush, spillage and backwash
Come flowing through. You stand there like a pipe
Being played by water, you shake it again lightly

And diminuendo runs through all its scales
Like a gutter stopping trickling. And now here comes
A sprinkle of drops out of the freshened leaves,

Then subtle little wets off grass and daisies;
Then glitter-drizzle, almost-breaths of air.
Upend the stick again. What happens next

Is undiminished for having happened once,
Twice, ten, a thousand times before.
Who cares if all the music that transpires

Is the fall of grit or dry seeds through a cactus?
You are like a rich man entering heaven
Through the ear of a raindrop. Listen now again.

 

Immagine articolo Fucine Mute

Schierandosi

Il peso da 56 libbre. Solida unità di ferro
della negazione; fusa e marchiata,
dotata di tramezzo, una corta traversa
per maniglia, spessa come un piolo.

Peso squadrato dall’aspetto innocuo,
finché non provi a sollevarlo, quindi
uno scricchiolio d’ossa, forza disintegra-vita.

Nera scatola di gravità, l’inamovibile
stampo, tarchiata radice del peso morto.
Eppure prova a controbilanciarlo

con un altro peso posto su una basculla
– una basculla ben calibrata, oleata di fresco –
e ogni cosa trema, s’effonde di dare e avere.

*
E a questo ammontano le buone notizie:
questo principio del sopportare, del far buon viso
a cattivo gioco e dare il proprio appoggio dovendo solo

controbilanciare con il proprio ciò che è intollerabile
negli altri, dovendo sopportare
qualsiasi cosa sia stata concordata e accettata

contro il nostro migliore giudizio. La sofferenza
passiva fa andare in tondo il mondo.
Pace sulla terra, uomini di buona volontà: tutto ciò

porta bene finché l’equilibrio tiene,
il piatto sorge fermo e lo sforzo dell’angelo
si prolunga fino a un grado sovrumano.

*
Rifiutare l’altra guancia, lanciare la pietra,
non agire così, alle volte, non contrastare
l’adempiente che t’ offende d’essere

è fallire il colpo, te stesso, la regola intrinseca.
Maledici chi ti ha colpito! Quando i soldati beffeggiarono
Gesù bendato ed Egli, a sua volta, non li irrise,

non s’ offesero né impararono nulla, tuttavia
qualcosa fu reso manifesto — il potere
del potere non esercitato, della speranza intuita

dagli impotenti, per sempre! Tuttavia, per Cristo,
fammi un favore, almeno per questa volta:
maledici, dai scandalo, lancia la pietra.

*
Due aspetti in ogni questione, certo, certo….
ma ogni tanto, schierarsi è la sola cosa
a cui si possa ricorrere, ma lo si faccia

senza discolparsi o compatirsi.
Ahimè, una sera che ci voleva un colpo a seguire,
e un colpo secco t’avrebbe fatto rodere d’invidia,

replicasti ch’ era la mia limitatezza
a mantenermi destro, e ottenesti una mia prima resa.
Mi trattenni quando avrei dovuto invece darci dentro

e persi (mea culpa) il mordente.
Una cavalleria del tutto fuori luogo, vecchio mio.
A questo punto, solo un colpo basso lava l’onta.

Weighing In

The 56 lb. weight. A solid iron
Unit of negation. Stamped and cast
With an inset, rung-thick, moulded, short crossbar

For a handle. Squared-off and harmless-looking
Until you tried to lift it, then a socket-ripping,
Life-belittling force –

Gravity’s black box, the immovable
Stamp and squat and square-root of dead weight.
Yet balance it

Against another one placed on a weighbridge –
On a well-adjusted, freshly greased weighbridge –
And everything trembled, flowed with ‘give and take.

And this is all the good tidings amount to:
This principle of bearing, bearing up
And bearing out, just having to

Balance the intolerable in others
Against our own, having to abide
Whatever we settled for and settled into

Against our better judgment. Passive
Suffering makes the world go round.
Peace on earth, men of good will, all that

Holds good only as long as the balance holds,
The scales ride steady and the angels’ strain
Prolongs itself at an unearthly pitch.

*
To refuse the other cheek. To cast the stone.
Not to do so some time, not to break with
The obedient one you hurt yourself into

Is to fall the hurt, the self, the ingrown rule.
Prophesy who struck thee! When soldiers mocked
Blindfolded Jesus and he didn’t strike back

They were neither shamed nor edified, although
Something was made manifest — the power
Of power not exercised, of hope inferred

By the powerless forever. Still, for Jesus’ sake,
Do me a favour, would you, just this once?
Prophesy, give scandal, cast the stone.

Two sides to every question, yes, yes, yes…
But every now and then, just weighing in
Is what it must come down to, and without

Any self-exculpation or self-pity.
Alas, one night when follow-through was called for
And a quick hit would have fairly rankled,

You countered that it was my narrowness
That kept me keen, so got a first submission.
I held back when I should have drawn blood

And that way (mea culpa) lost an edge.
A deep mistaken chivalry, old friend.
At this stage only foul play cleans the slate.

 

Immagine articolo Fucine Mute

Rotta di volo

1.
Prima la prima piega, poi altre pieghe
di volta in volta più strette e nette finché
l’intero foglio si riduceva
a un quadratino ripiegato che poi tirava su per i due angoli,
e manteneva come una promessa che aveva la facoltà di rompere,
ma che non ruppe mai.
Una colomba s’alzava in volo dal mio petto
ogni volta che le mani di mio padre mi si svelavano,
reggendo una barchetta di carta, arca nell’aria,
linee di tenda tesa coi picchetti:
cima aguzza, fondo squadrato, la piccola piramide
centrale sempre più incavata
come una parte di me che sprofondava, sapendo
che l’intera cosa sarebbe affondata,
una volta mandata al varo.

2.
Uguale e contraria, la parte che si solleva
in quei cieli trapunti di stelle nell’occhio dell’inverno,
quando a Wicklow me ne sto in piedi sotto la rotta di volo
d’un tardo jet da Dublino, coi fari sollevati
e baluginanti dinanzi a ciò che trascinano via.
Un fragore di motori potenti e il diminuendo
che si allunga come una scia, impronta bassa e lontana
lasciata nel chiarore delle stelle.
Il sicomoro parla la lingua del sicomoro al buio,
la luce alle mie spalle è la luce di una casa a schiera.
In piedi sulla soglia di casa nelle prime ore della notte,
a rappresentare tutto ciò
che perpetua la posa: il restare a casa
di chi s’ appoggiava allo stipite, sollevava lo sguardo e attendeva,
coloro che imparammo ad amare, salutandoli alla partenza,
o a cui ritornammo, con addosso quei nuovi abiti
di cui provavamo vergogna,
quelli che non dimenticavano mai
un volto o un nome, che non poterono mai abbassare
all’improvviso gli occhi,
mentre l’ aereo raggiungeva l’altitudine di crociera,
per accorgersi che la casa appena sorvolata
– troppo lontana per vedersi adesso –
era proprio la casa che avevano abbandonato un’ora prima,
ricambiando i baci con i baci,
mentre il tassista caricava una sull’altra le valigie.

3.
In alto, lontano. Ebbrezza del duty-free.
Black Velvet. Bourbon. Altitudine con lettere d’amore.
Passeggiata aerea su Manhattan. Rientro.

Poi la California. Il Tiburon e la sua distesa.
Gli hamburger di Sam, tavolate e champagne,
più un gabbiano che ci fissa con uno sguardo duro.

Di nuovo rientro. Voti ripresi. E fuori –
Reculer pour sauter, entro un anno dal
ritorno, l’arrivederci meno lungo dell’impasse.

Dunque, verso Glanmore. Glanmore. Glanmore. Glanmore.
Preso in trappola, consenziente, al lavoro, a rischio e al sicuro.
Rifugio e alloggio. Quercia, alloro e sicomoro.

Poi, posizione-jet. Ah, questo attraversare il tempo!
Si va verso occidente, verso oriente, il jumbo come lo scuolabus,
“The Yard”, a metà tra fattoria e campus.

Un giro d’attesa e una presa che diventa più tesa –
Sweeney Astray svanisce nelle verità d’ Orazio:
Mutano i cieli, non i crucci, per chi attraversa i mari.

4.
Quanto segue è per la cronaca, alla luce
di ogni cosa prima e da allora:
uno splendida mattina di maggio, millenovecentosettantanove,
appena atterrato con il volo speciale da New York,
sono sul treno per Belfast. Piena e semplice
felicità dell’essere tornato: il mare
a Skerries, la fioritura nuziale del biancospino,
il viaggio verso nord con me che mi appiglio
dolcemente come una catena
ad ogni corporea dentellatura.
Allora entra
– come fosse una guardia di frontiera –
entra uno che avevo visto l’ultima volta in sogno,
più crucciato in viso di quanto non lo fosse nel sogno stesso
in cui mi faceva cenno di accostare al lato d’ una strada di montagna,
si avvicinava, appoggiava il gomito sul tetto della macchina
e mi spiegava attraverso il finestrino aperto
che tutto quello che dovevo fare era guidare prudentemente
un camion fino alla prossima dogana
a Pettigo, spegnere il motore, scendere come se
volessi avviarmi all’ufficio per il controllo dei documenti
– ma invece proseguire più in giù di dieci metri
verso la strada principale e montare su una macchina — ed ecco
il nome d’ un altro compagno di classe, strizzata d’occhio e ammiccamento,
l’avrei riconosciuto senz’altro, sarebbe stato alla guida d’ una Ford
e io sarei tornato a casa sano e salvo …
Allora entra e si siede
di fronte e mi affronta di petto;
“Quando cazzo ti decidi a scrivere
qualcosa per noi?” “Se pure scriverò qualcosa,
qualsiasi essa sia, la scriverò per me stesso.”
E questo fu quanto. O parole con uno stesso effetto.

Per mesi e mesi i muri della prigione furono imbrattati di escrementi.
Fuori da Long Kesh (1), terminata la lorda protesta ,(2)
quegli occhi di brace erano gli occhi di Ciaran Nugent
come emersi dal lurido inferno di Dante
che si aprivano un varco attraverso rime e immagini
là dove anch’io camminavo dietro il pietoso Virgilio,
sano e salvo, traducendo liberamente:
Quand’ebbe detto ciò con li occhi torti
riprese ‘l teschio misero co’ denti
che furo all’osso, come d’un can, forti.(3)

5.
Quando risposi che venivo “da molto lontano”,
il poliziotto al posto di blocco mi domandò con tono brusco,
“E dove sarebbe, questo posto?”
Aveva compreso a malapena le mie parole e pensò
si trattasse di qualche posto al nord del Paese.

E tra il punto in cui ho vissuto e quello
da cui sono partito, c’è una distanza ancora da colmare
–  luce stellare che viene da lontano, in viaggio
da anni luce — e anni luce lontana dall’arrivo.

6.
All’improvviso, la pura frenesia
di rammentare la salita a zig-zag su per gradini arroventati
fino al rifugio dell’eremita in cima a Rocamadour.
Stormi di cornacchie volano alte, una lucertola pulsava
sulla ghiaia ai miei piedi con zampe anteriori
simili a supporti articolati di veicolo lunare.
E una farfalla, soffice come il soffio della vita
in un soffio di vento, una farfalla verde come vischio
attraversa l’assolata via crucis dei pellegrini.

Le undici di mattina. Ho annotato:
“Amante della roccia, anima solitaria, sentinella del cielo, salute!”
E da qualche posto sorse una colomba. E continuò ad alzarsi in volo.

1) Long Kesh, la prigione del Nord d’Irlanda dove negli anni Settanta erano detenuti molti esponenti dell’IRA.  La poesia è dedicata alla memoria di Bobby Sand, ivi morto per la causa repubblicana dopo uno sciopero della fame durato 66 giorni. volto a ottenere il riconoscimento dello stato di “prigioniero politico”.
2) Dirty protest: così venne denominato lo sciopero della fame di quei detenuti politici ,capeggiati da Bobby Sand, che alla fine degli anni Settanta imbrattarono le prigioni di escrementi, come da scenario di inferno dantesco.
3) Versi dall’episodio del Conte Ugolino (Dante, Divina Commedia, Inferno).

The Flight Path

1.
The first fold first, then more foldovers drawn
Tighter and neater every time until
The whole of the paper got itself reduced
To a pleated square he’d take up by two corners,
Then hold like a promise he had the power to break
But never did.
A dove rose in my breast
Every time my father’s bands came clean
With a paper boat between them, ark in air,
The lines of it as taut as a pegged tent:
High-sterned, splay-bottomed, the little pyramid
At the center every bit as hollow
As a part of me that sank because it knew
The whole thing would go soggy once you launched it.

2.
Equal and opposite, the part that lifts
Into those full-starred heavens that winter sees
When I stand in Wicklow under the flight path
Of a late jet out of Dublin, its risen light
Winking ahead of what it hauls away:
Heavy engine noise and its abatement
Widening far back down, a wake through starlight.

The sycamore speaks in sycamore from darkness,
The light be’ind my shoulder’s cottage lamplight.

I’m in the doorway early in the night,
Standing-in myself for all of those
The stance perpetuates: the stay-at-homes
Who leant against the jamb and watched and waited,
The ones we learned to love by waving back at
Or coming towards again in different clothes
They were slightly shy of.
Who never once forgot
A name or a face, nor looked down suddenly
As the plane was reaching cruising altitude
To realize that the house they’d just passed over
Too far back now to see — was the same house
They’d left an hour before, still kissing, kissing,
As the taxi driver loaded up the cases.

3.
Up and away. The buzz from duty free.
Black velvet. Bourbon. Love letters on high.
The spacewalk of Manhattan. The re-entry.

Then California. Laid-back Tiburon.
Burgers at Sam’s, deck-tables and champagne,
Plus a wall-eyed, hard-baked seagull looking on.

Again re-entry. Vows revowed. And off –
Reculer pour sauter, within one year of
Coming back, less long goodbye than stand-off.

So to Glanmore. Glanmore. Glanmore. Glanmore.
At bay, at one, at work, at risk and sure.
Covert and pad. Oak, bay and sycamore.

Jet-sitting next. Across and “cross and across.
Westering, eastering, the jumbo a school bus,
The Yard’ a cross between the farm and campus,

A holding pattern and a tautening purchase –
Sweeney astray in home truths out of Horace:
Skies change, not cares, for those who cross the seas.

4.
The following for the record, in the light
Of everything before and since:
One bright May morning, nineteen-seventy-nine,
Just off the red-eye special from New York,
I’m on the train for Belfast. Plain, simple
Exhilaration at being back: the sea
At Skerries, the nuptial hawthorn bloom,
The trip north taking sweet hold like a chain
On every bodily sprocket.
Enter then –
As if he were some film noir border guard
Enter this one I’d last met in a dream,
More grimfaced now than in the dream itself
When he’d flagged me down at the side of a mountain road,
Come up and leant his elbow on the roof
And explained through the open window of the car
That all I’d have to do was drive a van
Carefully in to the next customs post
At Pettigo, switch off, get out as if
I were on my way with dockets to the office –
But then instead I’d walk ten yards more down
Towards the main street and get in with — here
Another school friend’s name, a wink and smile,
I’d know him all right, he’d be in a Ford
And I’d be home in three hours’ time, as safe
As houses …
So he enters and sits down
Opposite and goes for me head on.
‘When, for fuck’s sake, are you going to write
Something for us?’ ‘If I do write something,
Whatever it is, I’ll be writing for myself.’
And that was that. Or words to that effect.

The jail’s walls all those months were smeared with shite.
Out of Long Kesh after his dirty protest
The red eyes were the eyes of Ciaran Nugent
Like something out of Dante’s scurfy hell,
Drilling their way through the rhymes and images
Where I too walked be’ind the righteous Virgil,
As safe as houses and translating freely:
When he bad said all this, his eyes rolled
And his teeth, like a dog’s teeth clamping round a bone,
Bit into the skull and again took hold.

5.
When I answered that I came from ‘far away’,
The policeman at the roadblock snapped,’Where’s that?’
He’d only half heard what I said and thought
It was the name of some place up the country.

And now it is — both where I have bee living
And where I left — a distance still to go
Like starlight that is light years on the go
From far away and takes light years arriving.

6.
Out of the blue then, the sheer exaltation
Of remembering climbing zig-zag up warm steps
To the hermit’s eyrie above Rocamadour.
Crows sailing high and close, a lizard pulsing
On gravel at my feet, its front legs set
Like the jointed front struts of a moon vehicle.
And bigly, softly as the breath of life
In a breath of air, a lime-green butterfly
Crossing the pilgrims’ sunstruck via crucis.

Eleven in the morning. I made a note.
‘Rock-lover, loner, sky-sentry, all hall!’
And somewhere the dove rose. And kept on rising.

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