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Cinema

Michela Cescon

Dalla colazione al teatro

Vita, arte e idee di un'attrice

Immagine articolo Fucine MuteEmanuele Gatti (EG): Cominciamo con qualche domanda per conoscerci. Cosa ti piace fare nel tempo libero, ammesso che tu ne abbia?

Michela Cescon (MC): Non ho tanto tempo libero, nel senso che la mia giornata è concentrata sul lavoro, perché è una passione pazzesca che mi prende il corpo, l’anima, tutto. Il tempo libero mi serve per studiare, per leggere… Forse la cosa più bella è riuscire a stare un po’ da sola.

EG: Il libro preferito?

MC: In questo momento sto leggendo Jung, un po’ perché è collegato a Fellini, il cui lavoro (“Giulietta degli spiriti”, ndr) sto portando in teatro adesso, e Fellini è uno junghiano; un po’ perché mi piace moltissimo, ne sono innamorata.

EG: Il film preferito?

MC: “Bella di giorno”.

EG: Sogno nel cassetto?

MC: È un cassetto abbastanza aperto, perché professionalmente mi stanno andando bene tantissime cose che desideravo realizzare e altri sogni non ne ho. Il sogno più grande è continuare a fare quel che sto facendo, cosa che spesso mi sembra impossibile.

EG: Che tipo di persone ammiri e quali detesti?

MC: Ammiro le persone non ciniche. Al giorno d’oggi vedo che c’è un riparo pazzesco agli struggimenti del cuore, quindi ammiro chi si butta, chi si apre senza paura di farsi male. Detesto i cattivi, la malvagità, non sopporto la disonestà.

EG: Com’è nata la passione per la recitazione?

MC: È nata in modo molto strano. Vengo da una piccola città di provincia, Treviso, dove non avrei potuto fare il mio lavoro; la mia famiglia è eccezionale, ma non mi ha dato alcuna impronta teatrale, non ho visto mai il teatro fino all’età di 20 anni. Quando facevo architettura a Venezia, ho avuto un bruttissimo incidente stradale che mi ha tenuta ferma per diverso tempo. Mi sento una miracolata, una sopravvissuta. Non so come, da allora mi sono sentita chiamata: io uso il termine religioso di “vocazione”, perché quasi da un giorno all’altro ho detto alle persone che mi erano vicine che io dovevo fare teatro. Così è stato, ho iniziato subito, ho fatto i provini per delle scuole. Non è facile fare questo lavoro in Italia, invece sta andando, quindi la chiamata è quella giusta:  non so dirti perché, non posso che essere lì, non potrei fare altro.

Immagine articolo Fucine Mute

EG: Cosa provi quando porti in scena un nuovo spettacolo?

MC: Sono contenta. Sono attrice anomala per il nostro paese, perché mi piace inseguire i nuovi progetti. Quando porto in scena un nuovo lavoro, ne sono convinta, l’ho scelto. Se non dovessi più fare così, sarebbe solo per bisogno di soldi, dato che vivere di questo mestiere è molto difficile. Quando debutto è come se ci fosse un piccolo miracolo: si è compiuta una scelta; è sempre un segno.

EG: Quando entri in scena sei emozionata o padroneggi il palco?

MC: Sì, i primi cinque minuti mi batte il cuore, non vorrei mai entrare; è un po’ una violenza, perché nel momento della giornata in cui a livello fisiologico bisognerebbe riposare devi invece dare il meglio di te. È faticoso fisicamente, e soprattutto il lavoro che faccio con Valter Malosti (regista e compagno di Michela, ndr) è di una fatica totale; ma poi mi acquieto, sto bene. Penso di fare teatro perché è l’unico lavoro che riesce a togliermi la marea di energia che ho dentro.

EG: Credo che ci sia una componente di esibizionismo in ogni attore. Tu ti reputi esibizionista, e se sì fino a che punto?

MC: Non so quanto sia un discorso di esibizionismo, forse sì perché ti dai in pasto alla gente. È un tema complesso. Per quanto riguarda me è più un darsi, diventa qualcosa di mistico, perché, al di là del pubblico, si raggiungono delle vette elevate e nello stesso tempo è come consumarsi. Quando il corpo viene completamente dato a qualcos’altro si tratta di un aspetto quasi religioso, non solo esibizionistico. Secondo me parlare di esibizionismo significa dare una definizione ristretta. Può essere adatta per altri, per me non lo è.

EG: Per te il teatro è libertà espressiva o rigore interpretativo?

MC: Tutte e due. Può essere un ossimoro, libertà e rigore messe insieme. Io sono molto rigorosa e disciplinata nel mio lavoro, però all’interno di questa disciplina ferrea (sono durissima con me stessa, anche troppo) in realtà trovo la libertà. Devono stare insieme: la libertà non può che venire dal rigore.

Immagine articolo Fucine Mute

EG: Una domanda maliziosa. Un’attrice recita solo sul palco o anche nella realtà?

MC: Nella realtà come recitano tutti, spesso ci si nasconde dietro a delle cose, ma di fatto si recita sul palco. Nella realtà  per difendersi, come tutti, come te.

EG: Tu credi che io reciti?

MC: Può essere, non so, me lo devi dire tu, chissà quale parte di te mi fai vedere, non lo so. Non penso che una persona quando si presenta dia veramente quello che è, non ci credo proprio. Siamo mille persone diverse, dipende dal momento, dalla situazione, da quello che insieme a me tu crei, mentre con un’altra persona crei un’altra cosa. Non c’è verità nella vita.

EG: E quindi bisogna fidarsi o non fidarsi degli altri?

MC: Assolutamente fidarsi, totalmente, perché bisogna vivere il momento: quello che avviene sul momento è vero, e non parlo solo di rapporti forti, mi riferisco a qualsiasi cosa: è vero l’attimo.

EG: Durante il nostro primo contatto via mail hai usato un’espressione che mi ha colpito molto, cito: “il teatro mi prende la vita”. Mi piacerebbe sapere come vivi il tuo essere attrice.

MC: Lo vivo drammaticamente, mi fa piangere; è vero che mi ruba la vita, ma mi dà anche una vita pazzesca. Non posso fare altro, ecco perché lo chiamo vocazione: è una cosa di cui non posso liberarmi. Il talento, o comunque queste chiamate forti, non solo per quanto riguarda il teatro, a volte fanno soffrire, perché non ci si può dedicare ad altro. Certo, a volte scalpito un pochino, perché mi piacerebbe fare le cose che fanno tutti gli altri: invece io mi escludo, non  dalla vita (sono felicissima), ma da tutto ciò che gli altri considerano vita, per esempio i divertimenti, i giochi, le compagnie. Adesso sono molto più serena, ma quando avevo 24, 25 anni, età in cui si ha voglia di essere spensierati, è stato molto faticoso gestire il mio lavoro. Sì, il teatro mi ruba la vita, ma non posso fare altro. Mi ci dedico in modo esclusivo.

EG: Qual è il tuo concetto di arte?

MC: Che domanda impegnativa! Vivo l’arte in maniera sentimentale, non ci metto alcuna ideologia né alcun aspetto intellettuale. L’arte è riuscire a esprimere quelle cose della vita che sento alte, che non possono essere che collegate a Dio  (dio in tutti i sensi, non solo religioso, cattolico) e trovare il mezzo espressivo per far sì che semplicemente arrivino agli altri.

EG: Tu ti reputi un’artista?

MC: Sì, quasi più un’artista che un’attrice. Artista come potresti esserlo tu, artista per il modo di affrontare la vita, con un occhio il più possibile puro, che vede al di là di quel che c’è davanti: un Bacon (Francis Bacon, pittore contemporaneo, ndr), un Bacon della vita, che vede tutti i corpi traslati, un sacrificio in tutto quel che si incontra. In questo senso sì, non tanto per il mio mestiere.

Immagine articolo Fucine Mute

EG: Io credo che ogni artista dovrebbe avere un potenziale di innovazione. Tu svolgi un lavoro cosciente di innovazione? In che modo?

MC: Non so, dovrebbero dirlo gli altri. È molto difficile porsi domande su di sé e giudicarsi.
Innovazione: sto cercando di essere un’attrice di un altro tipo anche in teatro, sto cercando di togliere una pulizia di linguaggio, sto cercando di essere più contemporanea, più presente nella vita di tutti i giorni. Per esempio la performance di “Primo amore” credo sia abbastanza innovativa, il modo in cui è stato usato il corpo, le poche parole, lo star dentro completamente ma anche un po’ fuori.

EG: Anche lo spettacolo di ieri sera è decisamente innovativo.

MC: Sì, anche quello, per merito pure del mio compagno di lavoro (Malosti, ndr), che mi segue da tanti anni e con il quale sto cercando di trovare delle strade diverse.

EG: Quando prepari un nuovo spettacolo, a che punto arriva il livello di identificazione con il personaggio? Riesci a vestire-svestire i panni di un personaggio, o in qualche modo te lo porti a casa?

MC: È molto divertente venire alle mie prove: sono sempre molto inserita nel personaggio, poi magari dimentico la battuta, esco cinque secondi, sollecito il suggeritore “dammela, dammela, dammela!”, e poi rientro. Non ho un metodo, ho la capacità di entrare-uscire velocemente, per questo dico che è un miracolo. Certo, piano piano il personaggio comincia a entrarmi dentro, magari ci penso durante il giorno, però il risultato esce sempre tutto da me.
Quanto a Sonia (la protagonista di “Primo amore”, ndr), non farei mai una cosa del genere (dimagrire fino all’anoressia perché plagiata dall’amante, ndr), ma io non giudico mai il personaggio, anche se è un perdente, anzi mi piace entrare in situazioni estreme, perché costituiscono situazioni reali.

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EG: Parliamo di “Primo amore”. Nell’epoca del falso, del virtuale e della riproducibilità tecnica, “Primo amore” si inserisce come opera che insegue e persegue la realtà, ma senza la drammaticità o l’ironia amara del neorealismo. Allo stesso tempo in questa rappresentazione della realtà sono evitati i sovrattoni tanto frequenti nel teatro. La tua interpretazione mi è parsa eccezionale proprio perché incredibilmente naturale. Inoltre riesci a trasmettere allo spettatore tutta la tensione drammatica della storia di Sonia senza ricorrere a una recitazione gridata, eccessiva, come si vede in tanto cinema sia italiano sia, soprattutto, americano. Mi sembra che tu sia sempre misurata, precisa, e che curi nei dettagli la caratterizzazione del personaggio. È così? Che tecnica usi per garantire una tale riuscita del personaggio?

MC: È così, costruisco il personaggio piano piano e anche se vi sono completamente dentro non sono mai annullata, sono lucida. Ho molta proprietà del corpo. Uso tantissimo il corpo, come ho potuto fare ampiamente in “Primo amore”. Lo mantengo allenato, il che non significa palestrato: sto sempre attenta, nel quotidiano, a far sì che io sia organica, che il corpo respiri, senta. Questo è il trucco, quel che avviene è dentro. Sono molto attenta a quanto succede alla faccia, alle mani, quasi da chirurgo, quindi il mio metodo consiste nell’essere molto consapevole di cosa sono. Ed è un metodo che probabilmente si potrebbe applicare alla vita di tutti i giorni, perché spesso non siamo presenti a quello che ci capita, viviamo nel passato o nel futuro. La cosa più importante che sto acquisendo, che porto nel mio lavoro e che mi rende felice, molto più felice di una volta, è la capacità di essere presente nell’attimo in cui vivo. Sembra un luogo comune, da new age, invece è una fatica bestiale: ci lavoro da 3-4 anni e adesso comincio a raccogliere i frutti. Per esempio adesso io sono qui con te, e basta; so che tra mezz’ora devo andare, ma non ci penso. Sembra una stupidata, invece è la pastiglietta che serve a rendere felici.

EG: Hai appena anticipato quella che avevo pensato come mia ultima domanda: sei felice?

MC: Sì. Felicità è un termine strano, però sto imparando a star bene.

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EG: Interpretando Sonia, hai provato sofferenza, resistenza interiore, o eri in sintonia con il carattere del personaggio?

MC: All’inizio è stato faticoso accettare. Quando ho capito che non dovevo giudicare, bensì accettare il personaggio, tutto è stato molto fluido. Con Sonia sono dovuta dimagrire da 60 a 45 Kg in due mesi, è stato molto faticoso, ci sono stati momenti in cui mi sarei ribellata a tutto. Il fisico che va a distruggersi forse ha tirato fuori il lato masochistico che c’è in me: più dimagrivo, più mi chiudevo, e più provavo delle grosse soddisfazioni. Ho avuto momenti di grossa poesia, è un personaggio che ho amato molto.

EG: Nelle recensioni e nelle varie interviste che hai rilasciato su “Primo amore” si parla di te quasi esclusivamente in relazione alla perdita di peso cui ti sei sottoposta. Certamente è stata una prova non da poco. Non ti sembra tuttavia che questa attenzione all’aspetto fisico abbia in parte oscurato la qualità della tua interpretazione, che a mio parere è stata addirittura entusiasmante? E questo ti ha infastidita?

MC: Ero preparata a questo, ma ho notato che molta gente ha percepito il personaggio al di là dell’aspetto fisico. Accetto, sono tranquilla, anche perché sono contenta del lavoro che ho fatto e non mi curo molto delle varie reazioni. Mi premeva venisse fuori una valanga di cose non spiegate: tu mi dici che è venuta, quindi è riuscito.

EG: Sì, è riuscito. È riuscito fin da quando entri in scena. Quello che mi ha colpito è il tremito del mento quando Vittorio (l’altro protagonista di “Primo amore”, ndr) dice a Sonia che se l’aspettava diversa. Sono rimasto estasiato ed è in quel momento che ho deciso di intervistarti.

MC: Tantissime persone mi hanno detto di essere state colpite da quella scena iniziale, quindi questa è la dimostrazione che il lavoro avrebbe funzionato anche se non avessi compiuto quella discesa agli inferi fisica. È un lavoro minimale… Evidentemente vuol dire che dovevo fare l’attrice. Non pensavo proprio di poter fare cinema. Quando Matteo (Garrone, il regista di “Primo amore”, ndr) mi ha chiamata senza avermi fatto un provino visivo, rimasi sbalordita, non mi reputavo fotogenica, pensavo di essere una bestia da palcoscenico e basta. Invece è stata una bella scoperta, può essere un mezzo interessante, se usato bene.

EG: Come si fa a lavorare sul set quando si è debilitati fisicamente?

Immagine articolo Fucine MuteMC: Era molto faticoso, non riuscivo a salire le scale della casetta. Non volendo prendere alcuna cosa chimica, avevo fatto un percorso con un dietologo durante il quale avevamo capito che più rimanevo concentrata su di me (e infatti non ho avuto amici, sono stata sola) e più questo sforzo sarebbe andato a buon fine. Alla fine lo stare concentrata su di me per un lungo periodo di tempo mi ha dato una grande energia, anche se magari non fisica, e sul set ero la più serena, avevano più problemi gli altri. Questo perché perseguivo il mio fine, arrivare a 45 chili in due mesi, e, al di là della storia del film, non mi preoccupavo d’altro. Se hai un percorso preciso, sei quello che ha meno problemi, non so se ti è mai capitato.

EG: Io avevo l’obiettivo di intervistarti…

MC: Appunto!, e al di là di tutto, sei qui.

EG: Nonostante oggi sia il 26 marzo, giorno di sciopero generale, siamo riusciti a ritagliarci uno spazio nella splendida cornice del Teatro Regio di Torino.

MC: In questo elegante foyer!

EG: Leggendo “I 15.000 passi” di Vitaliano Trevisan (coautore della sceneggiatura di “Primo amore”, ndr), mi è sembrato di riconoscere un unico discorso fra i personaggi del libro e quelli del film, e ho sentito fortissimo l’influsso della scrittura, delle tematiche dell’autore. A tuo parere quanto deve il film a Vitaliano?

MC: Tantissimo. Matteo ha incontrato Vitaliano, si è catapultato a Vicenza ed è rimasto lì per un anno e mezzo. Matteo ha il talento pazzesco di mettere insieme le persone. All’inizio io e Vitaliano non ci potevamo sopportare, invece poi abbiamo funzionato. Vitaliano ha dato un taglio precisissimo al film di Matteo, gli ha dato tutto il mondo che aveva intorno. Se non ci fosse stato Vitaliano il film sarebbe andato in un’altra direzione. D’altra parte anche se non ci fossi stata io. Una cosa buona di Matteo è di servirsi di quello che ha: non arriva a Vicenza col film in testa, crea tutto in base alle persone, alle immagini che trova. È il film di Matteo ma anche di Vitaliano.

EG: E invece per “Giulietta degli spiriti”, la cui trasposizione per il teatro dobbiamo proprio a Vitaliano?

MC: La collaborazione con Vitaliano non è nata da me, ma da Malosti, che l’ha conosciuto dopo il film e gli ha chiesto di mettere mano a quel racconto cui bisognava dare un ritmo. Vitaliano ha lavorato sul testo, l’ha asciugato, l’ha reso più diretto, più forte. Però “Giulietta degli spiriti” è lo spettacolo di Malosti, perché sua è l’idea geniale di non far passare la protagonista per un esserino borghese (sarebbe bastato mettere un tavolino e un bicchiere con l’acqua per abbassare il risultato) e di abbinarlo ad un lavoro beckettiano (“Giorni felici”) mettendomi inchiodata a terra in una specie di piccolo circo. L’ho trovata un’idea di regia straordinaria, mi ha fatto subito volare. Porta lo spettacolo a un livello metafisico: il mondo degli spiriti si alza. Devo molto a Malosti, perché “Giulietta” è uno spettacolo che girerà in diverse città e mi darà occasione di mostrare tante cose. Penso che mi abbia messa in scena proprio bene.

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EG: Come giudichi la situazione del cinema italiano?

MC: Per rispondere a questa domanda dico che l’esperienza che ho fatto con Matteo Garrone (al di là di quel che si può pensare del film) è unica e aristocratica, perché penso che nel cinema italiano difficilmente si possa fare un incontro di quel tipo. Il cinema italiano sta crescendo, ci sono possibilità, però lo sento esterno, sopra le righe. Certo ci sono dei buoni prodotti, come “Agata e la tempesta” o “Che ne sarà di noi” (con i quali concorriamo per i David): io ci avrei recitato benissimo dentro, sono dei buoni prodotti, ma li sento un po’ esterni. Penso che il film di Matteo abbia la capacità di scheggiare, vada al fondo delle cose. Mi sembra che adesso gli unici generi che funzionino nel cinema italiano siano la commedia e le storie coi ragazzini, mentre le parti femminili di un certo tipo sono rare, quindi l’occasione avuta col film di Matteo è unica. Tu cosa pensi del cinema italiano?

EG: Sono io che faccio le domande! Cosa pensi della posizione del teatro italiano rispetto allo strapotere della TV?

MC: Ne soffre tantissimo. Non tanto perché siccome c’è la tv la gente non va più a teatro. Piuttosto perché la televisione ha rovinato il gusto della gente che, abituata a far zapping, non sa più concentrarsi o ascoltare. In questo sta lo strapotere della tv. C’è anche un certo ritorno al teatro: lo constato dal fatto che molti mi seguono, mi scrivono lettere, però bisogna prenderli per mano, è un percorso che bisogna attuare con pazienza. Inoltre spesso il teatro è indietro, i teatranti sono vecchi, non capiscono dove siamo, né che a volte bisogna cambiare il linguaggio. Non è detto che il linguaggio di una volta sia quello vero o quello giusto. C’è un momento di grande confusione. Poi c’è poco coraggio perché la politica entra dappertutto. La politica rovina tutto! La politica dovrebbe occuparsi di politica, invece siamo in un Paese dove la politica entra sempre nel mondo dello spettacolo. È per questo che cinema e teatro funzionano poco, perché non sono puliti.

EG: Lavoreresti per la televisione?

MC: Non lo so. Finora ho detto di no. L’unica cosa che dico sempre agli amici che me lo chiedono è che se mi vedessero in TV, magari facendo qualcosa di non tanto bello, è per bisogno di soldi. Adesso vivo tranquilla, ma ci sono momenti economici molto faticosi, è brutto dirlo, ma è la verità. Sembra sempre che gli attori siano ben pagati, invece siamo in un periodo in cui all’arte viene dato molto poco, quindi se dovrò pagarmi l’affitto potrò anche fare della televisione. Magari viene una bella proposta, non bisogna mai dire mai, però per il momento non mi interessa.

EG: Preferisci il cinema o il teatro? Quali aspetti positivi e negativi riscontri a livello personale nel lavorare per il teatro o per il cinema?

Immagine articolo Fucine MuteMC: Preferisco il teatro, ma devo dire che il cinema è diventato un secondo amore. Il teatro è il primo amore, il cinema il secondo amore. È sempre un amore: voglio fare entrambi. Però il teatro è più forte, è un’arte maggiore; penso che il cinema sia un’arte minore rispetto al teatro. C’è una differenza abissale tra i due: nel cinema l’esperienza più bella è il set, poi però il cinema va da solo, non conti più, mentre in teatro tutte le sere devi riconfermare la scelta che hai fatto, quello star sul palcoscenico e davanti alle persone. Per questo giudico che il teatro sia un’esperienza più grossa: perché è un’esperienza adulta. Lo dico sempre, è come una relazione d’amore tra me e gli spettatori, ed è tutte le sere riconfermata con fatica. Non giudico negativamente, nel caso di spettacoli un po’ lunghi, se una serata ha dei momenti di calo o se uno spettatore si addormenta: è un’esperienza adulta, come se io e te avessimo una relazione intima: a volte ci allontaniamo, a volte litighiamo, a volte ci amiamo alla follia.  L’esperienza di un’ora e mezza, come “Giulietta”, è importante, perché sento che ci sono dei momenti in cui tutto il pubblico mi segue, dei momenti in cui si allontana, come nella vita. Quindi il teatro rappresenta l’esperienza più vera.

EG: Sei consapevole del tuo talento?

MC: Ti rispondo sinceramente: sì. Ne ho preso consapevolezza quando avevo 26 anni, quando, dopo l’esperienza con Ronconi, capii che dovevo proteggermi. Da qui la scelta di condurre una vita pacata, attenta alle decisioni… Anch’io però me ne sorprendo, non capisco fino a che livello ho talento. Lo percepisco attorno dagli sguardi delle persone, molto intimidite, e sento in me una forza che devo portare avanti — come sempre non so da dove viene fuori. È un mestiere strano perché quando affronti un nuovo lavoro da una parte pensi di saperlo fare, dall’altra invece sei pieno di dubbi; per esempio alla proposta di “Primo amore” sono rimasta terrorizzata, in preda al panico assoluto.

EG: Tu sei molto giovane e tuttavia ti chiedo ugualmente se hai dei rimpianti o dei rimorsi a livello professionale.

MC: No, non li ho. Certo, sono giovane, ma i miei 32 anni li sento tutti addosso. Io riferisco ogni cosa al mio incidente, mi sento davvero scampata alla morte, è stato un terribile trauma e quindi cerco di vivere come se fosse l’ultimo giorno. In generale preferisco avere rimorsi che rimpianti. E infatti ho preso decisioni coraggiose: ho rifiutato di lavorare ancora con Ronconi dopo che mi aveva fatto debuttare, gli ho detto “Maestro, io con Lei non posso lavorare”, all’epoca avevo 25 anni, non so come ho fatto. E poi ho cominciato a fare teatro partendo dalle cose più basse. Sono state scelte giustissime. Non ho tempo da perdere: la vita è breve.

EG: Ti infastidisce il fatto che attrici assolutamente incapaci divengano, per le ragioni più disparate, popolarissime e richiestissime?

MC: Fino a pochi anni fa sì, moltissimo. Adesso ho come acquisito una saggezza maggiore, sono consapevole che ognuno fa il suo percorso. Ho imparato a separare: non siamo tutte attrici,  la parola “attore” è abusata; quando qualcuno mi chiede se faccio l’attrice quasi mi dà fastidio il termine perché ormai anche la velina è un’attrice, e invece non siamo tutte allo stesso livello. Quando vedo che qualcuno segue un percorso di un certo tipo, non la giudico un’attrice insieme a me o ad altri che lavorano come me. Certo, anni fa mi arrabbiavo da morire, perché ci sono persone in Italia che lavorano tanto bene, ma fanno una fatica tremenda. È la vita. Senza volermi paragonare, Van Gogh è morto in povertà assoluta, come tanti altri artisti. Non è detto che la strada giusta sia quella del clamore.

EG: Ti definiresti una persona ambiziosa?

Immagine articolo Fucine MuteMC: Sì, sono ambiziosa, però è un’ambizione abbastanza ben gestita. Sono ambiziosa perché voglio andare avanti, voglio vedere dove mi porta tutto questo, dove riesco ad arrivare, quale sarà la mia fine, più che per raggiungere chissà quali risultati. Il giorno dopo Berlino, dove ho avuto una straordinaria esperienza, ero molto tranquilla, ero già altrove, cominciavo a dire “adesso devo debuttare all’Eliseo”, già cominciavo a rileggermi “Giulietta”, non rimango a pensare ai premi. Vado oltre. Non vedo l’ora di vedermi da vecchia in che condizioni sarò, ai posteri l’ardua sentenza! Forse sì, sono ambiziosa, anche se non so bene cosa significhi questo termine per me, ogni tanto bisognerebbe riguardare sul dizionario i significati delle parole.

EG: Ma il significato vero è quello che noi diamo alle cose, non credi?

MC: Sì, infatti. Sono ambiziosa perché voglio andare avanti. Però a volte dico no a proposte eclatanti e dopo a ripensarci me ne stupisco pure: quindi sono ambiziosa, ma voglio fare quello che mi interessa.

EG: Quali aspirazioni hai attulmente?

MC: Adesso è un momento strano: sono contenta del film, sono contenta di “Giulietta”, mi piacerebbe ritirarmi un mesetto o due per capire i miei desideri; in questo momento non saprei dire esattamente che desiderio ho, comunque di continuare questo percorso già avviato.

EG: C’è una parte in particolare che ti piacerebbe interpretare?

MC: Non saprei. Mi era stata proposta L’Antigone: l’ho rifiutata perché non ho voglia di fare l’Antigone in questo momento. Ho preso una via un po’ anomala, con personaggi strani, adesso vorrei trovare qualcosa d’altro. Questa “Giulietta” era una bella scommessa: ho rinunciato ad Antigone per questa parte, che è più curiosa, e ne sono felice. Ogni volta, quando finisco un lavoro, mi dico “oddio, non farò più niente”, non è facile trovare il lavoro successivo. Abbiamo una proposta di fare “La signorina Giulia” di Strindberg, ma ancora non so, ci vuole tempo  perché le cose si sedimentino.

EG: Ma cos’è che ti attira in un personaggio e ti fa rifiutare invece un altro?

MC: Mi attira il discorso della trasgressione, non riferita al personaggio in sé, bensì al personaggio all’interno del progetto: chi te lo propone, le persone che ti mette vicino. Sono elementi più importanti del personaggio, rinuncerei a personaggi pazzeschi se non mi sentissi nel progetto giusto. La scelta di Garrone: mi è piaciuto di più tutto il lavoro anomalo dietro la preparazione che il risultato del film. Appena avevo un momento libero andavo a Vicenza a scoprire la città insieme a loro, e sono passati 2 mesi prima che Matteo mi dicesse che il ruolo era mio. Poi mi disse che mi aveva scelto sin dal primo giorno. Passeggiavo con loro, si parlava di tutto: ecco, io credo negli incontri, nelle cose che possono svilupparsi stando insieme. Ho delle proposte interessanti, ma vecchie di partenza.

EG: Visto che non ti posso più chiedere se sei felice, ti chiederò di dare un consiglio di vita a chi legge questa intervista.

Immagine articolo Fucine MuteMC: Sarà un consiglio patetico, perché sono sdolcinata: è molto semplice, impegnarsi a capire chi si è, dopo tutto diventa facile; la vita sembra complicata, in realtà quando trovi il centro di quello che vuoi fare tutto diventa fluido, anche i rapporti con le persone. Attualmente relazionarsi con gli altri risulta molto difficile; ho una valanga di amiche belle e intelligenti che non riescono a comunicare con l’altro sesso. È perché non c’è il centro, siamo molecole impazzite. Anche a coloro che vogliono fare il mio lavoro (tante persone mi scrivono chiedendomi consigli) dico che devono crearsi un percorso autonomo e porsi la domanda di cosa interessi veramente loro; sono tutti lì con 20000 sogni e poi… Per esempio, quando vidi uno spettacolo di Malosti io gli telefonai a casa dicendogli che non potevo far altro che lavorare con lui e lasciai Ronconi. Siamo talmente in confusione che non percepiamo più quando ci arrivano dei messaggi chiari. In realtà è molto semplice, i messaggi sono dappertutto, evidenti. Secondo me, sempre grazie a quel maledetto incidente, ho avuto la capacità, al di là del talento (tante persone hanno talento), di percepire qual è la cosa giusta. La paura è di perdere questa capacità. Il cosiddetto successo mi spaventa, il clamore suscitato dal film, per esempio, mi ha fatto temere di perdere lucidità, così cercavo di allontanarmi e di tenermi un po’ indietro; alcuni mi dicono che sono snob, altri mi dicono di sfruttare l’occasione, ma io dico di no, per vivere si possono anche vendere pizze e io non ho paura della vita. Così sono felice.

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