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Omnia

Habermas ed i concetti di spazio pubblico, società civile e democrazia

Appunti alla nuova edizione di Storia e critica dell'opinione pubblica

Premessa

Immagine articolo Fucine MuteQuesto lavoro è lo sviluppo di parte della mia tesi di laurea svolta in sociologia della comunicazione. Esso si basa su un testo del 1990 di Habermas, l’introduzione alla nuova edizione di Storia e critica dell’opinione pubblica [1]. In questa sede, oltre ringraziare gli amici di Fucine che ne hanno permesso la pubblicazione, un ringraziamento dovuto e sentitissimo va al prof. Emanuele Appari, che mi ha dato molto più di una mano di aiuto nella traduzione dell’introduzione [2], pur — ovviamente — essendo io il solo responsabile di eventuali errori.


Introduzione

Jürgen Habermas pubblica nel 1990 la nuova edizione di Storia e critica dell’Opinione pubblica. L’occasione, assolutamente pretestuosa — la vendita della casa editrice Luchterhand, che aveva promosso la vecchia edizione, uscita nel 1962 e più volte ristampata — offre ad Habermas la possibilità di ritornare, anche autocriticamente, sui concetti che là erano stati esposti, sulla scorta delle critiche che negli anni successivi all’uscita del libro gli erano state mosse da più parti. In effetti, rispetto alla vecchia edizione il testo è assolutamente identico, ma Habermas aggiunge ora una introduzione (Vorwort), che ritengo sia estremamente importante per comprendere l’evoluzione trentennale del suo pensiero, in particolare riguardo i concetti di spazio pubblico (Öffentlichkeit), società civile (Zivilgesellschaft) e democrazia (Demokratie), che egli svilupperà ulteriormente in Fatti e norme, opera che pubblica nel 1992. Nell’introduzione, seppur egli sostenga, con affermazione condivisibile, che la sua teoria si sia modificata “meno nei tratti fondamentali che nel grado della sua complessità” (Habermas,1990, p.12) [3] ammette: “se oggi mi accostassi ancora una volta alla ricerca dell’evoluzione strutturale dello spazio pubblico non saprei quale risultato essa avrebbe per una teoria democratica, forse sarebbe l’occasione per una valutazione meno pessimistica e per una prospettiva meno ostinata solo postulata di quella fatta a suo tempo” (Habermas 1990, p.50). Schematizzando al massimo quanto esposto da Habermas, egli nell’introduzione:

  • Rivede in senso autocritico la sua originaria concezione di spazio pubblico borghese, sviluppando il concetto, che nell’introduzione era stato solo accennato, di sfera pubblica plebea;
  • Aggiorna la sua teoria sullo spazio pubblico alla luce di quanto ha sostenuto nelle opere successive alla vecchia edizione di Storia e critica;
  • Chiarisce il rapporto tra Società civile e sfera pubblica;
  • Ridimensiona l’originale visione pessimistica sul contributo dato dai mass-media per l’esistenza di uno spazio pubblico;
  • Spiega l’importanza per un regime democratico di una sfera pubblica funzionante, analizzando la teoria discorsiva della democrazia;

Procedo ora ad analizzare i vari punti, precisando che tutti i concetti sono strettamente interconnessi tra di loro e che una trattazione così schematica è una forzatura dovuta esclusivamente a comodità espositive.


1. Il concetto di sfera pubblica plebea

Immagine articolo Fucine MuteLa sfera pubblica con funzioni politiche (politische Öffentlichkeit) di stampo borghese che, secondo la ricostruzione storica proposta da Habermas nella vecchia edizione, si andava strutturando nel diciottesimo e diciannovesimo secolo in Inghilterra, Francia e Germania “può essere concepita in un primo momento come la sfera dei privati riuniti come pubblico; costoro rivendicano subito contro lo stesso potere pubblico la regolamentazione della sfera pubblica da parte dell’autorità per concordare con questa le regole generali del commercio” (Habermas, 2001, p.41) nella società borghese (bürgerliche Gesellschaft), cioè, “nella sfera fondamentale privatizzata, ma pubblicamente rilevante, dello scambio di merci e del lavoro sociale” (Ibidem). Di conseguenza, “a far parte del pubblico che ragiona pubblicamente sono ammessi soltanto i proprietari privati (Privateigentümer) poiché la loro autonomia è radicata nella sfera dello scambio di merci e perciò stesso coincide anche con l’interesse al suo mantenimento come sfera privata” (Ibidem, p.134); “soltanto essi avevano (…) interessi privati che convergevano automaticamente nel comune interesse alla conservazione di una società borghese come sfera privata” (Ibidem, p.108). Quindi, alla base dell’esistenza di una sfera pubblica borghese vi era l’interesse di classe (Ibidem, p.109). In ogni caso, ridurre i criteri di ammissione nella sfera pubblica politica alla proprietà ed alla cultura escludendo così i non proprietari, cioè i non borghesi, non avrebbe costituito di per sé una sua limitazione. Infatti, secondo l’autointendimento borghese, tutti — con abilità ed un po’ di fortuna — avrebbero potuto assurgere al rango di proprietari. (Ibidem, pp.107-108). Tuttavia, contrariamente a quanto riteneva Kant, la società borghese non è l’ordre naturel in cui uomo (homme) e proprietario privato (bourgeois) coincidono. Di conseguenza i borghesi non possono identificarsi con la società in generale e pretendere di vegliare, in qualità di cittadini (citoyen), sulla stabilità dell’ordine proprietario percepito, appunto, come naturale (Ibidem, pp.127-136). Lo Stato di diritto borghese (bürgerliche Rechtsstaat) non è l’ordinamento nel quale, attraverso l’azione della sfera pubblica politica, il dominio politico si dissolve, piuttosto è, come affermava Marx, la perpetuazione del dominio in altra forma e la visione borghese, come già Hegel riteneva, non è altro che pura ideologia (Ibidem, pp.143-155).
Partendo da queste premesse, Habermas, nella vecchia edizione, riteneva di conseguenza che la sfera pubblica borghese soffrisse di una contraddizione interna. Infatti, “una sfera pubblica dalla quale fossero esclusi determinati gruppi, non solo sarebbe imperfetta, ma non sarebbe più neanche una dimensione pubblica” (Ibidem, p.107). In effetti, egli nell’introduzione alla vecchia edizione fa un accenno all’esistenza di un opinione pubblica plebea (plebejische Öffentlichkeit) (Ibidem, p.8), ma ritiene “di poterla tralasciare come una variante della sfera pubblica borghese soffocata nel processo storico” (Habermas, 1990, p.16). Oggi, nell’introduzione, Habermas rivede l’impostazione originaria alla luce di numerose opere successive alla vecchia edizione ed ammette che “è un errore parlare di pubblico al singolare” (Habermas, 1990, p.15), “accanto a quella egemoniale ed intrecciata con essa si forma una sfera pubblica plebea” (Ibidem, p. 17); “La sfera pubblica borghese si articola in discorsi a cui non solo il movimento dei lavoratori, bensì anche altri movimenti esclusi da essa, potevano aderire per trasformare le strutture della sfera pubblica in se stessa dall’interno” (Ibidem, p. 20). Infatti, come Habermas preciserà successivamente in Fatti e Norme, “Le sfere pubbliche liberali implicano diritti d’eguaglianza e d’inclusione illimitata, tali da impedire meccanismi selettivi (…) e da fondare piuttosto un potenziale di auto — trasformazione. Già nel corso dell’Otto e Novecento, diventò impossibile ai discorsi universalistici della sfera pubblica borghese schermarsi nei confronti di chi li criticava dall’interno. A questi discorsi poterono collegarsi, ad esempio, movimento operaio e femminismo, con l’obiettivo di spezzare le strutture che li avevano inizialmente costruiti come “l’Altro della sfera pubblica borghese” (Habermas, 1996, pp.443-444). Ciò non significa, in nessun caso, una democratizzazione dello spazio pubblico borghese, bensì che il modello di una “troppo contraddittoria istituzionalizzazione dell’opinione pubblica nello Stato borghese è posto troppo rigidamente” (Habermas 1990, p. 21) e che deve essere riconsiderata in maniera meno netta la cesura fra la sfera pubblica borghese ed una sfera pubblica lasciata in eredità alle democrazie di massa fondate sullo Stato sociale (Ibidem).


2. La rivisitazione del concetto di sfera pubblica

Immagine articolo Fucine MuteHabermas dedica la seconda parte della vecchia edizione all’analisi del declino della sfera pubblica. La democratizzazione della sfera pubblica borghese, con l’allargamento della stessa ai non proprietari, non portò al superamento della distinzione tra homme e citoyen, cioè al superamento della distinzione tra Stato e Società ed all’auto-organizzazione della Società, come Marx, con l’idea del ritiro dello Stato in una società divenuta politicamente autonoma, riteneva. Al contrario, venendo rimesse in discussione la piena disponibilità della proprietà e la libertà di contrattazione-principi base dell’ordinamento liberale — vengono a cadere i presupposti fondamentali della sfera pubblica borghese, una produzione libera dalle competenze della pubblica autorità ed una amministrazione esentata da compiti produttivi. Si assiste, quindi, alla statalizzazione della società (Verstaatlichung der Gesellschaft), che iniziava in seguito alle politiche interventiste dello Stato, a cui corrisponde una sempre più marcata socializzazione neocorporativa dello Stato (neokorporativische Vergesellschaftung des Staates), in cui il potere sociale si sostituisce a quello statale (Habermas, 2001, pp.156-172). In breve, una rifeudalizzazione della società fa venire meno la separazione tra Stato e società borghese, che conduce alla crisi della sfera pubblica (Ibidem, p.172; cfr. anche Petrucciani, 2000, pp.38-39). Ciò accadde, come constatava lo stesso Habermas nella vecchia edizione, perché “l’estensione dell’eguaglianza dei diritti politici a tutte le classi sociali avvenne entro questa stessa Società divisa in classi. La sfera pubblica allargata non condusse sistematicamente alla soppressione di quella base sulla quale il pubblico dei proprietari aveva soprattutto mirato a una specie di sovranità dell’opinione pubblica” (Habermas, 2001, p.156).
Ritornando sulla questione nell’introduzione del 1990, Habermas precisa come “dopo l’universalizzazione dei diritti civili d’eguaglianza, l’autonomia privata delle masse non poteva trovare la sua base sociale nella disposizione sulla proprietà privata, come quella di quelle persone private che si erano raggruppate nelle associazioni dell’opinione pubblica borghese nel pubblico dei cittadini” (Habermas, 1990, p.25). Le masse economicamente dipendenti avrebbero potuto portare “un contributo verso la spontanea formazione di opinioni solo se avessero ottenuto un equivalente dell’indipendenza sociale dei proprietari privati” (Ibidem). Habermas, negli anni Sessanta, riteneva che ciò sarebbe potuto avvenire “solo nella misura in cui si estendeva il controllo democratico sull’intero processo economico” (Ibidem) attraverso le garanzie di status sociale che essi stessi si fossero concessi in quanto cittadini dello Stato sociale (Ibidem) [4]. Oggi, Habermas riformula il suo pensiero ed utilizzando il concetto a due stadi di Società come sistema (System) e mondo vitale (Lebenswelt) — che egli sviluppa negli anni ’70 — e superando la concezione di Abendroth, non pensa più la Società come totalità (Totalität), in cui un qualsiasi soggetto collettivo possa essere in grado di trasformare la Società nel suo complesso, bensì riconosce la differenziazione (Ausdifferenzierung) di sfere sociali indipendenti, che rispondono ad una logica propria che non può essere violata senza pagare il prezzo di gravi disfunzioni (Cfr. Privitera, 2001, pp.77-79). Habermas afferma che “un mutamento radical — democratico del processo di legittimazione mira ad un nuovo bilanciamento fra i poteri dell’integrazione sociale” (Habermas, 1990, p. 36).
Da un lato Habermas considera “economia ed apparato statale come sistemi d’azioni sistematicamente integrati che non possono più essere trasformati democraticamente dall’interno, cioè non possono essere riorganizzati su un modo d’integrazione politico, senza causare danno nel loro proprio significato sistemico e con ciò essere distrutti nella loro capacità di funzionamento” (Ibidem), dall’altro un processo di rivitalizzazione della sfera pubblica non può più avvenire per mezzo di un’auto-organizzazione della Società attraverso l’abolizione di un sistema di dominio economico capitalistico e di un sistema di dominio burocratico resisi indipendenti, bensì attraverso un nuovo equilibrio tra diverse fonti d’integrazione sociale, cioè tra apparato statale ed economia (sistema) e mondi vitali, di cui la sfera pubblica è una componente (Ibidem). In particolare, Habermas sottolinea come sia necessario “il contenimento degli abusi colonizzatori degli imperativi del sistema su settori del mondo vitale”(Ibidem).


3. Società civile o sfera pubblica politica [5]

Immagine articolo Fucine MuteNella vecchia edizione, Habermas, alla fine della sua analisi, sosteneva che “il contesto comunicativo di un pubblico può crearsi, nelle condizioni della democrazia di massa dello Stato sociale, soltanto a patto che la circolazione formalmente circuitata dell’opinione quasi pubblica sia mediata con il campo informale delle opinioni finora non- pubbliche attraverso una pubblicità critica accesa in momenti pubblici interni delle organizzazioni” (Habermas, 2001, p.294) [6]. È questa un’idea di fondo su cui Habermas lavorerà in tutto l’arco della sua riflessione. Nell’introduzione egli, chiedendosi ancora una volta: “come sia possibile in società del nostro tipo che il pubblico mediato da organizzazioni metta in moto un processo di comunicazione pubblica attraverso queste organizzazioni” (Habermas,1990, p.33), ritiene che: “una formazione dell’opinione informale in spazi pubblici autonomi, non può più essere risolta con il riferimento a garanzia di status fondate sullo Stato sociale né con la rivendicazione olistica secondo l’auto-organizzazione politica della società (Habermas 1990, p.45), bensì attraverso una riscoperta della società civile [7] (Zivilgesellschaft)” (Ibidem, p.45). Come Habermas scriverà successivamente, in Fatti e Norme, “la sfera pubblica politica è una struttura comunicativa poggiante sulla Società civile e radicata (tramite questa) nel mondo di vita” (Habermas, 1996, p.426). Secondo Habermas presupposto essenziale per l’esistenza di una sfera pubblica funzionante sono “le istituzionalizzazioni di esponenti di uno sfera pubblica politica non depotenziata”, (Habermas, 1990, p.45), cioè l’istituzionalizzazione della Società civile “che forma la struttura associativa che fa da supporto alla sfera pubblica” (Ferrara, 1996, p.37).Una precisazione terminologica è però, a questo punto, necessaria. Habermas, infatti, nella vecchia edizione, quando si riferisce all’ambito del traffico di merci e del lavoro sociale, utilizza il termine bürgerliche Gesellschaft, che significa insieme società civile e borghese (Bobbio, 1985, p.24). L’utilizzo del termine bürgerliche Gesellschaft in una tale accezione gli deriva da Marx [8], “La società civile di Marx è la bürgerliche Gesellschaft che (…) ha acquistato il significato di società borghese nel senso proprio di società di classe” (Ibidem,p.29).

Oggi Habermas, quando si riferisce al concetto di società civile non utilizza più l’espressione bürgerliche Gesellschaft, bensì quella di Zivilgesellschaft, dando però a questo concetto un significato del tutto diverso: l’espressione Società civile non si riferisce più all’espressione di Società borghese utilizzata da Hegel e Marx, cioè non si riferisce più alla rete di relazioni economiche, che va pensata piuttosto in termini di teoria dei sistemi (Ferrara, 1996, p.37), piuttosto oggi Habermas definisce la Società civile come l’insieme di “associazioni non statali e non economiche su base volontaria, di cui alcuni esempi possono essere considerati in modo non sistematico chiese, associazioni culturali e accademie, media indipendenti, associazioni sportive e del tempo libero, club di dibattito, fori di cittadine ed iniziative di cittadini fino ad associazioni basate sulla professione, partiti politici, movimenti sindacali e fondazioni alternative” (Habermas, 1990, p.46) [9]. Habermas illustra a mo’ di esempio, l’importanza della Società civile nei processi di democratizzazione nel centro e nell’est Europa, attraverso la crescente pressione di movimenti di cittadini che operavano in modo pacifico, e come questa prassi comunicativa, da parte di “associazioni che formano l’opinione”, fosse stata sottomessa al controllo degli apparati del servizio segreto” (Ibidem, p. 47).


4. Il ruolo dei media nello spazio pubblico politico

Immagine articolo Fucine MuteHabermas, nella sua ricostruzione storica, ritiene che la sfera pubblica borghese con funzioni politiche derivi da una sfera pubblica letteraria (literarische Öffentlichkeit). “È questa la palestra di un pubblico dibattito delle idee (…), un processo di autochiarificazione dei privati intorno alle genuine esperienze della loro nuova condizione privata, (…) quel gusto dell’argomentazione razionale che si accende a contatto con i prodotti culturali diventati accessibili al pubblico (…)” (Habermas, 2001, p.43). Secondo Habermas, il formarsi di un pubblico colto che discute di letteratura ed arte sarebbe in stretta relazione con lo sviluppo di una moderna sfera privata, la sfera dell’intimità familiare borghese (die Familie mit ihrer Intimsphäre) che “si fondava essenzialmente sulla proprietà familiare in funzione capitalistica. La sua conservazione, l’accrescimento, l’ereditarietà costituivano il compito del privato come proprietario di merci e capo supremo della famiglia inuna sola persona” (Ibidem, p.186). Ma, con la compenetrazione fra Stato e società e con le conseguenti forti limitazioni poste alla piena disponibilità della proprietà e alla libertà a contrattare, “la famiglia perde sempre di più con le funzioni di formazione del capitale, anche le funzioni dell’allevamento e della educazione, della protezione, dell’assistenza, della guida, (…) tradizione e orientamento: essa perde il suo potere di plasmare il comportamento in campi che nella famiglia borghese erano considerati come i recessi più intimi della vita privata, (…) è deprivatizzata dalle garanzie pubbliche del suo status” (Ibidem, p.187-188). Di conseguenza, la famiglia si trasforma in consumatrice di reddito e tempo libero, “la sua essenza sta oggi più nella capacità di fruizione dei beneficiari dei servizi che nel potere decisionale dei prorpietari di merci” (Ibidem, p.188). È questo il passaggio dal pubblico culturalmente critico al pubblico consumatore di cultura (vom kulturräsonierenden zum kulturkonsumierenden Publikum), che avrebbe condotto, secondo Habermas, che, negli anni sessanta, era fortemente influenzato dalle sue frequentazioni giovanili della scuola di Francoforte, alla trasformazione della discussione in bene di consumo, cioè alla commercializzazione della sfera pubblica, che adesso, perdendo la sua funzione politica, “si presta ad essere adoperata come mezzo di influenza politica ed economica” (Ibidem, p.210). Ma nel momento in cui la sfera pubblica viene utilizzata a fini di pubblicità commerciale (geschäftliche Werbung), il sistema dei media inizia ad orientarsi al profitto, cioè si commercializza, venendo così incontro “alla trasformazione della sfera pubblica in ambito e strumento della pubblicità “(Habermas, 2001, p.225) [10], d’altra parte, la commercializzazione dei media “è stimolata dalle esigenze di rèclame commerciale che scaturiscono spontaneamente dal tessuto dei rapporti economici” (ibidem, p.226). Quindi, i media mutano la loro funzione originaria da foro di pubblica discussione a strumento di manipolazione per la conquista del consenso di masse passive.

È evidente, che, anche qui, l’influenza della scuola di Francoforte è fortissima. Ritornando sull’argomento nell’introduzione, Habermas ancora una volta si domanda “se ed in quale misura uno spazio pubblico dominato dai mass- media concede possibilità agli esponenti della Società civile (Zivilgesellschaft) a concorrere con buone prospettive con il potere mediatico degli invasori politici ed economici” (Habermas, 1990, pp.47-48), ammettendo: “la mia diagnosi di uno sviluppo rettilineo dal pubblico attivo politicamente al privatistico, dall’orientato culturalmente all’orientato verso il consumo culturale, ha troppo poca presa. Io ho a suo tempo ho giudicato troppo pessimisticamente la capacità di resistenza ed il potenziale critico di un pubblico di massa distinto nelle sue abitudini culturali da differenze di classe, pluralistico, all’interno largamente differenziato” (Ibidem, p.30).
Habermas, rivedendo quindi, almeno in parte, la sua impostazione originaria, riconosce oggi l’importanza dei mass-media nei processi rivoluzionari avvenuti nella DDR, nella Cecoslovacchia e nella Romania: “i mass media non erano solo determinanti per gli effetti contagiosi della diffusione mondiale. Anche la presenza fisica delle masse di dimostranti nelle piazze e nelle strade ha potuto manifestare potere rivoluzionario, diversamente che nel XIX secolo e negli inizi del XX secolo, solo nella misura in cui essa veniva ricreato attraverso la televisione in una presenza ubiquitaria” (Ibidem p.49).


5. La teoria discorsiva della democrazia

Immagine articolo Fucine MuteL’indagine che Habermas compie, nella vecchia edizione, si sviluppa su due livelli, da un lato un’analisi sulle origini di una sfera pubblica con funzioni politiche e sul suo declino nelle democrazie contemporanee fondate sullo stato sociale; dall’altro, attraverso l’analisi empirica, egli sviluppa un concetto normativo di sfera pubblica, secondo il quale la sua esistenza è necessaria per garantire la legittimità di un ordinamento democratico (Privitera, 2001, p.70). L’aspetto più importante della sua analisi resta, così, ancora oggi, “il tipo di sovranità che in tal modo si evidenzia: una sovranità come processo discorsivo razionale, che non va confusa con una nozione meramente empirica di popolo” (Ibidem). Come Habermas sosterrà in Fatti e Norme”tradotto in termini di teoria discorsiva, il principio della sovranità popolare afferma che ogni potere politico nasce dal potere comunicativo dei cittadini”, (Habermas, 1996, p.202). Nell’introduzione, egli sostiene, ancora una volta, l’importanza in un regime democratico di una sfera pubblica funzionante, analizzando il suo modello di democrazia, già introdotto in precedenti opere. Habermas, citando Berhard Manin, teorizza il concetto di democrazia deliberativa (deliberative democracy) : “è necessario alterare radicalmente la prospettiva comune sia alle teorie liberali che al pensiero democratico: la fonte della legittimità non è il volere predeterminato di individui, ma piuttosto il processo della sua formazione (…), una decisione legittimata (…) è quella che risulta dalla deliberazione di tutti. è il processo attraverso il quale la volontà di ognuno è formata, ciò che conferisce la sua legittimità sul prodotto, piuttosto che la somma di volontà già formate. (…) Il diritto legittimo è il risultato della deliberazione generale, e non l’espressione della volontà generale” (Habermas, 1990, p. 38).
La democrazia deliberativa è, nella versione di Habermas, una democrazia discorsiva (Diskursbegriff der Demokratie) in quanto “la giustificazione delle clausole e delle condizioni di associazione procede attraverso la discussione pubblica e il ragionamento tra cittadini eguali” (Ibidem). Proponendo, quindi, una terza via tra il modello liberale [11] ed il modello rousseiano [12], Habermas afferma che la norma è legittima se risulta da un’intesa “in cui le conclusioni sono raggiunte insieme, attraverso lo scambio dialogico di ragioni pro e contro in condizioni di assenza di coercizione” (Ferrara, 1996, p. 29).
Di conseguenza, le istituzioni basilari della democrazia vengono considerate da Habermas legittime nella misura in cui esse garantiscono la libera deliberazione pubblica (Habermas, 1990, p. 38-39), sulla base di “un modello discorsivo della democrazia che confida sulla mobilitazione politica e sull’utilizzo della comunicazione dotata di forza produttiva” (Ibidem, p. 39). Da un punto di vista pratico, la concezione habermasiana della democrazia si realizza su due livelli, cioè, “dall’interazione che si viene a creare tra una formazione della volontà istituzionalizzata come Stato di diritto, da un lato, e sfere pubbliche culturalmente mobilitate dall’altro, che poggiano sulle associazioni di una Società civile egualmente separata sia dallo Stato che dall’economia”. (Habermas, 1996, p.356; cfr. anche Ceppa, 2001, p. 49). Nell’introduzione egli, infatti, sostiene che il processo democratico “non si esaurisce certamente negli ordinamenti istituzionali adattati sul piano dello Stato di diritto democratico” (Habermas, 1990, p. 43), bensì “si fonda molto più sul gioco comune della formazione di volontà redatte istituzionalmente con spontanei, non redatti flussi di comunicazione di uno spazio pubblico (…)” (Ibidem), in cui non devono essere formulate decisioni, bensì scoperti problemi e soluzioni adatte, cioè “opinioni che devono assumere negli organi forma di deliberazioni redatte democraticamente, poiché la responsabilità per deliberazioni cariche di conseguenze pratiche esige un’imputazione istituzionale. I discorsi non regnano: essi generano un potere comunicativo che non può sostituire bensì solo influenzare il potere amministrativo (…) nel modo dell’assedio (im modus der Belagerung)” (Ibidem, p. 44) [13].


Conclusioni

Alessandro Rovinetti si è chiesto, nella premessa di Diritto di parola, se: “per la comunicazione pubblica è più significativo il ruolo di coloro che hanno pensato e realizzato servizi e sistemi innovativi (Uffici per le Relazioni con il Pubblico, sportelli self — service, informagiovani) o di coloro che hanno spiegato e argomentato le teorie di Kotler, Normann, Habermas?” (Rovinetti, 2000, p.1). Enrico Mentana ha cercato di dare una risposta ad un simile interrogativo, quando, durante un seminario tenuto alla Facoltà di scienza della formazione dell’Università di Palermo, ha sostenuto che il fatto che Salvo Sottile [14] non avesse mai letto McLuhan lo avesse indubbiamente giovato. Io ritengo che una persona che sia competente nel suo campo, cioè quello che si potrebbe definire un esperto in materia, debba essere contemporaneamente sia un ottimo teorico che un ottimo pratico. Questo sarebbe, a mio avviso, il tipo ideale di esperto. Con questo non voglio, ovviamente, scomodare Weber, il mio, infatti, è un giudizio di valore. Un giudizio di valore di uno che, durante gli anni universitari appena trascorsi, ha cominciato a chiacchierare di teorie sulla comunicazione che spera di potere presto mettere in pratica.

Note:


[1] Di seguito indicata semplicemente come introduzione.


[2] I brani dell’introduzione sono citati dall’edizione originale del 1990. Per confronti è possibile consultare la versione in italiano, recentemente pubblicata dalla casa editrice Laterza (Cfr.Habermas, 2002, pp.VII-XLIII.


[3] L’affermazione di Habermas è condivisa da Craig Calhoun (1999,p.33): “Il lavoro di Habermas è cambiato più nella strategia che nello scopo complessivo. Le ragioni di ciò non sono solamente progressi teorici, ma anche più specifiche debolezze interne.”


[4] Habermas si richiamava alla teoria di Wolfang Abendroth che mirava a trasformare lo Stato di diritto borghese in socialismo democratico attraverso un processo razionale di auto- trasformazione della Società (Cfr. Ceppa, 1992, p.141-142).


[5] E’ questo il titolo del l’ultimo paragrafo dell’introduzione.


[6] Habermas definisce l’opinione quasi pubblica (quasi öffentliche Meinungen) come le opinioni formali che possono essere ricondotte a istituzioni ben determinate; le opinioni non pubbliche (nicht – öffentliche Meinungen) come le opinioni informali e personali (ibidem).


[7] Il corsivo è mio.


[8] Marx riprende il concetto hegeliano di bürgerliche Gesellschaft, dandone però un errata interpretazione. Non entro qui nei dettagli, rimandando a Bobbio, 1985,pp.31-35.


[9] Nell’ultima edizione italiana di storia e critica, il termine bürgerliche Gesellschaft, tradotto nelle edizioni precedenti con l’espressione società civile viene ora, più opportunamente, reso con l’espressione società borghese.


[10] Habermas qua si riferisce alla pubblicità commerciale.


[11] Le teorie liberali ritengono che il processo democratico abbia lo scopo di garantire un compromesso tra interessi, assicurando l’ordinario svolgersi dell’attività economica privata. Nelle teorie liberali, il processo legittimante del potere politico si svolge principalmente nel mandato che le istituzioni ricevono col voto degli elettori e solo secondariamente nell’ambito della comunicazione (Cfr. Privitera, pp. 54-62).


[12] Il modello Rousseauiano concepisce la Società in termini di totalità sottovalutando il peso degli ambiti sistemici della Società come, ad esempio, il mercato (Ibidem, pp. 63-68).


[13] Habermas in Fatti e norme svilupperà ulteriormente il suo modello di democrazia discorsiva abbozzato nell’introduzione.In quanto esula dalpresente lavoro, non affronto questi sviluppi in questa sede. 


[14] Salvo Sottile, giornalista professionista, è stato per diversi anni corrispondente dalla Sicilia del tg5.



Bibliografia:


Bobbio, N.


1985) Stato,governo, società, per una teoria generale della politica, Enaudi, Torino;


Calhoun, C.


1999) Habermas and the public Sphere, in Calhoun C., Habermas and the Public Sphere, The MIT Press, Cambridge (Mass.)/London.


Ceppa, L.


1992) Postafzione, in Habermas J., Morale, diritto, politica, Einaudi, Torino;


2001) I contenuti etici della democrazia habermasiana,, in “Teoria politica” XVII, n.1;


Ferrara, A.


1996) Democrazia e Società complesse: l’approccio deliberativo, in Maffettone S., Veca S., Manuale di filosofia politica, Donzelli, Roma; 


Habermas, J.


1996) Fatti e Norme, Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia, Guerini E Associati, Milano, ed. or. Faktizität und Geltung, Beiträge zur Diskurstheorie des Rechts und des demokratischen Rechtsstats, Suhrkamp, Frankfurt/Main, 1992;


2001) Storia e critica dell’opinione pubblica, Editori Laterza, Roma-Bari, ed. or. Strukturwandel der Öffentlichkeit, Untersuchungen zu einer Kategorie der bürgerlichen Gesellschaft, Luchterhand, Darmstadt, 1962;


2002) Prefazione alla nuova edizione in Habermas J. Storia e critica dell’opinione pubblica, u.e., Editori Laterza, Roma-Bari, ed. or. Vorwort zur Neuauflage 1990, in Habermas J., Strukturwandel der Öffentlichkeit, Untersuchungen zu einer Kategorie der bürgerlichen Gesellschaft, Suhrkamp, Frankfurt/Main, 1990; 


Petrucciani, S.


2000) Introduzione a Habermas, Laterza, Roma – Bari;


Privitera,W.


2001) Sfera pubblica e democratizzazione, Laterza, Roma – Bari; 


Rovinetti, A.


2000) Diritto di parola. Strategie, professioni, tecnologie della comunicazione pubblica, Il Sole 24 Ore.



Nota dell’autore:


Un abbraccio va a Bettina, Francesco, Giampiero, Valentina e alla piccola Cristina che, visto il poco provvidenziale guasto del mio pc, non si sono limitati a fornirmi un supporto tecnologico, molto di più mi hanno offerto la loro amicizia e stima.Scusa va detto a papà, mamma e nonna che “prima di partire per un lungo viaggio” mi hanno visto poco vista la coincidenza con l’uscita del numero di Fucine.

Commenti

2 commenti a “Habermas ed i concetti di spazio pubblico, società civile e democrazia”

  1. Condivido assolutamente con le idee espresse fino ad oggi. Continuate similmente.

    Di Gefsestak | 29 Ottobre 2012, 19:08

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] fare, quindi, a resuscitare uno spazio pubblico che è diventato un mercato delle vacche e dei silenzi vigliacchi e comodi, gestito in sinergia […]

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