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Scrittura

Alessio Brandolini

Vagabondando a piedi nudi

Immagine articolo Fucine MuteMatteo Danieli (MD): Hai passato un lungo periodo d’astinenza dalle case editrici. Cosa ti è successo?

Alessio Brandolini (AB): Be’ tante cose, che forse aiutano anche la poesia. Ho fatto dei figli, per esempio. Ho lavorato e letto molto, camminato, piantato alberi… in fondo dieci anni per scrivere un libro non sono mica tanti!

MD: Incominciamo dal tuo libro, in particolare dalla prima citazione, con cui apri la raccolta: Nulla è virtuale./Se non il nulla/ che ci circonda. Se questi DIVISORI ORIENTALI fossero un grande viaggio del “turista volontario” nel mondo della televisione — passando dagli scenari di National Geographic alle pagine di Cronaca Nera, dalle Tribune Elettorali agli Stadi di Calcio, ai Tradimenti, agli Amori — allora quella citazione avrebbe quasi l’effetto dell’ultima parola: il telespettatore spegne lo schermo e se ne va a dormire, “Nulla è virtuale./Se non il nulla/ che ci circonda ”, fantastico!, i DIVISORI sono stati una grande metafora dell’immagine-mondo occidentale.
Ma è proprio così? Il tuo è un mondo guardato attraverso lo schermo? Che cosa inghiotte il virtuale? Come hai scelto il titolo della raccolta?

AB: Quante domande! Il virtuale, ti chiedo, sostituirà il reale? I monitor cattureranno del tutto la nostra attenzione? Sappiamo (o sapremo) usare bene i nuovi mezzi tecnologici o ne verremo usati? O profondamente cambiati?
Le “deformazioni” che avvengono dentro alcune poesie dei DIVISORI ORIENTALI nascono da uno sguardo obliquo e mobile sulla realtà. Un modo di leggere le cose dovuto all’assenza di certezze, di forti punti di riferimento e al continuo smottamento dei punti cardinali. Alla mancanza di un solido pavimento sotto i piedi, a una eccessiva intrusione nella nostra quotidianità (e nella nostra coscienza) della tivù, del monitor, delle telecamere. Alla vita trasformata in spettacolo che rischia di scivolare velocemente dal reale al virtuale e, quindi, dal virtuale al nulla.
Il titolo della raccolta, DIVISORI ORIENTALI, è ripreso da una poesia, l’ultima. Ma alludo a qualcosa che divide l’uomo, lo separa. Qualcosa che viene da molto lontano, nel tempo e nello spazio.

MD: In certi momenti ci regali delle immagini folgoranti, come l’attacco di Susino in vetro giallo. Alla lunga però esse non sembrano tenere all’interno dei singoli testi e viene da chiedersi “Perché le ha usate?”. Da qui si potrebbero aprire molte questioni di ordine teorico ma a me interessa chiederti: il poeta oggi deve essere chiamato a dimostrare un dominio sui suoi propri mezzi tecnici? Nel tuo caso, ciò che si distacca dal razionale per entrare nel fantastico o nell’onirico — magari attraverso una similitudine sinestetica, come l’attacco della poesia citata — ha soltanto la funzione di sintonizzare il lettore su un’altra lunghezza d’onda?

AB: Allora: Susino in vetro giallo è una poesia alquanto oscura, lo ammetto, e forse proprio per via delle “immagini folgoranti” di cui tu parli. Per questo avevo pensato di tagliarla dalla scelta che stavo operando per questa raccolta. Così da lasciare spazio a testi più diretti, più “narrativi”. Però DIVISORI ORIENTALI , come spiego in una nota alla raccolta, è una specie d’antologia personale, una scelta di poesie venute fuori in più d’un decennio. Non me la sono sentita di eliminare testi più complessi, magari oscuri, ma che riescono a evocare bene la mia infanzia, e i momenti a essa collegata: come ricordo dal presente al passato, come ricordo delle paure di quel presente proiettato verso il futuro.
Ci sono diversi fili nella raccolta che s’intrecciano e provano a tessere un’idea personale di poesia. I miei testi partono quasi sempre dalla realtà circostante e poi vi ritornano. Spesso passando per sentieri fantastici, per i sogni, e quelli sono i momenti ideali per creare immagini forti, significative che sì, come tu dici, possono servire a sintonizzare il poeta (e spero anche il lettore) su una lunghezza d’onda non abituale, straniante. Per poi captare segnali che altrimenti risulterebbero inascoltabili, inavvicinabili, o incomprensibili.

MD: Chiameresti in certi momenti la tua poesia “realismo magico”?

AB: No, sarebbe fuorviante. La mia poesia è quello che è. La realtà non si fa mai del tutto magica. Esploro degli stati d’animo percepiti stando di fronte alla realtà, e per riuscire ad esprimerli mi capita di utilizzare (o creare) immagini simboliche, o anche “magiche”. Ma quello non è mai il fine ultimo.

Immagine articolo Fucine MuteMD: Il tuo modo di scrivere spesso ha dei versi lunghi, equilibrati. Si ha l’impressione di una voce calma e controllata — organizzata — che regola il gioco della versificazione. Ogni tanto compaiono un meglio allora, un infatti o un invece che misurano l’andatura e avvicinano il tono confidenziale. A me è sembrato che questa voce fosse presente in tutta la raccolta (anche dietro i versi brevi) e richiedesse un tentativo di tenere sempre sotto controllo lo stato emotivo nell’intera operazione, come a dire che nella tua poesia — soprattutto nelle tue poesie “civili” — ci sono emozioni ma non emotività. Esse vengono sempre prese nella morsa di uno sguardo british, savoir faire, inscomponibile (penso a Stabilità della fuga) a volte sospeso tra il cinico e il drammatico (penso a quel graziosi fuochi artificiali che chiude Cronaca nera). Sono proprio questi due elementi, la voce e lo sguardo, ciò di cui dobbiamo farci forti nel mondo d’oggi?

AB: Non lo so. Il mio sguardo è quello: talvolta eclettico e ironico, spesso colloquiale, sì, però mai cinico. Duro sulla situazione sociale e umanitaria che stiamo attraversando.
Provo a lanciare delle idee, che sono anche grumi di emozioni. La poesia non è che possa fare gran che, ma nel suo può aiutare a riflettere, forse a spostare lo sguardo, a mettere a fuoco certi aspetti trascurati: del nostro io moderno, della realtà in cui viviamo.
Sulla calma e il controllo di cui parli penso sia dovuto anche alla lunga sedimentazione dei versi passati attraverso riflessioni e molteplici revisioni. Senza alcuna fretta. Allora lo “sguardo british” a cui ti riferisci può essere il risultato di questo raffreddamento degli stati emotivi che comporta, però, un loro intenso approfondimento.

MD: La città è una trappola e il computer un intruso? Qual è il tuo rapporto con la tecnologia?

AB: Nella città si vive bene, tutto sommato, eppure si soffre molto. In campagna si vive male, si sta troppo soli, non ci sono i cinema… eppure si è quasi felici. Possibile un compromesso?

Con il pc? Prudente, un po’ distaccato, ma lo uso spesso, lo sfrutto al massimo, e provo a non farmi usare. Internet, per esempio, è un mezzo potentissimo eppure i rischi insiti nella rete ci sono e vanno visti, analizzati. Questo non significa rifiuto, ma curiosità mista a pignoleria. Non bisogna lasciarsi prendere dalle mode. Tu, per esempio, hai già il tuo blog?

MD: No, non ancora. Dietro la metafora di Zattere i figli si rivelano come la promessa con cui riallacciare un discorso ininterrotto con le tradizioni ma ad ogni generazione questo nesso si sfilaccia sempre di più, e le zattere si appesantiscono.Tu hai due bambini. Quali sono gli autori contemporanei che tramanderai (a parte Brandolini)?

AB: In quella poesia inverto il luogo comune che i figli non ascoltano i padri. Tant’è che scrivo:

I vecchi ascoltano
poco i giovani

I vecchi siamo noi, dal punto di vista dei bambini. Se siamo troppo presi dalla tecnologia, dal vortice delle immagini, e dalla cura eccessiva della nostra immagine, come facciamo, poi, a sentire davvero le cose che ci attorniano, a parlare con calma ai figli, o magari anche con il nostro vicino? E non in modo virtuale, ma concreto. Le faccine di internet non potranno mai sostituire il volto d’un uomo, o un vero e proprio abbraccio. Tant’è che oggi non si usa più abbracciare una persona: se lo fai rischi di passare per un tipo un po’ strano… Magari dici tutto su internet: fai un tuo bel sito, apri un blog e confessi le tue frustrazioni, i gusti, i sogni… metti anche le foto mentre vai al cesso o ti masturbi. Tutti ti sembrano amici (“gli amici della rete”), però, nella realtà, non conosci nessuno, né t’interessa farlo. In sostanza ce ne stiamo ben chiusi nelle nostre stanze, diffidenti l’uno dell’altro, anche se comunichiamo e abbiamo sempre i video accesi. Ecco: c’è il rischio che tutto diventi gioco e finzione, che le nuove tecnologie anziché unire frantumino ancor più le relazioni umane.
Presto i nostri figli faranno l’amore e si sposeranno via e-mail, faranno un viaggio di nozze nel web e poi divorzieranno (magari per finta) nello show-quiz più seguito in quel momento.
La poesia allora può diventare una specie di trincea per difendersi dal vuoto, per resistere all’approssimazione, alle chiacchiere televisive e telematiche.
Sì, occorre tenere la zattera leggera. Camminare spesso. Magari a piedi nudi, sulla terra. Incontrare le persone e parlarci. Avere il coraggio e soprattutto la pazienza d’aprire un dialogo nuovo con il mondo.
Di autori buoni, anche contemporanei, da tramandare ai figli ce ne sono parecchi, per fortuna, e ce ne saranno sempre. Questo un po’ lascia ben sperare.

MD: Cosa ti ha spinto a scrivere Frammenti dopo l’esplosione? Quali sono le implicazioni filosofiche di un noi in poesia rispetto a tanti io?

AB: Tanti Io non fanno un Noi. Ci si frammenta sempre più, ci si frantuma. Ma il noi è esploso perché è esploso prima l’io? può darsi, non sono un filosofo. Certo, a volte si fa fatica a stare assieme, non siamo più abituati e i rapporti umani si sfilacciano, si fanno banali, ambigui, timorosi, schizofrenici, anche. Il sistema di lavoro è cambiato e seguita a cambiare in modo vorticoso, aumenta il precariato che alimenta insicurezza, nervosismo… In fabbrica non c’è più la catena di montaggio, ed è un bene, ma il lavoratore che se ne sta da solo a spingere tasti soffre lo stesso. Forse più di prima, si sente appagato, forse, ma anche più isolato. Non a caso ci si azzanna spesso, guarda tu gli stadi cosa sono diventati! E l’egoismo e l’indifferenza sono in forte ascesa, tirano molto sul mercato…
Per me la poesia è anche condivisione di sentimenti, per questo provo alcuni registri colloquiali e tento d’avvicinarmi ad un ipotetico lettore, così da non essere solo. Per ricomporre un io con l’aiuto dell’altro. E tendere a un noi. Necessario, indispensabile. Per la vita, per la nostra terra.

MD: Come mai hai scelto una poesia che potesse parlare anche di cronaca nera, di borghesia mondana, di vita di coppia? Che cosa t’interessava raccontare delle classi sociali romane?

Immagine articolo Fucine MuteAB: La poesia non deve chiudersi in casa, starsene recintata nei libri. Deve muovere il culo e andarsene a esplorare zone grigie e marginali della vita, della società in cui viviamo, e, contemporaneamente, dell’uomo, di noi stessi (anima? coscienza?). Sporcarsi la faccia, le dita. Stancarsi nelle gambe e nella braccia. La poesia non può essere l’isola felice, il rifugio, l’amaca dove rilassarsi. La poesia per pochi eletti non la concepisco. E allora ecco che provo a raccontare, in versi, ciò che vedo e sento camminando nella mia città, nel quartiere popolare e popoloso di Roma in cui vivo ormai da molti anni. E quindi la fretta, il caos, la smania, il fenomeno dell’immigrazione. La cultura che s’assottiglia, i valori che traballano. La famiglia: una barca sempre più piccola e che perde acqua da tutte le parti. L’ipocrisia, il cinismo e la furbizia che passano per intelligenza e raffinatezza. La terra che soffre, gli alberi che s’ammalano e facciamo finta di niente. Il classismo che cambia faccia, s’imbelletta ma mette radici più salde. L’amicizia che s’impoverisce, che rischia di ridursi a uno scambio, a qualcosa di molto superficiale, che non coinvolge, che ci annoia. Come se i cuori fossero stati sostituiti con perfette micropompe, così da tenere bassa la pressione sanguigna e affaticare meno gli uomini. Come scrivo nella poesia Eczema:

(…)
È divenuto indispensabile, quindi
ripopolare la superficie terrestre
e poi muoversi alla svelta
guarire il fegato, lo stomaco
e, infine, rettificare l’origine
d’ogni problema e cioè
          il cuore
sostituirlo, se necessario
con moderne micropompe
così da evitare inconvenienti
con arterie vene muscoli arti
e gli emisferi cerebrali (…)

MD: Puoi darci qualche anticipazione del tuo prossimo lavoro? (magari anche un inedito).

AB: Ecco: estraggo il prezioso materiale dal prossimo lavoro poetico che s’intitola “Poesie della terra”, che uscirà nel 2004 per LietoColle libri. Aggiungo, in via del tutto eccezionale, qualcosa delle “Alterazioni climatiche”, una raccolta inedita.
Be’, ringrazio, vi saluto e… fucinemutate bene!


L’IMBUTO
(da “Alterazioni climatiche”)

Nel sonno le domande
dolgono e dilagano
son frecce nella carne
libellule che frusciano
stoviglie
che tornano a volare.

Macchinisti divorano
enormi panini
schegge di sole si fanno
sale sulle piaghe
sulle profonde ferite
e l’imbuto raccoglie
distilla
le fitte di dolore.

Privo di parole
il sonno
sbanda in curva
deborda e travolge
il futuro
che bussa alla porta
pallido più che mai

BREVE RAPPORTO DOPO IL DILUVIO
(da “Alterazioni climatiche”)

Troppo spesso
mediocri sofferenze
rendono inutilizzabili
le pompe idrauliche
i tubi catodici.

Bucano serbatoi
spaccano valvole
fanno saltare in aria
gli scarichi dei bagni.

S’allagano baracche
e appartamenti di lusso
il condominio
sprofonda nella melma
e la città galleggia
su una specie di zattera.

Dicono che questo
sia soltanto l’inizio
che fra poco verremo
sommersi del tutto
e ogni barca
ogni relitto
scivolerà nel vuoto.

Urge allora sapere:
a che serve restare
con il dito nel buco?

ASSALTI LATERALI
(da “Alterazioni climatiche”)

Sulla cima della montagna
restavano tre spine
corte quanto un Brando spezzato
ma incuranti della pioggia e del vento.

Tutt’intorno un giro vorticoso
di nuvole in preda alle derive
il fracasso dei tuoni
il bagliore dei lampi.

Giù nella valle una schiera di case
e fra quelle la nostra
che imputridiva in una solitudine
microscopica ma inaccessibile
come una cassaforte
tascabile, a prova di bomba.

* (da “Poesie della terra”)

È come se fossi arrivato
troppo tardi, mi dico
mentre falcio l’erba alta
o annaffio gli ulivi
che hanno appena un anno
piantati con mio padre
dopo aver strappato alla terra
quelli morti, o ammalati.

È come se fossi inchiodato
allo stesso divisorio orientale
o al grattacielo americano
che si disintegra con un boato.

Solido e impenetrabile
calcificato dalla storia
però ugualmente
cito a memoria
i passi lunghi
i più importanti
di questa insolita
ma ben salda deriva.

La promessa è lo stupore
di un solco
preciso e profondo
tracciato non nella polvere
ma nella realtà, nel presente
di questo paterno terreno.
Come se a sorpresa
fosse arrivata
l’ora della semina.

* (da “Poesie della terra”)

Certo non dissento, e dopo che farei?
Però nel frattempo rinnovo casa
mi trasferisco
in un angolo di strada.
Sì, trasloco fuori città
magari in un bosco
mi stabilisco in una quercia cava.

Un mondo rinforzato da vitamine e sali minerali
certo più sicuro per via degli antifurti
delle porte blindate, dei cancelli sbarrati
con paletti e lucchetto
di libertà sigillate in cassaforte
in attesa di tempi migliori
di un nuovo perfetto equilibrio.

Non sentirò il bisogno
d’avere una parte di tutto.
Avrò poco e quel poco mi basterà,
non sentirò la fretta di consumarlo.
Farò a meno d’appigli e stampelle
lascerò la porta spalancata
sarò felice di ricevere ospiti e amici.

Tanto la pioggia cancellerà le impronte
diverrà impossibile tornare indietro.

* (da “Poesie della terra”)

Tra gli alberi la muffa
della buona educazione
il freddo che piega
l’azzurro del cielo
si riesce persino a spezzarlo
in frammenti di roccia
che diventano bulldozer
rulli compressori
che senza sosta
livellano l’orizzonte
persino le escrescenze
dei rami, dei tronchi
del corpo
i brufoli infiammati
del malumore.

Le dita nude dei piedi
accarezzano l’erba
fanno il solletico alle ore
che qui trascorrono
veloci
poi, lentamente
tornano indietro.

* (da “Poesie della terra”)

Ecco, ti raggiungo a fine agosto
e già nel tuo sguardo leggo
l’inizio dell’autunno.

Gli alberi senza foglie
l’erba secca, ingiallita
il sentiero ricoperto
dalle spine, dall’ortica.

C’è tristezza nel grido
tardivo degli uccelli.
Appaiono stanchi e svogliati
come se volassero nell’acqua
per questo muovo i passi
con prudenza, a rilento.

Mi affaccio in un luogo segreto
ma allargato allo sguardo
alle mani degli altri
alle braccia di tutti
al volto esteso
millenario del mondo.

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