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Scrittura

Isabella Leardini

La poesia continua

Nasce a Riccione Parco Poesia

Immagine articolo Fucine MuteMatteo Danieli: Isabella Leardini, poeta e organizzatrice della manifestazione “Parco Poesia”  patrocinata, tra gli altri, dal Comune di Riccione e dall’Università di Bologna.
Quali intenzioni ha questa manifestazione? La poesia italiana ricomincia dall’ultima generazione?

Isabella Leardini: No, non ricomincia con l’ultima generazione, continua con l’ultima generazione. Questa manifestazione ha lo scopo di essere un festival e una festa, un momento per incontrarsi perché le cose possano crescere, perché i giovani possano confrontarsi con l’esperienza dei poeti che hanno una storia più lunga alle spalle, come i nostri ospiti, e con il desiderio che possa essere per tutti un momento capace di aprire ad altre cose, ad una visione della poesia che sia nello stesso tempo piena d’amore ma anche attiva, pronta a muoversi, a prestarsi anche a momenti di festa.

MD: Una domanda sui giovani poeti: è stata effettuata una ricerca sul territorio nazionale o ci si è affidati alle conoscenze prodotte dal Centro di Poesia Contemporanea di Bologna?

IL: Assolutamente no. È stata effettuata una ricerca sul piano nazionale nel senso che i poeti li ho scelti in base a quelli che ho letto, che ho conosciuto negli ultimi anni, ma non soltanto dal Centro di Poesia contemporanea dell’Università di Bologna, tant’è vero che partecipano anche molti ragazzi che non sono mai venuti a Bologna  o alle manifestazioni del Centro di Poesia contemporanea.

MD: Con che grado di partecipazione sono intervenuti gli enti nell’organizzazione di Parco Poesia? C’è un effettivo interesse pubblico sulla poesia in Emilia-Romagna?

IL: All’inizio gli enti e le istituzioni sono rimasti interdetti, io sono andata da loro dicendo: “Guardate che la poesia giovane c’è!”. È stata una vera scommessa, e loro si sono fidati, sono stati veramente grandi e capaci di puntare su qualcosa di nuovo, di mai fatto prima, e di cui non conoscevano il risultato finale. Difficilmente in Romagna — a parte certe zone dell’entroterra come S.Mauro Pascoli o Sant’Arcangelo, che hanno una certa tradizione legata ai grandi poeti che appartengono a questi territori — si incontra la poesia in manifestazioni che radunano tanti poeti da tutta Italia.

MD: Quali le aspettative sul pubblico? La manifestazione si presenta attraverso reading e dibattiti, ma non si occupa di contaminazioni mirate con altre arti, quali il teatro o il cinema. Le contaminazioni possono essere un buon veicolo per la diffusione della poesia?

IL: Credo molto nella contaminazione con la musica; le letture vorrebbero essere proprio questo. La serata di ieri non è stata come l’avevo immaginata a causa di disguidi tecnici. Invece quella di oggi, credo potrà essere un ottimo esperimento di poesia e jazz fuse insieme. Il pubblico, per rispondere alla prima parte della tua domanda, ovviamente potrà essere contento o scontento, perché questo è un festival sia per giovani poeti, che possono trovare un momento d’incontro e d’ascolto per le loro poesie, sia di confronto per i poeti più grandi; vuole essere un festival per i ragazzi che iniziano a scrivere, nel quale incontrare le riviste letterarie e gli editori — che li possano guidare e guardare seriamente facendo evitare loro le esperienze meno serie tra le cui grinfie si può cadere magari per incoscienza. Il festival vuole essere anche un momento per avvicinare la poesia ad un pubblico disabituato per cui noi vorremmo rendere queste letture il più possibile ritmate, non monotone e non solo per gli addetti ai lavori.
Anche i pomeriggi di discussione e d’approfondimento non vorrebbero essere da meno, però è molto più difficile, nel momento in cui si parla dall’interno, rendere il linguaggio vicino e immediatamente percepibile ad un pubblico che non è abituato a certe polemiche che sono già di per sé un codice innescato tra le persone che frequentano molto questo ambiente.

MD: Un codice particolare…

Immagine articolo Fucine MuteIL: Però ad ogni modo, io credo fortemente nella necessità che la poesia avvicini le persone, quello della poesia deve essere un movimento continuo di avvicinamento, e soprattutto penso che questa sia una generazione che ha la forza di farlo. Continuo a ripetere la parola generazione svuotandola di tutti i significati teorici o parasociologici che le si vogliono attribuire (che chi vuole prenderti in castagna subito tira fuori), la uso per comodità. Credo che questi ragazzi abbiano la capacità di avvicinare il pubblico perché hanno una certa freschezza, una certa capacità d’impatto immediato. Così come accade per Milo De Angelis, Umberto Piersanti e Davide Rondoni, con i quali se ne ha la prova ogni volta che leggono: il pubblico si emoziona. Anche chi non se lo aspettava, anche chi è capitato per caso.

MD: Internet può essere un buon veicolo di diffusione?

IL: Sì. Io sono una che fatica a lavorare di mattina, lavoro molto bene di notte, senza Internet non so se avrei potuto portare qui tante persone perché tutto il lavoro di Ufficio Stampa e di pubblicità l’abbiamo fatto via mail.

MD: Nella tua poesia assume particolare rilievo il passare del tempo, le stagioni che passano, gli affetti che ci abbandonano e che vorremmo trattenere, ma che se ne vanno gioco forza; i pensieri acquistano la durezza di un sasso attraverso la dolcezza di un sentire che vorrebbe perdurare. Qual è il tuo sentimento del tempo?

IL:  È una bella domanda. Il mio sentimento del tempo è qualcosa che ha a che fare con il restare, è un tempo che si muove e si misura nella resistenza. Nel suo variare, nel variare delle stagioni, quello che rimane assume questa consistenza di un sasso, non è un dover cambiare a tutti i costi, è un tracciare la linea, come un’impronta digitale, di quello che rimane attraverso il tempo che passa…

MD: I residui di quello che è un movimento…

IL:  …un movimento concentrico che si muove, si allarga nel tempo che passa, ma torna a percorrere il suo cerchio.

MD: E in che rapporto stanno il divenire precario della donna — ci sembra sempre una donna abbastanza fragile, in bilico, pericolante, ma non in senso negativo — e la ciclicità delle stagioni? Hanno lo stesso ritmo?

IL: Non sono d’accordo sul divenire precario però non sta a me dirlo, se voi l’avete trovato nei miei testi, evidentemente c’è e credo ci sia nel ritorno ciclico del tempo, in questo tempo che alla fine ritorna sui suoi punti.
Cerco di essere concreta perché queste domande sono di alto livello filosofico e io invece sono molto terra-terra per certe cose. Vi faccio un esempio: a settembre la prima volta che piove sembra sempre la stessa, sembra che si ripeta realmente lo stesso giorno, ma in quel giorno che sembra uguale a quello dell’anno prima, di due anni prima, di dieci anni prima, si rivivono contemporaneamente tutte quelle cose perciò è come dire: diacronico; in questa cosa si trova quel filo della resistenza, ciò che resiste in noi.
C’è un passo bello di un romanzo, di cui non ricordo il titolo, che parla di un osso che è l’ultimo osso che rimane tutto intero nel corpo anche dopo la morte, è la parte più vera di noi, la prima creata, l’ultima che rimane, quella che non cambia mai mentre tutto il resto del corpo cambia. Questa cosa a me piaceva, c’è qualcosa che resiste, che si trasforma: i sassi sono terra, polvere, acqua, tutta roba che si aggrega insieme e diventa dura; in realtà ha una fragilità, la fragilità della polvere, però riesce a indurirsi perché tutto lo attraversa e lui rimane.

MD: In una tua poesia affermi che le donne complicano le situazioni in cui entrano: è vero. Pensi che le donne abbiano una complessità maggiore come esseri umani?

IL: Sì. Amo gli uomini un po’ semplici, infatti li perdo perché gli complico tutto.

Immagine articolo Fucine Mute

MD: Parlaci del tuo rapporto con il corpo, soprattutto con gli elementi del viso come per esempio la fronte e gli occhi, che entrano nel titolo di una tua raccolta. Che cosa c’è, simbolicamente, tra la fronte e gli occhi?

IL: Tra la fronte e gli occhi è una cosa un po’ strana perché in realtà non me lo sono inventato io, era un verso di una poesia di Rondoni dove a un certo punto lui parlava di me e diceva: hai 12 stelle tra la fronte e gli occhi e io ho ripreso questo tra la fronte e gli occhi perché anch’io ho pensato “che cosa c’è tra la fronte e gli occhi? Il pensiero”. Però è anche quel punto della testa che a volte ti fa male, qualcosa che brilla tra il pensiero e lo sguardo…Non lo so, è qualcosa che mi ha colpito…

MD: È curioso, infatti. Non potevano essere le sopracciglia o l’attaccatura del naso semplicemente in senso fisico, doveva essere sicuramente qualcos’altro.

IL: Poi per quanto riguarda il corpo, si parla tanto del corpo nella poesia femminile. In realtà nella mia poesia c’è poca corporeità, perché è un corpo che perde i contorni, si fa in pezzi, ci sono dei pezzi-corpo, ci sono le mani, ma hanno sempre un significato. Io con la faccia posso fingere, con la voce posso fingere, con gli occhi posso riuscire a non guardare, ma con le mani mi frego sempre, è un qualcosa di disarmato; c’è la fronte perché per me è la parte più erotica che ci sia. Però sono pezzi, non ho una corporeità femminile, non ho questo senso del corpo.

MD: E i sandali, cosa rappresentano? Tornano un paio di volte nei tuoi testi.

IL: Be’, qui i sandali…

MD: I sandali orgogliosi, sono ben caratterizzati…

IL: Non lo puoi sapere perché non sei una donna, però i sandali coi tacchi ti fanno sentire subito una “star”.

MD: Abbiamo qui una poesia, ce la  puoi leggere per Fucine Mute? Noi abbiamo scelto questa, soprattutto perché la chiusa finale è bellissima.

IL: È la prima volta che la leggo, è una poesia che pensavo di non leggere mai.

MD: Come mai?

IL: Perché è la chiusa finale del libro, e per me ha un peso particolare ma la lascio alla lettura:

Come in quel film sulla gita scolastica…
L’avevamo giudicato così triste
che dopo vite intere si trovassero
tutti rapiti via solo da un vento,
ad aspettarsi ancora, sulla soglia.

Nelle foto del liceo che ho messo al muro
ci si legge tutta la lotta
del mio cercarti, sempre intorno e mai vicino…
Eri al centro anche in quelle di gruppo
e un po’ di fianco o poco dietro 
non so neanche come ci arrivavo…

Come hanno fatto a non accorgersene gli altri
quella cura che nessuno lo capisse
e un mordere di voce che non sale,
dirlo a tutti per poter andare in pace…

Ma ognuno se lo porta fino in fondo
il suo colpo di vento che non cade.

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