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Cinema

Susanna Tamaro

Scrivere e filmare con coerenza

Immagine articolo Fucine MuteCorrado Premuda (CP): Incontriamo Susanna Tamaro al cinecity di Trieste dove è tornata per presentare il film Nel mio amore, il film che ha girato in parte anche a Trieste, in Friuli Venezia Giulia e in Slovenia. Buonasera. Fucine Mute l’aveva già intervistata proprio sul set appena terminate le riprese del film. Per prima cosa vorrei sapere se è soddisfatta del risultato di questo film.

Susanna Tamaro (ST): Sì, sono soddisfatta anche se ho avuto dei periodi alterni: un film ha tante fasi di lavorazione per cui c’è un periodo in cui si è più euforici, poi un altro in cui si crolla perché convinti di avere fatto male… il percorso di un film è molto misterioso e fino all’ultimo non si sa se si è riusciti a fare quello che si voleva. Detto questo, mi sento di dire che sono riuscita a portare a termine il mio intento e cioè il risultato è qualcosa in linea col mio modo di scrivere, col mio modo di vedere le cose: ritrovo la mia poetica nel film, quindi sono abbastanza soddisfatta.

CP: Infatti secondo me uno dei pregi del film è proprio il fatto che il suo modo di raccontare storie è assolutamente lo stesso che si ritrova leggendo un suo libro o un suo racconto. Questa coerenza quindi è riuscita a trasportarla al cinema senza problemi?

ST: Mi fa piacere tu abbia notato che c’è lo stesso tipo di tempi narrativi. Ho avuto in realtà tanti problemi perché ho tutta un’altra forma di immagini e lavoro di solito su altri schemi. Io mi dico sempre che devo lavorare con quello che ho, e fare cinema è un po’ come fare una torta: se ho quaranta ingredienti per una torta posso fare trecento tipi di torte, se ho cinque ingredienti potrò fare venti torte… dunque devo accontentarmi di quel che ho e la creatività va giocata sul materiale presente. Questo mette a dura prova. Per il film ho fatto un grande lavoro di montaggio, sono stata sei mesi a montare per riuscire a raggiungere quella compattezza di tempi narrativi che è la stessa del mio libro.

CP: Il fatto di essere autrice del racconto da cui è tratto il film, sceneggiatrice e regista, se da una parte può sembrare un privilegio ci sono forse anche delle difficoltà dietro? A volte ha avuto magari l’impressione di tradire il racconto o non era pienamente soddisfatta di come le immagini rappresentavano le parole usate per scrivere la storia?

ST: No, per fortuna non ho avuto questa sensazione. Naturalmente quando ho cominciato ero molto cosciente che toccavo un altro livello di realtà con le immagini rispetto alla scrittura e quindi non avevo molte illusioni, anzi ho avuto piuttosto il privilegio, essendo tutta farina del mio sacco, di spostare e modificare le cose senza chiedere il permesso a nessuno.

CP: Gli attori protagonisti di questo film ha potuto sceglierli lei? È soddisfatta della scelta?

ST: Sì ma è stato molto difficile. Licia Maglietta l’ho scelta subito ma avevo molti dubbi che lei scegliesse me, perché è un’attrice difficile che sceglie tra pochi ruoli e fortunatamente lei ha voluto fare questo film con mia grande gioia. Era più difficile trovare gli altri due protagonisti, Vincent Riotta, il pittore, e Urbano Barberini perché mancano un po’ attori di quella generazione che non siano stravisti in Italia: non so, per la parte del pittore io volevo un viso che fosse nuovo in qualche modo, perché se mettiamo un attore bravissimo come può essere Stefano Accorsi, lo spettatore ha già tanti ruoli in mente mentre lo vede sullo schermo, mentre ci voleva una faccia sconosciuta al grande pubblico e ho trovato in maniera molto casuale Vincent Riotta, un attore che lavora molto in America. Quindi c’era la sfida di trovare volti “nuovi” che però fossero bravi attori. Magari il botteghino non mi premierà per questo ma ho voluto puntare su questi attori.

Immagine articolo Fucine Mute

CP: La storia che si racconta nel film Nel mio amore, come altre sue storie precedenti, mi pare analizzi uno sforzo dei protagonisti di farsi capire, di comunicare qualcosa agli altri, scontrandosi invece contro il muro dell’incomunicabilità. È solo la Natura, che nel film ha così tanto spazio, ad aiutare, a dare conforto, a rivelare l’equilibrio o il disequilibrio tra l’animo umano, pieno di affanni, di dolore e di paure, e la stessa Natura che rasserena perché è immutabile. È questa la chiave di lettura?

ST: Sì, la Natura è la quarta o quinta attrice protagonista del film perché fa da contraltare alle tragedie familiari. È un po’ l’idea che noi abbiamo di questa vita così piccola, così chiusa e che è accolta in un universo che ha un grandissimo respiro, che è misterioso, che è affascinante: questo genera un contrasto fra la nostra incapacità di assaporare la vita, vivendo un’esistenza chiusa combattendo ognuno le proprie nevrosi senza godere, e la Natura che è bellezza, come dice a un certo punto il pittore.

CP: E la Natura viene usata anche come metafora di una catarsi finale, che mi ha fatto pensare al suo romanzo Anima mundi che fra l’altro si svolge sempre tra Trieste e i parchi sloveni. Questa ricerca di un’introspezione dei personaggi, che è così accentuata nel suo modo di scrivere, è un’eredità triestina, quella sorta di autoanalisi a cui molto triestini si sottopongono di continuo individualmente?

ST: Sicuramente. Come dico sempre, se fossi nata a Latina — con tutto il rispetto per Latina che è una città interessante — non avrei questo tormento, questo desiderio di andare sempre in profondità. Tutti mi ripetono: “Ma questo non è un film italiano”, effettivamente è più un film russo, con un’impronta decisamente nordica o da est Europa, che parla dell’anima, della natura, della perdizione, argomenti che sono estranei al panorama italiano.

CP: Come è stato per lei girare a Trieste e nei dintorni? Ultimamente Trieste è un set molto utilizzato nel cinema. Si è trovata bene?

ST: Sì, sono stata molto contenta. Naturalmente conoscevo benissimo anche le zone montane in Slovenia, dove sono sempre andata a camminare, e dunque è stato un po’ giocare in casa. Sono soddisfatta e spero di poter fare qualcos’altro in questi posti che sono miei: credo che un autore, un artista sia legato alle proprie radici e quindi si esprime al meglio lavorando nei propri territori, coi propri odori e colori… senza andare troppo lontano. Se ad esempio io andassi a fare un film in America sarebbe strano, non c’è niente di me in America! Anche se sono un po’ gelosa del fatto che adesso tutti girano a Trieste, parlando ieri con Giraldi dicevo: “Ma insomma, ci portano via la nostra città!”.

CP: Lei dopo qualche anno è ritornata al cinema, dopo che aveva iniziato con i suoi studi e le sue attività nel mondo della celluloide. Prossimamente se la sentirebbe di girare un film non sceneggiato da lei, non tratto da un suo racconto, un film puramente da regista?

ST: Penso di sì, se trovassi una storia che m’interessa, che mi colpisce, che mi evoca qualcosa di profondo, sicuramente. L’importante è che sia una storia che in qualche modo mi riguardi.

Immagine articolo Fucine Mute

CP: Un’ultima domanda. La spiritualità e la fede alla fine del film danno un messaggio, cioè è come se potessero guidare l’inconscio delle persone. Qual è la sensazione che le piacerebbe arrivasse al pubblico guardando il film?

ST: Coi miei libri e col mio film io cerco di regalare dei momenti di riflessione e di inquietudine e spero sempre che le persone chiudano il mio libro o lascino la sala dopo aver visto il film con nuove domande in testa e che queste domande le portino a un processo, a un cammino per trovare le risposte. Io credo che noi tendiamo naturalmente a chiuderci, a infilarci in porte sempre più strette mentre la felicità nella vita è infilare porte sempre più larghe per aprire la mente, il cuore, le sensazioni. Quindi vorrei che la gente aprisse lo sguardo su quella cosa straordinaria che in fondo è la vita.

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